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sabato 29 marzo 2014

La Repubblica e il #14dic2010


di Studenti e studentesse della Sapienza

Prendiamo parola indignati in risposta ad un articolo del quotidiano La Repubblica sull'apertura del processo sul 14 dicembre 2010: una mistificazione faziosa della realtà, ma la potenza di quella giornata di conflitto e dignità non si può cancellare. Ed evidentemente fa ancora paura.
“Gli studenti si stanno riappropriando delle piazze in tutta Italia, dalle grandi metropoli alle cittadine di provincia, per opporsi alla riforma della scuola voluta dal ministro Mariastella Gelmini”. C’era un tempo in cui “La Repubblica”, diretta da Ezio Mauro, idolatrava gli studenti. Non che la cosa ci importasse particolarmente, anzi. Gli unici motivi che all’epoca spinsero il quotidiano a pubblicare continue marchette editoriali nei confronti del movimento dell’Onda erano legati all’impotenza e alle incapacità dell'antiberlusconismo di una certa sinistra, assieme alla speranza che gli studenti potessero veramente spazzarlo via dalla scena politica.
Cose che ci erano già molto chiare all’epoca, quando durante le occupazioni delle facoltà ci trovavamo spesso assediati dai giornalisti di questa impresa giornalistica, pronti a narrare in maniera epica anche il più insignificante degli accaduti. “Ti prego, posso farti una foto mentre bevi il caffè sotto lo striscione?”. “No, levate”. "Ti prego, lo facciamo per dare visibilità alla vostra protesta" "Levate". E così per loro siamo diventati degli eroi da osannare con l'occupazione del Colosseo e degli altri monumenti in tutto il paese, da venerare durante la contestazione davanti al Senato. Poi la fine del governo Berlusconi, Repubblica festeggia e si allinea alle politiche di austerità di Mario Monti e della Bce, diventando la più grande sostenitrice dei tagli. Da quel momento, di qualunque natura siano le mobilitazioni, a prescindere dai fatti, nella rappresentazione mediatica di Repubblica gli studenti in mobilitazione si trasformarono automaticamente in violenti, il book block da splendidi simboli della cultura a pericolosi simboli di violenza, un lancio di uova in pericoloso attentato, i disoccupati in criminali, il movimento No Tav in un’organizzazione terroristica, e i centri sociali in mostri da criminalizzare.
Per questo, leggendo l’articolo pubblicato ieri sul sito di Repubblica, pur non sorprendendoci particolarmente, siamo profondamente indignati. Se da una parte ci viene da sorridere rispetto al palese voltafaccia di convenienza della linea editoriale, dall’altro non possiamo che rimanere schifati di fronte al modo in cui viene presentata la notizia dell’inizio del processo sulla giornata del 14 dicembre 2010.
Innanzitutto i ventisei ragazzi coinvolti nel procedimento sono già stati condannati senza appello dal giornale per aver “trasformato il corteo in una guerriglia urbana”, ignorando volutamente il fatto che il nostro ordinamento giuridico prevede la presunzione d’innocenza fino a condanna definitiva. Altra questione, la mistificazione e la totale decontestualizzazione dei fatti: una insorgenza generazionale di massa, seguita a mesi (o meglio anni) di mobilitazioni diffuse del mondo della formazione, che vide protagonista tutto il corteo, diventa nell'articolo un attacco di piccoli gruppi che, in maniera organizzata, “assaltarono il centro storico”. Mica Montecitorio, dove Silvio Berlusconi aveva appena ottenuto la fiducia al Governo attraverso la compravendita di parlamentari e senatori. E ancora, come se non bastasse, non ritroviamo nell'articolo nessun accenno alle facoltà occupate da mesi, agli studenti in mobilitazione in tutta Italia contro la peggior riforma dell'università che il paese ricordi, ai ricercatori sui tetti, ad una sfiducia contro un governo corrotto che avveniva giorno dopo giorno nelle piazze di tutto il paese. Senza questi fatti, non si può comprendere il 14 dicembre. Ed infatti, quell'articolo non informa, ma criminalizza. Non narra dei fatti, ma riporta la tesi dell'accusa. Chissà se Repubblica si è semplicemente scordata di questi piccoli dettagli o se ha preferito tacerli per meglio portare avanti un'operazione di mistificazione della realtà.
Da segnalare inoltre il maldestro tentativo di far passare come equo questo processo, solo per il fatto che il Pubblico Ministero, Luca Tescaroli, è lo stesso ad aver aperto un procedimento d’indagine contro il poliziotto che il 14 novembre 2012 (e non 2011 come riportato erroneamente da repubblica) colpì ripetutamente e senza motivo (ma questa volta sì che Repubblica specifica “secondo l’accusa”) un manifestante immobilizzato a terra. Cose che dovrebbero succedere sempre, e non solo quando gli atti di violenza perpetrati dalle forze dell’ordine sono talmente chiari ed eclatanti. Non si tratta quindi di un atto di eroismo del Pm, ma di una cosa normale, se vivessimo in un paese democratico. E invece sono innumerevoli le teste spaccate, le costole rotte, gli arresti arbitrari, le torture psicologiche e fisiche, considerate ormai normale amministrazione dalla magistratura e dalle forze politiche.
Il 14 dicembre 2010 in via del Corso non c’erano gruppi organizzati, non c’erano frange che “volevano rovinare un corteo pacifico”, non c’erano buoni e cattivi. C’era, che vi piaccia o meno, un’intera generazione in rivolta contro i politici e i potenti che pianificano la distruzione del futuro, deidiritti e della vita di milioni di persone. A piazza del Popolo c’era il movimento che ha delegittimato il Parlamento dal basso, ben prima del pronunciamento della Corte Costituzionale, che ha provato a difendere ciò che restava dell’università e della scuola pubblica - i dati dell'abbandono scolastico ed universitario sono allarmanti, e sappiamo chi sono i responsabili di questa situazione - un movimento che ha saputo rispondere all’ennesima violenta compravendita di voti per la fiducia con la giusta determinazione e grande dignità.
In quella piazza, noi lo ricordiamo bene, c’erano oltre 100 mila persone (e non certo 20 mila!) decise a non scappare, a non fermarsi davanti alle cariche e ai lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine, a rimanere incordonati per proteggere tutto il corteo dai caroselli dei blindati lanciati a folle velocità contro i manifestanti, rivendicando il diritto di arrivare a manifestare, come in tutto il mondo accade, sotto i palazzi del potere e quindi a Montecitorio. Negli occhi abbiamo le immagini di un fiume di gente incontenibile, che dopo ogni carica ritornava all’attacco superando qualsiasi argine. Ricordiamo le urla e gli applausi con cui la piazza festeggiava il blindato in fiamme e i gruppi di carabinieri messi in fuga a suon di sampietrini. Ricordiamo l’odore acre dei lacrimogeni che quel giorno piovevano a grappoli su piazza del Popolo, ma senza riuscire a scalfire la determinazione di una generazione che ha smesso di accettare passivamente il ricatto della precarietà, la violenza della disoccupazione e dello sfruttamento, la distruzione di scuole ed università.
Per quanto si tenti di mistificarla, è questa la verità che appartiene a una generazione di studenti e di giovani. In tanti, e Repubblica in primis, sembrano avere la memoria corta e in tasca soltanto una verità a tempo determinato: quella che in base alle circostanze del momento fa comodo al governo di riferimento. http://www.dinamopress.it/news/la-repubblica-e-il-14-dicembre-2010

Visite specialistiche: Funzione Pubblica chiarisce come fruire dei permessi. Penalizzati soprattutto i docenti precari


La Funzione Pubblica chiarisce che quando il dipendente dovrà effettuare una visita specialistica potrà ricorrere solo ai permessi per motivi personali o ai permessi orari. Nel caso di concomitanza tra l'espletamento di visite specialistiche, l'effettuazione di terapie od esami diagnostici e la situazione di incapacità lavorativa, trovano applicazione le ordinarie regole sulla giustificazione dell'assenza per malattia.
Il decreto legge 101, convertito nella legge 125 del 30 ottobre 2013 (legge di stabilità) ha modificato il comma 5-ter dell’art. 55-septies del D.Lgs. 165/2001 e ora prevede testualmente:
“Nel caso in cui l'assenza per malattia abbia luogo per l'espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici IL PERMESSO È GIUSTIFICATO mediante la presentazione di attestazione, ANCHE IN ORDINE ALL'ORARIO, rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione O TRASMESSA DA  QUESTI ULTIMI MEDIANTE POSTA ELETTRONICA.”
Il testo della legge sopra richiamata ci aveva lasciati un po’ perplessi perché contiene qualche ambiguità indicando che l’assenza è per “malattia” ma che viene giustificata con un “permesso”.
Così avevamo auspicato un intervento chiarificatore della Funzione Pubblica.
La tanto attesa circolare della Funzione Pubblica (n. 2/2014) è arrivata e il contenuto è molto penalizzante per tutti i dipendenti della scuola e soprattutto per il personale assunto a tempo determinato.
La circolare in questione specifica che per effettuare visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici il dipendente deve fruire dei permessi per documentati motivi personali o in alternativa dei permessi brevi.
La giustificazione dell’assenza avviene mediante attestazione redatta dal medico o dal personale amministrativo della struttura pubblica o privata che ha erogato la prestazione (attestazione di presenza).
Tale attestazione potrà esser inoltrata per via telematica direttamente dal medico della struttura che eroga la prestazione oppure consegnata al dipendente il quale provvederà lui stesso a presentarla alla scuola di appartenenza.
L'attestazione dovrà riportare la qualifica e la sottoscrizione del soggetto che la redige, l'indicazione del medico e/o della struttura presso cui si è svolta la visita o la prestazione, il giorno, l'orario di entrata e di uscita del dipendente dalla struttura sanitaria che ha erogato la prestazione.
Si noti questa precisazione: “l'attestazione di presenza non è una certificazione di malattia e, pertanto, essa non deve recare l'indicazione della diagnosi […] e il tipo di prestazione somministrata”.
La circolare poi specifica che NEL CASO DI CONCOMITANZA tra l'espletamento di visite specialistiche, l'effettuazione di terapie od esami diagnostici e la situazione di incapacità lavorativa, trovano applicazione le ordinarie regole sulla giustificazione dell'assenza per malattia.
In questo caso deve essere il medico curante a redigere la relativa attestazione di malattia che viene comunicata all'amministrazione in modalità telematica e, in caso di controllo medico legale, l'assenza dal domicilio dovrà essere giustificata mediante la produzione all'amministrazione, da parte del dipendente, dell'attestazione di presenza presso la struttura sanitaria (salva l'avvenuta trasmissione telematica ad opera del medico o della struttura stessa). Il ricorso all'istituto dell'assenza per malattia comporta la conseguente applicazione della disciplina legale e contrattuale in ordine al trattamento giuridico ed economico.
In ultimo, la circolare da indicazione nei casi di Terapie continuative e di autocertificazione dell’'attestazione di presenza.
Riepilogando:
  • il dipendente per poter effettuare una visita specialistica deve richiedere permessi per motivi personali (art. 15/2 del CCNL Scuola) o permessi orari (art. 16).
  • A tal proposito vogliamo ricordare che per i dipendenti assunti a tempo determinato i permessi per motivi personali non sono retribuiti (quindi chi dovrà effettuare una visita specialistica e non potrà ricorrere ai permessi orari [es. visita fuori provincia o quando l’orario di lavoro non lo permette] non avrà alcuna retribuzione per quel giorno);
  • NEL CASO DI CONCOMITANZA tra l'espletamento di visite specialistiche, l'effettuazione di terapie od esami diagnostici e la situazione di incapacità lavorativa, trovano applicazione le ordinarie regole sulla giustificazione dell'assenza per malattia. In questo caso l’assenza rientra a tutti gli effetti nella malattia (certificazione online, periodo di comporto, trattenuta “Brunetta”) e l’eventuale assenza al domicilio constata dal medico legale dovrà essere giustificata mediante la produzione alla scuola, da parte del dipendente, dell'attestazione di presenza presso la struttura sanitaria (salva l'avvenuta trasmissione telematica ad opera del medico o della struttura stessa).

LORENZETTI MARIA RITA, LA ZARINA DELL’UMBRIA. Biografia non autorizzata

Chi è davvero Maria Rita Lorenzetti e quali sono state le tappe che l’hanno portata a compiere la sua
ascesa politica?

Quali sono i suoi legami con il mondo dell’economia e cosa resta nell’Umbria di oggi dopo il suo lungo decennio da governatrice?
“La Zarina. Biografia non autorizzata di Maria Rita Lorenzetti” risponde a queste e molte altre domande.
Partendo dall’indagine di Firenze che la vede indagata per associazione a delinquere, corruzione e abuso d’ufficio nella veste di ex presidente della società di progettazione Italferr, l’inchiesta giornalistica ripercorre in 300 pagine la carriera e la vita di questa ex studentessa modello divenuta sindaco di Foligno a soli 31 anni, primo traguardo di un cursus honorum che la vedrà deputata per quattro legislature, presidente della commissione Lavori pubblici della Camera e per due volte governatrice dell’Umbria (dal 2000 al 2010) prima di entrare nel giro delle grandi aziende di Stato grazie al rapporto inossidabile vantato con Massimo D’Alema.
L’analisi di una mole notevole di atti giudiziari e decine di interviste realizzate con persone che l’hanno conosciuta da vicino, rivelandone aneddoti spesso sorprendenti e illuminanti, tratteggiano il ritratto umano, ancor prima che politico, di una personalità dalla fortissima ambizione e attitudine relazionale, ma anche capace di rancori e spregiudicatezze.
Amici e nemici, il giro delle coop e i presunti favori professionali al marito, il sistema dei contributi alle imprese, la gestione non brillante del Comune di Foligno, le toghe rosse perugine.
Questi alcuni degli argomenti affrontati nel libro.
Sono soprattutto gli ampi stralci dell’ordinanza emessa dalla magistratura fiorentina e finora mai interamente divulgati dagli organi di informazione che consentono di avere un quadro completo del sistema di potere, nazionale e regionale, di cui Maria Rita Lorenzetti ha tirato le fila e nel quale cercava altri incarichi di prestigio, a partire dall’Autorità per i trasporti.
Un “dietro le quinte” che rivela anche i pessimi rapporti con Catiuscia Marini, il pressing operato su Enrico Letta per ottenere nuove poltrone, la relazione con il dominus delle coop umbre Giorgio Raggi, i favoritismi nelle Asl e le raccomandazioni all’univesità di Perugia, le relazioni con i cementieri eugubini e l’informazione, passando per il ruolo giocato nelle vicende regionali dai circoli massonici che contano fino ad una rilettura molto critica della ricostruzione post sismica del 97 la cui gestione segnò la svolta decisiva nella carriera della Lorenzetti.
Un altro tema è quello dell’Alta velocità ferroviaria di cui si svela il bluff relativo al project financing e si raccontano i veri motivi per i quali questo progetto presenta in Italia costi giganteschi rispetto a quanto avviene in Germania o in Giappone.
Il libro di Claudio Lattanzi, già autore de “I padrini dell’Umbria” fornisce un ritratto di questo personaggio anche grazie alle interviste e i contributi di: Ernesto Galli della Loggia, Paolo Brutti, Roberto Segatori, Ulderico Sbarra, Fiammetta Modena, Gabriella Mecucci, Roberto Conticelli, Francesco Conti, Stefano Cimicchi, Mario Matarazzi, Germano Mancini, Valentina Armillei, Nicola Miriano, Antonio Perelli.
Da: “Orvietosì.it Il quotidiano di Orvieto e dell’Orvietano”
Recensione di: “LA ZARINA, BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA DI MARIA RITA LORENZETTI”, Claudio Lattanzi, Intermedia Edizioni Via Arno, 86, Orvieto, (TR).

venerdì 28 marzo 2014

linee programmatiche della ministra Giannini al Senato

 Legislatura 17ª - 7ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 80 del
27/03/2014

PROCEDURE INFORMATIVE 
Comunicazioni del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca sulle linee programmatiche del suo Dicastero     

      (...)
            Il ministro Stefania GIANNINI rivolge un saluto informale, oltre che formale, a tutta la Commissione, di cui ha fatto parte in questa legislatura, riconoscendo la qualità e la quantità dei contributi che provengono tanto dalla maggioranza quanto dall'opposizione. Nel ritenere cruciale il ruolo del Parlamento, afferma che nella democrazia parlamentare ciascun Ministro deve rispettare e valorizzare le prerogative parlamentari.
            Rivendica poi che l'attuale Esecutivo, per la prima volta nella storia della Repubblica ha messo l'istruzione al centro dell'agenda politica del Paese, sulla base di una scelta non casuale ma coerente con una precisa visione della società italiana. Nel presupposto che il sistema educativo diventi la leva più efficace per lo Stato e per i cittadini, giudica infatti prioritario perseguire gli obiettivi di crescita civile, sviluppo economico ed equità sociale.
            Rileva peraltro con preoccupazione che il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca è da anni il "Ministero delle emergenze" a causa di una criticità cronica e di un logorio costante nel dettaglio burocratico e amministrativo. Per tali ragioni, uno dei pilastri del Dicastero, la scuola, è afflitta da un precariato stabile ma non stabilizzato che determina una sorta di "guerra tra poveri" e legittima un elenco inesauribile di rivendicazioni.
            Registra altresì che l'università ha dinanzi un allarmante decremento di iscrizioni, anche a causa di un sistema ingessato e incapace di dotarsi di strumenti di programmazione strategica e finanziaria di medio termine. Quanto alla ricerca, pur riconoscendo l'eccellenza dei ricercatori italiani, sottolinea lo scarso coraggio nell'investimento costante e duraturo.
            Afferma inoltre che l'Europa rappresenta il contesto geopolitico di riferimento primario per l'Italia e descrive quattro principi ispiratori della propria azione di Governo: la semplificazione, la programmazione, la valutazione e l'internazionalizzazione. In ordine al primo principio, evidenzia la necessità di resistere alla tentazione dell'ipertrofia normativa, reputando più opportuno concentrarsi sull'attuazione di provvedimenti già approvati e ridurre gli spazi di incertezza. Occorre altresì a suo avviso dotarsi di un orizzonte temporale e finanziario per dare soluzioni strutturali ai diversi problemi, senza rincorrere continuamente le emergenze, in ossequio al principio della programmazione. In merito alla valutazione, pone l'accento sulla esigenza di ridurre i controlli ex ante privilegiando la valutazione ex post, con l'effetto di assegnare risorse in base ai risultati. In ultima analisi, enfatizza il principio dell'internazionalizzazione, in quanto un sistema aperto alla competizione e alla comparazione genera maggiore qualità sul piano didattico, scientifico e strutturale.
            Ciò premesso, passa dunque a delineare gli indirizzi programmatici in materia di scuola, a torto considerata troppo spesso come una spesa, e non come un investimento nel capitale umano del Paese, nella quale gli insegnanti sono visti come dipendenti pubblici demotivati e sindacalizzati, senza tener conto di quale sia in realtà il processo educativo. Assume dunque fin d'ora l'impegno a lavorare in modo che la scuola torni a formare le coscienze dei cittadini adulti di domani, che i dirigenti scolastici siano sostenuti nel loro compito direttivo e di supporto agli insegnanti, e che questi si sentano spalleggiati nel loro ruolo di formazione diretta degli alunni.
Nel ribadire che il Ministero è stato fin da subito gravato dalla improrogabile necessità di risolvere alcune gravi emergenze, menziona il caso dei 24.000 lavoratori ex LSU impiegati nei servizi di pulizia delle scuole, per i quali con il ministro Poletti è in corso di elaborazione un Piano straordinario biennale che consenta la programmazione a più lungo termine di interventi di piccola manutenzione ordinaria nelle scuole, in cui poter utilizzare i lavoratori una volta riqualificati. Cita altresì il personale ATA, nei confronti del quale è stata risolta – grazie anche al contributo del Senato – l’annosa questione delle loro posizioni economiche, evitando che 15.000 lavoratori fossero costretti a restituire somme già percepite nel corso dei precedenti anni scolastici, per mansioni aggiuntive già espletate. Menziona inoltre l'emergenza dell'edilizia scolastica, ricordando che, secondo dati del 2012, oltre 27.000 edifici scolastici sono stati costruiti prima del 1980, che più di 1.400 risalgono ai primi del Novecento e che più di 5.000 sono ospitati in immobili costruiti inizialmente per un altro scopo e pertanto inadeguati. Tiene a precisare che l'azione del Governo su tale priorità non è frutto di una reazione meramente emotiva, ma di un problema strutturale reale. In quest'ottica, sottolinea di aver disposto una proroga di due mesi per consentire a tutti i Comuni e a tutte le Province collocate nella graduatoria dei quasi 700 vincitori, di poter aggiudicare le gare e fare i lavori immediatamente cantierabili che erano già stati indicati precedentemente, per un ammontare di 150 milioni di euro. Annuncia inoltre che il Governo sta predisponendo un Piano pluriennale che porterà a fare interventi in altre 10.000 scuole su tutto il territorio nazionale.
Evidenzia poi che tale complesso procedimento sta funzionando non solo perché sono state individuate le risorse, ma anche perché le procedure di aggiudicazione sono rapide, per cui ne sarà valutata un'estensione anche per gli altri interventi di edilizia scolastica, in conformità al summenzionato principio di semplificazione. A tale ultimo riguardo, si sofferma sull’Anagrafe dell’edilizia scolastica, che permetterà di rilevare un censimento generale delle scuole e di registrare le loro vulnerabilità e i corrispondenti interventi di manutenzione necessari per superarle. A ciò si aggiunge - prosegue il Ministro - l'esigenza di assicurare la sicurezza sui luoghi di lavoro, partendo dall'attuazione del decreto legislativo n. 81 del 2008, rapportato alle specifiche esigenze della scuola.
Nel reputare essenziale dotarsi di strumenti snelli, richiama la governance della scuola e la revisione degli organi collegiali, dove sembra utile garantire la piena funzionalità dell’organo consultivo a livello nazionale, nonché degli organismi necessari ai diversi livelli di intervento locale. Sempre in quest'ottica giudica quanto mai improcrastinabile operare - in stretta collaborazione con il Parlamento - un aggiornamento del Testo unico sulla scuola, risalente al 1994, onde evitare continue stratificazioni normative e garantire la certezza del diritto, semplificando le regole ed eliminando le contraddizioni.
Occorre altresì a suo avviso entrare nel merito dei processi fondamentali che rappresentano l’essenza della scuola e dell’istruzione, insegnare e imparare, nel presupposto che a scuola si trasmettono dottrina e metodo alle nuove generazioni. Puntando alla valutazione dei risultati e dei procedimenti adottati per ottenerli, afferma che ciò è possibile solo dotando il Paese di una scuola moderna nella funzionalità e negli obiettivi e anche nella sua missione fondante. In questo contesto, sottolinea il passaggio da "una scuola per tutti" ad "una scuola di qualità per tutti", in cui il momento della valutazione diventa decisivo, considerando peraltro che nell’ultimo decennio sono stati introdotti i test INVALSI, in modo da svolgere rilevazioni sull’apprendimento, ed è stata garantita la partecipazione dell'Italia alle rilevazioni internazionali. Ritiene comunque che occorra consolidare il sistema di misurazione degli apprendimenti tramite le prove INVALSI, promuovendo un maggior coinvolgimento delle scuole. In proposito, annuncia l'intenzione di aiutare i singoli istituti ad analizzare i propri assetti organizzativi e la qualità dei servizi che erogano, promuovendo in questo modo un ciclo di autovalutazione.
Ricorda poi che, dopo più di un decennio, è stato messo a punto uno specifico regolamento sulla valutazione, n. 80 del 2013, di cui si impegna ad assicurare l'applicazione in tutte le scuole a partire da settembre. Sostiene inoltre che la questione della valutazione e della valorizzazione delle persone sia legata a quella dei contratti, per cui giudica prioritaria una riflessione sul contratto degli insegnanti, in modo che la relativa retribuzione non sia più basata solo sull'anzianità. Parallelamente ritiene opportuno affrontare le nuove modalità di reclutamento dei docenti e valutare, insieme al Parlamento, una modifica del loro status giuridico, unitamente alla predisposizione di nuove regole per la selezione dei dirigenti scolastici.
Dopo aver rilevato criticamente che l'azione del Dicastero è costantemente in bilico tra soccombere all’emergenza o programmare, pone l'accento sull'esigenza pressante di superare il precariato della scuola, che rappresenta un problema rilevante sotto il profilo quantitativo e drammatico per le vite di molte persone e di molte famiglie. Fornisce dunque alcuni dati, secondo cui tra ATA e docenti, il precariato nella scuola arriva a più di mezzo milione di persone: in dettaglio si tratta di circa 50.000 ATA; di poco meno di 170.000 docenti inseriti nelle graduatorie ad esaurimento di I,  II, III fascia e IV fascia aggiuntiva, che costituiscono il cosiddetto "precariato storico" e che verosimilmente grazie al turnover saranno immessi in ruolo nei prossimi dieci anni; di più di 460.000 insegnanti inseriti nelle graduatorie di istituto e utilizzati per le supplenze annuali e fino al termine delle lezioni, di cui 168.000 iscritti nelle suddette graduatorie ad esaurimento; di oltre 10.000 abilitati a seguito del tirocinio formativo attivo (TFA); di quasi 70.000 che hanno maturato titoli di servizio utili all’abilitazione grazie ad un percorso abilitante speciale (PAS); di 55.000 diplomati magistrali; di 40.000 idonei di vecchi concorsi.
L'obiettivo politico necessario per affrontare il problema è a suo avviso il riassorbimento dei precari, fermo restando che, in un’ottica di lungo periodo, devono essere banditi solo concorsi a cattedra. Occorre infatti a suo giudizio predisporre un Piano di medio termine per il reintegro dei precari e il loro inserimento all’interno di "organici funzionali", che permettano ai dirigenti scolastici una miglior gestione delle supplenze e un aumento dell’offerta formativa. Ritiene del resto che l’organico funzionale serva ad affrontare il tema del sostegno e dell’integrazione, assicurando continuità didattica e formazione specifica per le diverse disabilità, e si traduca nella creazione di un gruppo professionale qualificato, operante in una rete di scuole.
Nella consapevolezza che questa strada comporta un significativo impegno finanziario, tiene a precisare che, attraverso una seria due diligence sui costi attuali per le supplenze brevi e l’integrazione degli alunni disabili, si possa arrivare ad un effettivo bilanciamento finanziario rispetto al fabbisogno necessario per l’attuazione dell’organico funzionale di istituto e di rete. Rammenta in proposito che l'articolo 50 del decreto-legge n. 5 del 2012 istituiva l’organico dell’autonomia, ma non è stato ancora pienamente attuato per mancanza di risorse finanziarie.
Invita peraltro a prestare particolare attenzione alla formazione di una nuova generazione di insegnanti, per la quale annuncia l'avvio di un'ulteriore tornata di TFA per il prossimo anno accademico, ritenendo doveroso offrire ai giovani laureati la possibilità di conseguire il titolo abilitativo. Pur giudicando corretto il principio, sotteso al TFA, secondo cui l’abilitazione si ottiene dopo aver dimostrato in aula di avere la preparazione e l’attitudine all’insegnamento, prefigura per il futuro l'introduzione di un modello più snello, basato sull’inserimento di un periodo di tirocinio direttamente nel percorso della laurea magistrale universitaria con cui ottenere anche l’abilitazione.
            Il Ministro rimarca poi che programmare nella scuola vuol dire poter disporre di risorse finanziarie certe e adeguate. In tale ottica, segnala in particolare l'esigenza di reintegrare i Fondi destinati al miglioramento dell’offerta formativa, riportandoli all'ammontare del 2011, che era pari a circa 1,5 miliardi di euro. Ritiene infatti che l'aver dirottato, nell’emergenza, tali risorse su altre finalità, sia pur legate al mondo della scuola, non può adesso giustificare una minore capacità del Ministero e del Paese di investire sulla qualità dell’educazione.
            La disponibilità di risorse è del resto essenziale, prosegue il Ministro, anche per dare un reale regime di autonomia alla scuola, che attualmente non può realizzare i suoi progetti e le sue scelte per i troppi vincoli e per la mancanza di mezzi. Reputa quindi essenziale prevedere l’assegnazione di stanziamenti certi già all’inizio dell’anno scolastico in un budget unico, senza vincoli di spesa, se non quelli fissati dalla scuola e finalizzati al miglioramento dell’offerta formativa, anche con la possibilità di utilizzare contratti d’opera laddove essi siano utili.  
            Sempre al fine di rafforzare l'autonomia scolastica, ritiene importante trasferire il budget orario previsto per il personale e favorire l’utilizzo condiviso di risorse strumentali e umane tra reti di scuole, anche nell'ottica di garantire continuità alle supplenze, nonché la presenza di insegnanti di sostegno specializzati, docenti per l’apprendimento nelle lingue straniere (CLIL) e tecnici di laboratorio.
Il Ministro pone poi l'accento su un altro aspetto della programmazione, legato all'investimento di adeguate risorse sui più piccoli, ampliando l'offerta che oggi vede disparità inaccettabili tra le diverse aree del Paese. Da servizio a domanda individuale, questo segmento va a suo giudizio trasformato in diritto educativo delle bambine e dei bambini. A tal fine, i comuni non devono essere lasciati soli, mentre deve essere pienamente applicato il principio di sussidiarietà. In questo senso, ella garantisce tutto il proprio impegno per favorire una maggiore sinergia tra pubblico, privato ed enti locali, anche incentivando e – laddove possibile finanziando – i meccanismi delle convenzioni, dove lo standard di qualità del servizio è identico indipendentemente dalla gestione. Rammenta del resto che tutti gli studi dimostrano che la dispersione si combatte a partire dai nidi di infanzia e si sofferma in particolare sui dati allarmanti delle Regioni dell'Obiettivo convergenza. Preannuncia pertanto l'intenzione di attivare la gestione dei fondi europei destinati a un grande Piano infanzia.
Infine, ella ritiene che programmazione significhi anche monitorare quello che è già stato deciso, ma non è stato ancora del tutto realizzato. In proposito, cita l'esempio del decreto "Istruzione" (n. 104 del 2013), che ha rappresentato una prima inversione di tendenza nell’investimento in istruzione, ma il cui processo di attuazione tramite decreti ministeriali non è stato ancora completato. Comunica perciò di aver attivato un’azione di monitoraggio dell’applicazione di quei provvedimenti per arrivare in tempi brevi ad un loro efficace utilizzo e assicurare alle scuole e alle università, agli insegnanti e alle famiglie tutte le risorse che lì erano previste, nonché verificare quali azioni necessitano di un ulteriore finanziamento.
Passando all'ultimo capitolo della sua relazione dedicato alla scuola, il Ministro richiama l'esigenza di una scuola aperta, al fine di rispondere alle esigenze degli studenti e di contrastare la dispersione scolastica – la quale si aggira su una media nazionale di oltre il 16 per cento – lasciando le porte aperte oltre l’orario delle lezioni e sviluppando progetti e programmi dedicati.
Una scuola aperta deve essere, a suo giudizio, vicina anche alla disabilità e quindi non esaurirsi nel sostegno a scuola, ma comprendere anche la presenza negli ospedali e nelle case dei ragazzi malati o disabili, per contrastare l’abbandono scolastico dovuto alla malattia e all’ospedalizzazione.
Dopo aver accennato all'importanza che le scuole siano aperte anche al territorio nel quale sono inserite, attraverso attività rivolte non solo agli studenti, ma anche alla cittadinanza, ella invita a vedere la diversità come una ricchezza. In questo senso, la scuola deve essere il luogo dell’integrazione e della creazione di una diffusa cultura del rispetto delle diversità. Ella informa altresì che il Ministero ha attivato percorsi di formazione degli educatori, dei dirigenti scolastici e delle figure apicali dell’Amministrazione, che ella intende proseguire, anche con riferimento alla diffusione della cultura della legalità e del rispetto delle regole.
Il Ministro si sofferma poi sull'importanza dell’alfabetizzazione motoria e sportiva nella scuola primaria, ricordando che l'Italia è tra i Paesi europei con più ragazzi obesi (10 per cento). In proposito, dà conto della collaborazione con EXPO e rammenta che il 2014-2015 sarà l’anno scolastico dell’educazione alimentare.
Ella afferma indi che apertura significa anche tornare ad incoraggiare lo studio della filosofia, della storia dell’arte e della musica, materie sacrificate da tempo nel quadro dei vecchi programmi e diventate assolutamente sporadiche, quando non estinte.
Una scuola aperta significa infine, prosegue il Ministro, una scuola capace di allargare l’orizzonte e lo sguardo, e quindi una scuola primaria, o addirittura dell’infanzia, dove i bambini possano apprendere una lingua straniera attraverso l'insegnamento di una disciplina non linguistica che garantisca la continuità dell’insegnamento per tutto il percorso scolastico.
Dopo essersi soffermata sulla scuola digitale, ella invita a guardare con molta attenzione al mondo del lavoro e dell’impresa, richiamando l'impegno congiunto con il ministro Poletti per l’attuazione della Garanzia Giovani, il piano che mira ad assicurare a tutti i nostri giovani un’offerta qualitativamente valida di lavoro o di formazione entro 4 mesi dall’uscita dal sistema di istruzione formale o dall’inizio della disoccupazione.
            Nel dar conto delle prime sperimentazioni di apprendistato all’interno delle scuole che partiranno proprio nei prossimi giorni, per dare ai ragazzi un’opportunità di lavoro non dopo, ma durante la formazione scolastica, ella sottolinea poi la crucialità dell’orientamento scolastico, inteso quale strumento complementare.
Infine, il Ministro pone l'accento su un aspetto strategico quale la formazione tecnica, preannunciando l'istituzione una struttura interdipartimentale, che possa lavorare con le scuole ed in sinergia con le principali associazioni degli imprenditori per arrivare ad una profonda revisione degli istituti tecnici e ad una ulteriore valorizzazione degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), migliorandone attrattiva e qualità anche attraverso la creazione di poli tecnico-professionali.
Così come nel Novecento gli istituti tecnici hanno formato i tornitori e gli elettricisti che sono stati protagonisti del successo industriale italiano, così oggi gli stessi istituti dovrebbero a suo avviso insegnare ai nostri giovani a stampare in 3D, a tagliare al laser, ad usare Arduino e l’hardware open source, permettendo alla nostra manifattura di essere leader anche nel XXI secolo.

(...)            La seduta termina alle ore 15.

mercoledì 26 marzo 2014

Ora di ricevimento genitori, non è un'ora di servizio

siccome qualche autoritario dirigente scolastico senza autorità prova a mettere in orario l'ora di ricevimento dei genitori....
L'ora di ricevimento genitori, non è un'ora di servizio
La cosiddetta “ora di ricevimento genitori” antimeridiana non è un’ora di servizio o che possa rientrare nell’orario settimanale del docente, per cui l’obbligo di rimanere a disposizione in quell’ora non può che esistere nel momento in cui i genitori manifestano la volontà di avere un colloquio col docente.
In via generale non si può, in assenza di una richiesta di colloquio da parte del genitore, obbligare il docente ad individuare un’ora settimanale in cui rimaner
e a disposizione a prescindere dalla richiesta del genitore.
Non si può altresì impegnare il docente in quell’ora in altre attività a meno che queste ultime non siano retribuite.

In conclusione: se l’ora in questione è stata te indicata come “ricevimento genitori” non potrà essere “occupata” da altre attività (queste ultime infatti non potranno svolgersi se ci sarà un appuntamento con i genitori…), a meno che, appunto, non si concordi che nei giorni in cui non ci saranno genitori svolgerai l’attività di cui al quesito ma solo dietro compenso.

Cobas. La II fascia graduatorie di istituto "stretta" per i diplomati magistrale. Convegno e sit in il 27 marzo

 Negli ultimi vent’anni i governi e i ministri che si sono succeduti alla Pubblica istruzione hanno usato cinicamente i precari della scuola, visto che in media costano il 30% in meno dei docenti ed Ata stabili.

Mai, in particolare, un serio piano di formazione ed immissione in ruolo per i docenti precari, ma la produzione di un continuo conflitto tra “poveri”, messi l’uno contro l’altro con un ingorgo di provvedimenti contrastanti e instabili: graduatorie ad esaurimento (GAE), lauree prima utili per accedere alle GAE e poi improvvisamente inutili, “code” e “pettini”, graduatorie aperte e poi chiuse, I, II e III fascia, TFA, Percorsi Abilitanti Speciali (PAS) ecc...
Emblematica, in questo voluto caos, la situazione dei docenti precari delle elementari. Dopo aver dichiarato che il diploma magistrale è una "qualifica completa" all'insegnamento nella scuola dell'infanzia e primaria in Italia e che (in base all'art. 12 della Dir.2005/36/CE) ha lo stesso valore del titolo introdotto dopo la soppressione dei corsi di istituto magistrale, la Commissione Europea ha ingiunto al MIUR di attestare alle Autorità scolastiche degli Stati dell’Unione Europea l'abilitazione professionale all'insegnamento nella scuola dell'infanzia e primaria per chi possegga tale diploma.
La Commissione ha anche negato che i concorsi abbiano funzione "abilitante" essendo procedure di mero reclutamento per l'assegnazione delle cattedre resesi disponibili. Poi, nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha dichiarato il diploma magistrale titolo abilitante all’insegnamento. Tale importante decisione giudica erroneo quanto fatto dal MIUR tra il 2002 e il 2006, quando (con la Legge27/12/2006, n. 296), trasformando le graduatorie da permanenti ad esaurimento, venne illecitamente negato a decine di migliaia di diplomati l’inserimento nelle liste pre-ruolo. Ed ora, dopo un decennio, la Commissione Europea e il Consiglio di Stato confermano che il diploma magistrale è titolo a tutti gli effetti abilitante per l’insegnamento!
Di conseguenza, i PAS vanno sospesi e ritirati per i docenti con il diploma magistrale: il ché, però, anche se unito al loro inserimento in “seconda fascia”, non è sufficiente in quanto la “terza fascia” di fatto non esisterebbe più.
Il non inserimento nelle GAE dei diplomati magistrali ha recato loro un gravissimo danno al quale si deve porre rimedio: o si riaprono le GAE o per questi lavoratori/trici va disposto immediatamente un serio piano di stabilizzazione. Al di fuori di questo percorso ci sono solo nuove ingiustizie, non più tollerabili. In particolare sono irricevibili alcune ultime proposte, dalla follia della chiamata diretta da parte dei presidi alla sciocchezza di un ulteriore percorso di laurea specialistica. I docenti precari, che per decenni hanno retto sulle loro spalle la scuola pubblica, esigono e meritano il riconoscimento del loro valore professionale e non sono più disposti al gioco dell’”usa e getta” che si vuol continuare a praticare in spregio dei loro diritti!
Su questi temi e con questi obiettivi giovedì 27 marzo a Roma nella Sala Convegni Cesp-Cobas (V.le Manzoni 55), dalle ore 9.30 alle 16, si svolgerà il Convegno nazionale Cesp “Precari nella scuola primaria”. Dalle ore 12 alle 14 il Convegno si sposterà al MIUR per un sit-in e per un incontro con i responsabili del Ministero.

Invalsi, si dimette pure la Stellacci

continua la Dinasty nel baraccone Invalsi: dopo la 

dipartita di Sestito ora fugge dalla nave anche la 

Stellacci. Nelle prossime puntate vedremo come 

regoleranno in conflitto tra la Fondazione Agnelli,

 che parla di premialità alle scuole e non ai singoli

 docenti e la Giannini, ministra della scuola privata, 

che vorrebbe legare gli scatti ai risultati Invalsi ed 

alle note di merito dei dirigenti... Intanto la scuola 

pubblica continua ad affondare e gli stipendi sono 

sempre più miseri

Lucrezia Stellacci ha annunciato le sue dimissioni da direttore generale dell'istituto Invalsi. Si prospetta dunque un nuovo cambio al vertice dopo la sostituzione di Paolo Sestito con il nuovo Presidente Annamaria Ajello

Giannini nel mirino della GdF e del M5S

Oltre alla Guardia di Finanza che sta indagando su un possibile danno erariale da 500 mila euro,
adesso  il Movimento 5 stelle promette sfiducia al Ministro se il danno sarà confermato.

Gianluca Vacca del M5S ha presentato promette di presentare una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro Giannini se sarà confermato il danno erariale.
Ma non c'è solo questo. Infatti, spiega Vacca "Oltre al danno erariale di 525 mila euro la nostra interrogazione al Ministero dell'Economia vuole verificare la spesa di 16.400 euro per l'affitto di un jet privato che ha condotto la Giannini e Roberto Benigni a Bruxelles per un'iniziativa sulla lingua italiana nell'ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Anche se la delibera del CdA dell'Ateneo è completamente regolare contestiamo la profonda amoralità nello scellerato sperpero dei fondi pubblici".

Una maestra tenta di separare due ragazzine che litigano: si becca una denuncia per maltrattamenti

Sempre più spesso vengono utilizzate le "creature" per sanzionare docenti ed ATA. Anche i genitori non scherzano a spostare sul disciplinare-penale l'intervento di docenti ed ATA....

Si è messa in mezzo per separare due ragazzine che stavano litigando ed impedire che si facessero male a scuola.
Ma ha ottenuto una denuncia da parte dei genitori.
È accaduto a una maestra trentina con una ventina d'anni d'esperienza che spiega come l'alunna in questione sia nota "per comportamenti scorretti sia verso gli insegnanti sia verso i compagni, ma nessuno adotti misure concrete". I genitori della ragazzina, però, non hanno gradito l'intervento e l'hanno denunciata per maltrattamenti.

martedì 25 marzo 2014

24 APRILE SENTENZA DI CASSAZIONE STRAGE THYSSENKRUPP “LIBERIAMOCI” DAI PADRONI

Il prossimo 24 aprile la Corte di Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi in merito alla strage ThyssenKrupp del dicembre 2007 in cui persero la vita 7 nostri compagni di lavoro: Antonio, Roberto, Bruno, Angelo, Rocco, Rosario e Giuseppe. Dopo le condanne inflitte inizialmente in primo grado, definite “storiche” ed “esemplari”, sono stati derubricati in secondo grado sia l’omicidio volontario, sia il dolo eventuale, che la Corte d’Appello ha trasformato in “omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente”: ampiamente ridotte le pene per tutti gli imputati. Non è stata la sensibilità dei giudici ma la mobilitazione popolare che ha portato alle condanne di primo grado, lavoro poi vanificato dal passare del tempo e dalla (quasi) totale cappa di silenzio calata dai media sulla vicenda, che ha portato poi al colpo di spugna in secondo grado.

In un Paese come il nostro, dove Vaticano, massonerie, lobby e grandi famiglie industriali hanno fatto e continuano a fare il bello e il cattivo tempo, vedendo profilarsi il più che fondato sospetto che in Cassazione vengano alleggerite le posizioni degli imputati, invitiamo lavoratori e cittadini a presidiare il palazzo dove ha sede la Corte di Cassazione a Roma il 24 aprile prossimo.
Per sostenere le famiglie delle vittime e i lavoratori e ricordare a quanti in questi anni - vertici aziendali, Confindustria, A.m.m.a., sindacalisti Uil conniventi con l’Azienda come Maurizio Peverati e Michele Carbonio e operai e quadri che hanno testimoniato il falso, hanno macchinato dietro le quinte con lo scopo di impedire l’accertamento della verità e delle responsabilità degli imputati - che la classe operaia non dimentica la più grande strage di lavoratori degli ultimi 30 anni che ha colpito Torino, culla della tradizione operaia e della Resistenza al nazifascismo.

Una città che, colpita duramente dalla crisi innescata dal capitale finanziario, fatica a trovare un nuovo volto che non sia quello tradizionalmente legato alla Fiat e al design automobilistico ormai al tramonto, complici il benestare politico di vecchi e nuovi amministratori (Chiamparino e Fassino) e l’appoggio finanziario da parte di gruppi bancari (in primis Intesa San Paolo, il cui Presidente Bazoli è notoriamente legato alla formigoniana CL e ancor più al suo braccio finanziario, la potentissima lobby CdO, la Compagnia delle Opere) con l’appoggio possibile a colui che in pochi anni ha distrutto decine migliaia di posti di lavoro, non solo a Torino, delocalizzando la produzione in altri paesi: Sergio Marchionne. Una Città in cui il lavoro, divenuto sempre più precario, insicuro e mal retribuito, sta letteralmente scomparendo, lasciando decine di migliaia di persone senza alcuna prospettiva per il futuro. Una Città in cui il Sindaco P. Fassino appoggia l’inutile quanto costosa opera della Tav e assicura, parlando di Expo 2015, che “è responsabilità di tutti sostenere l’evento. Inutile dire che, come per la Tav , anche per Expo e i lavori per la sua realizzazione si sono scatenati gli appetiti di immobiliaristi, affaristi e politici legati alle onnipresenti (quando si parla di appalti e contratti pubblici milionari) imprese legate alla Compagnia delle Opere (CL) e per le quali son già partite numerose inchieste da parte della magistratura che hanno portato ad arresti per tangenti e illeciti amministrativi.

Piero Fassino non perde occasione per dare il suo sostegno a gruppi finanziari e industriali che, sperperando centinaia di milioni di euro in opere inutili, stanno affossando Torino (e l’Italia) ed è così responsabile di aver reso il capoluogo piemontese una delle città italiane più colpite dagli effetti della crisi. Proprio di questi giorni è la notizia, che suona come una vera e propria beffa, visti i numeri dei giovani disoccupati torinesi (35 % nel 2013), che proprio la nostra Città, durante il prossimo semestre europeo guidato dall’Italia, è designata ad ospitare il vertice europeo contro la disoccupazione giovanile.

Se non si rilancia il lavoro, utile e dignitoso, come unica misura per contrastare gli effetti più nefasti della crisi, si andrà inevitabilmente ad un aumento della conflittualità sociale. E le soluzioni potrebbero essere molte: aumentare l’orario di apertura dei musei, rilanciare il patrimonio artistico aprendo nuovi siti archeologici e rilanciando quelli già esistenti, potenziando il trasporto pubblico anche nelle fasce notturne, bonificando le ex aree industriali dismesse (compresa l’area ThyssenKrupp) dalle sostanze nocive, potenziando istruzione e sanità. Cittadini a pieno titolo, non considerati tali solo quando le amministrazioni devono “fare cassa” con tasse, balzelli e rincari di ogni genere.

Nessuna fiducia nelle istituzioni, complici dello stato di crisi in cui versiamo, ma al contrario rompere il meccanismo della delega e della sudditanza alla quale siamo abituati e lottare in prima persona, ognuno secondo le proprie possibilità e le proprie caratteristiche, per cambiare questo sistema produttivo che genera profitti (per la classe dominante) in cambio di lutti (per i proletari) e affermarne uno nuovo che stiamo già creando sulle ceneri del capitalismo ormai in disfacimento: il socialismo. Solo un sistema produttivo in cui siano i lavoratori stessi ad esercitare il controllo dei mezzi di produzione, e sulla sicurezza del lavoro, sarà in grado di eliminare i morti sul lavoro, vittime del profitto dei padroni.

Ci rivolgiamo alla parte sana del Paese, chi lotta contro la devastazione ambientale, per la dignità del lavoro e in difesa dei diritti, a quanti sono già in lotta per una società migliore, perché in vista del 24 aprile prossimo promuovano e partecipino in prima persona al presidio di solidarietà ai familiari di tutte le vittime del profitto davanti alla Corte di Cassazione a Roma, piazza Cavour. Noi non dimentichiamo.
  
Nessuna giustizia, nessuna pace. 

Torino, 25 marzo 2014                                                                 Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino

lunedì 24 marzo 2014

Le tante “dualità” del nuovo ministro della Difesa. Dall’approccio in ambito geostrategico a quello tecnologico una doppia rappresentazione della realtà

La stampa italiana ed estera è andata in delirio per la notizia che l'Italia taglierà ulteriormente l'ordine dei suoi F-35 fino a dimezzarlo. Ma la realtà è un pò diversa. Grandi tagli potrebbero essere in arrivo. O non potrebbero

23 marzo 2014 - Rossana De Simone
Il visconte dimezzato
Il 12 marzo il nuovo ministro della Difesa Roberta Pinotti ha esposto al Senato le linee programmatiche del suo dicastero con una introduzione che ricorda la bipolarizzazione del sistema internazionale post-1945 in due blocchi antitetici e contrapposti.
Lo ha fatto a proposito della crisi in Ucraina “l’Occidente non può arretrare sul rispetto di principi fondamentali dell’ordine internazionale, ma deve anche saper utilizzare con intelligenza gli strumenti di persuasione di cui dispone”.
Se proprio voleva far riferimento al rispetto dei principi fondamentali dell’ordine internazionale da parte dell’Occidente, avrebbe dovuto ricordare che i governi della Nato non avevano neanche tentato di sostenere una legittimità sul piano del diritto quando decisero l’intervento armato nel Kosovo. Nel 1999 l'uso della forza è stato legittimato con argomenti esclusivamente morali, per finalità umanitarie, aggiungendo di fatto nell’ordinamento internazionale, il concetto di guerra umanitaria a quella difensiva, comunemente accolta come l’unica lecita. Con la stessa motivazione umanitaria l’Italia ha partecipato alla missione di guerra per rimuovere la leadership politica libica eppure il ministro Pinotti sostiene che “l’Italia giudica inaccettabile ogni aggressione che minacci l’integrità territoriale o l’indipendenza di uno Stato sovrano”.
Il doppio binario usato dall’Italia nell’interpretare l’art.11 della Costituzione si è visto anche nel caso dell’ammissione della Palestina, con voto favorevole anche dell’Italia, come Stato osservatore presso l’ONU il 29 novembre 2012.
“Dal comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri si apprende che l’Italia, in coordinamento con altri partner europei, ha chiesto al presidente Abbas “di astenersi dall’utilizzare l’odierno voto dell’Assemblea generale per ottenere l’accesso ad altre Agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo”. Desta stupore che si chieda ad un’entità, che abbiamo implicitamente riconosciuto come stato, di astenersi dal partecipare alle organizzazioni internazionali, che sono il sale della cooperazione tra Stati e ne promuovono la pacifica convivenza. Lo stesso stupore suscita che si chieda alla Palestina di non adire la Cpi. A parte che non si può fare un uso retroattivo della Cpi. Poiché il principio di non retroattività è uno dei cardini dello Statuto, suggerire alla Palestina di non aderire alla Cpi - per il timore che questa chieda alla Corte di giudicare su eventuali crimini internazionali commessi dai governanti israeliani - finisce per corroborare il sospetto che la Corte, la cui effettività è scarsa (una sentenza in dieci anni!), sia uno strumento a senso unico, non attivabile nei confronti degli stati occidentali e dei loro alleati. Tra l’altro i caveat posti dal governo italiano sono in contraddizione con l’art. 11 della Costituzione, che dovrebbe guidare gli orientamenti di politica estera, non solo in materia di ripudio della guerra, ma anche in relazione alla promozione delle organizzazioni internazionali (leggi le istituzioni specializzate delle Nazioni Unite), alla risoluzione pacifica delle controversie internazionali (leggi Cig) e alla giustizia tra le Nazioni (leggi Cpi)” (Natalino Ronzitti, Il significato della Palestina all’Onu).
La relazione del ministro, che rimanda alla scrittura di un nuovo Libro Bianco l’elaborazione compiuta della “ridefinizione del quadro strategico di riferimento per lo strumento militare, gli obiettivi di efficacia e di efficienza che esso dovrà conseguire, i lineamenti strutturali e organizzativi che dovrà assumere", ha portato alla luce altre dualità secondo cui l’intervento armato all’estero o all’interno del paese deve intendersi come “polizia di stabilizzazione”.
L’operazione “Mare Nostrum” (spot pubblicitario del marchio dell'industria militare italiana) e l'Agenzia europea Frontex (responsabile per aver esposto migranti a trattamenti proibiti durante la missione RABIT come sentenziato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo), diventano missioni civili che salvaguardano la vita in mare dei migranti.
Anche il finanziamento della tecnologia dual-use diventa “fare sistema” utile per il paese, omettendo però che questa consentirà di perseguire al meglio gli obiettivi del Piano nazionale della ricerca militare. E’ documentato nell’accordo del gennaio 2014 fra il Segretariato generale della difesa e il Consiglio nazionale delle ricerche, che il più importante ente di ricerca del nostro Paese si pone quale interlocutore privilegiato di Segredifesa nello svolgimento dei compiti istituzionali inerenti alla ricerca tecnologica nei settori difesa e sicurezza.
Non è un segreto che “nel campo della ricerca tecnologica riferita al settore degli armamenti, Segredifesa svolge una funzione di valutazione e indirizzo, che consiste nel recepire e coordinare le idee e le proposte provenienti anche dalla società civile (università, centri di ricerca, industrie) e dall’interno della stessa Difesa, integrandole nel Pnrm, che rappresenta – in questo specifico campo – il corrispondente del Programma nazionale di ricerca (Pnr) gestito dal Ministero dell’università e della ricerca (Miur)”. http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/20140123_Difesa_CNR.aspx
“Dovremo essere trasparenti, dovremo includere nel ragionamento la società civile, e dovremo fare presto”. Per realizzare questo intento il ministro dovrebbe evitare di comunicare messaggi incongruenti ed evitare il ricorso a metafore assurde per risolvere l’aspetto schizofrenico della sua comunicazione “Guai se passa l'idea che la Difesa sia un bancomat da cui prelevare liberamente”. Sino ad oggi gli italiani sono stati il bancomat della Difesa, e il ministro della Difesa non si può presentare come attore neutrale perché è di parte, e non può produrre messaggi dimezzati una volta in linea con gli interessi delle Forze armate e dell’industria della difesa, e l’altra in linea con le aspettative di una società civile che ripudia le guerre di aggressione.
http://www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/Linee%20programmatiche%20del%20Ministro%20della%20difesa%2012%20marzo%202014%20MASTER%20Vdef.pdf
La scelta strategica di avviare l’eliminazione del confine fra ambito civile e ambito militare, tra sicurezza e difesa, ha prodotto dei veri e propri mostri. “Il modello di Difesa nazionale è ben lontano da quello che dovrebbe essere in realtà, soprattutto se comparato, per esempio, a quello americano in cui Difesa Civile e Protezione Civile coincidono”. (Il ruolo delle nuove tecnologie di informazione e comunicazione nella cooperazione civile e militare per la gestione delle crisi e delle emergenze, Università di Pisa).
E’ un fatto che l’evoluzione delle tecnologie nel campo delle telecomunicazioni e dell’informatica ha prodotto una trasformazione strutturale nel sistema di produzione e del prodotto nell’industria commerciale come in quella bellica. Ma ha anche offerto gli strumenti per una Cooperazione Civile-Militare nella gestione delle crisi al limite della guerra, nei casi di calamità naturale, controllo del territorio, ripristino della sicurezza in un’area definita a “rischio” (come definito a livello dottrinale in ambito ONU, europeo e NATO. In ambito ONU si è istituito un Ufficio apposta denominato “Affari Umanitari”).
Allo stesso modo, e ricalcando il modello statunitense, la politica della difesa è diventa uno strumento della politica della sicurezza e, quindi, della politica estera. (Convegno "1982-2012: trent'anni di missioni all'estero": La missione in Libano segnò infatti l’inizio di un nuovo corso non solo per la politica militare, ma per la stessa politica estera italiana.
Siamo in tempi di spending review, quella nel settore militare, così come già previsto dalla riforma dello strumento militare varata nel 2012, riguarda la riduzione degli organici civili e militari entro il 2024 con trasferimento del personale presso altre amministrazioni, e la contrazione del 33% delle strutture territoriali anche tramite soppressioni e accorpamenti (caserme e presidi militari).
Ma non solo. Forse. In varie interviste il ministro Pinotti ha dichiarato “capisco che tutti si facciano la domanda sul finanziamento degli F35, perché nell'immaginario collettivo si tratta di un caccia bombardiere e fa pensare a un velivolo di aggressione. E’lecito immaginare che si può ripensare, si può ridurre, si può rivedere. Il tutto nel rispetto del ruolo del Parlamento e delle sue prerogative, così come previsto anche nella stessa legge delega 244 del 2012. Quando io ho detto che si può rivedere e tagliare, non pensavo solo agli F35. Io ho usato tre verbi: ripensare, rivedere e ridurre e credo che questi verbi saranno applicati a tutti i programmi di spesa, non solo a quelle nel campo della difesa”.
Se nell’immaginario collettivo il caccia bombardiere F-35 svolge un ruolo d’attacco, in quello della neo ministro i progettisti della Lockheed Martin l’hanno pensato per tosare l’erba.
“Stabilire la superiorità aerea nell'attuale complesso contesto di sicurezza globale richiede una capacità e versatilità senza precedenti che solo l'F-35 Lightning II può offrire.
Concepito a metà degli anni 1990 con tre versioni, l'F-35 rappresenta il culmine di oltre 50 anni di sviluppo tecnologico dei velivoli da combattimento. Progettato per dominare i cieli, l'F-35 unisce le caratteristiche di 5° generazione tecnologia stealth per eludere i radar, velocità supersonica ed estrema agilità, con il più potente e completo pacchetto di sensori integrati, rendendolo un aeromobile superiore a qualsiasi altro combattente nella storia”.
http://www.lockheedmartin.com/us/products/f35.html
Il 6 marzo presso l’Air Force Plant 4 di Fort Worth in Texas, un F-35 ha volato con i componenti alari prodotti da Alenia Aermacchi: “Per anni, Alenia Aermacchi ha dimostrato la propria capacità di produrre componenti avanzati sia per velivoli civili sia per aerei militari ad elevate prestazioni” ha affermato Debra Palmer, Vice President Lockheed Martin e General Manager dello stabilimento FACO (Final Assembly and Checkout) in Italia. “Quanto la Società sta realizzando nell’ambito del programma F-35 Lightning II è un’ulteriore conferma del suo ruolo di leadership in un ambito altamente specializzato della produzione di velivoli”.
http://www.aleniaaermacchi.it/it-IT/Media/News/Pagine/Alenia-Aermacchi-wing-components-make-first-F-35-flight.aspx
Pochi giorni dopo siti web inglesi e americani pubblicavano la notizia che l’Italia starebbe pensando di tagliare il numero degli F-35. “Italia e F-35: che cosa sta realmente accadendo?”
La stampa italiana ed estera è andata in delirio per la notizia che l'Italia taglierà ulteriormente l'ordine dei suoi F-35 fino a dimezzarlo. Ma la realtà è un pò diversa. Grandi tagli potrebbero essere in arrivo. O non potrebbero. Nel partito del premier Renzi e del ministro della difesa c’è chi vorrebbe dimezzare l'acquisto degli F-35 fino a 45.
L’articolo ci informa che oltre i 6 velivoli già ordinati con i lotti 6 e 7, i 4 del lotto 8 sono scesi a 2 mentre nel lotto 9 si è passati da 4 a 3 (1 F-35B, 2 F-35A). Nell’ulteriore lotto 10 il numero è stato ridotto da 6 a 4 e in quello 11 da 6 a 5. L'ordine del LRIP (lotto) 8 dovrebbe essere siglato in estate mentre l'ordine LRIP 9 in autunno. I lotti 8, 9, 10 e 11 sono quelli realisticamente più colpiti dalla riduzione della spesa annunciata per i prossimi tre anni. Ritardare l'acquisto di diversi aerei è ovviamente un risparmio a breve termine, per cui la domanda è se questo ritardo sarà sufficiente a raggiungere gli attuali obiettivi di spesa, o se il piano verrà cambiato ancora.
http://ukarmedforcescommentary.blogspot.com/2014/03/italy-and-f-35-what-is-actually.html
I commenti non si fermano solo ai dati e ai conti economici. Nell’articolo pubblicato il 9 febbraio “Italian Lawmakers Consider New Cuts to JSF Purchase” di Tom Kington di defensenews, si legge che una fonte interna al Partito Democratico annunciava la preparazione di un documento politico da approvare in parlamento che chiedeva il taglio degli F-35 da 90 a circa 45.
Ma una seconda fonte diceva che il dibattito all'interno del partito era ancora in corso, e che il documento finale minacciava un taglio se l'Italia non riesce ad ottenere condizioni migliori sul programma. E’ probabile che vi sia una forzatura verso l’acquisto di più Eurofighter perché l’Italia spinge per l'integrazione della difesa europea. Sempre questa seconda fonte (di cui non si fa il nome) suggerisce che i risparmi alla Difesa potrebbero arrivare da tagli al programma di digitalizzazione dell’esercito che costa troppo e manca dell’interoperabilità integrata dagli standard della NATO.
Il 19 marzo Adnkronos manda la notizia: “La bozza preparata dai parlamentari del Partito Democratico in commissione Difesa alla Camera - che l'Adnkronos è in grado di anticipare - stronca non solo il discusso aereo ma anche la sua versione a decollo verticale, pensato per la
portaerei Cavour. Scanu: "Insostenibile spesa di 5,5 mld anno".
Dalla lettura del documento “Considerazioni conclusive sull’indagine conoscitiva sui sistemi d’arma” parrebbe che le ragioni della seconda fonte di defensenews siano prevalse all’interno del Partito Democratico. Si legge anche che “Il caccia multiruolo Typhoon, nella versione di attacco al suolo, non solo sarà prodotto, ma risulterà competitivo con il JSF della Lockheed. Questa versione dell'Eurofighter sarà messa a disposizione delle missioni UE, NATO e ONU da numerosi alleati europei (Austria, Spagna, Germania e Inghilterra, mentre la Francia utilizzerà la versione “Raphale”)”.
Questa frase contiene affermazioni controverse sia rispetto al caccia europeo EFA sia a quello statunitense F-35. Il consorzio Eurofighter permette a Germania, Italia, Spagna e Gran Bretagna, la possibilità di sviluppare dei cambiamenti utilizzando i propri velivoli e i centri di supporto nazionali. La Gran Bretagna aveva già finanziato integrazioni (AUSTERE) che ha permesso al velivolo di avere una prima capacità multiruolo (vedi campagna aerea di Libia nel 2011).
http://www.publications.parliament.uk/pa/cm201011/cmselect/cmpubacc/860/860we03.htm
In seguito anche gli altri paesi hanno potuto inserire nuove funzioni passando anche a capacità più complesse così come richiesto dai clienti. Il primo aereo italiano della tranche 3A comprende infatti le predisposizioni per la futura installazione del radar a scansione elettronica, modifiche al software, aggiornamenti al pod ACMI, capacità aria-suolo in grado di ampliare l’armamento. Il problema è che la Germania ha deciso di ridurre gli ordini futuri del caccia europeo da 180 a 143 annullando la versione da attacco al suolo (Tranche 3B). Hans-Peter Bartels, responsabile della Commissione Difesa del parlamento è andato oltre “sarebbe opportuno limitare la flotta di Eurofighter a 108 mezzi, quanto basta alle nostre necessità”.
Inoltre il “Raphale” non è una versione di qualche velivolo, ma un caccia costruito dalla Dassault francese che compete sullo stesso mercato dell’EFA. Se di variante si può parlare di deve riferire alla famiglia di missili scelta per l’EFA che oltre agli Storm Shadow (variante o meglio evoluzione del francese Apache costruito dal consorzio MATRA/BAE poi confluito in MBDA) oggi può trasportare anche il Taurus (concezione tedesco/svedese).
La parte riguardante l’F-35 è stranamente scarna se si pensa che è proprio quella che tutti si aspettavano per capire le motivazioni della proposta di una riduzione drastica del programma.
Nel merito si afferma che al di là delle molteplici riserve tecniche e operative che fonti governative statunitensi sovente evidenziano, va osservato che “lo schema di accordo non garantisce, dal punto di vista della qualità e del valore, ritorni industriali significativi; non risulta contrattualmente garantita per le piccole e medie imprese nazionali l'acquisizione di commesse o sub commesse; a fronte degli investimenti impegnati per realizzare lo stabilimento di Cameri non risulta contrattualmente definito un prezzo per l'assemblaggio delle semiali che garantisca l'ammortamento del capitale investito e un ragionevole ritorno; l'occupazione che si genererà a Cameri non può considerarsi aggiuntiva rispetto a quella attualmente già impiegata nel settore aeronautico ma, solo parzialmente sostitutiva; le stime del costo del programma risultano caratterizzate da un indice di variabilità che non può convivere con le esigenze della nostra finanza pubblica; l'embargo sull'accesso ai dati sulla cosiddetta “tecnologia sensibile” determina un fattore di dipendenza operativa da istanze politico industriali statunitensi che risulta, al momento, non superabile tutte le stime dei costi non tengono conto di quelli aggiuntivi per l'armamento del velivolo. Le tante criticità che segnano questo programma inducono a rinviare ogni attività contrattuale, in attesa che siano chiariti i molti limiti che gli stessi organismi statunitensi non mancano di sollevare formalmente; e comunque l’insieme di queste considerazioni milita nella direzione di un significativo ridimensionamento degli schemi di accordo con la Lockheed Martin sul programma F 35”.
http://speciali.espresso.repubblica.it/pdf/f35_commissione_pd.pdf
Queste considerazioni non entrano nel merito della questione vera che ha dato l’avvio alla partecipazione italiana al progetto. E’ legittimo pensare che il documento, almeno per questa parte, sia solo una manfrina per chiedere più lavoro alla Lockheed Martin tramite il governo statunitense.
Nel report “Il programma F-35 in una prospettiva italiana” redatto dal Centro Studi Internazionale, si oppone una valutazione dei punti di forza e delle criticità del coinvolgimento italiano più articolata e sostanziata. Le conclusioni dello studio consigliano di continuare con il programma (costato già 2 miliardi di dollari) perché da un punto di vista militare, strategico e industriale, vi sono possibilità di trasformarlo in un successo piuttosto che in una sconfitta.
Le complicazioni emerse durante la fase di produzione e sviluppo del programma avrebbero dovuto
allarmare i parlamentari italiani già da qualche anno almeno per due motivi: il primo riguarda un progetto concepito intorno ad una serie di idee centrali funzionali al periodo della Guerra Fredda, che nel frattempo ha visto cambiamenti geostrategici importanti, in concomitanza con un profondo cambiamento del paradigma tecnologico. Ne risulta un caccia di attacco al suolo specializzato e progettato per missioni da guerra fredda, ma costruito con l’attuale base tecnologica. Una delle tante critiche ricevute da esperti analisti statunitensi è infatti quella che l’F-35 non è in grado di sopravvivere ad un conflitto ad alta intensità, ed è troppo costoso e sovradimensionato per un conflitto a bassa intensità. Rappresenta appunto tutto ciò che non funziona correttamente nel procurement militare estremamente burocratico degli Stati Uniti.
Il secondo riguarda le modalità con cui si è pensato di procedere con lo sviluppo e produzione del programma. La sovrapposizione delle due fasi ha moltiplicato il costo del velivolo parallelamente alla moltiplicazione dei problemi tecnici. Ciò ha prodotto un continuo aggiornamento dell’originale piano previsto dalla Difesa e dalla Lockheed Martin costretti a ridurre il numero degli F-35 da produrre annualmente. http://timemilitary.files.wordpress.com/2013/06/fig1.png
Negli anni il Pentagono ha collezionato più sconfitte miliardarie a cominciare dal programma Futuro Combat System (18,1 miliardi di dollari – programma del tipo il Soldato futuro italiano), l’elicottero RAH-66 ”Comanche” (7,9 miliardi di dollari) o il sistema satellitare NPOESS (5,8 miliardi di dollari) solo per fare alcuni esempi.
Il 22 marzo Bloomberg ha dato per l’ennesima volta la notizia che il GAO sostiene che i problemi del software sono persistenti e continuano a rallentare la consegna di velivoli al pieno di tutte le funzionalità previste, di più, il budget annuale per l’F-35 prevede un aumento da 12,6 miliardi circa a 15 comportando dei rischi rispetto ai vincoli di spesa esistenti.
http://www.bloomberg.com/news/2014-03-22/lockheed-martin-f-35-jet-s-software-delayed-gao-says.html
Il premier italiano Matteo Renzi durante una intervista ha dichiarato che “Il ministro (Pinotti) ha ragione a dire che risparmieremo molti soldi dalla Difesa:3 miliardi di euro, non tutti dagli F35, ma dal recupero delle caserme e dalla riorganizzazione delle strutture militari. Sugli F35 continuiamo con i programmi internazionali e una forte aeronautica ma quel programma sarà rivisto”, e che prima di pensare alla nomina dei vertici delle 5 grandi aziende di stato bisogna decidere quale sarà la strategia. In questi giorni l’amministratore delegato e direttore generale Alessandro Pansa e il presidente della holding della difesa Gianni De Gennaro, hanno messo mano alla governance di Finmeccanica accentrando presso la capogruppo le funzioni di indirizzo e controllo strategico delle aziende coinvolte. Da questo punto di vista il ministero dell'Economia e delle Finanze (Mef) e il ministero dello Sviluppo economico (Mise) hanno condiviso il piano strategico approvato dal consiglio di amministrazione di Finmeccanica che "prevede la concentrazione del gruppo nel settore dell'Aerospazio, Difesa e Sicurezza il quale, per sua natura, richiede significativi investimenti in Ricerca & Sviluppo, con ricadute tecnologiche, produttive ed occupazionali di elevato profilo per il Paese e per il suo ruolo a livello europeo ed internazionale. In questo quadro, il deconsolidamento delle attività nei trasporti deciso da Finmeccanica rappresenta un elemento essenziale per il successo di tale piano e inoltre costituisce una opportunità per aprire prospettive di sviluppo del comparto trasporti che facciano perno sul mantenimento sul territorio nazionale di centri di eccellenza e di importanti competenze”.
Rispetto agli annunci del premier Renzi e del ministro Pinotti, Pansa ha detto che il programma Eurofighter è molto importante per l'Italia in termini di ritorni industriali e tecnologici e che l'impegno del gruppo è quello di collaborare con il governo italiano perché Finmeccanica è esecutore intelligente delle decisioni prese per rafforzare la struttura della difesa del nostro Paese.
Nell’audizione del 20 marzo al Senato ha risposto ad una domanda dei senatori circa le ricadute per il gruppo qualora ci fosse un taglio del programma F35 affermando che il gruppo si è attrezzato al fine di consentire che l'esecuzione del programma permettesse un elevato livello di profittabilità' e un alto livello occupazionale. ''Riteniamo che sul piano industriale sia nostro compito fare di tutto per rendere compatibili le scelte di politica industria e di politica estera, che non spettano a noi, con lo sviluppo di competenze manifatturiere che non intendiamo perdere''.http://www.finmeccanica.com/documents/10437/10635912/body_Verbale_CDA_Modifiche_Statuto_Marzo_2014.pdf
Tornando a quel “è lecito pesare a una riduzione dell'impegno economico del governo sugli F35” della Pinotti è necessario ricordare che quel lecito è poi diventato ”ci servono l’Aeronautica e la difesa aerea?”
Invece di fare grandi annunci il ministro non potrebbe prima rispondersi da sola visto che è sua responsabilità tutto ciò che verte sulla Difesa, e poi riferirci qualcosa di chiaro e credibile?
Una decisione parlamentare, incredibilmente tardiva rispetto ai tempi e alle spese già consumati, dovrebbe vertere sul ruolo che l’Italia vuole avere nella politica estera e di difesa, allora se è vero quello che il ministro della Difesa ha affermato “ritengo sia utile operare per la valorizzazione di una peculiare capacità italiana, apprezzata in tutto il mondo, quella della cosiddetta polizia di stabilizzazione, funzione intermedia fra l’intervento militare e la tutela della sicurezza pubblica”, allora non dovrebbero esserci dubbi sulla sua cancellazione.