Pages

mercoledì 30 marzo 2011

“INVALSI,VALUTAZIONE E MERITOCRAZIA: L’OSSESSIONE DELLA MISURAZIONE E LA CARRIERA DEI DOCENTI”

Convegno di Formazione Nazionale per il personale della scuola pubblica statale con esonero dal servizio ai sensi dell’art.64 del CCNL

MERCOLEDI’ 13 APRILE 2011
- Ore 9.00 – 13.30
LICEO SCIENTIFICO “R. DONATELLI”
ore 9,00 aula magna- Via della Vittoria 35 - TERNI

PROGRAMMA CONVEGNO

Ore 9.00 REGISTRAZIONE PARTECIPANTI
Coordina: Catia Coppo (CESP Terni – docente scuola superiore)
· Brunello Arborio (C.P.S. Terni - docente scuola superiore) “Precariato, reclutamento, nuova formazione: scenari possibili ”
· Franco Coppoli (Cobas Terni - docente scuola superiore)
“ Dietro e dentro l’INVALSI: la matrice dell’ossessione valutativa”
· Marco Barone (Avvocato – esperto normativa scolastica)
“ Aspetti normativi dell’INVALSI, come opporsi e difendersi ”
Dibattito e pausa caffè
· Piero Bernocchi (portavoce nazionale Cobas Scuola)
“ Miti, inganni e realtà nella valutazione dei docenti ”
Dibattito e conclusioni
Ai partecipanti verrà rilasciato l’attestato di partecipazione

IL CESP è Ente Accreditato/Qualificato per la formazione del personale della scuola ( Decreto Ministeriale 25/07/06 prot.869)
ESONERO DAL SERVIZIO PER IL PERSONALE ISPETTIVO, DIRIGENTE, DOCENTE E ATA
Con diritto alla sostituzione in base all’art.64 comma 4-5- 6- 7 CCNL2006/2009 - CIRC. MIUR PROT. 406 DEL 21/02/06)


C.E.S.P. TERNI
Via del Lanificio 19
cell.328 6536553 fax 0744 431314
cesp.terni@yahoo.it, http://cobasterni.blogspot.com/


Facsimile per la domanda di esonero dal servizio per partecipazione al convegno
nazionale per il personale docente ed ATA della scuola pubblica statale:

_________li , ___________________

Al DS de_____________________________________

La/il sottoscritta/o ________________________________________________

Nata/o a ___________________________, provincia _________

Il____ / ____ / _______

In servizio presso questa Istituzione scolastica, in qualità

di_______________________________

chiede di essere esonerata/o dal servizio, ai sensi dell’art.64 c. 4,5,6,7 del CCNL2006/09, per partecipare al corso di formazione in intestazione e si impegna a produrre il relativo attestato di partecipazione.
__________________________
Firma


sabato 19 marzo 2011

NO AD UN’ALTRA GUERRA PER IL PETROLIO

Per anni Gheddafi ha rappresentato un muro di contenimento dei migranti africani che tentavano di entrare nella fortezza Europa, ora siamo sul bordo di un altro conflitto per il petrolio dopo i baciamani di Berlusconi e l’harem romano che ha suggellato il patto di amicizia Italia-Libia , dopo che il capitale libico ha acquisito azioni dell'Eni, dell'Enel, della Fiat, di Mediobanca e dell'Unicredit, cinque aziende che insieme fanno più del 30% del PIL italiano annuo.

In palese violazione dell’art. 11 della Costituzione che afferma l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionaliil Governo ed il Parlamento con voto bipartisan dei guerrafondai del PDL e del PD (già sponsor della guerra contro la Serbia) ha messo a disposizione 7 basi militari per bombardare la Libia: Amendola, Gioia del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani, Decimomannu e Pantelleria. Il ministro fascista LaRussa già delira di interventi diretti della nostra aviazione mentre Sarkozy, interessato al petrolio libico annuncia l’intervento militare, spalleggiato da Gran Bretagna e USA. La scusa umanitaria è solo un’ennesima ipocrita menzogna, come dimostra il fatto che in queste stesse ore assistiamo al massacro della popolazione del Bahrein e dello Yemen nel silenzio dell’ONU e della Nato che invece hanno costruito un percorso per legittimarsi l’intervento militare per il controllo del petrolio libico.

Alla notizia dell’intervento francese alcune decine di cittadini ternani si sono ritrovati spontaneamente sotto la Prefettura per manifestare la totale condanna di questa ulteriore guerra di rapina.

Dal presidio è partita la proposta di una pubblica assemblea che si terrà Lunedì alle ore 21 presso la Sala Laura in via Carrara 2, per organizzare e coordinare iniziative contro la guerra.

Comitato spontaneo contro la guerra- Terni

MOBILITAZIONE IMMEDITA CONTRO LA GUERRA

nel caso inizi la guerra ONU/NATO contro la Libia invitiamo alla mobilitazione immediata sotto la prefettura di Terni (piazza Tacito), contro la guerra, l'uso politico ed economico dei bombardamenti "umanitari" e contro Gheddafi ed i suoi (ex)amici e sodali

C I R I S I A M O C O N L E G U E R R E I N F I N I T E D E L C A P I T A L I S M O G I U S T I F I C A T E D A L L A “P R E S E N Z A” D E I D I

prima Siad Barre, poi Saddam Hussein 1, poi Slobodan Milosevic,

poi Bin Laden 1, poi Saddam Hussein 2, poi Bin Laden 2,

e poi - per il momento - Muammar Gheddafi, e poi…………?


Schiacciati fra la grande superpotenza capitalistica degli USA genitrice storica anche di ben altri tiranni (ogni riferimento a Adolf Hitler non è casuale, ndr.) e la “cattiveria” pertinente e peculiare di un lunghissimo elenco di governanti non democratici, ci si chiede ancora una volta: di accettare e condividere gli ennesimi atti di guerra che si stanno per realizzare; di “arruolarci” nell’esercito del pensiero unico che prevede si facciano guerre umanitarie, necessarie, esportatrici di democrazia quale panacèa dei mali del mondo.

E a proposito di democrazia, quale dignità ed autorevolezza umana, politica, civile (nel senso di civiltà) può avere una nazione come gli Stati Uniti d’America (nella quale vige ancora la pena di morte) nell’imporre al mondo intero il suo modello di “democrazia” con bombe & affini?! Le ragioni (per chi ha ancora un po’ di cervello proprio) sono evidenti e nemmeno vale la pena ricordarle nei dettagli; basta solo pronunciare le parole petrolio, gas e fonti energetiche in genere, materie prime, mercati di produzione e di consumo.

E allora si può anche capire (non certo condividere) perché subpotenze coloniali da sempre come l’Inghilterra dell’odierno Primo Ministro inglese Cameron e come la Francia del Presidente pro-tempore Sarkozy stiano risultando i più convinti ed interessati complici dell’imperialismo ameriKano nel’operazione-LIBIA.

E il supererotico Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana, Silvio Berlusconi, come ne sta uscendo insieme al suo governo dalla paradossale contraddizione tra gli accordi di amicizia col popolo libico e con Gheddafi (che prevedono all’art. 4 che mai e poi mai l’Italia si sarebbe messa al fianco di qualsivoglia aggressore della Libia) e la concessione delle basi NATO presenti in ogni angolo d’Italia per andare a bombardare i Libici “cattivi” e salvando i Libici “buoni”?

Ma si sa che l’Italia - patria di tanti Machiavelli - è stata sempre maestra nell’esercitare i mestieri del meretricio e del voltagabbana: sia in epoca monarchica-sabauda (1^ e 2^ guerra mondiale) che in epoca repubblicana (guerra alla Serbia, guerra all’Irak). E dopo il suo vassallaggio comperato dagli USA con l’acquisita entrata italiana nel Patto Atlantico e nella NATO del 1949, cosa si può pretendere dai governi italioti e da quasi tutte le passate e presenti-presunte opposizioni, anche di “sinistra” come si autodefiniscono?

E infatti, anche OGGI abbiamo visto come gli ascari di ogni risma si siano affrettati, dietro il paravento della risoluzione ONU, a dare il proprio consenso parlamentare e formale all’operazione-LIBIA; e lo hanno fatto in coro - cosa ancor più grave, subdola ed ipocrita - nel clima creato ad arte intorno ai festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia e per l’unione patriottarda intorno al vessillo tricolore: non c’è forse da preoccuparsi nel caso-LIBIA delle aspirazioni neo-colonialiste attuali dopo quelle esercitate effettualmente sulla medesima Libia, prima nel 1911-12 e poi, nel periodo fascista della 2^ guerra mondiale? Se la superpotenza USA continua nel suo imperialismo e i sub-complici anglofrancesi hanno motivo di intervenire, come stanno facendo, in questa mano di poker (della serie:“piatto ricco mi ci ficco”), l’Italietta di Berluska per un verso e di Bersani per l’altro a cosa mira? I c.d. conflitti di interessi dell’uno come si sposano con le “mani pulite” e le maniche di camicia arrotolate dell’altro? Il tutto, poi, mentre sul mondo intero incombe attualmente l’ombrello nucleare giapponese di Fukushima, cosa ormai di second’ordine per molti liberi pensatori. Ahinoi!

Terni, 19 marzo 2011 Edoardo Palombi, Esecutivo provinciale confederazione cobas Terni

giovedì 17 marzo 2011

ENNESIMA VERGOGNA !! Il 17 marzo 2011 non è festività.

17 marzo 2011

Accontentati Confindustria, Lega e Funzione Pubblica.

Il 17 Marzo non sarà per i lavoratori e le lavoratrici italiani/e una festività e a questa sorte non sfuggiranno anche i dipendenti della Pubblica Amministrazione illusi da un articolo de “Il Sole 24 ore” che parlava di una sorta di privilegio "per i fannulloni" con un giorno di ferie in più per il 2011.
Si è perfino scomodata la Funzione Pubblica che ha emanato una cervellotica circolare per richiamarci tutti e tutte al nostro dovere: produrre fino a 70 anni e poi crepare!

Il 17 Marzo non sarà dunque una festività infrasettimanale aggiuntiva, ma sarà pagata con quella del 4 novembre, che, in quanto già soppressa, era stata finora messa in conto ferie, o congedo, o permesso (tutto, ovviamente retribuito), o in alternativa retribuita se non goduta come ferie, o permesso, o congedo.
Le varie forme di trattamento del 4 novembre e delle altre 3 festività soppresse varia da contratto a contratto e da lavoro pubblico a privato.Ma quest’anno, usufruendo del 17 marzo come festività infrasettimanale, il 4 novembre viene cassato come festività soppressa e quindi come trattamento cui aveva finora dato luogo. Nel 2012 tutto ritornerà come è stato fino al 2010.

La polemica di palazzo sul 17 Marzo festa dell'unità nazionale si conclude con una beffa, infatti se il lavoratore sarà in servizio percepirà lo straordinario festivo come previsto dal suo contratto. E in busta paga a novembre? Niente ovviamente perché aggiungere una festività a quelle soppresse sarebbe stato un “grave danno economico” per un' Italia che invece sperpera soldi con due elezioni days (amministrative e referendum in due date diverse = costo aggiuntivo di 350 milioni di euro) oppure per costruire un sistema giudiziario a tutela e protezione del conflitto di interessi del Presidente del Consiglio.
Per concludere, se il contratto nazionale prevedeva, vedi il commercio, il pagamento di una giornata in più per la festività del 4 novembre non coincidente con la domenica, il lavoratore o lavoratrice non percepirà niente perché quel giorno sarà compensato dal 17 marzo.


Il 17 marzo è una falsa festa che i lavoratori e le lavoratrici “fannulloni/e” si pagheranno da soli!

150° dell’Unità d’Italia: occasione ghiotta per l’italo-imperialismo

Nell’approssimarsi del 150° dell’”unità” d’Italia, da destra e da “sinistra” non si perde occasione per sventolare bandiere tricolori, cantare l’inno nazionale, inneggiare alla patria e alla nazione (tranne i leghisti che si tengono appartati nel chiuso del loro localismo razzista e reazionario). In tutto questo trambusto nazionalistico (che prepara, di solito, avventure guerrafondaie: la Libia è vicina…), ovviamente poco o nulla si dice di quello che fu, storicamente, la nascita dell’Italia unita.

Il 17 marzo 1861 il Regno di Sardegna assunse il nome di Regno d’Italia, in seguito all’annessione del grosso dei territori degli stati pre-unitari. Si attuò, così, l’unificazione politica parziale della penisola italiana da parte della nobiltà e della borghesia piemontesi.

Non vi fu, pertanto, la costituzione di una nuova entità statuale, bensì un semplice cambio di denominazione del precedente Stato piemontese. La prima convocazione del parlamento italiano avvenne, in ogni caso, il 18 febbraio 1861. Nel gennaio 1861 si erano tenute le elezioni per il primo parlamento unitario. Su quasi 26 milioni di abitanti, il diritto a votare fu concesso dai nuovi governanti solo a 419.938 persone (circa l’1,8%), sebbene soltanto 239.583 si recassero a votare; alla fine i voti validi si ridussero a 170.567, dei quali oltre 70.000 erano di impiegati statali. Vengono eletti 85 fra principi, duchi e marchesi, 28 ufficiali, 72 fra avvocati, medici ed ingegneri.

Quest’anno si celebra dunque il 150° anniversario non dell’”unità” d’Italia, ma della piemontesizzazione del paese sotto l’egida monarchica (Vittorio Emanuele II è il primo re d’Italia nel periodo 1861-1878), che affossò i vari progetti federalistici (D’Azeglio, Ricasoli, Cattaneo), repubblicani unitari (Mazzini) e socialisteggianti (Pisacane)[1].

L’Italia come la conosciamo oggi sorse, in realtà, più tardi. Nel 1866, a seguito della terza guerra di indipendenza, vengono annessi al regno il Veneto (che allora comprendeva anche la Provincia del Friuli) e Mantova sottratti all’Impero Austro-Ungarico. Nel 1870, con la presa di Roma, al regno viene annesso il Lazio, sottraendolo definitivamente allo Stato della Chiesa. Roma diventa ufficialmente capitale d’Italia (prima lo erano state nell’ordine Torino e Firenze).

Il tratto caratteristico del processo di unificazione italiana, quello anti-proletario e sanguinario, è dato dalla questione meridionale. Il primo atto di Garibaldi dopo il suo sbarco sul continente napoletano fu la distribuzione ai contadini delle terre demaniali, il che gli assicurò il loro appoggio alla sua marcia trionfale su Napoli. Subito dopo l’annessione del napoletano al regno d’Italia, quelle misure furono revocate, sancendo la frattura storica e sociale tra risorgimento borghese e masse contadine meridionali. Essa si manifesta drammaticamente prima con la brutale repressione bixiana della rivolta contadina in Sicilia (Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi ecc. nel 1860); e, subito dopo, con il c.d. brigantaggio meridionale e la sua repressione (1861-1865). Si tratta di una vera e propria guerra civile dei contadini del sud contro le forze di occupazione coloniale piemontesi (200.000 soldati, cioè la metà dell’esercito italiano dell’epoca), la quale vedrà più caduti in combattimento di tutte le battaglie delle tre guerre d’indipendenza contro l’Austria insieme considerate (ai quali occorre aggiungere le vittime di azioni di rappresaglia contro la popolazione civile, i 2.000 uomini fucilati perché trovati in possesso di armi, e i 20.000 prigionieri condannati alla deportazione o ai lavori forzati). Solo nel 1865 la rivolta è spenta nel sangue, lasciando i contadini dell’Italia meridionale in uno stato di disperata rassegnazione; e i grandi proprietari terrieri semi-feudali del sud saldamente al potere, protetti dalle baionette piemontesi, con al suo fianco una tremebonda e debole borghesia (agraria, commerciale e industriale).

L’unificazione dell’Italia porta il marchio d’origine dell’accumulazione tipica del regno di Sardegna, che è quella che imporrà i suoi tratti distintivi ai centri concorrenti lombardi e liguri, e a tutti gli altri dell’Italia centro-meridionale. L’accumulazione capitalistica del regno di Sardegna è perfettamente personificata ed esemplificata dalla figura di Camillo Benso conte di Cavour: da nobile proprietario di terreni coltivati a riso, li trasforma in azienda capitalistica risicola; e, coi profitti della vendita del suo riso, investe in una fabbrica di candele e partecipa alla fondazione di una Banca di Sconto.

Il risorgimento liberale si attuerà, come si è detto, nella forma di una “piemontesizzazione” dell’Italia, cioè di una ascesa al potere della borghesia piemontese moderata senza una vera e propria rivoluzione borghese, dalla quale emergerà, come strato sociale dominante, quello dell’aristocrazia (fondiaria) imborghesita. La politica economica avviata dal Cavour subordinerà lo sviluppo manifatturiero ed industriale a quello di una agricoltura esportatrice di derrate alimentari per il mercato europeo. Tale politica favorirà la trasformazione capitalistica dell’economia agraria padana e di alcune delle più avanzate fattorie del centro (es. in Toscana); nel mentre conserverà intatto l’assetto cerealicolo-latifondistico del sud.

La sconfitta di tutte le tendenze borghesi repubblicane (Mazzini e Cattaneo in testa), suggella così la sconfitta del modello industriale di accumulazione capitalistica originaria (tipico dell’Inghilterra), a favore di un modello agrario di matrice sociale aristocratico-latifondista.

Altro segno indelebile del modello piemontese di accumulazione originaria è quello dato dal “problema finanziario”. Tale problema non sorge per l’arretratezza e il sottosviluppo dell’economia italiana dell’epoca, bensì per la volontà politica dell’oligarchia governativa dell’Italia post-unitaria di non caricare di imposte dirette i redditi delle classi proprietarie di cui essa è espressione. Soprattutto nasce dal fatto che il nuovo stato unitario si è accollato i pesantissimi deficit degli stati pre-unitari, riconoscendo tutto il loro debito pubblico, che avrebbe invece potuto cancellare, avendo esso distrutto tali stati. Ma i titoli del debito pubblico dei territori ex-borbonici ed ex-pontifici annessi al nuovo regno sono detenuti per la maggior parte da quei grandi proprietari terrieri semi-feudali i cui diritti acquisiti i liberali piemontesi si sono impegnati a rispettare; e in parte minore, sono detenuti da banche francesi, i cui interessi sono diventati intangibili in séguito all’alleanza piemontese con Napoleone III. In conseguenza di tutto ciò, le spese del nuovo regno vengono ad essere sin dall’inizio assai superiori alle sue entrate, tanto che, per far fronte al deficit, devono essere emessi in continuazione nuovi titoli del debito pubblico, i cui interessi (molto elevati per renderne possibile la collocazione in una situazione di sfiducia verso le possibilità dello Stato unitario) allargano a loro volta il deficit, in un drammatico circolo vizioso.

Il marchio d’origine del capitalismo italiano sarà la commistione tra rendita parassitaria, interesse speculativo e profitto assistito dallo Stato; il tutto assicurato dal super-sfruttamento del proletariato, soprattutto meridionale, nonché della sua componente femminile e minorile. Armatori e commercianti tentano una breve e fallimentare politica coloniale (1869-1896), che non ha basi industriali sufficienti di supporto. Si potrebbe dire, in definitiva, che quello italiano non è tanto un capitalismo senza capitali (o senza materie prime), bensì un capitalismo senza veri e propri capitalisti industriali, e con un proletariato super-sfruttato ma con un bagaglio di lotta di classe pluri-secolare.

La mancata formazione in Italia di una vera e propria classe di imprenditori industriali è strettamente legata alla mancata rivoluzione borghese in Italia. Mancata, non a causa di una passività – che abbiamo visto non esserci affatto stata – dei contadini, bensì delle titubanze e dei timori della nascente borghesia italiana a prendere la testa dei moti rivoluzionari contadini. Titubanze nei confronti della nobiltà, cui la giovane borghesia italiana era legata mani e piedi fin dall’epoca dei comuni, delle repubbliche marinare e del rinascimento. Timori nei confronti dei contadini, in quanto quest’ultimi, occupando i latifondi e lottando per il mantenimento degli usi civici, contrastavano la privatizzazione dei terreni, che era invece la bandiera della borghesia, e avrebbero potuto trascendere in rivendicazioni comunistiche di abolizione della proprietà privata stessa.

- Bontempelli, Bruni: Storia e coscienza storica, Vol.3, Milano, Trevisini Editori.

- Wikipedia: voce Regno d’Italia (1861-1946).

- Agire per capire, capire per agire: L’accumulazione primitiva in Italia (1347-1896)

V. anche: Femminismo a Sud, Ma chissene frega dell’unità d’Italia


[1] Da ricerche molto recenti, è emerso che Cavour, nei suoi progetti originali, prevedeva tre stati distinti per la penisola: un Regno D’Italia comprendente tutto il nord, dal Piemonte alla Dalmazia, fino al centro sotto il dominio Sabaudo; un Regno del Centro composto dal Lazio e parte di Umbria e Toscana, sotto il dominio di un Bonaparte e infine un Regno dell’Italia Meridionale, sotto la corona borbonica, comprendente il territorio del regno duosiciliano ampliato tuttavia delle Marche e di parte del Lazio meridionale. Tali progetti, previsti negli originali segreti degli accordi di Plomberies con l’Imperatore Napoleone III, sarebbero tuttavia naufragati sia a causa dell’opposizione dei Savoia stessi, sia da quella di Garibaldi e dei mazziniani e persino dal Re Francesco II delle Due Sicilie, che non voleva acquisire territori appartenenti allo Stato Pontificio. V. Arrigo Petacco, Il Regno del Nord , Milano, Mondadori, 2009.

CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA GIANCARLO LANDONIO

martedì 15 marzo 2011

RIFIUTIAMO LE PROVE INVALSI PERCHE’…

  1. perché i risultati dei quiz saranno direttamente collegati ai nostri stipendi

  2. perché i soldi per il merito di pochi vengono dal blocco degli scatti di tutti

  3. perché gli INVALSI sono quanto di peggio abbia prodotto la didattica ministeriale negli ultimi anni

  4. perché i soldi per il merito sono stati pagati dalle migliaia di colleghi precari che hanno perduto il lavoro

  5. perché la scuola è ben più che un addestramento ai quiz

  6. perché non si può parlare di qualità mentre si tagliano migliaia di miliardi alla scuola pubblica

  7. perché il potere dei Dirigenti nelle scuole ne uscirà rafforzato

  8. perché rappresentano un tassello centrale della legge Brunetta

  9. perché gli INVALSI sono del tutto inadeguati a misurare la qualità di un docente

  10. perché oggi sta a noi difendere la libertà di insegnamento

Le prove INVALSI non sono obbligatorie …

Non scaviamoci la fossa da soli!

Rifiutiamo le prove INVALSI – Blocchiamo la Brunetta nella scuola

CARRIERA DOCENTI: SI FARA’ PER LEGGE

UN ANNO DECISIVO

Dopo il 2000 e la bocciatura del Concorsaccio di Berlinguer, ottenuta grazie alla mobilitazione dei docenti e del sindacalismo di base, il governo sta tentando da mesi di arrivare alla differenziazione di carriera e di stipendio tra i docenti della scuola.

Per capire ciò che sta succedendo, forse è utile ripercorrere alcune tappe.

Ottobre 2009: la ormai famigerata legge Brunetta, la 150, stabilisce per il pubblico impiego il principio della retribuzione in base alla performance individuale e, riconoscendo la peculiarità del lavoro docente, annunciava (art.74 c.4) un decreto ad hoc che ne avrebbe stabilito le modalità di misurazione. Qualunque sarà il criterio, si dovrà comunque distribuire il salario accessorio in questo modo: 25% dei docenti “fannulloni” a priori (nessun salario accessorio), 25% fascia alta (prendono il 50% del salario accessorio), 50% fascia media (si dividono il restante 50% del salario accessorio).

Giugno 2010: decine di migliaia di scrutini bloccati in tutta Italia; i docenti italiani rispondono in massa alla sciopero lanciato dai Cobas contro il blocco degli scatti di anzianità e del contratto, mostrando al ministero che la categoria non ci sta ad essere ulteriormente impoverita e presentata all’opinione pubblica come fannullona.

Novembre 2010: la Gelmini annuncia che verrà restituito uno scatto di anzianità per l’anno in corso (naturalmente i sindacati confederali presentano la vittoria come frutto della loro contrattazione) e contestualmente annuncia l’evento epocale: i docenti saranno pagati in base ai risultati. Prudentemente (memori della sconfitta di 10 anni prima) vengono avviate delle sperimentazioni in alcune province (in entrambe le prove INVALSI hanno un ruolo centrale) in modo da individuare “in collaborazione con il corpo docente” le modalità migliori del merito; le OO.SS concordano e chiedono che il tutto sia inserito per via contrattuale e non per legge. Intanto CGIL-CISL-UIL firmano il contratto per le scuole private: è prevista la differenziazione di carriera per i docenti. Nelle scuole parte anche la campagna Cobas anticollaborazionismo e si concretizza il blocco diffuso e massiccio delle gite scolastiche.

Dicembre 2010 – febbraio 2011: le scuole respingono in massa le sperimentazioni proposte dal ministero; centinaia di Collegi Docenti interpellati dicono NO all’unanimità o a larghissima maggioranza; è una sconfitta bruciante per il MIUR e anche per i sindacati concertativi che dimostrano di non essere in grado di controllare la categoria.

Febbraio 2011: esce il decreto applicativo annunciato dalla legge Brunetta; mentre si ribadiscono i criteri economici – base della Brunetta (Art. 3: viene vietata «la distribuzione in maniera indifferenziata o sulla base di automatismi» degli incentivi salariali), niente ancora ci viene detto su come verrà misurata la performance dei docenti italiani: sarà infatti il Ministero dell’Istruzione insieme alla Commissione per la valutazione del pubblico impiego (una Commissione istituita dall’art. 13 della legge Brunetta) a stabilire «le fasi, i tempi, le modalità, i soggetti e le responsabilità del processo di misurazione e valutazione della performance»(Art. 5). Qualcosa però si capisce:

Art. 2 c. 2: si dice che i criteri di misurazione saranno «strettamente connessi al soddisfacimento dell’interesse dei destinatari dell’attività e dei servizi»; sembra di capire che (così come era previsto nelle sperimentazioni) si farà ricorso a questionari di gradimento rivolti sia agli studenti che alle famiglie (una delle locuzioni più usate ultimamente dal MIUR è quella di “reputabilità professionale dei docenti”).

Art. 2 c.3 : la strategia è di mercato e come tale deve stare sul mercato; ecco quindi che condizione essenziale della misurazione della perfomance è che «le istituzioni assicurano la massima trasparenza delle informazioni concernenti le misurazioni e le valutazioni della performance»; i >”clienti” dunque devono ben conoscere i prodotti verso i quali dirigere le proprie scelte e i “misurati” devono ben sapere di correre il rischio di essere esposti a una gogna pubblica.

●si capisce inoltre che, benché non siano citati esplicitamente, i risultati delle prove INVALSI giocheranno un ruolo predominanteGli obiettivi del personale docente […] sono individuati […] tenendo conto dei risultati di apprendimento»)

● la valutazione sarà inoltre collegata al «contributo della performance individuale all’istituzione scolastica di appartenenza, alle competenze dimostrate ed ai comportamenti professionali e relazionali» (Art.7)

Febbraio 2011: il MIUR risponde al blocco delle gite e Ministri Gelmini e Brambilla stanziano 6 milioni di euro per le gite scolastiche

Febbraio 2011: esce il Decreto Milleproroghe che prevede una ristrutturazione dell’apparato nazionale di valutazione così articolato:

● INDIRE: con funzioni di sostegno al miglioramento e all’innovazione didattica

INVALSI: con funzioni di predisposizioni delle prove standard

corpo ispettivo: viene riorganizzato ampliandone le funzioni “finalizzate alla valutazione della scuola”, anche se l’organico resta uguale (circa 300 ispettori per il territorio nazionale)

Marzo 2011: pare che il Ministero, incurante di centinaia e centinaia di NO, abbia deciso di avviare comunque le sperimentazioni con quella manciatina di scuole che hanno aderito.

Aprile-Maggio 2011: sarà emanato un regolamento in base al quale, finalmente, si saprà in base a cosa saranno conteggiati gli stipendi dei docenti italiani.

Tirando le somme: tra circa due mesi sapremo nel dettaglio come sarà organizzata la valutazione dei docenti; incrociando però il contenuto delle sperimentazioni della Gelmini, il Decreto attuativo della Brunetta, la legge Brunetta stessa e il decreto mille proroghe possiamo dire con una più che buona probabilità che:

● il 25% dei docenti sarà dichiarato, a priori, fannullone; il restante 75% per cento si dividerà, con una graduatoria interna, il salario accessorio

● sarà fatta una graduatoria pubblica delle scuole e dei docenti

● saranno valutate le scuole attraverso i test INVALSI e le ispezioni ministeriali

● un ruolo nella valutazione dei docenti sarà certamente riservato ai dirigenti, così come prevede la Brunetta

● un ruolo sarà giocato anche dai questionari di gradimento indirizzati a studenti e famiglie

BRUNETTA E LA GELMINI CONTINUANO A DIRE CHE TUTTO QUESTO E’ FINALIZZATO AD INNALZARE LA QUALITA’ DELLA SCUOLA ITALIANA; NOI, CHE TUTTI I GIORNI SIAMO DENTRO AL SCUOLA, DICIAMO CHE SOLO UNA COSA E’ CERTA: TUTTO QUESTO PEGGIORERA’ LA QUALITA’ DELLA SCUOLA, COSI’ COME E’ STATO IN TUTTI QUEI PAESI CHE HANNO INTRODOTTO PROVE STANDARDIZZATE LEGATE ALLA MISURAZIONE DELLA QUALITA’

UN MODO PER FERMARLI C’E’…

BOICOTTIAMO LE PROVE INVALSI (CHE NON SONO OBBLIGATORIE)

BLOCCHIAMO LA BRUNETTA NELLA SCUOLA!

150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA, RIMOSSO IL GIUDICE LUIGI TOSTI IN NOME DEL PAPA RE!

« Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri »

G. Orwell

Ieri 14 marzo la Cassazione con la sentenza 5924 sembra aver dato corpo al principio di uguaglianza rappresentato da Orwell ne “la fattoria degli animali”: tutte le religioni sono uguali, ma una, quella cattolica, è più uguale delle altre in quanto è l’unica a poter svettare sopra le teste dei giudici dei tribunali. Luigi Tosti è stato rimosso dalla magistratura per aver rivendicato la laicità dei tribunali della Repubblica italiana ed aver chiesto in subordine di poter esporre la menorah ebraica.

La Cassazione ha riconfermato la pavidità della magistratura italica per quanto riguarda i privilegi di quella che con i patti lateranensi del 1929 tra l’uomo della provvidenza, cavalier Mussolini Benito e papa pio IX fu definita religione di Stato. Un provvedimento gravissimo dal punto di vista del diritto in quanto sancisce il privilegio di un simbolo religioso, il crocifisso appunto, nei confronti di qualsiasi altro simbolo religioso (con una discriminazione diretta al simbolo ebraico della menorah) e soprattutto riguardo alla necessaria laicità e neutralità degli spazi in cui si amministra la giustizia nel nostro paese. Verrebbe da dire che le sentenze sono pronunciate in nome del popolo italiano e sotto l’ala inquisitoriale del crocefisso.

In Italia la presenza dei crocefissi nei tribunali non ha alcuna legittimazione normativa e -come succede in alcune aule scolastiche- è frutto non della storia né della tradizione del nostro paese, ma della nefasta alleanza clericofascista che portò ai patti Lateranensi dell’11 febbraio del 1929. Infatti il fascista Alfredo Rocco, ministro della giustizia e degli affari di culto con la circolare 2134/1867 del 29/05/1926 chiudeva la fase laica dell’unità d’Italia apertasi il 20 settembre 1870 con la breccia di Porta Pia, con la fine del potere temporale del Vaticano e Roma capitale, esprimendo bene quel nuovo clima d’intesa tra fascisti e Pio XI, attraverso il concetto di restituzione del crocefisso: “prescrivo che nelle aule di udienza, sopra il banco dei giudici e accanto all’effige di Sua Maestà il re sia restituito il Crocefisso, secondo la nostra antica tradizione”. Si tratta quindi dell’invenzione di una tradizione e dell’intervento fascista nelle libertà civili e nei simboli.

Inoltre si fa uso di un ossimoro che se non fosse indecente potremmo definire ridicolo: la croce sarebbe un simbolo laico. A parte l’offesa a quel simbolo religioso è chiaro che esiste una polisemia dei simboli, ma è altrettanto chiaro a qualunque scolaretto che il valore predominante del crocefisso è quello religioso e che si trasforma in laico solo per legittimare una violazione dei diritti individuali e della laicità dello Stato.

Luigi Tosti è stato rimosso dalla magistratura in quanto non ha accettato discriminazioni e ha lottato per un principio fondamentale, quello della laicità dello stato ribadita dal parere della stessa Corte Costituzionale 203 del 1989 sulla laicità “garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà religiosa in regime di pluralismo confessionale e culturale”, che sottolineava anche che “il principio supremo della laicità dello stato è uno dei profili della forma stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica”.

Il provvedimento di ieri, che invece di rimuovere un simbolo particolare dalle aule dei tribunali ha rimosso il giudice che rivendicava laicità dello stato e libertà soggettive avviene alla vigilia del pronunciamento della Grande chambre della CEDU-Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che dovrà porre la parola definitiva sul caso Lautsi-Albertin i genitori che avevano chiesto che i loro figli potessero crescere in aule non connotate dall’invasività simbolica e prepotente del crocefisso cattolico. Avviene anche alla vigilia di quel 17 marzo che ricorda i 150 anni dell’unità d’Italia, costruita attraverso l’uscita di scena del potere temporale della chiesa cattolica e dello stato pontificio. Dopo 150 anni i giudici della Cassazione sembrano inchinarsi davanti alle insegne del Papa Re. Un brutto segno per ricordare l’Unità.

A Luigi Tosti esprimo la più totale e completa solidarietà ricordando a tutti che in Italia si può essere licenziati perché siamo tutti uguali, come ci ricorda la Costituzione, ma alcuni sono più uguali degli altri, come ci ricorda la Cassazione.

Franco Coppoli, Cobas della scuola, Terni

martedì 1 marzo 2011

SABATO 12 MARZO RIUNIONE DI COSTITUZIONE DEL COMITATO PER I SI AI REFERENDUM PER L’ACQUA BENE COMUNE E CONTRO IL NUCLEARE

La CONFEDERAZIONE COBAS di Terni propone l’apertura immediata della campagna referendaria “vota SI contro il Nucleare”, affiancandola a quella dei “SI per l’acqua bene comune”, considerando grave l’assoluta assenza di comunicazione ufficiale sul prossimo voto referendario, di cui il governo non ha ancora fissato la data della consultazione, né dato risposta sull’accorpamento con le elezioni Amministrative. Si ricorda che l’ultima data possibile per la consultazione referendaria è il 12 giugno!

SABATO 12 MARZO ALLE ORE 15.00 NELLA SEDE COBAS PRESSO IL CENTRO SOCIALE GERMINAL CIMARELLI IN VIA DEL LANIFICIO 19 A TERNI si terrà la RIUNIONE COSTITUTIVA DEL COMITATO REFERENDARIO ACQUA/NUCLEARE.
La riunione sarà operativa, si chiede di portare materiali di informazione,creatività ed idee per coinvolgere ed informare la popolazione. Associazioni, sindacati, partiti e cittadini sono invitati ad intervenire e partecipare per creare iniziative e mobilitazione in favore dei SI ai referendum, per coinvolgere ed attivare dal basso la cittadinanza nel poco tempo che ci separa dalla consultazione referendaria.
Parleremo anche:
1. della manifestazione nazionale del 26 marzo 2011 a Roma: “VOTA SI AI REFERENDUM PER L’ACQUA BENE COMUNE! SI PER FERMARE IL NUCLEARE, PER LA DIFESA DEI BENI COMUNI, DEI DIRITTI , DELLA DEMOCRAZIA”
2. della Mobilitazione Antinucleare Nazionale nella settimana dal 25 Aprile al 1° Maggio, in cui cade il 25° Anniversario della tragedia di Cernobyl.

QUESTI REREFERENDUM SONO SEMPLICI, IMPEGNANO DIRITTI E BISOGNI INALIENABILI: LA VITTORIA DEI SI COMPORTERA’ RISULTATI IMMEDIATI E CONCRETI PER LA COLLETTIVITA’: UN PASSO AVANTI PER SCONFIGGERE I PREDATORI DELL’UMANITA’ E DELL’AMBIENTE.

Terni 1 marzo 2011
Confederazione COBAS