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martedì 31 luglio 2012

NUOVO REGOLAMENTO PER I FONDI PENSIONE

I cobas hanno sempre considerato i fondi pensione (Espero per la scuola, Cometa per i metalmeccanici) un furto ai nostri diritti ed alle pensioni. Giocare con la previdenza in borsa equivale a consegnare ai pescecani della finanza le nostre pensioni e disarticolare un diritto conquistato con le lotte: quello di una pensione dignitosa dopo decenni di lavoro. 
Sindacati di Stato e concertativi (con a capo la triplice CGIL-CISL e UIL)  hanno svenduto le nostre pensioni, spacciando poi i fondi chiusi come terza gamba necessaria dopo che avevano liquidato le pensioni dei lavoratori passando (anzi tornando) dal sistema retributivo a quello contributivo
In poche parole invece di calcolare la pensione sui contributi versati negli ultimi anni di lavoro si calcolano i contributi (intermittenti e miseri) versati dopo una vita di precariato. Il furto si calcola velocemente: quando andremo in pensione col sistema contributivo prenderemo circa la metà dell'ultimo stipendio
Abbiamo da sempre boicottato i fondi pensione, definendoli tra l'altro fondi-ergastolo perchè chi aderisce non può più uscirne.
A conferma della grande truffa perpetrata da governi neoliberisti (di centrosinistra più che di centro destra, tra l'altro), sindacati concertativi ed assicurazioni l'ulteriore peggioramento delle condizioni, il totale asservimento degli investimenti allle borse ed al mercato fondiario. 
Continuiamo a boicottare questi fondi, a cui (nonostante le campagne pubblicitarie sicuramente interessate della triplice sindacale...) ha aderito una percentuale minima di lavoratori ma leggete queste righe per comprendere lo stato delle cose (che non potrà che pegiorare...)
cobas Terni

Sta per essere emanato il nuovo regolamento per gli investimenti dei fondi pensione e il Ministero del Tesoro invita a inviare osservazioni al riguardo, dando peraltro pochissima pubblicità all'iniziativa.
La cosa grave è che l'intera normativa appare confezionata su misura per l'industria parassitaria del risparmio gestito. Il subappalto non conosce limiti. Fondi comuni e simili vengono bellamente equiparati alle azioni e obbligazioni quotate. In termini tecnici gli OICR (organismi d'investimento collettivo del risparmio) armonizzati sono esplicitamente considerati strumenti trattati nei mercati regolamentati.
Così il 100% del patrimonio del fondo pensione può essere impacchettato in fondi comuni.
Ciò è indecente: in tal modo gli stessi amministratori del fondo non sanno in che titoli sono investiti i soldi dei lavoratori in un certo momento, che il gestore compra e vende senza bisogno del loro benestare. In assenza di trasparenza quasi totale, perché il gestore non dovrebbe fare i suoi porci comodi?
A ciò si aggiunge la possibilità che più di un terzo del patrimonio finisca in titoli non quotati; o quella di mettere il 20% in fondi speculativi (fondi hedge) o fondi chiusi, che sono uno strumento finanziario illiquido e ancora più opaco dei fondi comuni aperti.
In realtà possiamo parlare di un doppio subappalto, perché di regola il fondo pensione rigira i soldi dei lavoratori e una o più società esterne e queste a loro volta ne sub-subappaltano la gestione a fondi d'investimento di varia natura (aperti, chiusi, alternativi ecc.). Sempre e solo nell'interesse dei lavoratori intrappolati nella previdenza integrativa, ovviamente!
Molte sono quindi le cose che non vanno e al riguardo segnalo il mio intervento del 23-6-2012 nel blog Beppe Grillo sui «I pescicani dei fondi pensione»:
Invito chi concorda con le mie critiche a inviare un'e-mail al Tesoro all'indirizzo: mailto:dt.direzione4.ufficio4@tesoro.it
Cliccando un apposito link nella mia pagina www.beppescienza.it si ottiene automaticamente un'e-mail pronta per essere inviata. Il testo, che ovviamente uno può modificare e/o integrare, è il seguente:
1. È inammissibile equiparare fondi comuni e simili, i c.d. OICR, agli strumenti finanziari negoziati nei mercati regolamentati, cioè in pratica ai titoli quotati (art. 5 comma 1);
2. È il trionfo del subappalto che un fondo pensione possa avere il 100% del patrimonio in fondi comuni e sicav (art. 5 comma 1), in assenza di trasparenza sulle attività possedute e sulle compravendite delle medesime: chi non sa investire i soldi dei lavoratori, vada a spalar meliga anziché rigirarli all'industria parassitaria del risparmio gestito;
3. Calpesta ogni regola di prudenza permettere direttamente il 30% in strumenti finanziari non negoziati in mercati regolamentati (art. 5 comma 1): a un fondo devono essere permessi solo titoli quotati;
4. A più forte ragione devono essere banditi da un impiego previdenziale i fondi hedge e i fondi chiusi, pieni di azioni di aziende non quotate, permessi invece per il 20% del patrimonio (art. 5 comma 1 e comma 4 f).
Saluti,
Beppe Scienza
Dipartimento di Matematica
Università di Torino
via Carlo Alberto 10
10123 Torino
tel. 011-670-2906
fax 011-670-2878

sabato 28 luglio 2012

Pagamento delle ferie: un incredibile paradosso

Secondo il Ministero e secondo gli uffici di Ragioneria, la norma inserita nel
decreto sulla spending review entrato in vigore il 7 luglio sarebbe già
operativa da subito. Bloccati i pagamenti per i supplenti annuali, ma i docenti
nominati dai dirigenti hanno già riscosso mese per mese.

Le recenti disposizioni emanate dal Ministero in materia di pagamento delle
ferie del personale supplente stanno creando non poche perplessità in
moltissime scuole.

La disposizione riguarda l’applicazione immediata di quanto previsto dall’
ottavo comma dell’articolo 5 del decreto sulla spending review secondo cui le
ferie non fruite non sono in alcun modo monetizzabili.

Gli uffici delle ragionerie territoriali dello Stato hanno già informato le
scuole che per i supplenti nominati per l’anno intero dagli Uffici scolastici
provinciali il pagamento delle ferie maturate e non fruite è per il momento
sospeso in attesa che la situazione si chiarisca.

Ma questa soluzione crea una curiosa contraddizione.

Infatti ai supplenti temporanei nominati dal dirigente scolastico le ferie
maturate vengono liquidate mese dopo mese: in pratica un supplente che quest’
anno abbia svolto ogni mese supplenze di 15-20 giorni ha ricevuto mensilmente
il compenso per le ferie maturate e non godute nella misura di due giorni e
mezzo al mese circa (il numero varia al variare degli anni di servizio già
prestati).

A questo punto si verifica un evidente paradosso: chi ha svolto un incarico
continuativo dal 1° settembre al 30 giugno potrebbe vedersi negato il diritto
al pagamento delle ferie, mentre chi ha svolto supplenze saltuarie ha già
ricevuto il pagamento mese per mese.

La disparità di trattamento è talmente evidente che non c’è neppure bisogno di
insistere più di tanto sulla questione.

Ma i problemi si presenteranno il prossimo anno, soprattutto per le supplenze
temporanee di pochi giorni.

Facciamo un esempio semplice: il docente nominato dal dirigente scolastico per
una supplenza di 15 giorni potrà usufruire di un giorno di ferie durante il
periodo di nomina, ma da chi verrà sostituito quando si assenterà per usufruire
del giorno di ferie?

Già ora, per mille ragioni, le assenze brevi dei docenti titolari comportano
disfunzioni di vario genere, d’ora innanzi bisognerà mettere nel conto un
problema in più da affrontare.

Sembra davvero che chi ha introdotto nel decreto n. 95 questa disposizioni non
abbia la più pallida idea di come funzioni una scuola. Il dato curioso è che la
relazione tecnica allegata al provvedimento chiarisce che gli effetti in
termini di risparmio di spesa non sono quantificati in quanto stimabili solo a
consuntivo. In altre parole il disservizio è certo, ma il risparmio è del tutto
aleatorio.
di R.P. La Tecnica della Scuola, 27.7.2012

venerdì 27 luglio 2012

Pronte 26mila assunzioni per il nuovo anno scolastico?

Il governo ha confermato la richiesta di 26.448 contratti a tempo indeterminato (21.112 docenti e 5.336 Ata) per il 2012/2013. Si aspetta ora il via libera finale del ministero dell'Economia di SALVO INTRAVAIA
Pronte 26mila assunzioni  per il nuovo anno scolastico
ROMA - Saranno 26.448 le assunzioni a tempo indeterminato che il ministero dell’Istruzione effettuerà entro settembre. La notizia arriva direttamente dalla Camera dove il sottosegretario per l'ambiente e la tutela del territorio e del mare, Tullio Fanelli, ha risposto ad una interrogazione di deputati del Pd, Maria Coscia e Tonino Russo, sul piano triennale di assunzioni varato dal precedente governo prima di passare la mano.

“Effettuate le preventive verifiche riguardo alla quantificazione dei posti vacanti e disponibili – ha spiegato Fanelli – la competente direzione generale ha richiesto al ministero dell’Economia e delle finanze e al ministro per le riforme e le innovazioni della pubblica amministrazione, l’autorizzazione all’assunzione a tempo indeterminato, per il prossimo anno scolastico 2012/2013, di 21.112 unità di personale docente e di 5.336 di personale Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari, ndr), corrispondenti alle reali cessazioni. Non appena ottenuta la suddetta autorizzazione, si darà avvio ai successivi adempimenti amministrativi ai fini di un corretto avvio dell'anno scolastico”.

Una di quelle notizie che, dopo i tagli della Gelmini e la spending review 1 di Monti, è da accogliere con i fuochi di artificio. Il motivo è semplice: con i chiari di luna di questi tempi e la speculazione sempre in agguato, i governi europei sono costretti
a continui tagli alla spesa pubblica, che nella maggior parte dei casi significa tagliare posti di lavoro statali. Così, anche in tempi di vacche magre, il ministero dell’Istruzione resta uno dei pochi ministeri che dà ancora il posto fisso a migliaia di precari.

“Il governo – dichiarano i due deputati – ci ha rassicurati confermando che il percorso per le immissioni previste per quest’anno è stato avviato ed è a buon punto. Inoltre ci è stato assicurato che verranno rispettati i tempi dei nuovi inserimenti entro l’avvio del nuovo anno scolastico 2012/13. Per queste ragioni abbiamo espresso apprezzamento. Tuttavia restiamo vigili affinché tutti i provvedimenti necessari per dare il via alle assunzioni vengano presi nel giro di pochi giorni conformemente a quanto previsto dalla legge e, soprattutto, in ottemperanza al dovere assoluto di garantire il corretto avvio dell'anno scolastico e dare certezza e stabilità ai lavoratori del comparto scuola”.

“Finalmente – concludono i due componenti della commissione Cultura di Montecitorio – siamo in presenza di una inversione di tendenza dopo gli anni dei pesantissimi tagli e licenziamenti di massa del precedente governo”.
(27 luglio 2012)

L’Invalsi anticipa le profonde novità per il prossimo anno scolastico



L’INVALSI è l’Ente di ricerca dotato di personalità giuridica di diritto pubblico, che per Legge e disposizione statuaria può agire anche su mandato di soggetti privati ed essere anche finanziato da soggetti privati, ha recentemente pubblicato il rapporto nazionale sulla rilevazione degli apprendimenti 2011/12 nonché le caratteristiche tecniche delle Prove Invalsi del 2012. Prove che, grazie in particolar modo al forte contrasto culturale, didattico e legale sollevato dai Cobas ma anche dall’UDS, hanno creato discussione e fatto emergere ancora una volta la criticità di quel sistema, come rappresentato dall’Invalsi, che vorrebbe conferire un valutazione complessiva al sistema scolastico, per arrivare ad emulare il sistema anglosassone , fallimentare, il quale tende, proprio sulla base di prove simili a quelle dell’Invalsi, a definire anche la sopravvivenza di intere istituzioni scolastiche, che rischieranno la chiusura qualora queste prove non verranno superate positivamente, perché un risultato negativo compromette l’immagine della scuola, l’immagine negativa della scuola si ripercuote sul valore immobiliare del quartiere, ed il valore immobiliare del quartiere determina il tipo di scuola che dovrà trovare affermazione. In Italia siamo ancora lontani da questo tipo di realizzazione, però l’Invalsi sembra andare in quella direzione, sarà solo questione di tempo, comunque, come detto sopra, sono stati appena pubblicati i rapporti delle prove che si sono svolte in questo anno scolastico( 2011/12), e la domanda sorge spontanea, ed ora? Già, perché da vari anni queste prove si svolgono, con ampia conflittualità, nelle scuole, ma i dati quando vengono utilizzati e se vengono utilizzati, servono solo a campagne di strumentalizzazioni o peggio ancora, a fondazioni private, per proporre il loro modello di scuola, come accaduto recentemente con la Fondazione Agnelli, che ha utilizzato i dati del test invalsi per demonizzare la scuola media, che certamente soffre di problemi strutturali e proporre un nuovo modello di scuola media, proposta che è stata ben accolta dall’attuale ministro dell’Istruzione. Ma con il rapporto di questo anno emergono delle anticipazioni che devono porre in allerta tutti quelli che vogliono battersi per una scuola pubblica degna di tal nome.
Veniamo al dunque delle risultanze della elaborazione delle prove Invalsi del 2012. Non mi soffermerò sui contenuti dell’esito delle prove per un semplice motivo, perché a parer mio non sono commentabili. Come pretendere di valutare in modo standardizzato ed omogeneo l’intero sistema scolastico italiano quando, già nella stesse città, ma anche tra scuola e scuola, esistono differenze ed eterogeneità così profonde da non consentire alcun tipo di modello standard di valutazione? Chi decide che quelli imposti dalla commissione dell’Invalsi sono i criteri validi con cui definire il sistema di valutazione delle scuole? Chi valuta chi valuta? Cosa vuol dire valutare? E la libertà d’insegnamento e la professionalità e dignità professionale dei docenti dove viene relegata? Esiste ancora?
L’invalsi mira a renderla prigioniera delle catene del ricatto. O adegui il tuo insegnamento agli indirizzi invalsi, in modo tale che i tuoi studenti possano superare le prove secondo la volontà decisa da poche persone espressione della voce del sistema di potere oggi esistente, oppure la tua scuola, con la pubblicazione dei risultati ne risentirà a livello di immagine, verrà denigrata, se ne parlerà male, ciò ovviamente qualora i risultati non saranno “ positivi”. E visto che il datore di lavoro sostanziale è rappresentato da quello che oggi è definita utenza, studenti/famiglie, è chiaro che la libertà d’insegnamento non sarà più tale. E se le famiglie vedranno i propri figli essere iscritti in delle scuole che non superano brillantemente i test/quiz Invalsi, potrebbero optare per l’iscrizione del proprio figlio in altra scuola, e la Dirigenza scolastica non potrà certamente rimanere indifferente a ciò ed ovviamente andrà volendo o non volendo a colpire chi può essere reputato responsabile del cattivo superamento delle considerate prove, i docenti. Ciò senza tener conto delle problematiche che emergono nelle varie scuole, delle problematiche sociali e territoriali, senza tener conto del numero di studenti presente nelle classi, senza tener conto di nulla. Certo, emergono dei dati interessanti ma, per i motivi espressi in precedenza, assolutamente opinabili.
Per esempio si legge che tra le regioni del Centro, la Toscana e le Marche hanno punteggi medi significativamente superiori alla media italiana, mentre fra le regioni meridionali, la Campania, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna hanno punteggi significativamente inferiori. La regione con il punteggio medio più alto in Italiano è la Valle d’Aosta e quella con il punteggio medio più basso è la Calabria: fra le due la differenza assomma a 21 punti, circa mezza unità di deviazione standard
Tra quelle al di sopra troviamo la Valle D’Aosta,la provincia di Autonoma di Trento, la Toscana e la Puglia, mentre l’Emilia Romagna ha un risultato inferiore alla media italiana. La regione con punteggio medio più alto in Matematica è la Valle D’Aosta e quella con il punteggio medio più basso è la Calabria: fra le due la distanza è di 11 punti.
Oppure emerge il sessismo. Il grafico di figura 4.5, del rapporto, mette in evidenza come, nella prova di Italiano, i maschi tendono a esser più rappresentati nella parte bassa della distribuzione dei punteggi rispetto alle femmine. Nella prova di Matematica (vedi figura 4.6) i maschi conseguono un punteggio medio più elevato e sono maggiormente rappresentati nei valori più alti della distribuzione rispetto alle ragazze.
Maschi e femmine.
Per non parlare della discriminazione attuata verso i bambini e gli studenti segnalati con delle difficoltà di apprendimento, i quali anche se in alcuni casi effettueranno le prove, queste non verranno prese in considerazione ai fini statistici. Dove è finita la scuola dell’integrazione?
Insomma invalsi ovvero omologazione dell’insegnamento, standardizzazione dell’insegnamento, che si rifletterà direttamente sulla formazione delle future generazioni, che non potranno più scegliere, non potranno più criticare, ma decidere come vuole il sistema. Ciò perché le risposte alle domande fornite dall’Invalsi, sarebbero potenzialmente tutte corrette, ma solo una sarà quella giusta, quella decisa da pochi soggetti, annientando ogni capacità critica e libera decisionale dello studente. Veniamo al rapporto come pubblicato dall’Invalsi, ove emergono importanti anticipazioni.
Estensione Invalsi all’ esame di Stato scuola secondaria:
E’ previsto dal prossimo anno scolastico, la somministrazione delle prove dell’Invalsi all’esame di Stato della scuola secondaria di secondo grado. Si legge nel rapporto che: Rispetto ai traguardi fissati nelle Indicazioni nazionali le rilevazioni condotte quest’anno omettono ancora di considerare il livello V della scuola secondaria di II grado, il cui inserimento è in programma per il prossimo anno scolastico.
Prove Invalsi per altre materie e classi:
Si estenderanno le prove dell’Invalsi su altri ambiti disciplinari e livelli scolastici:
Sono previste infatti, una serie di rilevazioni, su base campionaria, su altri ambiti disciplinari e/o in altri livelli scolastici, col fine di arricchire il quadro conoscitivo sul sistema scolastico nel suo complesso; per taluni livelli scolastici e momenti di rilevazione, si sta inoltre studiando il ricorso a prove di tipo adattivo da svolgere tramite computer.
Da settembre autovalutazione scuole:
Da settembre nelle scuole partirà, secondo l’Invalsi, l’autovalutazione delle scuole grazie ai risultati del test . L’INVALSI supporterà tali processi di autovalutazione, con una guida alla lettura dei risultati della rilevazione sugli apprendimenti – che verrà resa disponibile a beneficio delle diverse componenti della vita scolastica – e con la predisposizione di ulteriori strumenti di rilevazione del proprio clima interno che le scuole potranno adoperare
Si stipuleranno protocolli per la valutazione della performance e funzionamento delle scuole:
A supporto della definizione di tali azioni di supporto, che in quanto tali non competono all’INVALSI, l’Istituto ha infine in programma lo studio di possibili protocolli di valutazione più complessivi della scuola, atti a combinare le informazioni discendenti dalle rilevazioni sugli apprendimenti con l’osservazione e la valutazione, più in dettaglio, dei processi di funzionamento.
Schedatura degli studenti automatica:
Nella prospettiva di semplificazione degli aspetti procedurali e organizzativi, già a partire dall’a.s. 2011-12 l’INVALSI ha raggiunto un accordo con le principali case produttrici di software per la raccolta e la gestione dei dati relativi all’anagrafe degli alunni per consentire il trasferimento automatico dalle scuole all’INVALSI di tutte le informazioni di contesto richieste per la realizzazione delle indagini SNV
L’anonimato non è garantito? Sono stato uno dei primi a denunciare la farsa dell’anonimato, scrivendo e motivando come la privacy dello studente è a rischio violazione. Ed infatti l’Invalsi afferma che con l’occasione, si modificherà, altresì, la modalità di acquisizione del questionario studente per assicurare una maggiore riservatezza delle risposte in esso contenute. O la riservatezza è garantita o non lo è. Parlare di maggiore riservatezza, vuol semplicemente dire che la riservatezza non è stata piena, quindi lesa. E ciò mi sembra una pacifica ammissione della lesione della privacy degli studenti
La minaccia dell’Invalsi, i test gonfiati verranno trasmessi ai singoli Dirigenti Scolastici:
L’invalsi denuncia che l’eventuale presenza di cheating – che l’INVALSI comunque provvederà a identificare statisticamente per ogni singola classe coinvolta nelle rilevazioni – inficia la qualità dei risultati che poi vengono restituiti alle single scuole e rischia, ove la scuola poi pubblicasse tali risultati, di “gonfiare” indebitamente i risultati proprio di coloro che si comportano in modo scorretto. I risultati di ciascuna scuola che verranno restituiti dall’INVALSI a partire da settembre, saranno perciò espressi al netto dell’effetto stimato dei fenomeni di cheating; se ne ometterà la restituzione per quelle classi ove il fenomeno abbia superato una certa soglia.
E specifica quindi che al fine di aumentare il livello di consapevolezza sul tema l’INVALSI trasmetterà a ciascuna dirigente scolastico la misura statistica del cheating, disaggregata per le singole classi.
Cosa faranno in tal caso i Dirigenti Scolastici? Si attueranno ritorsioni verso le così dette classi ribelli, verso chi lotterà per difendere la propria dignità professionale, la libertà d’insegnamento, la libertà di far maturare una coscienza libera e critica agli studenti?
Si deve continuare a parlare di Invalsi. La battaglia deve essere prima di ogni cosa culturale, didattica, sociale e non legale e legalitaria. Perchè, come insegna il funzionamento della società, il sistema realizza le Leggi per imporre il proprio status, e gli apparati del sistema, quali i Tribunali, salvo rari, rarissimi casi, altro non possono fare che adattarsi a questa volontà. Una battaglia sociale e cultuale, per opporsi ad un modello di scuola omologato e standardizzato, che vada contro i numeri e la statistica utilizzata per imporre un modello di istruzione che non forma e formerà menti pensanti e critiche ma unicamente automi. Parlare di Invalsi nuoce all’Invalsi, così come criticare il sistema è critico per il sistema. Ed allora parliamo di Invalsi.
Marco Barone

ILVA TARANTO: VERSO LA "TEMPESTA PERFETTA"

Da alcuni giorni l'Ilva è nell'occhio del ciclone, come se fossimo alla vigilia di una tempesta.
Chi l'ha avviata e dichiarata questa guerra è l'Ilva di Padron Riva, i suoi strumenti sono stati innanzitutto un gruppo di capi, impiegati e galoppini che si firmano in maniera truffaldina “i lavoratori Ilva” che seminando terrore e allarmismo cercano di coinvolgere tutti i lavoratori in una guerra e una crociata sbagliata e perdente a tutela principale degli interessi dei padroni, il cui unico interesse è di fare profitti sfruttando gli operai e eludendo fin dove è possibile le leggi sulla sicurezza e di tutela dell'ambiente, che hanno provocato in questi anni morti sul lavoro, morti da lavoro, tumori e malattie professionali rendendo Taranto, una delle capitali di queste fabbriche della morte.
Chi doveva fermare la mano di Riva in questi anni, imponendogli tutela della sicurezza e dell'ambiente, oltre che salari e diritti ?
Innanzitutto gli operai Ilva e le loro organizzazioni sindacali con la lotta. Questo non è avvenuto perché i sindacati confederali sono alleati e complici dell'azienda e ne hanno favorito piani, interessi e profitti, traendone vantaggi e carriere,e gli operai non sono riusciti a sottrarsi a questa situazione diventando prede consapevoli e inconsapevoli di un cinico odioso ricatto occupazionale. Questo ha aggravato la situazione e l'ha resa progressivamente peggiore e portandola a un punto assai grave.
Le inchieste e le perizie della magistratura non hanno creato il problema ma lo hanno solo reso evidente.
Di fronte a questo l'Ilva di padron Riva non vuole pagare pegno delle sue responsabilità, vuole che lo stato paghi i costi della situazione, che la gestione della fabbrica nell'interesse della produzione per fare sempre più profitti, ha creato.
Insomma il padrone dice “i profitti sono miei e guai a chi me li tocca” anzi voglio continuarne a fare come prima più di prima, le perdite sono vostre.
Per ottenere questo padron Riva per coprirsi le spalle ha cambiato il suo gruppo dirigente, per salvaguardarlo e metterlo al riparo dalle inchieste della magistratura e per mettere al loro posto dei prestanomi, quali questo ex prefetto ed ex candidato sindaco di Milano del PD Ferrante, che sa di siderurgia meno dell'ultimo operaio e che in questi giorni a Taranto è venuto a fare rappresentanza e turismo: una sorta di “pupo di pezza” che interloquisca con Governo, regione ecc. per smorzarne i danni e ottenerne i vantaggi politici ed economici al sostegno del padrone.
In fabbrica invece l'arma del padrone sono quelli che si firmano “lavoratori Ilva” e che hanno oggi piena agibilità in azienda di fare e dire tutto quello che vogliono; questi signori come piccoli sciacalli cavalcano le giuste paure e preoccupazioni degli operai, che certamente non vogliono perdere il posto di lavoro per diventare una sorta di ridicola guardia pretoriana del padrone.
Di fronte a questo “disastro provocato e annunciato” ad arte tutti corrono: governo, regione, istituzioni, sindacati al capezzale di Riva per vedere come aiutarlo a uscire dalla situazione, mettendo a disposizione dai 100 ai 300 milioni di euro, e facendo una pressione congiunta sulla Magistratura, che quando non fa niente è denunciata giustamente come complice del padrone, quando fa qualcosa viene messa sotto accusa di provocare il disastro sociale, la chiusura della fabbrica, il licenziamento degli operai.
Gli operai coscienti di questa fabbrica devono innanzitutto sottrarsi a questo gioco del padrone e dei loro servi, dimostrare coi fatti di saper ragionare con la loro testa, organizzandosi autonomamente nello Slai Cobas per il sindacato di classe Ilva, con dignità e coraggio per tutelare lavoro, diritti e salari dagli attacchi di padroni e governo Monti, ma anche tutela della sicurezza e salute in fabbrica e in città dall'attacco che viene da padron Riva innanzitutto. La loro arma è l'organizzazione e la lotta in fabbrica e non la “marcia a comando come soldatini senza cervello da film di Charlot”.
Solo questa lotta operaia autonoma può salvare lavoro e ambiente e creare una grande unità tra operai e città, ogni altra strada porta davvero alla rovina degli operai, della fabbrica e della città
 
Slai Cobas per il sindacato di classe Taranto
cobasta@libero.it
via Rintone 22 Taranto
14 luglio 2012

l grido dei precari a Montecitorio: la cultura non è un punto dello spread!


Il grido dei precari a Montecitorio: la cultura non è un punto dello spread! Riuscita la manifestazione del 16 luglio voluta dal Cps. Nel mirino spending review, riconversioni e nuovi concorsi: ci avete tradito.  "La cultura non è un punto dello spread”: è questo lo slogan scelto dai precari della scuola in occasione della manifestazione svolta il 16 luglio a Roma per dire no ai sacrifici richiesti dal Governo attraverso la spending review per razionalizzare le spese del comparto istruzione, per dire basta ai tagli al settore e per opporsi ai concorsi pubblici Alcune centinaia di docenti, capitanati dal ‘Coordinamento precari scuola’, hanno ricordato a gran voce che i diritti dei precari sono pari a quelli degli altri lavoratori. Sugli striscioni erano esposti diversi per messaggi per opporsi alle collocazione forzate e alle riconversioni sul sostegno dei soprannumerari, a quello che i precari hanno ribattezzato al “concorso-truffa”, riferendosi al ritorno alle selezioni dirette che priverebbero gli attuali supplenti inserite nelle graduatorie ad esaurimento di usufruire della metà dei posti vacanti. Una decisione, quella di tornare al concorso, anche se aperto ai soli abilitati, che secondo il Cps corrisponde ad un vero e proprio “tradimento delle aspettative dei precari storici”: i precari, soprattutto gli “storici”, non se la sentono infatti di tornare ad essere esaminati dopo aver incamerato abilitazioni, specializzazioni, master, perfezionamenti e anni di servizio proficuo. Tra le scritte più in evidenza quella sulla “Scuola Pubblica Bene Comune’. Durante la protesta si sono viste anche bandiere della Flc-Cgil: i rappresentanti del sindacato di Pantaleo hanno confermato che, stavolta assieme alla Uil, torneranno a scendere in piazza il 19 luglio, davanti a Palazzo Vidoni dalle 9,30 alle 13, per opporsi ancora ad una spending review che al comparto istruzione “sottrae 360 milioni di euro” e a quello universitario blocca il turn over e “regala” più tasse agli studenti. Alla manifestazione dei precari si sono “affacciati” diversi rappresentanti politici. Secondo l’on. Pierfelice Zazzera (IdV), che è anche vicepresidente della Commissione Cultura della Camera, la spending review rappresenta “l’ennesimo scippo di risorse economiche alle scuole statali oltre che un nuovo capitolo di umiliazioni cui gli insegnanti precari, professionisti formati, qualificati e sfruttati, vengono sottoposti dal Governo Monti. Ancora una volta – ha continuato Zazzera - si calpesta il piano triennale delle assunzioni, si ledono i diritti dei diversamente abili con la riconversione frettolosa degli insegnanti in esubero per l’utilizzo nel sostegno, si deroga sulla qualità e sulla meritocrazia utilizzando gli insegnanti soprannumerari per materie per cui non hanno titolo e si aziendalizza la scuola con la legge Aprea sostenuta anche dal Partito democratico". Presenti anche esponenti extraparlamentari. Secondo Vito Meloni, responsabile nazionale scuola Prc-Se, quella dei precari è “un’iniziativa generosa e, allo stesso tempo, puntuale e tempestiva che richiama le forze politiche della sinistra e le forze sindacali alla responsabilità di costruire l’opposizione politica e sociale al governo delle banche”. Pieno assenso all’iniziativa anche da Umberto Guidoni, responsabile scuola, università e ricerca di Sel, secondo cui “con gli ulteriori tagli di oltre 500 milioni di euro alla scuola previsti dalla spending review e il licenziamento di 15.000 precari e Ata si assesta un altro duro attacco alla scuola statale e al diritto a una scuola pubblica di qualità. Colpisce che, mentre si tagliano con l’accetta i finanziamenti, si punti a tagliare anche i diritti acquisiti degli insegnanti precari che da anni sono in attesa della stabilizzazione. Invece di dinamizzare il mondo della scuola con concorsi falsamente meritocratici, sarebbe bene reperire risorse da investire in un piano pluriennale di immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti e per una nuova politica di reclutamento che – ha concluso Guidoni - dia risposte certe al mondo del precariato della scuola”. Dell’impegno interministeriale (firmato il 4 agosto 2011) di assumere non oltre 22mila docenti e 7mila Ata, per il prossimo anno scolastico ed il successivo, non vi sono però ancora conferme. E il malcontento cresce.

giovedì 26 luglio 2012

4° SIT-IN CONTRO LA DEPORTAZIONE DEGLI INIDONEI LA DISCUSSIONE SULLA SCUOLA SLITTA IL PRESIDIO CONTINUA… VENERDI’ 27 LUGLIO NUOVO APPUNTAMENTO AL SENATO

Oggi, 26 luglio 2012, si è svolto dalle 10 alle 19, il 4° sit-in dei docenti inidonei presso il Senato della repubblica.
Circa trecento tra lavoratori e lavoratrici appartenenti ad ACI informatica e docenti inidonei ( docenti che per gravi motivi di salute non possono rimanere in classe ma svolgono proficuo lavoro presso biblioteche, laboratori e a sostegno della offerta formativa) si sono dati appuntamento presso il senato, per protestare contro l’iniquo art 14 della Revisione di spesa e la “deportazione” degli inidonei nei ruoli ATA.
Anche oggi sono intervenuti colleghi e colleghe  provenienti da altre regioni che hanno manifestato e portato il proprio contributo in piazza e così, in questi quattro giorni di protesta, si sono succeduti docenti inidonei provenienti da tutta Italia :dall’Emilia, dalla Toscana, dall’Abruzzo, dalla Campania,dalla Sicilia, dalla Sardegna.
La giornata si è presentata convulsa, tra il succedersi di notizie a volte contrastanti tra loro, ma ha trovato i colleghi e le colleghe inidonei determinati nel portare sino in fondo la propria battaglia.
I dati forniti in mattinata sulle immissioni in ruolo previste per quest’anno ( 21.500 docenti circa e 5.000 ATA), contrastavano , infatti, totalmente con quelle riguardanti lo spostamento di circa 4.000 docenti inidonei sugli stessi posti ATA. Ma i parlamentari della commissione cultura della camera hanno assicurato che ciò risultava compatibile con lo stralcio del comma 13 dell’art 14 ( che riguarda, appunto, la deportazione degli inidonei sui posti ATA).
 A loro parere, infatti, lo stralcio del comma 13 art. 14, risultava la miglior soluzione del problema per gli inidonei in quanto il provvedimento di spostamento sui profili ATA, sembrava improponibile per la particolare situazione dei docenti inidonei che, gravemente malati, sarebbero risultati, nella concreta applicazione della legge, difficilmente trasferibili su altri posti.
Nulla si è invece saputo in relazione alla discussione della commissione bilancio del senato, dove era in votazione la spending review, che ha però proceduto non secondo un criterio di linearità, ma scorrendo da un articolo ad un altro secondo un criterio di complessità.
Come ieri, anche oggi, è apparsa evidente  la difficoltà di procedere all’approvazione di quanto previsto dall’art 14,comma 13 della spending, ovvero sulla reale fattibilità di quella che è stata definita una “deportazione” coatta dei docenti nelle segreterie, con dequalificazione e conseguente perdita stipendiale.
I Cobas e gli insegnanti inidonei hanno ricevuto numerosissimi attestati di solidarietà e incitamento ad andare avanti nella lotta e  si dichiarano soddisfatti dei quattro giorni di mobilitazione, per l’intensità della partecipazione e il coinvolgimento dei colleghi e delle colleghe.
Si dichiarano ancor più convinti della impossibilità di procedere anche “tecnicamente” allo spostamento dei docenti inidonei su altri posti e, visto lo slittamento della votazione ( che dovrebbe tenersi nella mattinata di domani) hanno deciso di dare un ulteriore appuntamento per domani
Venerdì 27 luglio, dalle ore 10 alle ore 19 presso il Senato della Repubblica ( Piazza delle Cinque Lune - Dalla  stazione prendere il 70 o il 64)

mercoledì 25 luglio 2012

Pensioni docenti con le "vecchie" regole...

E’ in arrivo una buona notizia per i 3.500 docenti penalizzati dalla riforma
delle pensioni del ministro Elsa Fornero: nell’ambito del provvedimento sulla
spending review è infatti in preparazione una deroga che li riguarda e che
consentirà loro di andare in pensione con le vecchie regole pre-riforma se
avranno maturato i requisiti entro il prossimo 31 agosto.

All’emendamento stanno lavorando i tecnici del Tesoro e dell'Istruzione
insieme a quelli della commissione Bilancio del Senato che sta vagliando il
testo.

La norma eliminerebbe la disparità, subito denunciata dai sindacati, creata
fra i dipendenti della Pubblica amministrazione: ad eccezione degli insegnanti,
gli altri potevano andare in pensione con le vecchie regole avendo maturato i
requisiti entro il 31 dicembre scorso. Ma nel caso dei docenti la verifica dei
requisiti scatta al 31 agosto, quando finisce tecnicamente l'anno scolastico:
una differenza di cui Fornero non aveva tenuto conto.

da Tuttoscuola, 26.7.2012

martedì 24 luglio 2012

Dal MEF: niente ferie maturate e non godute ai precari


  Data Roma, 24 luglio 2012
 Messaggio 113/2012    
Destinatari RTS    
Tipo Messaggio    Area Stipendi
       
OGGETTO: Applicazione art. 5, comma 8, del D.L. n. 95/2012. Corresponsione     ferie non godute al  personale della scuola.

 Il MIUR con circolare del 16 luglio 2012, nell’impartire prime indicazioni  circa l’applicazione del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, in riferimento all’art.  5 comma 8 che dispone    che le ferie, i riposi e i permessi spettanti al personale sono     obbligatoriamente fruiti e non danno    luogo in alcun caso alla corresponsione di trattamenti economici    sostitutivi,     ha chiarito che detto    disposto si applica anche al personale scolastico, sia con contratto a    tempo     indeterminato che    determinato.    
Considerato anche il parere della Ragioneria Generale dello Stato IGB, IGF    e     IGOP, si    informa che è sospeso il pagamento del compenso per ferie non ancora fruite    al     personale della    scuola con contratto a tempo determinato e indeterminato, in attesa della     conversione in legge del        decreto legge 95/2012.  
 IL DIRIGENTE    Roberta LOTTI

domenica 22 luglio 2012

IL "CONTAGIO" NEOLIBERISTA SI ESPANDE: IL GOVERNO RATIFICA IL FISCAL COMPACT

Il 19 luglio la Camera ha dato il via libera definitivo al «Fiscal compact», il Trattato sulla stabilità dell’eurozona, con il voto favorevole dei partiti che sostengono il governo Monti, nel silenzio mediatico. L’Italia è il decimo paese a ratificare e dare esecuzione alla “regola d’oro”, dettata dall’oligarchia finanziaria. Una regola che impone il pareggio di bilancio (già introdotto nella
Costituzione), meccanismi automatici per il rientro dal deficit e dal debito e determina un ulteriore limitazione di sovranità per i paesi che l’accettano.
Con l’introduzione del dogma neoliberista del «Fiscal compact» viene resa strutturale e permanente la politica di austerità, si cancella qualsiasi ruolo pubblico nelle politiche economiche, viene resa obbligatoria la riduzione del debito che eccede il 60% del PIL al ritmo di un ventesimo l’anno.

Il debito pubblico italiano raggiungerà entro fine anno i 2.000 miliardi di Euro. Dunque dal 2013, oltre alle consuete manovre finanziarie, i governi imporranno un saccheggio sociale di 50 miliardi l’anno, per 20 anni. E’ una dichiarazione di guerra al movimento operaio, popolare e sindacale, volta a far pagare alle masse la crisi e i debiti del capitalismo, a liquidare ulteriromente tutte le conquiste sociali. Grazie al «Fiscal compact» i lavoratori faranno la fame, mentre i principali detentori dei titoli di Stato (le istituzioni finanziarie e le banche) continueranno ad incassare enormi interessi.

Con il vincolo del «Fiscal compact» voluto dall’UE dei monopoli finanziari sarà devastato il futuro delle prossime generazioni. Il patrimonio pubblico verrà sacrificato sull’altare di questa politica neoliberista che aggraverà la recessione, la cassa integrazione e i licenziamenti, approfondirà il declino economico, la regressione dei diritti sociali e l'attacco ai salari, alle pensioni ed ai servizi. E' chiaro l'uso politico dlla crisi per imporre al paese l'attacco finale alle conquiste salariali e ai diritti conquistati con le lotte degli anni '70. Dello stesso tenore la diffusione della menzogna per cui, per aumentare il PIL, la soluzione è la minacciata soppressione delle festività civili del 25 aprile, del 1 maggio e del 2 giugno. Un attacco oltre che ai diritti di chi lavora anche alla storia ed ai simboli della storia della resistenza e del movimento dei lavoratori.
Dobbiamo contrastare la politica economica del governo delle banche costruendo un forte movimento di piazza come quello greco o quello spagnolo: que se vayano todos

Confederazione Cobas Terni 


sabato 21 luglio 2012

Grande vittoria dei movimenti, la Corte Costituzionale fa saltare le privatizzazioni di acqua e servizi pubblici locali

Oggi, 20 Luglio, la Corte Costituzionale restituisce la voce ai cittadini italiani e la democrazia al nostro Paese.
Lo fa dichiarando incostituzionale, quindi inammissibile, l'articolo 4 del decreto legge 138 del 13 Agosto 2011, con il quale, il Governo Berlusconi, calpestava il risultato referendario e rintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questa sentenza blocca anche tutte le modificazioni successive, compresa quelle del Governo Monti.
La sentenza esplicita chiaramente il vincolo referendario infranto con l'articolo 4 e dichiara che la legge approvata dal Governo Berlusconi violava l'articolo 75 della Costituzione. Viene confermato quello che sostenemmo un anno fa, cioè come quel provvedimento reintroducesse  la privatizzazione dei servizi pubblici e calpestasse la volontà dei cittadini.
La sentenza ribadisce con forza la volontà popolare espressa il 12 e 13 giugno 2011 e rappresenta un monito al Governo Monti e a tutti i poteri forti che speculano sui beni comuni. Dopo la straordinaria vittoria referendaria costruita dal basso, oggi è chiarito una volta per tutte che deve deve essere rispettato quello che hanno scelto 27 milioni di italiani: l'acqua e i servizi pubblici devono essere pubblici.
Si scrive acqua, si legge democrazia! 
  

venerdì 20 luglio 2012

“AKTION T4” L’OLOCAUSTO DEGLI “INIDONEI”

Le prime vittime del genocidio nazista furono i malati. Già prima della guerra i nazisti, con il piano T4, diffusero l’idea secondo cui  i malati erano una zavorra superflua e dannosa e nel 1935, un libro di testo introdusse subdolamente questo tema in alcuni esercizi di matematica:
Esercizio 97
Un malato di mente costa circa 4 marchi al giorno, un invalido 5,50 marchi, un delinquente 3,50 marchi. In molti casi un funzionario pubblico guadagna al giorno 4 marchi, un impiegato appena 3,50 marchi, un operaio non qualificato neanche 2 marchi per ciascun membro della famiglia.  Secondo prudenti valutazioni in Germania ci sono 300 000 malati di mente, epilettici ecc. in case di cura..Quanto costano annualmente costoro complessivamente se per ciascuno ci vogliono 4 marchi? (E. Collotti, Nazismo e società tedesca (1933-1945), Torino, Loescher, 1982, p. 188)
La revisione di spesa che Monti e i partiti Italiani stanno per approvare definitivamente rappresenta l’ultimo tentativo di ‘liberarsi’, nello stesso subdolo modo, dei docenti che per GRAVI motivi di salute sono stati costretti ad abbandonare le classi ed occupano, ora, posti in Biblioteca, nei laboratori didattici oppure offrono sostegno al piano dell’offerta formativa. Così gli insegnanti saranno  ‘obbligati’ a transitare nei ruoli ATA, lavorando nelle segreterie o diventando assistenti tecnici di laboratorio e costretti a svolgere mansioni troppo gravose per le patologie riportate. Per questi motivi molti docenti non riusciranno a svolgere compiutamente quanto loro assegnato, rischiando così il licenziamento.
Ma i docenti “ idonei ad altri compiti” rivendicano il proprio ruolo nella scuola e nella società, perché nonostante non stiano più in classe, non hanno perso il proprio posto di lavoro e ancora svolgono, con passione e dignità, la funzione per la quale hanno acquisito i titoli necessari ad esercitarla.
I docenti “ idonei ad altri compiti” hanno avanzato, peraltro, una concreta proposta alternativa e indicato le risorse specifiche  per ottenere i risparmi richiesti: utilizzare, infatti, il finanziamento previsto per le Funzioni strumentali ( figure di supporto al piano dell’offerta formativa nelle scuole ), pari a 100/140 milioni di euro, costituirebbe la possibilità concreta di incamerare le somme necessarie alla revisione di spesa per far rimanere gli “ idonei ad altri compiti” sui posti attualmente occupati.
I COBAS, INSIEME AI DOCENTI “IDONEI AD ALTRI COMPITI”
hanno indetto un sit-in permanente il 23-24-26 luglio presso il Senato
e invitano tutti ad essere presenti dalle ore 10 alle 19
di ognuna delle giornate
poiché in quelle date sarà approvato “AKTION T4”
 L’Olocausto degli inidonei

NO ALLE CATTEDRE SUPERIORI A 18 ORE

Abbiamo inviato la richiesta sottostante contro la costituzione di cattedre con orario settimanale superiore alle 18 ore. Chiediamo a tutti i colleghi che fossero a conoscenza di simili situazioni di avvertirci per poter intervenire tempestivamente a tutela di coloro che con questa procedura rischiano la soprannumerarietà, di coloro che non intendono sobbarcarsi ulteriori classi (scarica il modello di reclamo da http://www.cobas-scuola.it) e dei precari a cui vengono ulteriormente tolte altre possibilità di lavoro.


Al Ministro della Pubblica Istruzione
Segreteria del Ministro
Ufficio di Gabinetto
Direzione generale per il personale scolastico


Oggetto: Richiesta di incontro urgente - illegittimità della formazione cattedre con oltre 18 ore
Risulta alla scrivente Organizzazione Sindacale che negli organici docenti per l’anno scolastico 2012/2013 l’Amministrazione Scolastica stia provvedendo a formare, in base al prospetto dei dati sintetici fornito dal sistema informativo, cattedre di alcune classi di concorso, come la AO25 e la AO60 nei Licei Scientifici e la AO17 e AO47 negli istituti professionali , con oltre 18 ore di insegnamento settimanali. Le SS.LL. sono chiaramente a conoscenza che tale pratica è assolutamente illegittima e in palese contraddizione non solo con le disposizioni del CCNL ma con la stessa normativa ministeriale vigente (art. 19 D.P.R. 81 del 20-03-2009 e circolare ministeriale 25 del 29.03.2012).
Dalle norme pattizie (articolo 28, comma 5, del CCNL del Comparto Scuola 2006/2009) risulta in modo evidente ed inconfutabile, che l’orario obbligatorio di cattedra nelle scuole secondarie non può superare le 18 ore settimanali.
L’art. 19 del DPR n. 81 del 20 marzo 2009 (GU n. 151 del 2 luglio 2009) recante “Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola” ai sensi dell’art. 64, comma 4 del DL 25/6/2008 n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6/8/2008 n. 133 ha innovato la materia solo con la eliminazione della cosiddetta “clausola di salvaguardia”, ma anch’esso non ha previsto, la possibilità di superare il limite delle 18 ore settimanali e testualmente al comma 4 ribadisce “I Dirigenti Scolastici ... attribuiscono spezzoni orario fino a 6 ore ai docenti in servizio nell’istituzione, con il loro consenso, fino ad un massimo di 24 ore settimanali”.
Per ultima, la circolare 25 del 29/3/2012 così recita a proposito delle cattedre in deroga alle 18 ore settimanali: Fanno eccezione le cattedre che non sia possibile formare per complessive 18 ore anche ricorrendo ad una diversa organizzazione modulare, fermo restando che le stesse non potranno comunque avere un orario inferiore alle 15 ore settimanali. In tal caso l’orario necessario per completare la cattedra potrà essere impiegato per il potenziamento degli insegnamenti obbligatori per tutti gli studenti e/o per attivare ulteriori insegnamenti, finalizzati al raggiungimento degli obiettivi previsti dal
piano dell’offerta formativa. Solo allo scopo di salvaguardare le titolarità dei docenti soprannumerari (e nel rispetto degli obiettivi finanziari di cui all’art. 64) è possibile formare cattedre con un orario superiore alle 18 ore che, di norma, non devono superare le 20 ore settimanali, sempreché non sia possibile attivarle secondo quanto previsto dal comma precedente." Infine, sempre la CM 25/2012 a pag. 14 prevede che " ... in considerazione della progressiva applicazione della riforma, non vengono più formate cattedre ordinarie ma solo cattedre interne, utilizzando contributi orari sia del nuovo che del pregresso ordinamento ancora vigente nelle classi successive alle prime ...".
Dunque l’obbligo di completamento della cattedra è fissato da tutte le norme sino alle 18 ore di insegnamento, e non oltre. Nessuna norma prevede la costituzione di cattedre oltre le 18 ore senza il consenso del docente, e solo con le procedure già richiamate in ordine all’assegnazione di ore eccedenti da parte dei Dirigenti Scolastici.
Con la costituzione di cattedre oltre le 18 ore, quindi, è stato violato palesemente il CCNL del Comparto Scuola e il DPR 81/2009.
A sostegno di quanto affermato si ricorda che in svariati recenti contenziosi giurisdizionali è stato acclarato univocamente tale assunto e l’Amministrazione Scolastica è stata condannata dai Tribunali del Lavoro per aver illegittimamente costituito cattedre di insegnamento con oltre 18 ore, anche in insegnamenti, quali ad esempio scienze e disegno e storia dell’arte, per i quali i previgenti ordinamenti (previgenti perché non più in vigore) prevedevano la possibilità di costituire cattedre di 20 ore settimanali di insegnamento. La disposizione del vecchio DM del 1952 di costituire cattedre di scienze e disegno e storia dell’arte 20 ore è inoltre incompatibile con il testo unico del 1994 e con tutte le altre norme successive. Inoltre, c'è da sottolineare che dal 1952 a oggi il vecchio ordinamento dei licei è profondamente cambiato e non esiste più quello previsto dal DM del 1952 dato che sono state introdotte tutte le varie sperimentazioni (mini, maxisperimentazioni, autonomia, proteo, etc) che presentano quadri orari di scienze e disegno e storia dell’arte completamente diversi da quello previsto dal suddetto decreto. Inoltre il quadro orario per le classi prime dei nuovi licei è diverso sia da quello del 1952, sia da quello presente nelle varie sperimentazioni.
Alla luce della normativa vigente e soprattutto in riferimento al DPR 81/2009 e alla CM 25/2012 le cattedre come la AO25 e la AO60 nei Licei Scientifici e la AO17 e AO47 negli istituti professionali devono essere ricondotte a 18 ore. Le illegittime cattedre così costituite provocano e provocheranno un danno grave alle/ai docenti che diventano soprannumerari, a coloro cui vengono assegnate cattedre superiori alle 18 ore ed, infine, al personale docente precario che in tal modo si vedrà scippare dalle future disponibilità ulteriori ore di insegnamento, cui avrebbe diritto nel prossimo anno scolastico.
Tutto ciò premesso e considerato, e valutato che nessuna norma prevede che sia possibile attribuire una cattedra oltre le diciotto ore settimanali di insegnamento obbligatorie, la scrivente Organizzazione Sindacale COBAS - Comitati di Base della Scuola
CHIEDE
un incontro urgente
Rimanendo in attesa di un sollecito riscontro, si porgono distinti saluti
Per i Cobas - Comitati di Base della Scuola

martedì 17 luglio 2012

Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla Cassazione torniamo a parlare di amnistia

Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alla rivendicazione di amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità


Un Libro per riflettere – Amedeo Santosuosso e Floriana Colao, Politici e Amnistia, Tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità ad oggi, Bertani editore, Verona 1986

di Paolo Persichetti


Negli ultimi anni ripetuti cicli di lotte hanno ridato smalto all’azione collettiva. Questo nuovo clima d’effervescenza sociale non ha coinvolto soltanto tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale, ma parti intere di popolo, pezzi di società. Le vaste dimensioni della rappresaglia giudiziaria stanno lì a dimostrarlo. Si è parlato di circa novemila persone sottoposte a procedimenti penali.
Scomponendo il dato ci accorgiamo che le figure sociali coinvolte riguardano lavoratori e sindacalisti degli stabilimenti Fiat di Melfi, Termini Imerese, Cassino, personale degli aeroporti, dipendenti del trasporto urbano, precari. Ci sono militanti antiguerra coinvolti nei blocchi ferroviari, le popolazioni meridionali di Scanzano e Acerra. I senzatetto, gli attivisti antiCpt e dei Centri sociali che hanno partecipato ad azioni contro l’esclusione, il carovita, il lavoro interinale, per il diritto alla casa. Militanti noglobal che hanno preso parte alle mobilitazioni di Napoli e Genova.
Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio hanno storicamente fatto ricorso alle amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità.
È stato così per oltre un secolo, ma in Italia non accade da più d’un trentennio. Le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970, dopo più nulla perché alla fine degli anni 70 hanno prevalso scelte favorevoli all’autonomia del politico contro le insorgenze sociali, col risultato di dare vita ad un divorzio drammatico tra sinistra storica e movimenti, per questo sarebbe ora di chiudere quella disastrosa parentesi. Si tratta di salvaguardare il dissenso di massa che si è espresso in questi ultimi tempi e chiudere gli strascichi penali di stagioni ormai concluse che con il loro protrarsi ipotecano pesantemente il futuro.
L’amnistia del 1968 e del 1970
Le amnistie del 1968 e del 1970, spiegano Amedeo Santosuosso e Floriana Colao in un volume apparso a metà degli anni Ottanta, sanciscono la fine del dopoguerra. Per la prima volta, infatti, scompare ogni riferimento agli strascichi della guerra civile per far fronte unicamente ai problemi posti dal conflitto moderno. Politici e amnistia era il titolo del libro, dove per «politici» non s’intendono certo i condòmini del Palazzo, come la vulgata populista affermatasi più tardi potrebbe indurre a credere, ma quei «militanti di strada», protagonisti delle battaglie sociali più aspre che hanno fatto avanzare il Paese.
Il progressivo mutamento di senso che ha investito questo termine dimostra quanto forte sia stata la volontà di spoliticizzare il sociale. Senza dubbio una delle ragioni che hanno ostacolato la promulgazione di nuove misure amnistiali per fatti politici.
La definizione più ampia di amnistia si trova nel provvedimento del 1970, rivolto a quei delitti «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale». Le tipologie di reato investite vanno dallo sciopero del pubblico servizio, alla resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, interruzione di servizio pubblico, istigazione a commettere reati e disobbedire alle leggi, boicottaggio, occupazione d’azienda, sabotaggio, violenza privata e danneggiamento.
Nell’amnistia del 1968 sono inclusi anche il blocco stradale e ferroviario, la devastazione, l’incendio, la detenzione d’armi da guerra. Illuminanti appaiono gli argomenti avanzati per giustificarne la necessità. Nel giugno 1968, il relatore, senatore Codignola, richiamava «il divario crescente fra alcune norme penali e di sicurezza tuttora in vigore, e la diversa coscienza che si è venuta maturando fra i giovani. I procedimenti giudiziari che ne sono seguiti ne costituiscono la logica conseguenza, ma riconfermano la necessità e l’urgenza di una radicale revisione del Codice penale, della legge di Pubblica sicurezza e di altre leggi, la cui ispirazione autoritaria risale al fascismo o comunque ad una concezione repressiva dello Stato».
Da rilevare come quella normativa, allora tanto biasimata, non solo è ancora in vigore, ma è stata ulteriormente irrigidita. Alla Camera, Giuliano Vassalli difendeva l’amnistia del 1970 sostenendo che tali dispositivi «sono adottati quando si tratti di por fine a procedimenti penali propri e caratteristici d’una determinata situazione storicamente superata e della quale non è pensabile una riproduzione a breve scadenza o a procedimenti penali instaurati per reati che sono il frutto particolare di eccezionali rivolgimenti politici, economici e sociali arrivati a positiva conclusione, della quale taluni eccessi sono il prezzo fatale, ed un prezzo del quale pertanto non appare giusto esigere il pagamento fino alle estreme conseguenze del processo e della condanna».
Perché l’amnistia oggi
Nel 2001 con l’introduzione del Mae (il mandato di arresto europeo che ha reso quasi automatiche le estradizioni all’interno dello spazio Shengen, abolendo l’immunità e le garanzie che un tempo tutelavano le infrazioni di natura poltica) e le direttive europee che hanno invitato i paesi membri ad estendere la nozione di terrorismo a condotte politiche e sociali ritenute un tempo normale espressione della conflittualità sociale e sindacale, oltre a designare come un possibile movente «terrorista» il dissenso politico contro i governi, si è sempre più affievolita la distinzione tra reati e atti illeciti tipici delle lotte sociali e dei movimenti di contestazione interni al sistema e reati di natura apertamente sovversiva e insurrezionale. I margini di tolleranza dei governi e gli spazi di agibilità democratica si sono drasticamente ridotti con effetti paradossali, dovuti alla disproporzione tra la forza immensa dei mezzi repressivi impiegati e le forme d’illegalità politica a bassa intensità tipiche del dissenso sociale diffuso, quasi a voler imporre una sorta di domesticazione cimiteriale d’ogni possibilità di critica che ha trovato sostegno in quella cultura della legalità che La Boètie non avrebbe esitato a designare come una una tragica prova di servitù volontaria.
In Italia il codice Rocco, arricchito della legislazione speciale antisovversione varata sul finire degli anni 70, si è rivelato un’eredità molto proficua con la sua dottrina del nemico interno. La presenza di questo potente arsenale giuridico repressivo ha permesso alla magistratura di avvalersi d’un ventaglio d’ipotesi d’accusa estremamente ampio e insidioso, come la molteplice presenza di reati di natura associativa:
- dall’originario 270 cp previsto dal guardasigilli del regime fascista Alfredo Rocco, al successivo 270 bis introdotto con la legislazione d’eccezione antissoversione, ai successivi 270 ter, quater, quinques e sexties, situati nel famigerato capitolo secondo dei delitti contro la personalità interna dello Stato;
- all’impiego del 419 cp (devastazione e saccheggio, con pene che variano da un minimo di 8 ad un massimo di 15 anni, che si è tornati ad impiegare dopo i fatti del G8 genovese per sanzionare tradizionali scontri di piazza, conflitti di strada che rientrano nell’ambito della gestione dell’ordine pubblico e non certo all’interno di condotte con finalità insurrezionali). Un reato recepito dalle corti di giustizia in 51 anni di storia repubblicano-costituzionale (dal 1948 al 1999) solo 10 volte. E ben 13 dal 2000 ad oggi, cioè più di un processo all’anno nonostante sia del tutto evidente che il decennio 2000 non può essere paragonato per intesità di violenza politica e presenza di culture politiche rivoluzionarie al trentennio precedente, o anche solo agli anni 70. A dimostrazione che il rinnovato ricorso a questo tipo di imputazione è frutto di una torzione autoritaria della cultura giuridica della magistratura e più in generale del sistema politico italiano;
- o ancora la riesumazione in alcune inchieste recenti del 304 cp, “Cospirazione politica mediante accordo”, norma travasata dal codice Zanardelli all’interno del codice Rocco, impiegata in origine per colpire il diritto di sciopero, tant’è che la corte costituzionale è dovuta intervenire con sentenza n. 123 del 28 dicembre 1962 dichiarando che «compete al giudice di merito disapplicare le norme ricordate artt. 330, 304, 305 cod. pen. in tutti quei casi rispetto ai quali l’accertamento degli elementi di fatto conduca a far ritenere che lo sciopero costituisca valido esercizio del diritto garantito dall’Articolo 40 Cost.».
Evocare il rapporto di forza sfavorevole per liquidare il problema rappresentato dall’amnistia, serve a poco, anzi in genere è la prova della codardia e dell’immensa dose di opportunismo che cova in chi ne fa ricorso. 
«
Spesso – scriveva Seneca a Lucilio – non è perché le cose sono difficili che non si osa, ma è perché non si osa che diventano difficili»
.
Il rapporto di forza sfavorevole è il presupposto di ogni ragionamento sull’amnistia, altrimenti le soluzioni chiamerebbero in causa la scienza ingegneristica delle demolizioni. La vera novità negativa è che se anche oggi ci fosse un rapporto di forza favorevole, l’amnistia non sarebbe percepita come un’ipotesi legittima. Dunque il problema sta nella testa, perché se da un lato ha dilagato il giustizialismo dall’altro l’unica alternativa sembra il vittimismo martiriologico.
Ogni movimento futuro avrà davanti questo problema: riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, abolire il codice Rocco, la pena dell’ergastolo, la legislazione premiale in ogni suo aspetto, decarcerizzare, sprigionare, aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali e pe sfollare le carceri.