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lunedì 28 aprile 2014

Scuola e controlli antidroga, prevenzione o repressione?




di Marco Barone - In questi mesi, probabilmente perché vi saranno delle ignote
scadenze, ignote alla collettività, non a chi si adopera per rispettarle, nelle scuole di molte città dilagano i controlli antidroga con le unità cinofile. A volte nell'area delle pertinenze scolastiche, a volte dentro le aule scolastiche interrompendo anche l'ordinaria attività didattica.


Non entro nel merito della questione proibizionismo ed antiproibizionismo, mi soffermo sul perché di questi controlli che vengono definiti come attività di prevenzione. A parer mio non si tratta di prevenzione, ma repressione vera e propria e non sempre legittima ed a volte sussistono anche dubbi di legalità. Prevenire significa intervenire tramite i processi cognitivi, formativi, educativi, coinvolgendo l'agenzia educativa scuola famiglia. Prevenire significa dialogo, confronto, informazione, formazione.
Prevenire non significa presentarsi un bel dì in una scuola qualunque, con mezzi delle forze dell'ordine e uomini in divisa e cani antidroga. E' una immagine preoccupante, brutta, che incute timore, che incute dubbi e mille perplessità, ma specialmente è l'immagine che rappresenta il fallimento delle politiche di prevenzione in tema di antidroga;  è il fallimento del processo educativo della e nella scuola. Perché quando lo Stato è costretto a mostrare i muscoli  significa che esiste un deficit enorme, che si cerca di colmare tramite il timore, l'autoritarismo ed all'interno di quel luogo che dovrebbe essere protetto, ed essere protetto non significa terra franca, ma significa semplicemente che la scuola tramite i suoi processi educativi deve essere l'unica soggettività deputata ad intervenire con gli strumenti formativi e preventivi ma non repressivi a sua disposizione. Senza dimenticare che in Italia non esiste alcuna emergenza di  assunzione di droghe tra gli studenti, il Piano nazionale antidroga,per esempio, parla di decremento considerevole rispetto alla media europea, invece risulta essere in aumento  il consumo di alcol. 

Il Piano Nazionale Antidroga 2010/13 in nessuno dei suoi passaggi prevede perquisizioni o controlli nelle scuole, così come oggi vengono effettuati. Si parla, invece, di dialogo, formazione, informazione, ma non di controlli così invadenti come quelli attuati recentemente. D'altronde lo stesso Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze nel 2002 scriveva che “La maggior parte dei programmi di prevenzione dalla droga hanno l’obiettivo di evitare o di ritardare l’assunzione di stupefacenti e la tossicodipendenza, a partire dall’ambito scolastico tradizionale. È necessario distinguere tra programmi di prevenzione specifici al di fuori dei curricula scolastici e attività preventive integrate nei programmi scolastici. La prevenzione nella scuola non dovrebbe focalizzarsi esclusivamente sul problema droga, ma al contrario comprendere aspetti di carattere personale e sociale, anche attraverso il coinvolgimento delle famiglie degli  alunni”.
Anche il protocollo d'intesa stipulato tra il MIUR ed il Dipartimento delle Politiche Antidroga con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel dicembre 2012 sembra indicare vie diverse da percorrere, rispetto ai controlli con unità cinofile o perquisizioni nelle scuole. Si scrive per esempio che “gli interventi di prevenzione, per essere maggiormente efficaci, devono essere associati a interventi finalizzati alla riduzione della disponibilità di droghe sul territorio attraverso il mantenimento del rispetto della legalità ed in particolare mediante la repressione del traffico, dello spaccio, della coltivazione e della produzione non autorizzata. Oltre a queste azioni dirette alla riduzione dell’offerta, è opportuno anche mantenere fattori e condizioni deterrenti l’uso di droghe mediante regolamentazioni e normative nel rispetto dei diritti umani. Tutto questo all’interno di un approccio bilanciato che deve trovare sempre il giusto  equilibrio tra le azioni di riduzione della domanda e le azioni di riduzione dell’offerta”.
Accade però che vengono stipulati accordi territoriali tra Prefetture, Questure, USP, USR e Comuni, che prevedono modalità operative di interventi specifici e dettagliati e spesso questi protocolli,andando oltre le indicazioni nazionali, prevedono procedure che possono legittimare controlli antidroga effettuati all'interno delle scuole. Ma il punto è il seguente:  le scuole coinvolte, in casi come questi, sono state realmente informate di tutto ciò? Il Consiglio d'Istituto ed il Collegio docenti, i rappresentati degli studenti e dei genitori, sono stati coinvolti nei processi formativi ed informativi che interessano la possibilità o la necessità di dover provvedere a simili azioni di controllo?
Spesso ciò non accade.
Ma accade che mentre svolgi la tua lezione in classe senti all'improvviso bussare la porta, e vedi le forze dell'ordine con le unità cinofile lì pronte ad entrare. Come rimanere indifferenti a ciò? Il problema è culturale, sociale, educativo, formativo.  Altra riflessione andrebbe fatta sulla correttezza, anche dal punto di vista normativo, del comportamento assunto dal Dirigente scolastico che richiede l'intervento delle forze dell'ordine per effettuare simili atti all'interno della scuola. Spesso il tutto senza alcuna prova di uso e consumo o spaccio di sostanze all'interno dell'area scolastica, spesso senza indizi gravi, precisi e concordanti, ma solo per un senso del dubbio. Ciò sembra non essere vietato, ma il fatto che non sia vietato non significa automaticamente che il detto comportamento possa essere considerato liberamente come lecito sia dal punto di vista civile che penale che
amministrativo che etico e morale.

Oltre il cane Pando verso la drug education

Fonte: fuoriluogo.it, di Susanna Ronconi 24/04/2014

Il professor Franco Coppoli si è rifiutato di far entrare i cani antidroga nella sua classe mentre faceva lezione. Si ritrova oggi con un provvedimento disciplinare incombente sulla sua testa. Susanna Ronconi prova a spiegare perchè con i giovani  l'approccio deterrente non funziona e che bisogna ritornare ad educare.
26 marzo, Istituto per geometri Sangallo di Terni. Il cane Pando fa il suo ingresso in classe, è un cane antidroga, lavora per la Questura, e fa i suo mestiere. Ma anche il professor Franco Coppoli sta facendo il suo, di mestiere, insegna, dichiara agli agenti di non voler interrompere il suo “pubblico servizio” e li invita a uscire. Un gesto, quello del professore, che non finisce lì, e che il 29 aprile, all’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, sarà giudicato e sanzionato con un provvedimento disciplinare per non aver interrotto le lezioni (sic!) e aver impedito il controllo in aula della polizia. La contestazione è per un atto “ non conforme alle responsabilità, ai doveri, e alla correttezza inerenti alla funzione o per gravi negligenze in servizio”, il che significa fino a sei mesi di sospensione da insegnamento e stipendio.
Quello di Terni non è un episodio nuovo e tantomeno isolato, si è ripetuto spesso anche in questi mesi di post Fini Giovanardi (una inerzia?) l’assunto che la repressione, meglio se esibita e con forte impatto, come i supplizi del medioevo, serva alla dissuasione fa parte del senso comune, di quello della politica e anche di quello di certi “scienziati” embedded. Ma vale la pena riparlarne per almeno tre motivi.
Primo: Pando oggi non sta più fuori dai cancelli ad annusare, entra nelle aule, l’impatto è forte, il linguaggio non è quello del mero controllo ma quello della deterrenza, e il rapporto che si cerca così con li mondo degli educatori non è una alleanza, è una sudditanza ancillare e muta. Un approccio che rende pedagogicamente ridicola la tesi di un discorso che presume di essere efficace alternando parole educative a parole repressive: Pando non apre uno spazio educativo, Pando lo chiude (del resto sa solo abbaiare). Che il professor Coppoli si sia sentito espropriare di parola e ruolo è il minimo.
Secondo: la sconcertante impermeabilità nel tempo di queste prassi alla “evidenza” della loro inefficacia: la santa alleanza tra “educare e punire” - manifesto della nostra legislazione nazionale -  ha dimostrato nei decenni la sua pochezza (vedere gli andamenti dei consumi per credere). Lo “scared approach”, approccio deterrente, di reganiana memoria (do you remember “Just say no!” e la Zero tollerance?) ha avuto proprio negli States, dove ha drenato milioni di dollari per un semplice bluff, la sua più radicale critica. Da un lungo elenco: gli studi di Rodney Skager, California, sul fatto che, repressione o no, i ragazzi consumano comunque, quello della Università del Michigan, che ha indagato sulla inutilità dei test sui ragazzi, fino al modello educativo “La sicurezza al primo posto: un approccio basato sulla realtà” della pedagogista Marsha Rosenbaum, San Francisco, che così sintetizza il suo pensiero: «La realtà, secondo le ricerche promosse dallo stesso governo degli Stati uniti, è che oltre la metà dei giovani adolescenti americani sperimenta l’uso di droghe illegali nel periodo in cui frequenta le scuole medie superiori. Tuttavia, l’obiettivo principale della gran parte dei programmi è quello di prevenire il consumo. Al contrario, un approccio realistico dovrebbe concentrare le nostre energie sulla prevenzione dei comportamenti d’abuso. Continuiamo a enfatizzare il valore dell’astinenza, a supportare quegli studenti che dicono “no alle droghe”, mentre dovremmo offrire un’informazione onesta e scientificamente corretta a tutti coloro che dicono “forse”, o “qualche volta” o “sì”».
E qui sta il terzo punto: è ora che gli educatori (tutti, dai genitori agli insegnanti al mondo adulto) si riprendano parola e responsabilità. Il gesto di Franco, dei colleghi e dei genitori che hanno solidarizzato con lui, ha senso se si restituisce alla “normalità” delle relazioni quotidiane il discorso sull’uso di sostanze da parte dei ragazzi. Si chiama “drug education”, significa consapevolezza, ascolto, informazione corretta. Significa, con Marsha Rosembaum, prevenire l’abuso e contenere i rischi. Ma “drug ediation” non ha una traduzione in italiano, noi abbiamo preferito, grazie al Dipartimento antidroga, puntare su “early detection” (questa sì, tradotta) che significa individuare – magari invitando i genitori ad effettuare i test sui figli o mandando i cani - i consumi per avviare i ragazzi/e alla patologizzazione e alla repressione. Un suicidio educativo.
Pubblicato da LF il 24/04/2014


LE SCUOLE NON SONO CASERME, NO ALLA POLIZIA A SCUOLA, I COBAS A FIANCO DI FRANCO COPPOLI

Un dirigente scolastico avvia un procedimento disciplinare contro Franco Coppoli, un docente dell’Istituto per Geometri di Terni che la settimana scorsa ha impedito l’irruzione in classe a una squadra di poliziotti con cane antidroga che pretendevano di interrompere le lezioni e controllare gli studenti e l’aula come se si trattasse del Bronx. L’insegnante, dopo aver accertato che non ci fosse alcun mandato della magistratura, alla notizia che la polizia era stata “autorizzata” dal dirigente scolastico ha espresso la sua totale opposizione all’interruzione dell’attività didattica annunciando agli agenti che -in caso di violazione dell’aula e della lezione- li avrebbe denunciati per interruzione di pubblico servizio ed è riuscito ad ottenerne l’allontanamento dalla classe in nome della libertà di insegnamento.
Qualche giorno dopo la dirigente scolastica pro tempore, Cinzia Fabrizi, ha iniziato un procedimento disciplinare contro il prof. Franco Coppoli, trasmettendo gli atti all’Ufficio scolastico provinciale di Terni e alla Direzione dell’Ufficio scolastico Regionale dell’Umbria. Questo significa che la sanzione disciplinare pretesa è superiore ai dieci giorni di sospensione. Siamo in attesa di ricevere le contestazioni di addebito per capire cosa sia contestato al docente, a cui va la solidarietà dei Cobas. (Qui il link con un’intervista al docente)
Il caso non è isolato ma si inquadra all’interno di una operazione mediatico-intimidatoria più vasta a livello nazionale, in quanto la presenza della polizia nelle scuole viene segnalata in molte cìttà, indice di una strategia mediatico, repressiva ed intimidatoria. La scorsa settimana in quattro istituti superiori di Terni le lezioni, le verifiche, la normale attività didattica sono state interrotte da poliziotti accompagnati da un cane antidroga che hanno fatto irruzione nelle aule scolastiche, facendo uscire gli studenti, controllandoli, perquisendoli e fermando qualche ragazzo.
E’ la prima volta si è assistito, dentro le nostre scuole,  a scene che ricordano gli stati di polizia più che le democrazie moderne o uno Stato di diritto. I comunicati stampa della Questura di Terni affermano che durante il controllo sono state sequestrate (sic!) “20 dosi di hascisc e marijuana”, quindi in totale dovrebbe trattarsi di 4 o 5 grammi al massimo su migliaia di adolescenti. La quantità è irrisoria e non comprendiamo questo spiegamento di forze che ci sembra  inopportuno, e gravissimo. Siamo sicuri che un controllo su migliaia amministratori delegati di aziende, banchieri o politici (ricordiamo l’inchiesta delle Iene di qualche anno fa) avrebbe dato ben altri risultati, ma quello che rimane e vogliamo denunciare, è un operazione senza alcun senso educativo, che viola gli spazi che i ragazzi dovrebbero vivere come propri, che tenta di criminalizzare i giovani e che contro gli auspicabili interventi di prevenzione e riduzione del danno propone la sola opzione repressiva.
L’irruzione nelle classi e l’interruzione dell’attività didattica si configura infatti come una pesante violazione degli spazi educativi, come un tentativo di disciplinamento dei giovani, cercando di far passare un messaggio che criminalizza ed intimidisce gli studenti e distrugge o attacca pesantemente la specificità e l’autonomia degli edifici scolastici.
Questo spettacolo della forza e della repressione avviene inoltre a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale che ha sancito la totale incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, quella che ha riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori proprio equiparando le droghe leggere a quelle pesanti. Mentre in Uruguay ed in molti stati USA ormai hascisc e marijuana vengono legalizzati per scopi terapeutici o ricreativi a Terni si scatena un’operazione mediatica di forza e potenza contro le giovani generazioni, cercando di affibbiare agli adolescenti l’etichetta di drogati. Ci chiediamo infatti quale sia la ratio educativa che sta dietro questa operazione chiaramente intimidatoria, se non quella dell’educare alla disciplina ed alla subordinazione prefigurando uno stato di polizia in cui i diritti diventano un optional.
Invitiamo i dirigenti scolastici ad evitare di far entrare, durante l’attività didattica, la polizia a scuola, attivando eventualmente, con operatori professionali, progetti di prevenzione e riflessione sui comportamenti adolescenziali.
Invitiamo i docenti a lottare per difendere la libertà di insegnamento e l’autonomia della scuola (quella vera…) e a rifiutarsi di interrompere le lezioni, visto che l’operazione -a meno che non sia su mandato di un magistrato- si configura come interruzione di pubblico servizio. Invitiamo i colleghi ad intervenire nei casi critici attraverso strumenti educativi e relazionali e non certamente con comportamenti repressivi che potrebbero rovinare il futuro, già nero, dei nostri studenti.
Invitiamo gli studenti a mobilitarsi contro la repressione ed ii tentativo di criminalizzarli ed intimidirli in massa.
Le nostre scuole non sono caserme o discariche sociali, difendiamo la libertà di insegnamento, la libertà degli spazi educativi contro l’intrusione della polizia nelle nostre aule.

Se i cani poliziotto entrano a scuola

Chi commissiona e mette in atto la perquisizione delle scuole con cani poliziotto avrà
le sue leggi di riferimento che dimostreranno che l’azione è legittima. L’ultima, a Terni pochi giorni fa, ha avuto un’eco nazionale perché un professore ha negato la perquisizione all’interno della  classe rifiutandosi di interrompere la lezione. Ora su di lui pende l’ipotesi di un’azione disciplinare. Ma il punto è che se anche la perquisizione fosse legittima, le manca comunque il conforto del buon senso.

Partiamo dal livello più basso. L’ultima operazione - come le altre nel resto della regione - ha dato luogo al rinvenimento di pochi grammi di hashish. Tenuto conto che ad essere perquisite sono state centinaia di persone, non si può certo parlare di un bilancio scintillante. Insomma: se all’interno delle aule perquisite si fosse scovato il nipote di Al Capone dedito a spacciare un carico di cocaina appena arrivato dal Sudamerica, un senso a questa storia lo si sarebbe potuto al limite trovare. Invece, a fronte di un dispiegamento di forze da retata, i risultati sono stati del tutto trascurabili. E per di più hanno riguardato il sequestro di una sostanza che la Corte costituzionale - il massimo organo giurisdizionale - ha di recente nettamente distinto dalle droghe pesanti, che infestano le nostre città in ambienti spesso insospettabili.
Fin qui siamo al livello di base. Ora proviamo a salire un po’. Perché il fallimento di quella perquisizione non è nel bilancio operativo, ma nell’inconsapevole dichiarazione di impotenza di chi l’ha voluta, chiunque esso sia. Nel ricorso all’utilizzo delle forze dell’ordine all’interno di una scuola  per un motivo del genere, c’è la negazione in radice della vocazione stessa di quel luogo. Laddove un docente, un preside o chiunque altro al loro posto avessero la percezione che c’è qualcosa che non va nei ragazzi con i quali lavorano, rientrerebbe nel loro ruolo di educatori parlarne con i singoli, con il gruppo, con i genitori. Al limite, ricorrere a incontri con personale specializzato. Consentire di farli annusare da cani poliziotto in un luogo in cui si va per conoscere il mondo, è abdicare al ruolo stesso di educatori. È negare la complessità, le articolazioni, le fragilità di ragazze e ragazzi che sono materia plastica in cerca di forma. Una forma che dipenderà anche dagli educatori che si hanno. Benché questi a volte non se ne rendano conto. 
twitter: @famarucci
facebook.com/famarcucci


http://www.giornaledellumbria.it/blog/se-i-cani-poliziotto-entrano-scuola

domenica 27 aprile 2014

ER CANE POLIZZOTTO

Jeri ho incontrato un Cane polizzotto.        

Dico: - Come te va? - Dice: - Benone!
Ogni ladro che vedo je do sotto.
Li sento dall'odore, caro mio!
Còr naso che cìo io!... -

In quer mentre è passato un fornitore
che Dio solo lo sa quant'ha rubbato.
Ho chiesto ar Cane: - senti un certo odore? - 
Ma lui m'ha detto: - No... Sò raffreddato... -

Er cane polizzotto c'ho incontrato
lo faranno prestissimo questore.

Trilussa, da le favolette


sabato 26 aprile 2014

Perché ai dietrologi non piace che i documenti sulle stragi non siano più riservati?


by insorgenze 

image_gallerySmascheramenti - Martedì 22 aprile il capo del governo Matteo Renzi ha disposto la declassificazione degli atti conservati presso le diverse amministrazioni dello Stato (ministero dell’Interno, arma dei Carabinieri, Servizi segreti e altre strutture) riguardanti le stragi di piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), questura di Milano (1973), piazza della Loggia a Brescia (1974), Italicus (1974), Ustica (1980), stazione di Bologna (1980), Rapido 904 (1984)

La decisione del presidente del Consiglio fa seguito ad una direttiva impartita nel corso di una riunione del Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), tenutasi venerdì 18 aprile. In quella sede si è deciso il versamento anticipato della documentazione classificata relativa alle stragi in possesso delle diverse amministrazioni dello Stato, in omaggio alla trasparenza e in ottemperanza anche con quanto previsto nella legge 124 del 2007, che regola i nuovi termini del segreto di Stato, opponibile per un periodo non superiore ai 30 anni ma largamente disatteso, salvo alcuni casi circoscritti. Proprio perché il segreto di Stato – secondo la normativa attuale – può essere apposto per 15 anni, reiterabili una sola volta, restava sempre più ingiustificabile quel segreto di Stato strisciante che investe il resto della documentazione classificata prodotta dalle diverse amministrazioni dello Stato. Una inaccessibilità agli atti che incontra in via teorica un vincolo minimo di riservatezza di 40 anni (70 per le informazioni di carattere personale), in realtà spesso di gran lunga superiore per le ragioni più disparate frapposte da un’amministrazione completamente estranea ad una prassi e cultura della trasparenza.
Aboliti i vincoli di riservatezza
Quanto annunciato da alcuni organi d’informazione è risultato inesatto: la direttiva varata del governo non investe il segreto di Stato. Equivoco che ha suscitato diverse reazioni polemiche. Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica, ha precisato che il segreto di Stato «su queste vicende non c’era e non è stato apposto», perché non è opponibile sui documenti riguardanti le inchieste per strage o eversione dell’ordine democratico. Molto più semplicemente – ha spiegato – «sono stati eliminati i 4 livelli di classificazione: “riservato”, “riservatissimo”, “segreto” e “segretissimo” (l’equivalente nostrano della dicitura “Top Secret”)».
Socializzazione delle fonti
Le carte rese disponibili verranno raccolte in ordine cronologico presso l’Archivio centrale dello Stato. Anche se non siamo di fronte a quella rivoluzione copernicana annunciata da Repubblica, per intenderci nulla a che vedere con il Freedom of information act che negli Usa norma la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione, si tratta pur sempre di una decisione positiva che faciliterà un accesso maggiore alla consultazione delle fonti d’origine statale (a dimostrazione del fatto che non serve essere di sinistra per fare cose intelligenti. Ricordiamo che quando rappresentanti della sinistra sono saliti al governo hanno fatto l’esatto contrario *).
Non solo specialisti e studiosi ma anche semplici cittadini potranno visionare questa documentazione e, nei limiti delle difficoltà che la lettura e l’interpretazione di materiali del genere presenta, costruirsi un giudizio storico-politico autonomo su quelle vicende. Questa “democratizzazione” degli archivi, questo controllo dal basso delle fonti archivistiche tuttavia non ha suscitato l’unanimità, al contrario è stata accolta con sufficienza e fastidio dai maggiori esponenti della scuola dietrologica e da alcuni portavoce dellla vittimocrazia che negli ultimi anni si sono visti attribuire il ruolo di tutori del ministero del passato.
L’altroquando, ovvero la verità è sempre altrove«In quelle carte non ci sono grandi rivelazioni, non troverete nessuna smoking gun», ha subito ribattuto uno dei maggiori esponenti del complottismo italiano. Aldo Giannuli ha tuonato contro la decisione del governo affermando che «La magistratura, sia direttamente che tramite agenti di pg e periti, ha abbondantemente esaminato gli archivi dei servizi e dei corpi di polizia, acquisendo valanghe di documenti che sono finiti nei fascicoli processuali». Anche le commissioni parlamentari – ha proseguito Giannuli – «che si sono succedute sul caso Moro, sulle stragi, sul caso Mitrokhin hanno acquisito molta documentazione in merito (anche se poi è finita negli scatoloni di deposito e non in archivi pubblici). Diversi consulenti parlamentari e giudiziari (a cominciare dal più importante, Giuseppe De Lutiis, a finire al sottoscritto) hanno successivamente utilizzato abbondantemente quella documentazione per i loro libri». Saremmo dunque «alla “quinta spremuta” di queste olive – ha concluso– : ci esce solo la morga, robaccia».
«I segreti stanno altrove», suggerisce quello che è stato il consulente di ben 13 procure e diverse commissioni d’inchiesta parlamentare. «Bisogna cercare nell’archivio riservato della Presidenza della Repubblica, nella sede Nato di Bruxelles, negli uffici Uspa dei ministeri», lì dove l’inaccessibilità ad oggi resta totale.
Insomma il messaggio dei dietrologi è chiaro: è inutile che andiate a cercare, lo abbiamo già fatto noi! Fidatevi di quello che noi vi abbiamo raccontato, lasciate a noi il monopolio del discorso storico!
Una storia dal bassoSe le cose stanno così, se le carte che verranno versate presso l’Acs – come sottolinea Giannuli – non hanno grande rivelazioni da fornirci, se la verità si trova sempre altrove, nell’altroquando, vorremmo allora capire su quali basi e fonti i dietrologi hanno creato nel corso degli ultimi decenni la loro monumentale produzione letteraria, quell’immensa discarica della storia che è la narrazione dietrologica imperniata sulle varie teorie del doppio Stato, dello Stato parallelo, degli Anelli, collari e guinzagli….
Basterebbe solo questo per comprendere l’importanza di questa declassificazione. L’eventuale persistenza di “santuari del segreto” non toglie nulla al fatto che si sia aperta finalmente una crepa, che si sia rotto il monopolio delle fonti in mano alla magistratura e alle commissioni parlamentari, a quello stuolo di specialisti di corte, quella scia di consulenti di partito, periti della magistratura e funzionari di polizia giudiziaria, cioè gli stessi produttori delle carte esperite, che hanno valutato per decenni queste fonti riservate elargendole in modo selettivo al giornalista amico, orientando scoop e rivelazioni, elaborando il più delle volte narrazioni mistificatorie.
Fermo restando che un giudizio completo sul valore dei documenti declassificati sarà possibile solo dopo la loro consultazione, la possibilità di un libero accesso a fonti prima riservate contiene i germogli di una nuova primavera storiografica libera dalla dipendenza dei discorsi formulati dalla magistratura e dai suoi consulenti. Non è cosa da poco tornare ad una storiografia non più egemonizzata dal paradigma penale, da una concezione indiziaria, da una visione poliziesca che ha fatto del “sospetto” la chiave di lettura della realtà.
I dietrologi snobbano il libero accesso alle fonti d’archivioAi dietrologi tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte ha permesso a questi cialtroni di utilizzare gli archivi come un fondo di commercio per i loro libri-spazzatura e per le loro carriere accademiche, ma ancor di più ha messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, totalmente stabilizzatore, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a rifiutare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico.
La «dietrologia», ovvero questa moderna arte divinatoria protesa a «predire il passato», ha tolto la capacità di capire la storia. È in questo modo che la dietrologia contro le trame di Stato si è fatta dietrologia dello Stato contro la società. Sugli anni 70 si romanza, s’inventa, si fantastica, si fa astrologia e cartomanzia, criminologia, vittimologia, fiction, tutto fuorché scienza sociale.
Ripensare le fontiÈ noto come il discorso dietrologico segua una logica ermetica, un procedere circolare, un divenire chiuso. Questa sordità cognitiva lo tutela dalle smentite che si accumulano nel tempo rendendo estenuante e del tutto inefficace la verifica della semplice coerenza interna ed esterna delle sue asserzioni. Le teorie complottiste non recepiscono mai la confutazione, che anzi viene letta come una dimostrazione ulteriore della cospirazione contro la verità (dispositivo che ricorda la famosa «prova diabolica» dell’inquisizione). Tallonare i molteplici e mutevoli asserti che alimentano le teorie del complotto, quegli arcana imperii, quei «lati oscuri», quel «sottosuolo inquietante» sempre evocato, non sortisce risultati per la semplice ragione che la dietrologia è un’antistoria.
In queste vicende la logica e i principi della razionalità illuministica non funzionano di fronte ad una retorica che ricorre a tecniche argomentative come il metodo dell’amalgama, la confusione di tempi e luoghi, l’uso di acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori macroscopici, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni.
Liberarsi dalle superstizioni e tornare a pensare una realtà traversata da processi, conflitti e contraddizioni, recuperare la categoria di storicità degli eventi, è il solo modo per uscire dalla superstizione del complotto. Emanciparsi dall’idea che il lavoro di ricostruzione storica debba ridursi a una sorta di risalita gerarchica verso un vertice, una struttura a base piramidale che nasconde l’ordito del complotto (variante volgare, nel migliore dei casi, delle ben più solide teorie elitiste) è un grande salto verso la libertà di ricerca.
L’acceso libero alle fonti è sicuramente un passaggio fondamentale per portare avanti questo rinnovamento storiografico, ma non basta. Occorre ripensare anche le fonti, allargare il loro spettro. Cercare fonti nuove, non solo di produzione statale per non restare imprigionati all’interno di quello che fu lo sguardo degli enti statali sui fatti.
 Note* Nel periodo in cui fu ministro dell’Interno, 1996-1998, Giorgio Napolitano non si distinse certo per un’azione in favore della trasparenza. Il successivo governo di Massimo D’Alema, 1998-1999, promosse addirittura i Carabinieri a quarta arma dello Stato ed allungò i termini del segreto di Stato.

Vergogna alla manifestazione del 25 aprile. Aggrediti i palestinesi, spezzato il corteo

Comunicato stampa Il corteo ufficiale per il 25 Aprile a Roma, è stato oggi testimone di un episodio gravissimo.
La delegazione palestinese e le reti solidali con la Palestina si stavano concentrando al Colosseo per partecipare come tutti gli anni alle manifestazioni che celebrano la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo. Ma i palestinesi e gli attivisti sono stati aggrediti da una quarantina di squadristi della comunità ebraica romana, non nuovi ad episodi di aggressione come questa. Si è scatenato un corpo a corpo impari, da una parte giovani palestrati tra i 25 e i 40 anni, dall'altra donne, mannifestanti anche di una certà età, attivisti.
Ad aggravare le cose è stato l'atteggiamento delle forze di polizia che si sono schierate in mezzo – ovviamente rivolte contro gli aggrediti e non contro gli aggressori. Questo fatto ha consentito agli squadristi di agire a proprio piacimento, con incursioni che – passando in mezzo alla fila degli agenti - prelevavano gli attivisti filopalestinesi e li trascinavano tra le loro file per essere pestati.
A quel punto l'Anpi ha fatto partire lo stesso il corteo – con lo striscione e la bandiera israeliana ben visibile e “scortata” dai gorilla della comunità – ed ha fatto sì che la polizia tenesse fuori e bloccato lo spezzone con le bandiere palestinesi.
Diversi gruppi di manifestanti – esponenti del Pdci, Prc, Pcl e altri – sono rimasti per solidarietà insieme allo spezzone palestinese. Lo stesso ha fatto un circolo dell'Anpi (quello universitario dedicato a Walter Rossi).
Eppure dieci giorni fa c'era stato proprio un incontro tra i palestinesi, le reti solidali e l'Anpi per concordare la partecipazione al corteo della Liberazione. Evidentemente nelle manifestazioni che celebrano la Resistenza e la Liberazione si è preferito avere nel corteo la bandiera dell'oppressione (quella dello Stato di Israele e non solo quella della brigata Ebraica che ha invece titolo per essere nella manifestazione) ma non quella di una lotta popolare di Liberazione (quelle palestinesi).
Ma lo spezzone con le bandiere palestinesi è arrivato comunque a Porta San Paolo ed è diventato uno spezzone numerosissimo e partecipato. Le intimidazioni evidentemente non hanno funzionato.

Oggi è stata una vergogna per la giornata del 25 aprile, una vergogna anche per l'Anpi. Un nuovo episodio da aggiungere al lungo dossier sull'impunità da parte di polizia e magistratura di cui gode lo squadrismo nella città di Roma.

Roma, 25 aprile 2014,  Reti di solidarietà con il popolo palestinese

venerdì 25 aprile 2014

25 aprile. Per la libertà di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Per la libertà di tutti


Il processo a quattro No Tav rinviati a giudizio per “attentato con finalità di terrorismo” per un sabotaggio al cantiere/fortino di Chiomonte avrebbe dovuto cominciare il 14 maggio, ad un anno esatto dall’azione in Clarea di cui sono accusati. Una scelta di forte rilievo simbolico: lo Stato mette in scena una rappresentazione in grande stile, per far mostra della propria invincibile potenza.
Davide può giocare Golia una sola volta. Quando il gigante si rialza la sua vendetta deve essere terribile, esagerata, fuori dal normale.
In ballo non c’è solo la punizione per chi viene accusato di aver praticato l’azione diretta contro un cantiere imposto con la violenza ad un’intera popolazione: occorre che l’accusa di terrorismo e una condanna “esemplare”, ricaccino in casa le migliaia di persone contrarie alla realizzazione della Torino Lyon.
Per ottenere lo scopo stanno mettendo in pista una macchina schiacciasassi che procede senza badare a chi si trova sul cammino.
La finale di un torneo di calcio fissata a Torino il 14 maggio, lo stesso giorno della prima udienza, ha indotto la Procura a far slittare di una settimana il processo, che è stato rimandato al 22 maggio e spostato nell’aula bunker delle Vallette. Una dependance del carcere, nel nulla metropolitano. Lì, chi è tra il pubblico, fa fatica a vedere la scena e deve ricorrere ai televisori installati. Il collegio giudicante è lontanissimo, le gabbie degli imputati quasi invisibili.
La democrazia celebra i suoi riti nel formale rispetto dei “diritti” sanciti dalla costituzione, ma, nei fatti, tutto collabora a trasformare in una farsa un processo che sembra avere la sentenza già scritta.
L’immagine di tifosi e No Tav che non possono convivere nella stessa giornata, anche se in luoghi e orari diversi, ha un enorme potere evocativo. L’equazione tra No Tav e violenza viene alimentata ad arte per giustificare sia il regime carcerario duro cui sono sottoposti Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò, sia per dare alimento alla macchina dell’informazione, che alimenta, giorno dopo giorno, un clima di paura. Il quotidiano “Cronacaqui”, una settimana fa ha scritto che gli “anarchici uccideranno”. In prima pagina a titoli di scatola. I due maggiori quotidiani locali, “La Stampa” e “Repubblica” non sono da meno del fogliaccio fondato dal mai compianto onorevole post-fascista Ugo Martinat.
In compenso, per essere ben sicuri che i 12 giudici popolari che affiancheranno i togati durante il processo, non fossero in nessun modo influenzati, la Questura ha stabilito che fossero scortati in aula ad ogni udienza.
Intorno a questo processo costruito sul nulla stanno montando un’impalcatura da far invidia a quelle dei processi ai boss di mafia e n’drangheta. Il recente procedimento per gli inquisiti dell’operazione “Minotauro” ha avuto un rilievo mediatico decisamente inferiore.
La partita che si sta giocando intorno a questo processo è troppo importante perché lo Stato possa permettersi di perderla.
Era una storia di treni, di soldi pubblici da spartire in maniera sicura, la storia di un ceto politico che bada solo alla propria sopravvivenza, contando su un sistema di drenaggio di risorse pubbliche per fini privatissimi.
Da un pezzo non è più così. Avrebbero avuto mille argomenti per chiudere la partita in maniera indolore. Da due anni arrivano da oltr’alpe segnali che la Torino Lyon non è una priorità. Ha cominciato due anni fa la corte dei conti francese, dichiarando che nell’attuale contingenza, l’opera era troppo costosa: due anni dopo le ha fatto eco la commissione “Mobilité 21”, secondo la quale la nuova linea è inutile perché i flussi sono in calo e non c’è alcun dato che confermi una secca inversione di tendenza.
Invece no. I governi cambiano ma la determinazione ad imporre, costi quel che costi, il Tav in Val di Susa, diventa sempre più forte.
La ragione è semplice.
Lo Stato, di questi tempi, non può permettersi di perdere questa sfida.
Perderla significherebbe aprire la porte alla speranza. La speranza che un altro mondo sia davvero possibile, che ciascuno di noi può costruirlo.
Basta farsi un giro per l’Italia, attraversare una qualsiasi manifestazione, per vedervi far capolino le bandiere con il treno crociato. Le si vede tra i lavoratori in sciopero per il salario e tra chi lotta contro un inceneritore. Da nord a sud queste bandiere sono diventate simbolo di chi non si arrende e continua a lottare nonostante la repressione sempre più dura, nonostante i mille No Tav processati per le lotte, nonostante accuse gravissime come quella di terrorismo.
Persino miti intellettuali che hanno dichiarato il loro appoggio alla resistenza No Tav sono finiti nel mirino della Procura di Torino. Il processo per istigazione a delinquere contro il romanziere Erri De Luca comincerà il 6 giugno.
Nonostante tutto si sta allungando di ora in ora l’elenco degli uomini e donne di cultura, i cui nomi sono molto noti, che hanno scelto di esporsi sottoscrivendo un appello alla partecipazione alla manifestazione del 10 maggio in sostegno ai quattro attivisti accusati di terrorismo.
La giornata di lotta del 22 febbraio, quando in decine e decine di località, migliaia di persone si sono strette intorno a Chiara, Claudio, Nicolò, Mattia ha dimostrato che il vento sta cambiando.
Nelle piazze c’era la forza di chi, passo dopo passo, ha imparato a camminare con le proprie gambe, a non delegare ai professionisti della politica il proprio futuro. Non solo. Quelle piazze sono state la rappresentazione migliore che le strategie del governo, dei media, della magistratura, non riescono ad intaccare i legami costruiti in questi anni tra i tanti che lottano perché non sono più disposti a vivere relazioni politiche e sociali di sfruttamento e rapina.
Speravano di seminare la paura, di indurre i più al mugugno silente del bar sport, all’invettiva tra le mura di casa, ma hanno fallito
L’utilizzo di una fattispecie di reato che colpisce quattro attivisti per ammonirne cento, ha prodotto un effetto boomerang.
Di fronte alla criminalità di una classe politica che sistematicamente depreda le risorse pubbliche per fini del tutto privati, di fronte a chi non esita ad avvelenare la terra e chi ci vive, di fronte a chi saccheggia e devasta, a chi abbandona al degrado le scuole e i treni locali, a chi risparmia sulla nostra salute per arricchirsi, è chiaro chi sono i terroristi. Siedono nei consigli di amministrazione della CMC e della Rocksoil e delle tante ditte che lucrano sulle grandi opere inutili e dannose, siedono sui banchi del governo di turno, siedono sugli scranni dei giudici e sulle poltrone del Procuratori della Repubblica. Sempre più persone sanno che di fronte alla criminalità del potere, non basta la testimonianza, occorre mettersi in mezzo, agire concretamente per inceppare il dispositivo disciplinare nel quale stringono interi territori.
Non era un esito scontato. Chi in questi tre anni ha spinto sul pedale che accelera la repressione, chi rende sempre più dura l’occupazione militare, chi ricatta la materialità stessa delle nostre vite, sperava che un simile dispiegamento di violenza fermasse le lotte.
Il 22 febbraio è stata una tappa. Una tappa importante in un cammino sempre in salita. Chi va in montagna sa che sul pendio quello che conta è la durata, il passo fermo ma costante, la pazienza di superare la fatica, gli ostacoli, lo scoraggiamento.
Il 10 maggio sarà un’altra tappa. Una manifestazione popolare per le vie di Torino, una manifestazione che sfiorerà il tribunale, il grattacielo San Paolo/Intesa, la nuova stazione di Porta Susa per finire nel centro della città.
I media già soffiano sul fuoco per creare ancora una volta un clima di paura intorno ad una marcia, che, nello stile delle manifestazioni di Valle sarà una manifestazione per tutti, una manifestazione che mostri alla città, alla Procura, ai giudici, ai signori nei palazzi di potere che quella notte, in Clarea, c’eravamo tutti.
Tutti abbiamo bruciato quell’compressore, tutti sogniamo che la rabbia popolare, la rabbia di chi sta respirando le polveri venefiche di quel cantiere, possa spazzarlo via una volta per tutte.
Tutti abbiamo pronti nuovi germogli, nuove piante da mettere a dimora in Clarea, dove la furia del fare per il fare, del costruire per costruire, del correre per correre, ha fatto il deserto.
Nelle carte del tribunale c’è scritto che Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò sono terroristi perché l’azione loro attribuita rovina l’immagine dell’Italia.
La verità è un’altra. Il governo non può tollerare che qualche montanaro testardo possa mettersi di mezzo. L’apparato dello Stato non può tollerare che migliaia di persone osino contrastare le decisioni dell’Unione Europea, del governo Italiano, dei Ministeri dell’Interno e della difesa.
Alla vigilia del 
25 aprile i fili delle resistenze di ieri e di oggi si intersecano. Oggi come allora i partigiani sono chiamati banditi, terroristi.
Oggi come allora “terrorista è lo Stato”.
Il governo ha paura che la ribellione della Val Susa possa continuare ad alimentare la speranza tenace che Davide possa abbattere Golia.
Per questa ragione è importante essere in tanti il 10 maggio a Torino.
Per la libertà di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Per la libertà di tutti.

25 aprile a Torino - 
ore 14,30
presidio alla lapide al partigiano anarchico Ilio Baroni
in corso Giulio Cesare angolo corso Novara, dove Ilio è morto combattendo i nazifascisti.

Primo Maggio a Torino - ore 8,30 piazza Vittorio -
Lo spezzone rosso e nero, costruito con compagni di Alessandria, Asti, Novara, Biella, sarà aperto dallo striscione: “Terrorista è chi bombarda, sfrutta, opprime”

10 maggio marcia popolare No Tav a Torino - ore 14 - piazza Adriano

venerdì 4 aprile 2014

Cassazione: offendere un insegnante nell'esercizio della sua funzione è reato di oltraggio a pubblico ufficiale

La quinta sezione penale della Cassazione ha riaperto il processo a carico di una mamma toscana,
accusata di ingiuria ai danni di una docente di scuola media, insegnante di sua figlia. La sentenza è stata pesante: si tratta di reato di oltraggio a pubblico ufficiale.
 Il giudice di pace di Cecina aveva dichiarato il non luogo a procedere nei confronti della donna, ma il procuratore generale di Firenze aveva presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che l'episodio andava inquadrato non nel delitto di ingiuria, ma in quello di oltraggio a pubblico ufficiale, e dunque di competenza del tribunale e non del giudice di pace.
La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso e, annullando la decisione del giudice di pace, ha trasmesso gli atti alla Procura di Livorno.
Nella sentenza depositata oggi si legge:"Sussistono tutti gli elementi" del reato "di oltraggio a pubblico ufficiale", caratterizzato dalla "offesa all'onore e al prestigio del pubblico ufficiale" che "deve avvenire alla presenza di più persone", "essere realizzata in luogo pubblico o aperto al pubblico" e "avvenire in un momento nel quale il pubblico ufficiale compie un atto d'ufficio ed a causa o nell'esercizio delle sue funzioni".
Il reato di oltraggio, abrogato nel 2005, è stato reinserito nell'ordinamento nel 2009: oggi a qualificare il reato non è la "mera lesione in sé dell'onore e della reputazione del pubblico ufficiale", quanto, spiega la Cassazione, "la conoscenza di tale violazione da parte di un contesto soggettivo allargato a più persone presenti al momento dell'azione, da compiersi in un ambito spaziale specificato come luogo pubblico o aperto al pubblico e in contestualità con il compimento dell'atto dell'ufficio ed a causa o nell'esercizio della funzione pubblica".
Il legislatore "incrimina - si legge nella sentenza - comportamenti ritenuti pregiudizievoli del bene protetto a condizione della diffusione della percezione dell'offesa, del collegamento temporale e finalistico con l'esercizio della potestà pubblica e della possibile interferenza perturbatrice col suo espletamento".
Nel caso in esame, concludono i giudici, "tali elementi sussistevano" poiché "le ingiurie furono pronunciate nei locali scolastici in modo tale da essere percepite da più persone"; inoltre "l'insegnante di scuola media è pubblico ufficiale" e "l'esercizio delle sue funzioni non è circoscritto alla tenuta delle lezioni, ma si estende alle connesse attività preparatorie, contestuali e successive, ivi compresi gli incontri dei genitori degli allievi".

Graduatoria interna di istituto. Modello di reclamo

da Orizzonte scuola - Entro i prossimi 15 giorni i Dirigenti Scolastici pubblicheranno all'albo le
graduatorie interne di circolo/istituto suddivise per classi di concorso e posto di insegnamento utili per l'individuazione di eventuali sovrannumerari.

La proroga per la presentazione della domanda non differisce le altre scadenze previste nel contratto e nell'Ordinanza sulla mobilità 2014.
Qualora entro il 29 marzo 2014 l'interessato non abbia provveduto a dichiarare o a documentare i titoli valutabili ai fini della formazione della graduatoria di cui sopra, il dirigente scolastico provvede d'ufficio all'attribuzione del punteggio spettante sulla base degli atti in suo possesso. A parità di punteggio, la precedenza è determinata in base alla maggiore età anagrafica.
La graduatoria interna assumerà valore quando saranno noti i prospetti degli organici per l'a.s. 2014/15, perchè verranno individuati gli eventuali docenti sovrannumerari (fine aprile - maggio). Il dirigente Scolastico notificherà agli interessati la condizione di sovrannumero e che nei loro confronti si dovrà procedere al trasferimento d'ufficio. I docenti avranno quindi 5 giorni di tempo per la presentazione della domanda di mobilità.
Nel caso in cui il docente avesse già presentato, domanda di trasferimento, questa nuova domanda sostituisce la precedente. La proroga dei termini si estende anche all'eventuale domanda di passaggio di ruolo.
Vi proponiamo un modello di reclamo avverso la graduatoria interna di istituto

Congedo biennale: sul concetto di convivenza…



il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con Lettera circolare del 18 febbraio 2010  Prot. 3884 ha
affermato:


“pervengono allo scrivente numerose rimostranze da parte di soggetti  (figli di portatori di handicap grave) ai quali le Agenzie dell’INPS negano il  beneficio in questione nel presupposto che tali soggetti, pur avendo la residenza  nello stesso Comune e allo stesso indirizzo (identità di stabile e numero civico)  del disabile da assistere, non condividono lo stesso appartamento.
Al riguardo, come è noto, il fine perseguito dalla normativa che si occupa dei  permessi per coloro che assistono soggetti disabili – ribadito anche dalle  sentenze additive della Corte Costituzionale su questa materia – risiede nella  tutela psico-fisica del disabile e il suo fondamento è ravvisabile nei principi di  solidarietà sociale di rango costituzionale in materia di salute e famiglia.
Del resto, è di tutta evidenza che la residenza nel medesimo stabile, sia pure in  interni diversi, non pregiudica in alcun modo l’effettività e la continuità  dell’assistenza al genitore disabile.
Ancorare, quindi, la concessione del diritto esclusivamente alla coabitazione  priverebbe in molti casi il disabile della indispensabile assistenza atteso che, il  più delle volte, gli aventi diritto hanno già conseguito una propria indipendenza.
Pertanto, al fine di addivenire ad una interpretazione del concetto di  convivenza che faccia salvi i diritti del disabile e del soggetto che lo  assiste, rispondendo, nel contempo, alla necessità di contenere possibili  abusi e un uso distorto del beneficio, si ritiene giusto ricondurre tale  concetto a tutte quelle situazioni in cui, sia il disabile che il soggetto  che lo assistite abbiano la residenza nello stesso Comune, riferita allo  stesso indirizzo: stesso numero civico anche se in interni diversi.
Pertanto, se nella “premessa” e nelle intenzioni  il Ministero sembra “permissivo” e  “estensivo” (… la concessione del diritto esclusivamente alla coabitazione  priverebbe in molti casi il disabile della indispensabile assistenza atteso che, il  più delle volte, gli aventi diritto hanno già conseguito una propria indipendenza) poi però “chiude” con una limitazione molto chiara: stesso numero civico anche se in interni diversi.
Stesso numero civico…
La Circolare Dipartimento della Funzione Pubblica n. 1 del  febbraio 2012 ritorna sulla questione affermando:
Il diritto al congedo è subordinato per tutti i soggetti legittimati, tranne che per i genitori, alla sussistenza della convivenza. Questo requisito è provato mediante la produzione di dichiarazioni sostitutive, rese ai sensi degli artt. 46 e 47 d.P.R. n. 445 del 2000, dalle quali risulti la concomitanza della residenza anagrafica e della convivenza, ossia della coabitazione (art. 4 del d.P.R. n. 223 del 1989). In linea con l’orientamento già espresso in precedenza, al fine di venire incontro all’esigenza di tutela delle persone disabili, il requisito della convivenza previsto nella norma si intende soddisfatto anche nel caso in cui la dimora abituale del dipendente e della persona in situazione di handicap grave siano nello stesso stabile (appartamenti distinti nell’ambito dello stesso numero civico) ma non nello stesso interno. Sempre al fine di agevolare l’assistenza della persona disabile, il requisito della convivenza potrà ritenersi soddisfatto anche nei casi in cui sia attestata, mediante la dovuta dichiarazione sostitutiva, la dimora temporanea, ossia l’iscrizione nello schedario della popolazione temporanea di cui all’art. 32 del d.P.R. n. 223 del 1989, pur risultando diversa la dimora abituale (residenza) del dipendente o del disabile. Le amministrazioni disporranno per gli usuali controlli al fine di verificare la veridicità delle dichiarazioni (art. 71 del citato d.P.R. n. 445 del 2000).
Se sei convivente con il familiare (cosa facilmente dimostrabile) ma vivi in altra città puoi fruirne.

Congedo parentale al 100% entro i primi otto anni di vita. Parere USR Umbria


 L'USR Umbria ha rilasciato un parere sul riconoscimento della retribuzione al 100% per i primi 30
giorni di congedo parentale goduti dalla madre di un bambino di età inferiore agli otto anni.


USR Umbria - Oggetto: congedo parentale entro i primi otto anni di vita del bambino. Richiesta parere.
Con lettera prot. N. 2814/C2 del 14/03/2014, l'Avvocatura distrettuale dello Stato di Perugia inoltrava allo scrivente Ufficio la richiesta di parere di cui all'oggetto.
Ebbene, in relazione a siffatta problematica, si evidenzia il cd. "congedo parentale" è regolamentato dal capo V del d.lgs. 151/2001. L'art. 32 comma 1 lett. a) del suddetto decreto, in effetti, conferisce il diritto al congedo parentale di sei mesi alla madre, nei primi otto anni di vita del bambino. Il successivo art. 34 disciplina, poi, il relativo trattamento economico e normativo che, nel caso di specie, deve essere integrato con il contratto collettivo del comparto scuola, che reca un trattamento più favorevole rispetto a quello legale (si veda art. 12 CCNL).
Secondo un'interpretazione costante, pacifica fino a poco tempo fa, sulla base del combinato disposto delle norme di riferimento, la retribuzione al 100% prevista per i primi 30 giorni di congedo parentale, successivi all'astensione (obbligatoria) per maternità, veniva riconosciuta solo se gli stessi giorni venivano goduti entro i primi 3 anni di vita del bambino.
Tuttavia, l'interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione con l'ordinanza n. 3606 del 07/03/2012 per il comparto Ministeri, nonché  dal Tribunale di Sassari con la sentenza n. 1424/11 del 03 gennaio 2012 per il comparto scuola, offrono una visione differente della problematica, in base alla quale l'intera retribuzione (100%) prevista per i primi 30 giorni di congedo parentale spetta al lavoratore indipendentemente dal fatto che gli stessi vengano usufruiti entro o oltre il 3 anni di vita del bambino.
Si deve partire dal presupposto, pacifico, che l'art. 12 del CCNL è norma più favorevole e riferita all'ambito dell'art. 32 del d.lgs. 151/2001, che disciplina i casi in cui sorge il congedo parentale senza operare alcuna distinzione tra le ipotesi in cui il minore abbia meno o più di tre anni. Il trattamento di miglior favore previsto dall'art. 12 del CCNL è, dunque, riferito all'art. 32, comma 1 lett.a), e cioè a tutte le ipotesi di congedo parentale fino agli otto anni di vita del bambino (non avrebbe senso interpretare l'art. 12 CCNL come norma di miglior favore solo e soltanto per la disciplina retributiva). Inoltre, laddove si è voluta fare la distinzione tra prima dei tre anni e dopo i tre anni del bambino (fino agli otto), il testo normativo è stato esplicito: si veda, ad esempio, il comma 5 dell'art. 12 CCNL che disciplina il congedo parentale per malattia del figlio, in cui la distinzione è netta ed esplicita. Questo è anche il ragionamento effettuato dal Tribunale di Sassari, che potrebbe essere pedissequamente applicato al caso di specie (comparto scuola).
La scrivente, dunque, concorda, in linea di principio, con l'interpretazione volta al riconoscimento della retribuzione al 100% per i primi 30 giorni di congedo parentale goduti dalla madre di un bambino di età inferiore agli otto anni.
Ad onor del vero, le decisioni della Suprema Corte di Cassazione  e del Tribunale di Sassari, sebbene non costituiscano vincolate precedente, sono sicuramente indicative dell'attuale interpretazione giurisprudenziale in materia, di cui non si può non tener conto.
Si tratta, tuttavia, di una mera indicazione interpretativa che non costa, al momento, di ulteriori precedenti. Rimane, dunque, il dubbio sull'interpretazione che della materia viene offerta dalla Ragioneria Territoriale dello Stato, che dovrà vistare il relativo decreto.
Sperando di aver contribuito a dissipare i dubbi in materia, si porgono distinti saluti.
Il Dirigente
Domenico Petruzzo
Firma autografa sostituita a mezzo stampa,
ai sensi dell'art. 3, comma 2 del D.Lgs. n. 39/1993

martedì 1 aprile 2014

NO ALLO STATO DI POLIZIA, PER UNA SCUOLA LIBERA ED EDUCATIVA


La scorsa settimana in 4 istituti superiori di Terni le lezioni, le verifiche, la normale attività didattica è  stata interrotta da una squadra di tre poliziotti accompagnati da un cane antidroga che hanno fatto irruzione nelle aule scolastiche, facendo uscire gli studenti, controllandoli, perquisendoli e fermando qualche ragazzo.
E’ la prima volta che assistiamo, dentro le nostre scuole,  a scene che ricordano gli stati di polizia più che le democrazie moderne o uno Stato di diritto.

Dai comunicati stampa della Questura di Terni abbiamo scoperto che durante il controllo sono state sequestrate (sic!) “20 dosi di hascisc e marijuana”, quindi in totale dovrebbe trattarsi di 4 o 5 grammi al massimo su migliaia di adolescenti. La quantità è irrisoria e non comprendiamo questo spiegamento di forze che ci sembra  inopportuno, e gravissimo. Siamo sicuri che un controllo su migliaia amministratori delegati, banchieri o politici (ricordiamo l’inchiesta delle Iene di qualche anno fa) avrebbe dato ben altri risultati, ma quello che rimane e vogliamo denunciare, è un operazione senza alcun senso educativo, che viola gli spazi che i ragazzi dovrebbero vivere come propri, che tenta di criminalizzare i giovani e che contro gli auspicabili interventi di prevenzione e riduzione del danno propone la sola opzione repressiva.

L’irruzione nelle classi e l’interruzione dell’attività didattica si configura infatti come una pesante violazione degli spazi educativi, come un tentativo didisciplinamento dei giovani, cercando di far passare un messaggio che criminalizza ed intimidisce gli studenti e distrugge o attacca pesantemente la specificità e l’autonomia degli edifici scolastici.

Questo spettacolo della forza e della repressione avviene inoltre a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale che ha sancito la totale incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, quella che ha riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori proprio equiparando le droghe leggere a quelle pesanti. Mentre in Uruguay ed in molti stati USA ormai hascisc e marijuana vengono legalizzati per scopi terapeutici o ricreativi a Terni si scatena un’operazione mediatica di forza e potenza contro le giovani generazioni, cercando di affibbiare agli adolescenti l’etichetta di drogati. Ci chiediamo infatti quale sia la ratio educativa che sta dietro questa operazione chiaramente intimidatoria, se non quella dell’educare alla disciplina ed alla subordinazione prefigurando uno stato di polizia in cui i diritti diventano un optional.

Invitiamo i dirigenti scolastici ad evitare di far entrare, durante l’attività didattica, la polizia a scuola, attivando eventualmente, con operatori professionali, progetti di prevenzione e riflessione sui comportamenti adolescenziali.

Invitiamo i docenti a lottare per difendere la libertà di insegnamento e l’autonomia della scuola (quella vera…) e a rifiutarsi di interrompere le lezioni, visto che l’operazione -a meno che non sia su mandato di un magistrato- si configura come interruzione di pubblico servizio. Invitiamo i colleghi ad intervenire nei casi critici attraverso strumenti educativi e relazionali e non certamente con comportamenti repressivi che potrebbero rovinare il futuro, già nero, dei nostri studenti.

Invitiamo gli studenti a mobilitarsi contro la repressione ed ii tentativo di criminalizzarli ed intimidirli in massa.

Le nostre scuole non sono caserme o bassifondi sociali, difendiamo la libertà di insegnamento, la libertà degli spazi educativi contro l’intrusione della polizia nelle scuole.