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giovedì 30 ottobre 2014

La polizia carica gli operai dell'AST a Roma. Video: un poliziotto prende a pugni gli operai

Tutta Italia sta parlando dei fatti accaduti ieri a Roma: gli scontri in piazza tra le forze dell’ordine e gli operai dell’Ast di Terni, giunti per manifestare in occasione di unincontro tra il ministro Guidi e l’ad Morselli, sono diventati un caso politico. Tra i video pubblicati in rete, uno di quelli che sta facendo più clamore è uno in cui si vede un agente prendere a pugni gli operai. Il video è stato caricato su YouReporter, girato dall’alto alle 12,46 in piazza Indipendenza. In un ingrandimento del Corriere, si vede l’agente sferrare un colpo al capo di un operaio, pugno che va a segno e fa cadere il caschetto blu dalla testa del lavoratore. Subito dopo lo stesso agente sembra tentare di colpire un altro manifestante (probabilmente lo raggiunge ad una spalla).
IL VIDEO (prima si vede la versione originale poi quella ingrandita e rallentata): 

Lavorare senza padroni in Europa


Alioscia Castronovo ed Elisa Gigliarelli*  da http://www.communianet.org
 
Marsiglia. Fralib: un elefante vittorioso
C’è un elefante che in Francia si è trasformato in un simbolo di lotta. E’ l’elefante conosciuto come logo di un famoso thè prodotto a livello locale, da oltre 120 anni, nello stabilimento della fabbrica Fralib a Gemenòs, nell’area metropolitana di Marsiglia, a poco più di venti chilometri dalla città. La multinazionale Unilever, proprietaria del marchio Thè Elephant e del marchio Lipton, ha deciso di chiudere lo stabilimento nel settembre 2010 per delocalizzare la produzione in Polonia, alla ricerca di una mano d’opera più a buon mercato. Ben 182 lavoratori son rimasti senza lavoro, ma hanno reagito prontamente occupando la fabbrica. Da quel momento hanno cominciato a lottare, sostenuti dal sindacato, rivendicando non solo i salari arretrati, ma anche il diritto a mantenere il proprio posto di lavoro autogestendo la produzione. Assieme a tutto questo, hanno lanciato e fatto vivere una campagna di boicottaggio della Lipton e Unilever a livello transnazionale.
Lo scorso 26 maggio 2014, dopo 1336 giorni di lotta e occupazione della fabbrica, i lavoratori hanno ottenuto una storica vittoria legale contro la Unilever, la quarta impresa alimentare più grande al mondo. Nonostante la Fralib non ha potuto mantenere il logo Elephant, lo scorso luglio i lavoratori hanno finalmente potuto ricominciare la produzione di thè e di infusi di erbe naturali. Inoltre la cooperativa Scop Ti ha potuto riprendere la produzione di thè e infusi naturali in forma autogestita, ottenendo 20 milioni di euro di indennizzo dalla multinazionale Unilever per i danni causati dalla chiusura della fabbrica. Grazie a questa vittoria, gli attuali sessanta lavoratori della fabbrica Fralib sono tornati ai loro posti di lavoro, però stavolta in una fabbrica sotto controllo operaio. Non solamente adesso lavorano senza padrone, ma hanno sostituito agli aromi chimici i prodotti biologici e naturali provenienti dalla cooperative di produttori locali, all’interno di un circuito di economia solidale e alternativa.
“Da qui non torniamo indietro” dice Rima, operaia della Fralib da diversi anni,che ha iniziato a lavorare con contratti precari mentre adesso è parte integrante, a pieni diritti, della cooperativa. “Da quando abbiamo iniziato la nostra lotta, ci siamo resi conto di essere entrati in una tappa molto importante rispetto al nostro percorso di liberazione come lavoratori e come cittadini; abbiamo avuto bisogno di molta forza, di molta energia, per questo adesso dobbiamo andare avanti, senza fermarci né avere paura” conclude Rima.

Kazova: “Non è un sogno ma una necessità”
Istanbul ha vissuto oltre un anno di mobilitazioni moltitudinarie a partire dal conflitto di Gezi Park, animato da movimenti sociali, sindacati conflittuali e altre esperienze di lotta contro l’autoritarismo del governo, lo sfruttamento del lavoro, la speculazione immobiliare e il saccheggio dei beni comuni. La storia degli operai della fabbrica Kasova nasce all’interno di questo contesto, diventando la prima fabbrica occupata ed autogestita ad Istanbul dagli anni settanta. La lotta della Kazova è nata a partire dalla relazione con tutte queste esperienze di conflitto, tra cui la fabbrica occupata Greif (sgomberata nel mese di maggio del 2014 dalla polizia) e il giornale Karsi, occupato ed autogestito dai suoi lavoratori.
La Diren Kazova (Kazova Resiste) si trova ad Osmanbey, un quartiere operaio tessile con una forte tradizione di lotta, vicino piazza Taksim e Gezi Park. Durante gli ultimi sei mesi di produzione dello stabilimento tessile, il padrone iniziò ad abbassare i salari, a licenziare diversi lavoratori e ridurre la produzione. Quando gli operai si resero conto dei piani del padrone, decisero in assemblea di occupare la fabbrica e difendere i macchinari, scontrandosi con la polizia e resistendo sia ai tentativi di sgombero che a minacce e attacchi violenti durante le notti di occupazione.
In assenza di esperienza sindacale, e di appoggio dei sindacati alla loro lotta, gli operai hanno però ricevuto un forte sostegno dai vicini e da diversi gruppi politici. “Nei mesi della lotta abbiamo costruito forti relazioni con i vicini, che, resisi conto delle minacce di sgombero, hanno cominciato a farci visita, sostenerci, ad essere presenti in fabbrica durante l’occupazione. Al tempo stesso abbiamo creato una forte connessione con il Forum del quartiere [i forum sono le forme di organizzazione territoriali del movimento di Gezi Park], tutto questo è stato fondamentale, fin dall’inizio, per il successo della nostra lotta” ci dice Bulent, uno degli operai della Kazova. “Senza salari e senza alcun ammortizzatore sociale, sono stati momenti molto difficili”. Vediamo anche qui come la solidarietà e il sostegno popolare, in particolare quello dei forum, sono stati decisivi assieme alla determinazione degli operai stessi.
In questo momento, gli operai della Kazova stanno lottando per il possesso dei macchinari che sono riusciti a portare con sé dopo il definitivo fallimento dell’impresa. La necessità di ri-cominciare a produrre per avere entrate per i lavoratori riunitisi ora in cooperativa è una questione centrale, una urgenza economica, ma anche politica: per dimostrare così che è davvero possibile produrre senza padroni, in forma autogestita.
“Vogliamo dare vita ad una campagna per ottenere il riconoscimento del nostro diritto a lavorare e produrre senza padroni” dice ancora Bulent, “vogliamo ridurre l’orario di lavoro, migliorare le nostre condizioni di vita, lavorare in forma autogestita; sappiamo che non è facile, ma vogliamo provarci. Non è un sogno, è la necessità di mantenere il posto di lavoro, per sopravvivere in maniera dignitosa”

Salónicco: Lavoro senza padroni alla Viome
Da due anni va avanti una lotta, diventata ormai un simbolo importante per tutta Europa, di lavoro senza padroni a Salonicco, città industriale nel nord della Grecia. E’ quella di una fabbrica abbandonata dai suoi padroni, dimenticata dallo stato e dal governo, ignorata dal sindacalismo confederale. Una fabbrica in cui, così come in tante altre in Grecia e nell’Europa del sud, i lavoratori sono stati licenziati dal padrone in vista del fallimento. Nel 2011 però, i lavoratori della Viome, riuniti in assemblea, hanno deciso di occupare la fabbrica, e di prendere in mano la produzione, ispirandosi ancora una volta all’esperienza delle fabbriche recuperate argentine.
“E’ grazie alla solidarietà che ci è arrivata che abbiamo potuto recuperare i nostri posti di lavoro, la dignità delle nostre famiglie, e continuare con passione e con forza la nostra lotta” ci dice Makis, uno dei lavoratori della Viome. Così come nelle esperienze argentine, il recupero della fabbrica di materiale edile sarebbe stato impossibile senza le reti di sostegno e solidarietà attivate dai cittadini e dai movimenti sociali.
Un elemento centrale del ripensamento della produzione, sostengono gli operai della Viome, è ripensare la produzione rispetto alle necessità della società e del cambiamento sociale. In primo luogo, in base alle necessità degli operai stessi, non solo a livello economico ma anche dal punto di vista della sostenibilità del ritmo di lavoro, della sicurezza, delle loro relazioni sociali e di lavoro. Ma la produzione deve essere pensata anche in base alle necessità della società, delle comunità locali, delle reti di sostegno alla fabbrica occupata, dei vicini, dell’ambiente. Da oltre un anno la cooperativa Viome ha cominciato a produrre detergenti biologici.
La fabbrica recuperata, affermano i lavoratori, è un patrimonio comune, non appartiene ad un padrone ma nemmeno agli operai, ma “è parte di una lotta molto più grande”. Il processo di autogestione trasforma le pratiche quotidiane in base ai principi della democrazia diretta, basata sulla partecipazione di tutti i soci della cooperativa e dei soci-solidali alle decisioni assembleari. “Ogni giorno ci incontriamo in fabbrica al mattino e decidiamo in assemblea durante laprima ora di lavoro cosa e come produciamo in quella giornata” ci racconta Dimitris, altro lavoratore della Viome” e una volta al mese abbiamo l’assemblea generale di tutti i soci della cooperativa, in cui affrontiamo tutte le questioni relative alla gestione del posto, alla produzione ma anche la complessità delle questioni politiche”. Iniziano a lavorare alle sette del mattino, finiscono alle tre del pomeriggio. “Eravamo abituati a lavorare sotto padrone” dice Alexandros, “mentre adesso stiamo imparando a farlo per noi stessi”.

Roma e Milano - Recuperando Officine Zero e Ri-Maflow
In Italia esistono molte esperienze di imprese trasformatesi in cooperative che stanno sperimentando forme di gestione della produzione differente grazie alla legge Marcora, ma ci focalizziamo su due esperienze nate all’interno delle esperienze di resistenza e dei conflitti contro le politiche neoliberali nella crisi: Officine Zero di Roma e Ri-Maflow di Milano.
Il progetto di riconversione produttiva di Officine Zero è nato a partire dalla lotta degli operai della RSI, stabilimento di manutenzione dei treni situato nel quartiere di Casalbertone, nei pressi della stazione Tiburtina, rinnovata a forza di speculazioni sul territorio per diventare il centro del traffico dei treni ad alta velocità. La fabbrica è fallita nel 2011in seguito alla crisi del settore ferroviario e della gestione dei padroni dell’impresa, che lentamente avevano diminuito la produzione e licenziato buona parte degli operai.
Il 20 febbraio 2012 gli ultimi 33 operai licenziati decisero di occupare la fabbrica per rivendicare il pagamento dei salari arretrati, ricevendo un forte sostegno dalle reti territoriali, dai centri sociali e dal movimento studentesco. La fabbrica si aprì così alla società e si è mise in moto un processo politico pubblico assembleare chiamato “Pazza Idea”, un progetto di lotta e di lavoro comune tra settori differenti del mondo del lavoro, a partire dal sostegno sociale della lotta operaia contro i padroni ma con il nuovo obiettivo di riconvertire e autogestire la produzione in forma collettiva e cooperativa nella fabbrica occupata.
Lo sbocco politico di questo percorso assembleare è la nascita di Officine Zero (zero sfruttamento, zero padroni e zero inquinamento) un progetto di riconversione produttiva con all’interno diversi progetti cooperativi, uniti dalla sperimentazione comune di sperimentare nuovi modelli di lavoro,di relazioni sociali e lavorative basate sull’autogestione produttiva e sulla cooperazione. La costruzione di una alternativa concreta è articolata a partire dalla composizione di diversi progetti: officine artigianali, un progetto di riuso e riciclo,con l’utilizzo dei vecchi macchinari riattivati dagli ex-operai e da nuovi artigiani, uno spazio di common working, uno studentato autogestito e una mensa popolare. Inoltre si trova ad Officine la sede di CLAPsportello di assistenza legale gratuita e sperimentazione di sindacalismo metropolitano, autorganizzato e basato sulla solidarietà,la lotta comune e la costruzione di connessioni tra lavoratori, precari ed autonomi.
Sempre la questione del riuso e riciclo è parte fondamentale del progetto di recupero della Ri Maflow, altra fabbrica recuperata in Italia, di Trezzano sul Naviglio, nei pressi di Milano. La Ri Maflow è stata occupata dagli operai dopo il fallimento e la maggior parte degli occupanti hanno formato la cooperativa aprendo la fabbrica alla comunità a partire dai mercati dell’usato e da altri progetti territoriali, che sono diventati espazi fondamentali dell’economia solidale a livello territoriale, ma anche di lotta ed organizzazione politica.
Connessioni tra le fabbriche recuperate
Nell’ultimo anno si sono tenuti diversi momenti ed eventi all’interno di un processo di costruzione di uno spazio politico di connessione, dibattito e solidarietà tra le fabbriche recuperate nello spazio europeo. Durante il secondo meeting di Agora99, incontro dei movimenti sociali su debito diritti e democrazia, tenutosi a Roma nel mese di novembre 2013, e poi nel mese di gennaio 2014 con il primo incontro regionale euro-mediterraneo Economia dei lavoratori presso la Fralib di Marsiglia. In questa occasione operai dellefabbriche recuperate, ricercatori ed attivisti provenienti dall’Europa e dall’America Latina si sono incontrati per connettere esperienze di autogestione, dibattere, approfondire e mettere in comune analisi ed esperienze di lotta, cominciando ad articolare e costruire reti di solidarietà e mutualismo per rafforzare le esperienze di autogestione. Si è così cominciato a costituire uno spazio di dibattito, scambio e ricerca/inchiesta a partire dall’esperienza argentina di ricerca portata avanti da Andrès Ruggeri con il programma Facultad Abierta della UBA, e dal sito workerscontrol.net presentato in questa occasione da Dario Azzellini, un sito di ricerca, approfondimento e dibattito globale sull’autogestione operaia. Il prossimo incontro internazionale è previsto in Venezuela nel mese di luglio del 2015.
*parte di Officine Zero e del gruppo di ricerca sulle esperienze di fabbriche recuperate nello spazio euro-mediterraneo. Articolo Pubblicato in lingua spagnola su diagonalperiodico.net - traduzione in italiano a cura degli autori pubblicata su Dinamopress.it. Fotografie di Dominga Colonna, CowOz Officine Zero.

martedì 28 ottobre 2014

UCCISO REMI FRAISSE: UNO DI NOI

Sarebbe stato ucciso da una granata assordante,
Rémi, 21 anni, uno di noi. Previste per oggi manifestazioni in tutta la Francia, mentre nel pomeriggio si avranno notizie più approfondite sulla causa della morte, già così palesemente chiara.
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Durante la notte di domenica 26 ottobre Remi Fraisse, giovane studente di Tolosa di 21 anni, è morto durante gli scontri con la polizia a Testet, nei pressi del cantiere dove le autorità francesi vogliono costruire la mega- diga di Siviens.
Questa grande opera da 1,3 milioni di metri cubi d’acqua sarà un affare per le grandi aziende d’agricoltura industriale (a discapito dei piccoli contadini) e comporterà la distruzione di tutto quel territorio che ospita molte specie protette di animali.
La ZAD (zona a defendre-zona da difendere) durante l’estate era stata più volte attaccata dalla polizia e sabato migliaia di persone avevano risposto all’appello di manifestazione in difesa del territorio e contro le grandi opere.
Gli scontri con la polizia sono incominciati sabato pomeriggio, verso le 16, con la polizia presente in grandi numeri e già durante le prime ore molti sono i feriti tra i manifestanti (5 portati in ospedale).
Il sangue di Remi trovato a terra dai compagni
Durante la notte, tra le 2 e le 3 del mattino, i manifestanti raccontano di lacrimogeni sparati ad altezza uomo e di granate stordenti fino a quando, prima di un lancio intensivo, un plotone di polizia è avanzato per raccogliere una persona a terra. Questa scena è stata vista chiaramente da  tutti, poiché la grande presenza di mezzi dalla polizia illuminava “a giorno” l’area degli scontri. Diversi video su quella notte stanno girando sul web.
l corpo di Remì è stato quindi subito preso dalla polizia e l’autopsia renderà note ai più le ragioni della morte lunedì pomeriggio anche se chi è stato sul luogo degli scontri, chi ha partecipato a quella notte di lotta, riferisce già da ieri la dinamica di quanto è successo, lasciando pochi dubbi su cosa abbia ucciso Remi: una granata stordente lanciata dalla polizia lo ha colpito lasciandolo a terra.
Guardando quelle immagini di scontri non possiamo non riconoscere una situazione vissuta da noi tante volte, i gas lacrimogeni lanciati ad altezza uomo che infestano l’aria e rendono le persone facili bersagli per chi gioca a fare la guerra. Riconosciamo nei ragazzi di ZAD, che abbiamo avuto modo di incontrare più volte anche qui in valle, quella stessa determinazione e quello stesso coraggio che anche noi abbiamo dovuto mettere in campo molte volte sfidando divieti e le truppe di occupazione.
Leggiamo nella loro testardaggine l’amore per la propria terra e la volontà di difenderla, di non cedere il passo a polizia e potenti di turno.
Vediamo in Remì uno dei nostri ragazzi e per questo ci stringiamo attorno ai suoi compagni, familiari ed amici.
La lotta sarà la risposta a questa inaccettabile morte.
Forza ZAD!
L’impatto di una granata assordante a terra…

Maturità non cambia nulla !

Dietrofront del governo nella legge di Stabilità. Ma la modifica potrebbe rispuntare

Restano i commissari esterni e i compensi previsti per tutti 

Dietrofront del governo sulla cancellazione dei commissari esterni agli esami di maturità. L'esecutivo ha deciso di non riformare nella legge di Stabilità la disciplina che regola la composizione delle commissioni per gli esami di stato delle secondarie di II grado. E quindi, almeno per quest'anno, gli esami si terranno con la solita commissione suddivisa a metà tra membri interni e membri esterni. Nessun taglio è previsto, inoltre, per i compensi dovuti ai commissari, che saranno versati facendo riferimento alla tabella allegata al decreto del 2007. Per cui dei 147 milioni di risparmi che la legge di stabilità contabilizzava in relazione alla msiura non se ne realizzerà neanche uno.

Secondo quanto risulta Italia Oggi, il governo starebbe valutando la possibilità di introdurre la cancellazione dei commissari esterni direttamente nei provvedimenti che seguiranno al rapporto La Buona Scuola, agli inizi del prossimo anno. Si tratterebbe dunque solo del rinvio di un anno della riforma.
La cancellazione dei commissari esterni aveva suscitato una reazioni contrarie all'unisono da parte delle varie componenti della scuola, rappresentative e non. In primis per ragioni di opportunità, legate al fatto che l'eliminazione dei commissari esterni sarebbe scattata anche per le scuole paritarie, con l'unico componente esterno, il presidente, a cui però è affidato il compito di controllare la regolarità delle operazioni e non di partecipare alle valutazioni delle singole discipline. Insomma, sarebbe scattata una facile accusa al governo di voler dare una mano ai diplomifici.
Ma il vero punto debole della misura era di natura meramente giuridica. L'indennità che viene versata ai commissari, infatti, ha la funzione di retribuire i maggiori oneri che vengono sostenuti dai commissari durante lo svolgimento degli esami. Si tratta, in buona sostanza, di un compenso accessorio che, da sempre, viene riconosciuto a titolo di indennità di funzione. La cancellazione di questo emolumento avrebbe ingenerato, dunque, un forte contenzioso con probabile soccombenza dell'amministrazione. Nel nostro ordinamento, infatti, il lavoro gratuito è vietato dalla legge. E il principio di giusta retribuzione, secondo la Corte di Cassazione, si intende soddisfatto solo qualora vengano rispettati i minimi salariali previsti dai contratti collettivi. Nel caso degli esami di stato, sebbene la legge preveda che vengano fissati al tavolo negoziale, ad oggi sono determinati da un decreto ministeriale. Ma la cancellazione tout court del diritto all'indennizzo avrebbe potuto sollevare anche interrogativi in termini di legittimità costituzionale. Tanto più che vi sono già precedenti in materie analoghe per quanto riguarda i magistrati. Insomma, la realizzazione di quanto previsto dagli intendimenti del governo, alla lunga, avrebbe potuto determinare l'effetto contrario, con il governo costretto a risarcire i diretti interessati.
A ciò va aggiunto il fatto che, a fronte della mancata retribuzione dei maggiori oneri derivanti dagli esami, si sarebbe potuto verificare un aumento della assenze per malattia. Tanto più che l'età media dei docenti è piuttosto elevata e, dunque, non sono rari i casi di insegnanti che, pur soffrendo di patologie anche serie, si astengono dalla fruizione delle assenze per malattia resistendo fino alla fine, anche per effetto della necessità di guadagnare qualcosa in più grazie agli esami. Per non parlare della sindrome da burn out, che sui docenti ha un'incidenza due volta superiore rispetto alla media e subisce picchi parossistici proprio in coincidenza con la fine dell'anno, per effetto del maggiore stress da lavoro. L'insorgenza di fenomeni di questo tipo, quindi, avrebbe messo a rischio l'ordinario svolgimento degli esami, di fatto, reintroducendo i commissari esterni sotto forma di supplenti.

Pasticcio Tfa, ora è tutto da rifare

Entro domani le università dovranno rettificare i numeri. Il controllo finale al Miur

Inseriti come disponibili posti inesistenti, domande nel caos 

 di Alessandra Ricciardi   Il sistema è saltato. Migliaia di candidati ai 22 mila tirocini formativi attivi dovranno nel giro di pochi giorni rivedere le scelte fatte, indicare atenei diversi da quelli già prospettati come sede delle prove e poi dei corsi di abilitazione. Il motivo? Sono stati pubblicati come disponibili più posti di quelli autorizzati dal ministero.
Un'offerta formativa in eccesso diffusa a pelle di leopardo sul territorio nazionale, che ha falsato a cascata anche le richieste degli aspiranti ai Tfa, a cui il ministero dell'istruzione ha provato a mettere una pezza: con una nota del 24 ottobre scorso ha fissato a domani il termine ultimo entro il quale l'offerta a livello regionale deve essere riallineata ai contingenti previsti dal Miur per l'anno accademico 2014/15. «Resta inteso che, una volta completata la fase di riallineamento dei dati dell'offerta formativa, verranno riaperte le procedure per la scelta, da parte dei candidati che hanno superato il test preliminare, degli atenei e delle istituzioni presso i quali sostenere le prove scritte», prevede la nota a doppia firma del capo dipartimento per la formazione superiore e la ricerca, Marco Mancini, e del capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, Luciano Chiappetta.
Della riapertura dei termini, assicurano da viale Trastevere, saranno messi a conoscenza tutti i candidati interessati alla nuova offerta formativa (nelle poche regioni dove non ci sono problemi, tutto resta com'è) sia per la prima scelta della sede che per le altre due.
Il regolamento prevedeva che i percorsi da inserire sul sito del Cineca, il consorzio interuniversitario, come offerta formativa distinta per regione e per classe di concorso, fossero vidimati dal Coreco, il comitato regionale, d'intesa con le direzione scolastiche regionali. Il sistema però è stato bypassato, con alcune università che hanno inserito direttamente i dati nel sito Cineca. E così è saltato ogni controllo e coordinamento. Il dicastero guidato da Stefania Giannini, con la nota del 24 ottobre scorso, ha previsto per la nuova tornata un ulteriore passaggio: «Una volta che l'offerta formativa complessiva in ciascuna regione e classe di concorso coincida con i posti disponibili, i Comitati, d'intesa con i direttori (scolastici regionali, ndr), devono trasmettere i dati relativi all'offerta formativa a questi dipartimenti». Il ministero, dunque, ha preteso per sé una fase di controllo ulteriore sulla congruenza dell'offerta formativa rispetto ai posti autorizzati. Entro il 29 ottobre la situazione dovrà rientrare senza nessuna deroga rispetto ai posti previsti, dicono dal Miur, così da garantire che entro il prossimo 30 novembre le procedure di selezione si concludano. Per luglio 2015 i nuovi abilitati dovranno essere pronti, così da poter partecipare ai prossimi concorsi senza subire danni, che potrebbero invece dare luogo a eventuali azioni risarcitorie.
Spetterà ai comitati regionali in queste ore mettere d'accordo i rettori dei singoli atenei, comprese le università telematiche, perché rivedano la torta dei corsi abilitanti, il cui costo può arrivare a 3mila euro a testa. Ma quali sono gli sforamenti? Un esempio: per tutta la Lombardia c'erano 425 posti per italiano alle medie (A043) e 204 per italiano alle superiori (A050) per un totale di 629. Nel portale Cineca i posti sono diventati per le due classi di concorso oltre 1130. C'è il caso della Lombardia, e poi quello della Campania, del Lazio e della Calabria, ma anche le piccole realtà non sono esenti. Nelle Marche, per esempio, l'Accademia di belle arti ha offerto per la classe A022 7 posti, autorizzati ne risultavano solo 2. Nel Molise, l'università ha messo in palio per la classe A060 20 posti, autorizzati 5. E poi c'è il Piemonte, l'Emilia Romagna, la Valle D'Aosta. In queste ore tutte le università stanno comunicando ai propri candidati che le prove slitteranno di qualche giorno. Intanto che si consuma la battaglia tra i rettori.

Posizioni economiche Ata, il taglio non è affatto escluso

 di Nicola Mondelli  Una lettura sugli effetti delle disposizioni contenute nell'articolo 21 del disegno di legge di stabilità, riportata nell'articolo «Ata, stangata su organici e salari» pubblicato si Azienda Scuola di martedi 21 ottobre, secondo la quale la proroga fino al 31 dicembre 2015 del blocco economico della contrattazione potrebbe avere riflessi anche sui compensi spettanti al personale Ata titolare della prima o della seconda posizione economica, è stata da alcuni lettori non condivisa. Legittima un diversa lettura. Ma, per quanto ci riguarda, ribadiamo che i compensi liquidati ai collaboratori scolastici titolari della prima posizione economica (80 euro mensili netti) e agli assistenti tecnici titolari della seconda posizione (100 euro mensili netti ) potrebbero non essere più corrisposti per tutto il periodo del blocco economico della contrattazione ipotizzato dal disegno di legge di stabilità 2015, a meno che il legislatore non decida diversamente nel corso dell'iter parlamentare del provvedimento.

Se è certamente vero che le disposizioni contenute nell'articolo 21, commi 1, 2 e 3 del disegno di legge non indicano espressamente la sorte riservata ai compensi liquidati ai titolati delle due posizioni economiche, è altrettanto vero, trattandosi di voci stipendiali, che non potranno per tale loro natura non sottostare alle norme sul blocco delle retribuzioni. Ben venga ovviamente una interpretazione diversa purché chiaramente indicata nella norma di legge.
Non va peraltro ignorato che i predetti compensi, la cui natura, ripetiamo, è quella di una retribuzione aggiuntiva collegata ad un maggiore impegno lavorativo, non sono già più corrisposti dal 1° settembre 2014, mentre quelli spettanti a partire dal 2011 e fino ad agosto del 2014 stanno per essere liquidati non nella loro interezza ma con una somma «una tantum».

mercoledì 22 ottobre 2014

cronaca di una lotta: contro i padroni della Thyssenkrupp ed il governo Renzi amico dei padroni

link sulla lotta alla Thyssenkrupp. 
Giovedì 9 Ottobre, occupazione della stazione di Terni, 4 ore di blocco dei binari [framm. video, in : https://www.facebook.com/video.php?v=975248569167462&set=vb.100000469844216&type=2&theater

Venerdì 10 Ottobre, comizio Oreste ai cancelli, nel quadro del « working class illegal rave » pezzi di corteo/serpentone notturno « Terni, svejate ! » commento finale, critica di alcuni slogans [in https://www.facebook.com/video.php?v=710412389036990&set=vb.100002047053229&type=2&theater ;https://www.facebook.com/video.php?v=710418582369704&set=vb.100002047053229&type=2&theater ;https://www.facebook.com/video.php?v=710410319037197&set=vb.100002047053229&type=2&theater ;https://www.facebook.com/video.php?v=978145275544458&set=vb.100000469844216&type=2&theater ]
Sabato 11 ottobre, Manifestazione contro il ciclo discariche/inceneritori, incontro con la 'folla operaia' ai cancelli, comizio Oreste [in https://www.facebook.com/video.php?v=710808588997370&set=vb.100002047053229&type=2&theater ;http://vimeo.com/108715734 ; http://vimeo.com/108715736 ]
Domenica 12 ottobre, Cronaca da Giornale immaginario, « Rapporto veridico al Presidente antipresidenziale – Vincenzo Sparagna – dell'unica Repubblica della quale accetto la cittadinanza, quella di Frigolandia, ''prima Repubblica marinaria di montagna'' » [in https://www.youtube.com/watch?v=3LDFgyHJX2A ]
Giovedì 16 ottobre, filmato davanti alla casa del capo del personale dell'ASST, intervento Franco, Oreste [in https://www.youtube.com/watch?v=FyBrLIbWxvQ&feature=youtube_gdata_player ;https://www.facebook.com/video.php?v=713274235417472&set=vb.100002047053229&type=2&theater ]

Venerdì 17 ottobre, filmati del corteo http://vimeo.com/109248220 ; http://vimeo.com/109248221 ; https://www.youtube.com/watch?list=UUY-3gOYL8uT80F12hFZlY7w&v=_2HLtPefSxg ; https://www.youtube.com/watch?v=bCSH6ggSooc&list=UUY-3gOYL8uT80F12hFZlY7w&feature=share&index=2 ;http://video.repubblica.it/economia-e-finanza/acciaierie-di-terni-camusso-fischiata-dalla-piazza/180537/179330?ref=HREC1-2 ;http://video.repubblica.it/cronaca/sciopero-ast-a-terni-tensione-tra-centri-sociali-e-fiom/180527/179320 ; https://www.youtube.com/watch?v=X9GbENFQ1vA ]

Sabato 18 ottobre, file-Audio Radio Radicale [inhttp://www.radioradicale.it/node/6106650 ]

giovedì 16 ottobre 2014

PADRONI E GOVERNO, IN ESUBERO SIETE VOI!

Oggi Terni scende in piazza per difendere il suo futuro.
L’attacco è frontale ed è portato, con la sola logica del profitto, da padroni che vogliono chiudere l’acciaieria licenziando gli operai. Ma questi padroni sono aiutati dalla troika dell’Unione europea e dal governo Renzi che rappresenta gli interessi del padronato nell’attacco ai lavoratori, all’ambiente, alla salute, ai beni comuni. Il jobs act, il decreto “sfascia” Italia garantiscono alle multinazionali ed ai padroni la precarizzazione totale dei rapporti di lavoro e delle vite dei giovani, garantiscono la devastazione dell’ambiente e la proliferazione della speculazione dei cementificatori e di chi fa affari incenerendo rifiuti e devastando l’ambiente naturale ed umano, cancellando nel contempo i diritti di chi lavora  insieme all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Le cose sembrano già  scritte: dalla chiusura del magnetico allo spezzettamento dell’AST era chiaro che l’operazione che si apprestava a fare ThyssenKrupp era quella della chiusura dell’acciaieria.
Sono 30 anni che televisioni e mass-media ci riempiono le teste con l’esaltazione del mercato, dell’economia capitalistica. Quello che succede è figlio del sistema capitalistico e non vogliamo dare false illusioni: la volontà di chiusura è chiara, l’incapacità o peggio l’ipocrisia nella gestione della vertenza da parte del balbettante ceto politico-sindacale è sotto gli occhi di tutti.
Sappiamo che solo la lotta paga, che solo la determinazione degli operai, dei precari, delle donne e dei giovani, di una città intera può modificare lo scenario e cominciare a creare una prospettiva diversa, un finale non scontato come quello che abbiamo davanti.
Basta ai discorsi forbiti ed inutili: dobbiamo riprenderci la parola ed organizzare forme di mobilitazione radicali e di massa. La resistenza operaia è più dura e tenace dell’acciaio.
Oggi, nel corteo, non ci  stiamo per essere spettatori di una parata o di una passerella, ma chiediamo la parola degli operai in piazza ed azioni dirette e di massa per riportare al centro la vertenza di una città intera contro il tentativo di attacco alle nostre vite da parte dei padroni e del capitale. Attenti: state seminando vento ma raccoglierete tempesta…
NO AI LICENZIAMENTI ED ALLA PRECARIZZAZIONE-LOTTA DURA E DI MASSA
ALLA FINE DELLA MANIFESTAZIONE PIANTEREMO LE NOSTRE TENDE IN PIAZZA PER COLLEGARCI AI MOVIMENTI INTERNAZIONALI E CREARE UN LABORATORIO PERMANENTE AL CENTRO DELLA CITTÀ PER AFFRONTARE LA CRISI ED ORGANIZZARE LE LOTTE E NUOVE FORMA DI RELAZIONE, COMUNICAZIONE E D ESISTENZA. PORTATE TENDE,  SACCHI A PELO, SEDIE TAVOLI…
OCCUPY TERNI

martedì 14 ottobre 2014

La scuola ingiusta del governo Renzi

scuola renzi
Con il consueto stile “social” e un carnevale di cifre, il premier Matteo Renzi ha presentato le linee guida su “La buona scuola” avanzate dal governo. “Non una riforma, non un adempimento burocratico, non un libro dei sogni. Un patto, semplice e concreto”. In pratica, un opuscolo di 136 pagine nel quale si parla di eliminazione del precariato; accesso al ruolo unicamente per concorso; fine delle supplenze; abolizione degli scatti di anzianità e introduzione di quelli per merito; formazione obbligatoria; valutazione; dati e profili online della classe docente; rafforzamento dell'alternanza scuola-lavoro e ingresso massiccio dei privati.
Il dato più suggestivo riguarda il numero sulle assunzioni. Il governo propone, a partire dal settembre 2015, un piano straordinario che coinvolgerebbe da subito circa 150.000 docenti: circa 140.000 precari storici presi dalle Graduatorie A Esaurimento e circa 10.000 dai vincitori e idonei del concorso del 2012; dal 2016 al 2019 altri 40.000 ingressi programmati sui pensionamenti di cui potranno beneficiare i vincitori di un nuovo concorso. A prima vista sembrerebbe un atto di bontà, o quanto meno di attenzione verso i precari: il provvedimento svuoterebbe le liste di coloro che ogni anno vengono assunti a settembre e licenziati a fine giugno. Ma al di là di ogni facile entusiasmo, occorre fermarsi e riflettere sul vero fabbisogno della scuola, e a quel punto si intuisce che dietro la propaganda sulla “fine del precariato” c'è solo “il minimo dovuto” e tante insidie per la scuola pubblica. Una fotografia più ampia del sistema ci rivela infatti che nel triennio preso in esame è già previsto che circa centomila docenti ed Ata andranno in pensione e che attualmente esistono montagne di sentenze contro il Ministero dell'Istruzione a causa della mancata stabilizzazione del personale che ha già avuto tre contratti a tempo determinato. Una questione su cui si interroga l'Unione Europea che sarebbe pronta ad avviare un procedimento di infrazione che potrebbe costare all'Italia sanzioni fino a 4 miliardi di euro. La stessa cifra prevista da Renzi per attuare il piano di assunzioni.
Fatta questa premessa, a quali condizioni si attuerebbe la riforma? Il richiamo più esplicito è al merito dietro il quale si cela la più grande convergenza con le politiche fin qui sostenute anche dal centrodestra, come ha fatto notare Piero Bernocchi dei Cobas: “Riparte la geremiade sul presunto “merito”, quel quid che nessun ministro o governo è mai riuscito a spiegare cosa sia esattamente per i docenti e gli Ata. Significherà l’imposizione dei criteri degli Invalsiani, quelli della scuola-quiz, nonché l’intervento assillante degli ispettori ministeriali. E in aggiunta, verrà imposto dal 2015-16 il Registro nazionale del personale, che farà lo screening delle sedicenti “abilità” di ognuno/a, fissandole in un Portfolio individuale sul quale verranno conteggiati i presunti “crediti” professionali dei singoli”. E sarà proprio sulla base del Portfolio e dei crediti accumulati che i presidi potranno assumere e che si otterrebbero gli scatti stipendiali: un presunto merito stabilito con graduatorie di istituto, in base alle quali solo il 66% dei “migliori” (data l’aleatorietà dei criteri, sarà il preside ad avere la parola decisiva) avrà uno scatto ogni 3 anni. Di fatto è l'introduzione della legge Brunetta nella scuola: scatti stipendiali e salario accessorio legati al merito, al quale si aggiunge il riscatto del progetto di legge Aprea che prevedeva lo svuotamento degli organi collegiali, delegando all'arbitrarietà dei dirigenti scolastici la facoltà di assumere e licenziare e spalancava l'accesso ai privati che eserciterebbero un ruolo sulle scelte didattiche e sugli obiettivi finali dell'istruzione.
Sulla scuola, in sintesi, sta per abbattersi il modello che prevede lo scambio tra posto di lavoro e diritti. Un pericolo che Renzi ha saputo celare in un pacchetto di 136 pagine chiare, ammiccanti e ben confezionate, che aprendo con l'annuncio delle assunzioni punta in ogni caso a distrarre la classe docente e l'opinione pubblica dalla realtà italiana. Abbattere il precariato non dovrebbe essere un atto di propaganda politica, ma un dovere verso i docenti meno pagati dell'Unione Europea. Ecco, la “buona scuola” riparta da lì.  
Orlando Santesidra, Tratto da Senza Soste cartaceo n. 96, settembre 2014, pagina 3

venerdì 10 ottobre 2014

12 OTTOBRE MANIFESTAZIONE STOP DIOSSINE NELLA CONCA....MA ANCHE CONTRO LO “SBLOCCA ITALIA”/ BRUCIA ITALIA, IL SILENZIO COMPLICE DELLE AGENZIE DI PREVENZIONE E TUTELA, PER LA FRITTATA MORBIDA SENZA CONTAMINAZIONI....

Le grandi imprese multiutility del settore dei rifiuti hanno redatto per sé l’art.35 del decreto “Sblocca Italia”, il dato è così evidente che sottovalutarlo sarebbe un grave errore. A2A, IREN, HERA, ACEA hanno avuto la possibilità di garantirsi immensi profitti per molti anni a venire, sostituendosi alla politica e al Governo stesso, trovando evidentemente nel “rottamatore” il migliore interprete di questi interessi specifici
Nessun altro governo, di centro destra o centro sinistra, era mai riuscito nell’opera: sottrarre a livello nazionale il potere di pianificazione in materia di rifiuti alle Regioni e Ambiti territoriali, dimezzare i tempi autorizzativi per i nuovi inceneritori, eliminare i vincoli regionali in favore della libera circolazione dei rifiuti per tutto il paese, garantire agli inceneritori i massimi quantitativi di combustibile, proteggere gli impianti trasformandoli in“infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale”. Solo gestioni commissariali hanno in passato creato tali sospensioni di democrazia, ora sarà invece sistemico, strutturale e addirittura appunto di “preminente interesse nazionale”. 
Questo complesso insieme di dispositivi di legge autoritari, qualora non venga modificato l’articolo 35 (ne dubitiamo), cadranno inevitabilmente su Terni, e già ACEA e Ternibiomassa/Tozzi Holding hanno di fatto prefigurato il quadro dell’immediato futuro, avendo chiesto appunto in questi mesi di bruciare rifiuti urbani e sanitari. 
Così, in barba alla retorica della sostenibilità tanto cara a molti del quadro politico locale, Terni tornerà al primato di due inceneritori (....una volta erano tre). Del resto come poteva essere il contrario? Senza offesa per nessuno, ma l’unica battaglia dotata di senso (per quanto complicata) è chiudere gli inceneritori, non inventarsi sfumature più “sostenibili” e ciò che sta accadendo ne è una riprova. 
La presenza di questi impianti infatti non permetterà mai che si sviluppi una economia del riciclo, e con essa che si possa pensare di creare “lavoro pulito” che possa far diventare Terni la capitale del riciclo e non dell’incenerimento, un settore che possa sostenere ipotesi altre e fronteggiare il progressivo logoramento del siderurgico come testimonia la drammatica contingenza di questi giorni. Ma il diktat delle grandi multiutility trova nel pubblico il suo miglior interprete, e la futura definitiva privatizzazione di ASM è parte di questo quadro generale, così come la produzione di CSS dai rifiuti e di biogas dall’umido fortemente voluti dalla Giunta Regionale
Ma non è tutto...
In questi mesi infatti scopriamo grazie a Italia Nostra e WWF (e non dalla AUSL come sarebbe dovuto) che, malgrado gli sforzi neanche troppo celati delle autorità locali di sottostimare strumentalmente l’impatto degli ultimi quindici anni di incenerimento, le esposizioni alle nocività emesse dagli impianti di Maratta hanno lasciato il segno proprio (e non solo) nelle zone considerate sottovento e a massima e media ricaduta delle polveri. 
Un intero castello di peripezie lessicali ammantate di scientificità e tecnicismo da campanile crollate sotto il peso di due leggere, domestiche e bianche uova di gallina...anche le buste di plastica bruciate dai contadini, date in un primo momento come causa della presenza di diossine e pcb, hanno lasciato il passo al silenzio stampa: come spiegare infatti la strana sovrapposizione tra diossine oltre il limite di legge con il cattivo comportamento di chi alleva galline solo, e guarda caso, nell’area prossima all’acciaieria e in quella a massima ricaduta delle polveri degli inceneritori
Suona davvero offensivo, oltremodo provocatorio, una arrogante sfacciataggine che lascia sgomenti.
Eppure neanche questo sembra essere sufficiente a che Arpa, Asl, Regione e Comune assumano una definitiva posizione di contrarietà alle nuove autorizzazioni che verranno; del resto se per anni Comune e ARPA hanno costituito società con la Tecnofin (società proprietaria dell’inceneritore ex Printer) favorendone non solo l’insediamento ma anche garantendogli fondi pubblici, capiamo bene l’imbarazzo a sedere su più tavoli, ora da controllore ora da socio del controllato. 
Ma la condizione ambientale della Conca richiede scelte chiare, prive di quella ambiguità tipica della governance moderna che concede territori ed esseri umani ai profitti senza nemmeno opporre il diritto alla salute come limite ultimo, spesso delegando al privato pezzi di potere e pianificazione: vedi il Piano Regionale dei rifiuti. 
Così due piccole uova di allevamenti domestici contaminate da diossine diventano il simbolo di questa miserevole politica economica territoriale.
A quanti, Sindaco, Arpa, Asl, stampa ci chiedono perché ci battiamo per la chiusura degli inceneritori opponendoci l’argomentazione (abbastanza scontata) che ad inquinare la Conca è l’acciaieria, rispondiamo: appunto, poiché sarebbe comunque già “sufficiente” il volume di polveri emesse da industria, traffico e riscaldamento domestico a saturare l’aria della città è stato normale, sensato, logico, autorizzare fino a tre inceneritori, oggi “solo” due? 
E’ normale che tra non molto potremmo ritrovarci due inceneritori bruciando rifiuti urbani provenienti da qualunque parte d’Italia, al massimo carico termico? 
E’ normale che a differenza delle altre città in cui insistono dei Siti di Interesse Nazionale da bonificare, a Terni nel 2013 l’Ausl non abbia comunicato gli esiti delle analisi sulle matrici alimentari
E’ normale che sia compito delle associazioni e dei cittadini sviscerare dati assai complessi e comunicarli nella loro interezza? 
E’ normale che i sindaci di Brescia, Anagni e Mantova siano degli idioti avendo disposto esposti in procura e nuove campagne di monitoraggio a seguito dei risultati delle analisi mentre a Terni un anno dopo si attendono ancora le carte? 
E’ normale che a Vascigliano, dove ancora sono in essere le conseguenza del rogo della Ecorecuperi e un processo ancora aperto, sia possibile aprire due speculative e inutili centrali a biomasse? 
E’ normale che lo studio SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità sia trattato dalle autorità locali come carta straccia solo perché racconta una realtà a loro non gradita e che per certi versi li smentisce? 
E’ normale che quando a mettere la lente di ingrandimento sulle condizioni ambientali della Conca siano soggetti nazionali come l’Istituto Superiore della Sanità per lo studio SENTIERI e il Ministero della Salute per questo ciclo di analisi, escano fuori evidenze sempre opposte a quello che Osservatorio provinciale, Arpa e Asl comunicano?
Evidentemente no. 
La manifestazione di sabato dunque parlerà di tutto questo e sarà l’inizio dell’opposizione allo Sblocca Italia e alla sua valanga di monnezza, e sarà anche l’occasione per denunciare al governo lo stato di silente immobilismo delle istituzioni competenti in materia di prevenzione e controllo. 
Invitiamo ognuno a portare con sé una busta di plastica, a ricordare l’operazione di mistificazione sulle cause della contaminazione da diossine e che regaleremo al governo come anticipo sui futuri camion di rifiuti che arriveranno.
Comitato No Inceneritori Terni