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giovedì 30 novembre 2017

Legge di bilancio, tutte le norme per la scuola Orizzonte Scuola, Dal concorso DSGA alle norme su uscita da scuola. Obbligo vaccinale, sostituzioni ATA, stipendi.

Molte le norme relative alla scuola che riguardano vari settori. Dal mondo ATA, alla problematica legata all’uscita autonoma degli studenti che in questi mesi ha tenuto banco.

In via di approvazione la Legge di Bilancio 2018, vediamo insieme quali sono le norme che riguardano il mondo della scuola in essa contenute:
USCITA AUTONOMA STUDENTIDall’approvazione della Legge, gli studenti fino a 14 anni potranno autonomamente tornare a casa dopo il suono della campanella, previa autorizzazione da parte delle famiglie o tutori.
CONCORSO DSGA
Sarà bandito entro la fine del 2018 un concorso per coprire i posti liberi DSGA. Vedi con quali titoli: Concorso DSGA: quali i titoli di accesso e la deroga per assistenti amministrativi – Concorso DSGA, ulteriori precisazioni per partecipazione assistenti amministrativi con 3 anni servizio
OBBLIGO VACCINALE
Dal prossimo anno scolastico 2018/2019 le scuole dovranno trasmettere alla Asl territorialmente competente, entro il 10 marzo 2018, soltanto l’elenco degli iscritti e acquisire successivamente la documentazione comprovante la situazione vaccinale sui minori segnalati dalle Asl perché non in regola con gli obblighi vaccinali. Vedi anche: Vaccini, procedura semplificata anche per l’anno in corso. Lo prevede l’emendamento al DF approvato in Senato – Vaccini a docenti ed ATA anche antinfluenzali, Governo avvierà campagna
SOSTITUZIONE ATA
Dall’approvazione della legge sarà possibile la sostituzione, in caso di assenza, degli assistenti amministrativi e tecnici, cioè del personale di segreteria e dei laboratori.
ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO
Saranno stanziati 50 milioni di euro per finanziare il sistema duale. Secondo l’emendamento approvato, le risorse “sono a valere sulle risorse del Fondo sociale per l’occupazione e la formazione”.
SCUOLE BELLE
Secondo il testo dell’emendamento approvato, l’acquisizione da parte delle scuole dei servizi di pulizia e degli altri servizi ausiliari, degli interventi di mantenimento del decoro e della funzionalità degli edifici scolastici proseguirà fino al 30 giugno 2019
AUMENTI STIPENDIALI
Contenuti nel testo di bilancio i fondi per gli aumenti stipendiali di docenti e dirigenti. Mentre sui docenti ancora non si hanno certezze sulla cifra finale (nell’accordo di novembre dello scorso anno si è decisa una cifra orientativa di 85 euro lorde medie di aumento), per i dirigenti la cifra si aggirerà sui 400 euro netti di aumento.

lunedì 20 novembre 2017

Basta con il premio di sedicente “merito” ai/alle fedelissimi/e dei dirigenti scolastici, basta con il “cerchio magico” del preside.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri conferma l’obbligo per i presidi di rendere nota
tutta la procedura di assegnazione dei “bonus”, le motivazioni, le cifre e i nomi dei “beneficiati/e”,
il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il 19 ottobre '17, ha riconosciuto il diritto di ogni docente di accedere all'intera documentazione relativa all'assegnazione del “bonus”, il sedicente “premio di merito”.
Ha infatti dato ragione a un insegnante che aveva richiesto, invano, al proprio preside “copia delle schede individuali relative alla valutazione ai fini dell'attribuzione del bonus di merito di ogni singolo docente che lo precede in graduatoria e griglia di valutazione completa". E ciò perché, secondo la Presidenza del Consiglio, chi richiede atti relativi a una procedura alla quale ha partecipato vanta “un interesse all'accesso de quo, previsto e tutelato dal combinato disposto degli artt. 7 e 10 della legge 241/90". Con questo chiaro e incontestabile pronunciamento si dovrebbe, perciò, mettere fine alla grottesca procedura che ha finora caratterizzato, in quasi tutte le scuole e su suggerimento del MIUR, l'assegnazione del premio. La stragrande maggioranza dei dirigenti scolastici, infatti, non ha pubblicato né le graduatorie con le relative motivazioni, né, tanto meno, gli importi assegnati ai singoli premiati/e, presunti “migliori”.
Dopo aver teorizzato con la legge 107 (la sedicente “Buona scuola”) la necessità di stabilire una gerarchia tra i docenti in base ad un supposto “merito”, i capi di istituto invece di indicare con la massima trasparenza e pubblicità a tutta la categoria questi insegnanti “modello” da cui tutti/e dovremmo prendere esempio, nonché le motivazioni e le doti che li rendono così “esemplari” hanno nella quasi totalità dei casi occultato motivazioni, cifre assegnate, criteri usati e lista dei premiati. Confermando, con questo atteggiamento, che il “bonus” è una delle peggiori norme della 107, perché serve soltanto a creare una “corte” di fedelissimi/e del preside, un “cerchio magico collaborazionista” disposto a sostenere ogni arbitrio e ogni nefandezza aziendalistica, punendo e discriminando coloro che non accettano le brutture della 107 e il progressivo immiserimento materiale e culturale della scuola-azienda. Tale distruttivo meccanismo fomenta una pseudo-competizione stracciona, catastrofica per la qualità delle scuole, della didattica e dei rapporti tra docenti e tra questi e gli studenti, visto che a scuola è possibile sviluppare processi educativi positivi solo se si affermano, e si praticano, condivisione del lavoro e cooperazione e non lotta a coltello tra insegnanti, in nome peraltro (salvo per alcuni/e super-premiati) di pochi spiccioli. Anche sull’onda di questo netto pronunciamento, invitiamo dunque tutti/e i/le docenti a farsi promotori di una grande “operazione trasparenza” nelle scuole, esigendo dai presidi tutta la documentazione relativa al sedicente “merito”, per dimostrare, dati alla mano, quanto sia ignobile questo meccanismo, che, conseguentemente, deve essere abolito al più presto.

Bonus premiale: procedura trasparente, secondo la Funzione Pubblica

Procedura trasparente per il bonus

Il bonus premiale deve essere attribuito con procedura trasparente, nominativi dei premiati e importi dei relativi bonus devono essere pubblici: è questa in sintesi l’indicazione che emerge da una nota del Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri datata il 19 ottobre 2017.
COSA DICE IL DIPARTIMENTO FP
A darne notizia è il sindacato di base Cobas che riporta il caso di un docente che si era rivolto al Dipartimento per la Funzione Pubblica dopo aver richiesto invano al proprio dirigente scolastico  “copia delle schede individuali relative alla valutazione ai fini dell’attribuzione del bonus di merito di ogni singolo docente che lo precede in graduatoria e griglia di valutazione completa“.
Peraltro va anche detto che sulla questione esiste anche un pronunciamento del TAR Lazio di cui abbiamo già dato conto nei giorni scorsi.
Stando al comunicato Cobas il Dipartimento avrebbe “riconosciuto il diritto di ogni docente di accedere all’intera documentazione relativa all’assegnazione del bonus” in quanto “chi richiede atti relativi a una procedura alla quale ha partecipato vanta un interesse all’accesso de quo, previsto e tutelato dal combinato disposto degli artt. 7 e 10 della legge 241/90“.
“Con questo chiaro e incontestabile pronunciamento – commenta il portavoce nazionale Cobas Piero Bernocchi – si dovrebbe, perciò, mettere fine alla grottesca procedura che ha finora caratterizzato, in quasi tutte le scuole e su suggerimento del MIUR, l’assegnazione del premio. La stragrande maggioranza dei dirigenti scolastici, infatti, non ha pubblicato né le graduatorie con le relative motivazioni, né, tanto meno, gli importi assegnati ai singoli premiati/e, presunti ‘migliori’ ”.
LA POSIZIONE COBAS
Bernocchi lamenta il fatto che nella quasi totalità dei casi i dirigenti scolastici “hanno occultato motivazioni, cifre assegnate, criteri usati e lista dei premiati; confermando, con questo atteggiamento, che il ‘bonus’ è una delle peggiori norme della 107, perché serve soltanto a creare una ‘corte’ di fedelissimi/e del preside, un ‘cerchio magico collaborazionista’ disposto a sostenere ogni arbitrio e ogni nefandezza aziendalistica, punendo e discriminando coloro che non accettano le brutture della 107 e il progressivo immiserimento materiale e culturale della scuola-azienda”. 
“Anche sull’onda di questo netto pronunciamento – conclude il portavoce nazionale Cobas – invitiamo tutti/e i/le docenti a farsi promotori di una grande ‘operazione trasparenza’ nelle scuole, esigendo dai presidi tutta la documentazione relativa al sedicente ‘merito’, per dimostrare, dati alla mano, quanto sia ignobile questo meccanismo, che, conseguentemente, deve essere abolito al più presto”.

Formazione docenti obbligatoria: no a imposizioni del Ds, no a monte ore specifico, nascono unità formative

Più di ottanta pagine costituiscono il piano di formazione docente nazionale del MIUR. In detto piano si sottolinea che la formazione è un dovere profes­sionale oltre che un diritto contrat­tuale.
Sarà dovere dei singoli insegnanti quello di inserire, nel proprio codice di
com­portamento professionale, la cura della propria formazione come scelta personale prima ancora che come obbligo derivante dallo status di dipendente pubblico. 
Si ribadisce che la formazio­ne continua è parte integrante della funzione docente (artt. 26 e 29 del CCNL 2006-2009) e ora la legge 107/2015 lo correda di alcune regole di funzio­namento, inserite nel Piano, e lo dota di risorse finanziarie. 
Il MIUR sottolinea che “In primo luogo, è la stessa legge 107/2015 a riconoscere che la partecipazione ad azioni formative, con una pluralità di scelte possibili, deve fare riferimento alla comunità sco­lastica, nello specifico al Piano Trien­nale dell’Offerta Formativa che dovrà contenere al suo interno anche la previsione delle azioni formative che l’istituto si impegna a progettare e a realizzare per i propri docenti (e per tutto il personale), in forma differen­ziata in relazione ai bisogni rilevati. In secondo luogo, vi sono gli strumen­ti per legare il disegno organico sulle azioni formative all’interno della scuo­la alle priorità e ai traguardi di miglio­ramento di ogni Istituto.”. 
Grande rilevanza lo avrà il “il Rapporto di autovalutazione (RAV), che ogni scuola ha realizzato e aggiornato, individua gli obiettivi di miglioramento che, concordemen­te, ogni comunità scolastica intende realizzare nei successivi tre anni. Le analisi interne al RAV sono la base di partenza per il Piano di Migliora­mento e lo stesso RAV individua la formazione come una delle 7 aree di processo su cui viene espresso un giudizio sull’istituto e uno degli obiettivi di processo che la scuola può indicare e definire per raggiungere i risultati.”


Non potrà il piano essere imposto dall’alto
“Il Dirigente nella definizione delle linee di indirizzo da proporre al Collegio Docenti per l’elaborazio­ne del Piano di formazione dell’I­stituto,
tiene conto delle esigenze formative espresse dai docenti nei propri piani individuali. Il Piano di formazione dell’istituto è quindi il risultato di tali valutazioni e dovrà essere inserito nell’aggiornamento annuale del PTOF. In questo capitolo sono indicate, come richiesto dal comma 124 della legge 107, le priorità per la formazione in servizio per il prossimo triennio.”
Sarà compito della rete scolastica/ rete di scopo, curare la progettazione e l’organizzazione della formazione.

“Le scuole, con la promozione, il so­stegno e il coordinamento degli USR, sono organizzate in ambiti territoria­li e costituiscono le reti di  ambito e di scopo, (art. 1 commi 70-71-72-74 della legge 107/2015) per la
valorizzazione delle risorse professionali, la gestione comune di funzioni e attività ammi­nistrative e di progetti e iniziative di­dattiche. La rete costituisce la realtà scolasti­ca nella quale viene progettata e organizzata la formazione dei docenti e del personale tenendo conto delle esigenze delle singole scuole.La progettazione delle azioni forma­tive a livello di ambito territoriale potrà assumere diverse forme e prevedere ulteriori articolazioni orga­nizzative, a partire dalle reti di scopo, per particolari iniziative risponden­ti a specifiche tematiche o rivolte a categorie di destinatari (neoassunti, ATA, dirigenti, figure intermedie, docenti di diversi settori disciplinari, ecc.). All’interno della progettazione di ambito è comunque possibile l’as­segnazione di fondi anche a singole scuole per rispondere a esigenze for­mative previste nel piano triennale e non realizzabili in altro modo. Ogni rete di ambito individuerà una scuola – polo per la formazione, an­che non coincidente con la scuola capo-fila della rete stessa. La scuo­la-polo, in coerenza con le modalità specifiche che saranno scelte dalla rete di ambito per la concreta gestio­ne delle proposte formative e delle risorse, sarà assegnataria delle risor­se finanziarie provenienti da fondi nazionali.”

75 milioni di euro sono i finanziamenti che andranno a favore di 321  ambiti:
“I 321 ambiti riceveranno dal MIUR per il prossimo triennio un investimento annuale complessivo di circa 25 milioni di Euro corrispon­dente ad un investimento triennale di 75 milioni di Euro. A questi fondi, che saranno gestiti in totale autono­mia dalla rete di ambito, andranno aggiunte le altre risorse definite nel Piano per realizzare le azioni indica­te dalle priorità formative”

Formazione sì obbligatoria, ma senza monte ore specifico
“Le azioni formative per gli insegnanti di ogni istituto sono inserite nel Pia­no Triennale dell’Offerta Formativa, in coerenza con le scelte del Collegio Docenti che lo elabora sulla base de­gli indirizzi del dirigente scolastico.L’obbligatorietà non si traduce, quin­di, automaticamente in un numero di ore da svolgere ogni anno, ma nel rispetto del contenuto del piano Tale piano può prevedere percorsi, anche su temi differenziati e trasver­sali, rivolti a tutti i docenti della stes­sa scuola, a dipartimenti disciplinari, a gruppi di docenti di scuole in rete, a docenti che partecipano a ricerche innovative con università o enti, a singoli docenti che seguono attività per aspetti specifici della propria di­sciplina.” Nascono le Unità formative, si guarda al modello universitario per la formazione
“Al fine di qualificare e riconosce­re l’impegno del docente nelle ini­ziative di formazione, nel prossi­mo triennio in via sperimentale, le scuole articoleranno le attività proposte in Unità Formative. Le Unite Formative possono essere promosse direttamente dall’isti­tuzione scolastica o dalla rete che organizza la formazione, con riferi­mento ai bisogni strategici dell’istitu­to e del territorio, rilevabili dal RAV, dal Piano di Miglioramento e dal POF triennale. Possono quindi inte­grarsi con i piani nazionali (Capitolo 4) e la formazione autonomamente organizzata per gestire le attività ri­chieste dall’obbligo della formazione. Le Unità Formative, possono esse­re inoltre associate alle scelte per­sonali del  docente, che potrà anche avvalersi della carta elettronica per la formazione messa a disposizione dal MIUR (DPCM 23-9-2015, in at­tuazione della legge 107/2015).
Le attività formative (partecipazione a percorsi, frequenza di stage, corsi ac­cademici, percorsi on line anche at­traverso modalità di riconoscimento delle competenze come gli open bad­ges, partecipazione a gruppi di ricer­ca, gemellaggi e scambi, ecc.) saranno documentate nel portfolio personale del docente e portate a conoscenza della scuola di appartenenza, che si impegna a valorizzarle in diversi modi (workshop, panel, pubblicazio­ni, ecc.) in modo da ricondurle ad un investimento per l’intera comunità professionale.”

Si dovrà garantire l’opzione metodologica di minoranza
Si deve capire in tutto ciò in che modalità troverà spazio l’opzione metodologica di minoranza. Il Comma 14 articolo 1 della legge 107 2015 che modifica l’articolo 3 del DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 8 marzo 1999, n. 275 afferma che : “il piano è coerente con gli obiettivi generali ed educativi dei diversi tipi e indirizzi di studi, determinati a livello nazionale a norma dell’articolo 8, e riflette le esigenze del contesto culturale, sociale ed economico della realtà locale, tenendo conto della programmazione territoriale dell’offerta formativa. Esso comprende e riconosce le diverse opzioni metodologiche, anche di gruppi minoritari, valorizza le corrispondenti professionalità e indica gli insegnamenti e le discipline tali da coprire: (omissis)”. Da ciò discende che quando viene fatta valere la detta opzione, questa non potrà che essere inserita obbligatoriamente nel Piano dell’Offerta Formativa Triennale, detto PTOF, senza che si possa esercitare un voto positivo o negativo, D’altronde il Dirigente nella definizione delle linee di indirizzo da proporre al Collegio Docenti per l’elaborazio­ne del Piano di formazione dell’I­stituto, tiene conto delle esigenze formative espresse dai docenti nei propri piani
individuali e visto che è la stessa legge 107/2015 a riconoscere la partecipazione ad azioni formative, con una pluralità di scelte possibili,come ha evidenziato il MIUR, pur non essendo espressamente citata tale opzione nel piano nazionale, non potrà che essere garantita.

Il congedo biennale spetta anche ai supplenti

i supplenti temporanei hanno diritto ad usufruire del congedo straordinario per accompagnatore portatore di handicap (congedo biennale)?
la risposta è positiva.
La legge non pone infatti alcuna discriminazione fra personale a tempo determinato e indeterminato e non potrebbe mai farlo.
Si tratta infatti di assistenza al coniuge/figlio/familiare disabile, che non ha nulla a che fare con la tipologia contrattuale del dipendente.
Non è inoltre un caso che il CCNI sulla mobilità disponga la valutazione del servizio pre ruolo (quindi quello a tempo determinato) come servizio riconosciuto ai fini del punteggio.
Nella tabella della valutazione titoli è infatti indicato:
L’anzianità di servizio di cui alle lettere A) [ruolo] e B) [pre ruolo] del punto I della tabella deve essere attestata dall’interessato, con apposita dichiarazione personale. Non interrompe la maturazione del punteggio del servizio la fruizione del congedo biennale per l’assistenza a familiari con grave disabilità di cui agli artt. 32, 33 e 34 comma 5 del D.L.vo n. 151/2001.

Non esiste obbligo di somministrare farmaci agli studenti

Perché nelle raccomandazioni interministeriali del MIUR e del ministero della Salute del 2005 (unica norma disponibile al riguardo, oltre ad alcune sentenze che fanno giurisprudenza), non si fa alcun riferimento esplicito ai farmaci salvavita. Quindi si desume che non si possa distinguere le modalità d’intervento fra farmaci salvavita e altri di altro genere. 
Nelle sentenze della Cassazione sezioni Unite del 27/6/2002 n. 9346 e Cassazione del 7 ottobre 2010 n. 17574 c’è la seguente interpretazione riguardo al fatto se gli addetti di primo soccorso possono rifiutare l’incarico di somministrazione del farmaco salvavita:
“…l’accoglimento della domanda d’iscrizione e la conseguente ammissione dell’allievo determina nei fatti l’instaurazione di un vincolo negoziale, in virtù del quale, nell’ambito delle obbligazioni assunte dall’istituto deve ritenersi sicuramente inclusa quella di vigilare sulla sicurezza ed incolumità dell’allievo nel tempo in cui fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’alunno procuri danno a se stesso”    
Si intende vincolo negoziale a carico della scuola, e non del singolo docente o personale ATA. 
"Esiste dunque una responsabilità della scuola di tipo contrattuale in materia di tutela del diritto alla salute, che si integra con quella derivante dalla responsabilità del dirigente scolastico di garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro, compresa l’attivazione delle misure di prevenzione e gestione delle emergenze”.
La stessa INAIL, sul testo del MIUR intitolato ”Gestione del Sistema Sicurezza e cultura della prevenzione nella scuola” del 2013 cita che: “..il rifiuto da parte del personale scolastico di assumere questo incarico (la somministrazione dei farmaci agli allievi con patologie croniche in situazione di emergenza) per paura delle eventuali conseguenze non trova giustificazione, dal momento che non è riconosciuta alcuna responsabilità a loro carico, se sono state seguite correttamente le indicazioni del medico, mentre potrebbe configurarsi come omissione di soccorso (art. 593 CP) la mancata somministrazione secondo le procedure previste”.

Una successiva disposizione normativa da un’altra impostazione al problema.
"La Delibera della Giunta Regionale Piemontese n. 50-7641 del 21 maggio 2014 relativa all’ Approvazione del protocollo d'intesa recante "Sinergie istituzionali per il diritto allo studio delle alunne e degli alunni affetti da patologie croniche che comportano bisogni speciali di salute in orario scolastico/formativo” mette in pista nuove modalità per l’attuazione di quanto sopra nonché specifica le procedure e i modelli per regolamentarle.
All’interno di questa delibera viene più volte riportato che il personale delle istituzioni scolastiche può effettuare gli interventi, come la fornitura di farmaci salvavita, solo a seguito di aver espresso per iscritto la propria disponibilità e che sia stato informato/formato/addestrato sul singolo caso specifico.
Questo è quanto riportato dal PROTOCOLLO D’INTESA TRA REGIONE PIEMONTE, UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE DEL PIEMONTE E MIUR:
5.4.2 Azioni spettanti al Personale scolastico, Docenti e A.T.A.
5.4.2.1 Al personale scolastico/formativo resosi disponibile per l’effettuazione dell’intervento, individuato dal dirigente scolastico/direttore dell’agenzia formativa, spetta il compito di:
  1. a)  partecipare alle attività d’informazione/formazione/aggiornamento;
  2. b)  provvedere all’effettuazione dell’intervento, secondo le modalità previste nelle indicazioni
    mediche di cui all’Allegato 3-3 bis presentato dai genitori dell’alunno;
  3. c)  segnalare al dirigente scolastico/direttore dell’agenzia formativa eventuali problematiche
    connesse all’attuazione degli interventi di cui al presente Protocollo.
Ma, in ogni caso, per le situazioni di emergenza la delibera cita che: “Il personale scolastico/formativo non disponibile all’effettuazione dell’intervento specifico è comunque tenuto, in relazione al proprio ruolo nell’inserimento scolastico dell’alunno (docente di classe, di plesso, di laboratorio, ecc.) o nella gestione delle emergenze (addetto primo soccorso) ad acquisire le informazioni utili a garantire la necessaria vigilanza sul benessere dell’alunno.”
Questo è quanto e mi sembra evidente che la questione non sia di facile soluzione.
In pratica “lLinee Guida regolano, in via del tutto generale, non entrando nello specifico di farmaci da somministrare e di relative patologie, le modalità di intervento, chiamando in causa i genitori, i medici di base, la scuola ed in primis il dirigente scolastico il quale deve assumersi, almeno all'inizio della richiesta scritta della somministrazione dei farmaci da parte della famiglia, l’onere di gestire ciò che formalmente viene demandato all’istituzione scolastica.
Non è per nulla ammissibile, laddove non vi sia personale disponibile e debitamente formato, imporre alcun obbligo di somministrazione dei farmaci. 
Al contrario, per assolvere a tale compito, nell’art. 4 delle Linee Guida, è precisato che i dirigenti possono stipulare, nell’ambito dell’autonomia scolastica, accordi e convenzioni con altri soggetti istituzionali del territorio. Nel caso in cui tale ipotesi non sia praticabile vi è anche la possibilità, per i dirigenti, di rivolgersi ai competenti Assessorati per la Salute e per i Servizi Sociali. 
In ultimo, in carenza di una delle soluzioni sopra indicate, non resta che “darne comunicazione formale e motivata ai genitori o agli esercitanti la potestà genitoriale e al Sindaco del Comune di residenza dell’alunno per cui è stata avanzata la relativa richiesta”.

In sintesi per somministrare farmaci occorre dare la disponibilità, innanzitutto, poi successivamente essere informati/formati/addestrati sui singoli casi specifici.

Michele

Vittoria dei Cobas e delle scuole: il preside non può violare le delibere degli Organi Collegiali

 Pino Iaria, docente di matematica dell'I.I.S. Boselli di Torino e membro dell'Esecutivo Nazionale COBAS, in quest'anno scolastico era stato assegnato dal preside ad altra scuola, in violazione della continuità didattica e malgrado Collegio Docenti e Consiglio d'Istituto avessero indicato quale primo criterio di assegnazione proprio tale continuità. Insieme a Iaria anche altre/i docenti sono stati/e spostati dalle loro classi, esclusivamente a causa del loro contrasto con il preside. In particolare lo spostamento di Iaria era determinato da ragioni ritorsive stante l'attività sindacale del docente che ha denunciato più volte sia in Collegio che all'USR condotte non conformi ai doveri professionali da parte del preside (tramite una puntuale verifica dei progetti e delle spese dell’Alternanza scuola-lavoro), nonché le pressioni del dirigente per “ritoccare” verbali di scrutini, ricevendo una contestazione disciplinare, poi archiviata dopo le puntuali controdeduzioni. E a conferma di tale atteggiamento vessatorio, in data 18.5.2017 nel corso del Comitato di valutazione il preside si era rivolto al prof. Iaria affermando: io la sposterò di sede perchè lei è un elemento disturbatore. Tali motivi hanno portato Iaria a dimettersi da tutte le cariche (Consiglio di Istituto, Comitato di Valutazione, RSU). 
Dopodiché, i COBAS e Pino Iaria hanno presentato un ricorso d'urgenza, ex art. 700 (codice di procedura civile): e il Giudice del Lavoro di Torino ha accolto il ricordo, ordinando al dirigente di assegnare il prof. Iaria alle classi che aveva lo scorso anno, condannando peraltro il MIUR al pagamento delle spese processuali. Il Giudice ha così motivato l'ordinanza: "Dal quadro normativo emerge con chiarezza che l'assegnazione dei docenti alle classi non è materia rimessa alle unilaterali determinazioni del dirigente scolastico posto che l'indicazione dei criteri è attribuita al Consiglio d'Istituto e che in ogni caso il dirigente scolastico deve agire nel rispetto delle competenze degli organi collegiali. Il primo e prioritario criterio di assegnazione adottato era quello della continuità didattica ed a tale criterio il dirigente era tenuto ad attenersi avendovi peraltro aderito". Infine, prima di ordinare al MIUR di reintegrare il prof. Iaria nelle proprie classi  e condannare l'Amministrazione alle spese (che speriamo paghi il dirigente scolastico), così ha concluso il Giudice: "Neppure può sostenersi che la decisione adottata sia finalizzata a perseguire l'interesse superiore della scuola e tantomeno il principio costituzionale del buon andamento dell'amministrazione: le vibranti proteste degli allievi e dei genitori, riportate dagli organi di stampa, nonché il rifiuto delle classi 4° e 5° della sezione O a seguire le lezioni di matematica dimostrano inequivocabilmente come l'interesse superiore non sia stato soddisfatto".
E’ dunque questa una sentenza “storica” in una fase in cui la scuola italiana è stravolta dalla legge 107 e dagli abusi di potere di tanti presidi, convinti di poter esercitare un ruolo padronale nelle loro scuole e premiati, pare, con un aumento contrattuale pari a dieci volte la misera elemosina che si prospetta per docenti ed ATA. Grazie dunque a Pino Iaria, agli allievi/e e ai genitori del Boselli, all'Avv. Alessio Ariotto, per la fermezza e perseveranza che hanno dimostrato nel tutelare gli studenti e chiarire a tanti presidi che la SCUOLA non è un’azienducola che produce merci di bassa qualità, "governabile" in maniera padronale da tanti piccoli Marchionne, ma un cruciale BENE COMUNE ove va garantito il massimo rispetto per chi la vive e frequenta quotidianamente e per i diversi organi che la compongono.

ALTERNANZA SCUOLA LAVORO? MEGLIO L’ALTERNANZA LAVORO SCUOLA


La parte più micidiale della cosiddetta “buona scuola” è senz’altro l’alternanza scuola lavoro.
I commi dal 33 al 43 dell’art. 1 della legge 107/2015 rende obbligatorie, per gli studenti del secondo biennio e dell’ultimo anno degli istituti tecnici e professionali, ben 400 ore nel triennio di attività in azienda, in istituzioni pubbliche o private operanti in vari settori culturali, professionali, sportivi o del terzo settore. Per gli studenti dei licei invece le ore nel triennio diventano 200.
L’ASL in realtà era stata introdotta dalla riforma Moratti nel 2003 (attuata con il decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77) ma la “buona scuola” rende obbligatorio un monte ore spropositato e lo rende requisito indispensabile per poter essere ammessi all’esame di Stato. Dal prossimo anno poi, al colloquio dello stesso esame, gli studenti dovranno presentare una tesina sulle loro esperienze di alternanza scuola lavoro.
La possibilità per gli studenti di avere qualche esperienza nei settori del mondo del lavoro attinenti al loro curricolo scolastico, non è certo disprezzabile, anzi: la scuola della Costituzione, della cooperazione e dell’inclusione qualche insegnamento all’attuale giungla del mercato del lavoro, potrebbe pure offrirlo.
Ricordo qualche anno fa un episodio di razzismo (1) salito agli onori delle cronache in quel di Abano Terme (PD) dove il titolare di un albergo, nel quale alcuni studenti/studentesse stavano svolgendo attività di asl, aveva relegato una studentessa di colore dalla reception ad un ufficio nascosto al pubblico, proprio per il colore della pelle: il tutor scolastico aveva denunciato l’episodio, dimostrando come la scuola possa dare dignità e diritti anche nel mondo del lavoro.
Il problema sta nell’obbligatorietà di un tetto di ore spropositato, che toglie tempo alla didattica, allo studio individuale e alla vita degli studenti.
Nel mio osservatorio del liceo artistico di Venezia, dove insegno, 200 ore nel triennio sono di più delle 198 ore nel triennio di matematica e delle 198 di fisica o di filosofia e qualcuna in meno delle 297 di inglese. Per ragazzi che già hanno un orario settimanale di 35 ore, con due rientri fino alle 16.00 o 17.00 e con tassi importanti di pendolarismo da tutta la provincia, aggiungere l’asl significa che fanno settimanalmente più ore di un metalmeccanico e dopo dovrebbero pure studiare e magari avere pure una vita da giovani cittadini/e.
Il primo anno - il 2015-’16 - quando erano coinvolti solo gli studenti delle terze classi, le scuole sono state costrette ad inventarsi le soluzioni più fantasiose e spesso non attinenti al corso di studi (dal “volontariato” nelle mense della Caritas, al ritagliare mascherine in cartoncino per l’animazione per i bambini nei Musei Civici ad altro, il più delle volte inutile e dannoso per lo svolgimento delle attività didattiche). Quest’anno la cosiddetta innovazione va a regime, con ben 1.500.000 studenti del triennio coinvolti e dalle prime inchieste svolte, le più interessanti da parte dell’Unione degli Studenti (2), rivelano un panorama il più vario: da veri e proprio fenomeni di sfruttamento di lavoro minorile da parte delle aziende, che ne approfittano per non assumere personale regolarmente, ad esperienze inutili e che nulla a hanno a che fare con il curricolo scolastico.
Qualcuno ha pure individuato il business: sono nate parecchie agenzie che vendono alle scuole pacchetti già pronti di attività - pure all’estero -, con pesanti costi per le famiglie (come dire: non solo si lavora gratis, ma pure si deve pagare per avere le ore di asl riconosciute).
Ci sono naturalmente anche esperienze utili, programmate da docenti che - visto l’obbligo per gli studenti - almeno cercano di dare un senso alla cosa, ma il numero spropositato di ore toglie tempo allo studio individuale, impedisce un controllo e una progettazione che si leghi alla didattica in modo corretto.
E’ chiaro l’obiettivo di questo obbligo introdotto da una legge che tutto il mondo della scuola avversa (non ho mai trovato alcun collega che si dichiari d’accordo con la norma, neppure quelli che si sono resi disponibili a fare il tutor, il più delle volte per ridurre il danno agli studenti): educare le future generazioni alla completa flessibilità del lavoro, alla precarietà e al lavoro prestato gratuitamente.
Il tutto si inserisce in quella che qualche studioso definisce economia politica della promessa: devi acquisire competenze spendibili nel mercato del lavoro, tra un alternanza scuola lavoro ed uno stage, un periodo di servizio civile (che Renzi vorrebbe introdurre come obbligo per tutti i giovani, solo un mese però, almeno pare), un tirocinio e un corso professionalizzante - tutto gratis naturalmente - anzi pagandoti le spese -; il tutto poi sarà nel tuo curriculum, nella tua certificazione delle competenze. E’ così, fino a quarant’anni ed oltre, di promessa in promessa illusoria di un impiego, prima di avere un salario vero.
Lo scopo è convincere i giovani che il lavoro non vale nulla, dal punto di vista dei diritti, e quindi può pure non essere pagato.
Prendendola con ironia sembra quasi che stiamo arrivando al traguardo delle lotte della mia generazione che si batteva per il superamento del lavoro salariato: solo che è rimasto il lavoro, ed è sparito il salario.
Del resto neppure il nostro lavoro di docenti vale molto: a parte gli stipendi da fame e bloccati da un decennio (3), la stessa “buona scuola” prevede che i futuri insegnanti vincitori dei prossimi concorsi del 2018, prima di avere uno stipendio ed essere assunti a tempo indeterminato, stipuleranno un contratto di apprendistato per tre anni - pagati, pare, 400 € al mese.
Il tutto dentro l’inganno della lotta alla disoccupazione giovanile, nel nostro Paese addirittura al 40%: l’alternanza scuola lavoro dovrebbe combattere la disoccupazione giovanile, dando ai giovani competenze spendibili nel mercato del lavoro. E allora facciamo lavorare gratis i giovani!
Solo per restare al comparto scuola basterebbe liberare dal cappio della legge Fornero i docenti (più della metà sono ultra cinquantenni e l’11% ultra sessantenni), mandandoli finalmente in pensione, liberando per i giovani laureati posti di lavoro di insegnamento.
Apriamo una campagna contro l’Alternanza Scuola Lavoro
Lo sciopero generale del 10 novembre, l’abolizione del tetto di ore per l’asl sta nella piattaforma, è un primo passo.
Lo scorso 13 ottobre c’è stato un importante sciopero degli studenti contro l’asl, con 70 manifestazioni in tutta Italia, promosso dall’Unione degli Studenti e da altre associazioni e comitati studenteschi.
IMPRESCINDIBILE PER IL MOVIMENTO IMPORRE L’ABOLIZIONE DELL’OBBLIGO DI UN TETTO DI ORE PER LE ATTIVITÀ DI ASL, lasciando alle scuole e ai suoi organi collegiali la libertà di programmare eventualmente attività di alternanza scuola lavoro, senza obblighi e vincoli per l’ammissione agli esami di Stato.
Dico questo perché l’UDS, ad esempio, pur dopo un importante lavoro d’inchiesta che ha smascherato le tante esperienze di asl scandalose in tutto il Paese, facendo emergere su tutti gli organi di stampa la questione, è passata dal raccogliere - nel 2016 - le firme per il Referendum contro la “buona scuola” per l’abrogazione della norma sull’asl (non raccolte - per poco - le 500.000 firme necessarie), a rivendicare una alternanza scuola lavoro degna, con la Carta dei diritti e dei doveri dello studente in asl (prevista dalla legge, ma non ancora varata).
Pure la Ministra Fedeli ha ammesso il problema e invita gli studenti a segnalare le criticità, promettendo il reclutamento di ben 1.000 tutor esterni che dovranno seguire le attività (4).
Anche la Cgil - sponsor politico dell’UDS - è passata dal raccogliere le firme per l’abrogazione ad accogliere centinaia di studenti nei suoi uffici per attività valide per l’asl (5). Del resto ci ricordiamo la Cgil che, da una parte, raccoglieva firme per il referendum per l’abolizione dei voucher e dall’altra pagava con gli stessi i propri dipendenti.
Sostengono che ormai c’è la legge ed è meglio che l’asl la faccia bene la Cgil, piuttosto che qualche padroncino che sfrutta gli studenti, senza alcun risvolto didattico ed educativo.
Senza l’abolizione del tetto eccessivo di ore obbligatorio non potrà esserci alcuna esperienza di alternanza scuola lavoro degna e che abbia un senso.
La ministra Fedeli convoca per il 16 dicembre 2017 gli Stati Generali dell’Alternanza Scuola Lavoro, forse con l’intenzione di offrire una passerella alle aziende del progetto “Campioni per l’Alternanza” (6) e alle agenzie che offrono pacchetti tutto compreso di ore di asl, nate come i funghi annusando il business.
Si tratta di cogliere l‘occasione per aprire, verso il 16 dicembre, una campagna contro l’Alternanza Scuola Lavoro che coinvolga studenti, lavoratori della scuola e genitori, con l’obiettivo di abrogare l’obbligo di un numero esorbitante di ore di asl, lasciando alle scuole la libertà di definire se fare e per quante ore tali attività.
Si potrebbe discutere e deliberare nei collegi docenti, nei consigli di istituto, nelle assemblee sindacali e studentesche mozioni e delibere in tal senso, da inviare al Miur in vista degli Stati Generali dell’asl.
Accanto all’obiettivo finale della campagna, si tratta anche di affiancare una serie di rivendicazioni per ridurre i danni dell’asl, magari dopo una inchiesta scuola per scuola gestita da comitati misti di studenti e docenti, compilando assieme con agli studenti - in assemblee di classe - questionari sulle attività asl che svolgono:
- innanzitutto la gratuità per studenti e famiglie; nonostante i 100 milioni annui stanziati dal Miur, nella maggior parte dei casi gli allievi si pagano trasporti, mensa e quant’altro e si tratta di costi che si sommano agli altri per libri, materiali e tutto quello che preclude il diritto allo studio. Si tratta di rivendicare un welfare studentesco, che è ben altro del bonus dei 500 € ai diciottenni;
- il lavoro aggiuntivo degli ata nelle segreterie e dei docenti tutor deve essere retribuito: attualmente spesso vengono pagati a forfait e non tutte le ore (con la miseria di 17,50 € lordi per ore di non insegnamento tra l’altro), mentre le imprese ricevono voucher dalla Camere di Commercio per ogni studente impiegato (7). 
- naturalmente le attività devono essere connesse all’indirizzo di studio e alle attività in classe, indicando un numero di ore massimo da sottrarre alla didattica, includendo però nelle ore asl tutte le attività ad essa riconducibili, penso alle ore di Laboratorio negli istituti tecnici e professionali o nei licei artistici, ma anche agli incontri con esperti, visite aziendali, etc.;
- non stipulare convenzioni con imprese che hanno provocato danni ecologici o che non rispettano le norme di sicurezza o con imprese che in tempi recenti abbiano licenziato o ridotto il ricorso al lavoro dipendente; in tal caso il rischio di usare gli studenti in asl come lavoro in sostituzione di personale è ancora più forte.
Vincere sull’abrogazione della norma che impone l’obbligatorietà di un tetto di ore di asl nelle scuole superiori, potrebbe invertire la tendenza che da anni sta trasformando scuola e università in senso aziendalistico, quali “fabbriche” della forza-lavoro, luoghi non più volti alla formazione critica e alla produzione culturale, ma all’avviamento al lavoro, sempre precario e senza diritti al tempo del jobs act.
L’Università sta pure peggio della scuola
I processi di trasformazione in senso liberista dell’Università sono iniziati prima, con la Legge Ruberti del 1990 e proseguiti con la Berlinguer-Zecchino, il numero chiuso, il famigerato 3+2 e l‘introduzione delle lauree brevi (spendibili subito nel mercato del lavoro, secondo i promotori). Anche all’Università ormai da anni gli studenti sono costretti a frequentare ben 300 ore di tirocini nel triennio e 200 ore per la laurea specialistica, anche in questo caso spesso ridotte a prestazioni gratuite di lavoro.
Emblematico di questa deriva dell’Università è il caso dell’Ateneo veneziano di Ca’Foscari, che, accanto alla cerimonia di consegna dei diplomi ai laureati brevi in P.zza San Marco, con tanto di lancio finale dei tocchi, si prodiga in attività di intermediazione di manodopera per le imprese multinazionali. Ultimo caso in ordine di tempo il career-day a favore di Zara, il brand spagnolo del low-cost: 300 studenti e laureati brevi in coda a Ca’ Foscari per presentare il curriculum per diventare commessi nel mega store che Zara sta aprendo in Bacino Orseolo, dietro P.zza San Marco per i turisti, neanche a dirlo in un immobile cartolarizzato dal Comune per fare cassa.
«Richiediamo una disponibilità a lavorare a ritmi frenetici» è stato detto dal personale di Zara in aula a Ca’ Dolfin agli studenti «e con turni pesanti, ma siamo un'azienda meritocratica, che premia chi lavora di più e meglio». (8) Chissà se i neo commessi cafoscarini saranno affiancati o sostituiti dagli studenti medi in asl?
Berlinguer-Zecchino saranno contenti: mentre nel Veneto si lancia l’allarme “Salute a rischio” perché ospedali e paesi sono sguarniti di medici (9), il numero chiuso nelle facoltà di Padova e Verona impedisce la formazione dei giovani medici in sostituzione di coloro che se ne vanno in pensione, l’Ateneo di Ca’ Foscari offre commessi (con tutto il rispetto per il lavoro dei commessi) per la Venezia della monocoltura turistica.
Rovesciamo il banco: Alternanza Lavoro Scuola per tutti gli occupati
La scuola deve formare i cittadini come futuri lavoratori liberi e pensanti, non dare competenze spendibili nel mercato del lavoro precario e flessile.
L’Alternanza Scuola Lavoro rappresenta una gravissima subordinazione dei processi formativi alle esigenze di breve periodo dell’Impresa. Il mondo del lavoro cambia di giorno in giorno, nonostante la Crisi e la scarsa lungimiranza dell’Impresa che, invece di investire sull’innovazione, impone l’abbassamento del costo del lavoro con precarietà, dumping sociale e trasferimento all’estero delle produzioni. L’innovazione tecnologica farà si che tra qualche anno i lavori di oggi non ci saranno più, mentre nella scuola vogliono costringerci alla didattica delle competenze spendibili nel mercato del lavoro e non ai saperi critici.
Le nuove tecnologie distruggono i vecchi posti di lavoro, ne creano di altri, ma proporzionalmente i nuovi che creano sono di meno. Le nuove tecnologie digitali riducono il tempo di lavoro necessario a produrre merci e servizi. E questo vale ad esempio sia per l’Elettrolux, che tra qualche anno farà la produzione di frigoriferi con il 60% di robot e il 40% di operai (10), che per le banche che tra qualche anno avranno la metà dell’organico attuale, anche perché ormai il lavoro del bancario ce lo facciamo da soli on-line (e il tempo che passiamo per fare bonifici e pagamenti da soli non ce la pagano però!).
Piegare la formazione delle nuove generazioni ai bisogni del lavoro che cambia di giorno in giorno è pura stupidità.
Diminuisce il tempo di lavoro necessario, ma la giornata lavorativa sociale invece aumenta, anzi dilata, fino a coprire tutto il tempo di vita. Con le tecnologie digitali ormai - in qualsiasi settore, ma soprattutto nel lavoro immateriale - non c’è più differenza tra tempo di lavoro e non lavoro e le nuove corporations del capitalismo digitale e della gig economy hanno il controllo totale del nostro tempo e dei nostri profili, il tutto esentasse e senza pagare tanti salari.
Urge una controffensiva sul tempo di lavoro, rilanciando contenuti, piattaforme e forme di lotta che, attualmente e stante i rapporti di forza tra Capitale e Lavoro, sembrano inattuabili. Di fronte alla quarta rivoluzione industriale dobbiamo ridurre la giornata lavorativa, rilanciando il “lavorare meno, lavorare tutti”, per ridistribuire il lavoro e il reddito.
In questo quadro dovremmo rovesciare il banco: altro che Alternanza Scuola Lavoro per gli studenti, imponiamo l’Alternanza Lavoro Scuola per tutti gli occupati.
A partite magari dagli insegnanti, la cui formazione, con la “buona scuola”, diventa obbligatoria, permanente e strutturale: rivendichiamo l’anno sabbatico, oppure vogliamo stare collegati alla piattaforma Sofia per racimolare i crediti on line a pagamento?
Obiettivi come la formazione continua, l’anno sabbatico retribuito per tutti lavoratori ogni sette anni (e l’aumento dell’occupazione necessario per garantirlo), dovrebbero entrare nelle piattaforme; non solo per la riconversioni delle mansioni che le nuove tecnologie impongono, ma per formare i nuovi saperi e approfondire i vecchi, necessari ai profondi processi di riconversione ecologica del modello di sviluppo che dobbiamo affrontare, pena il collasso dell’intero sistema e del Pianeta, come la Crisi economica-finanziaria e quella climatica, a questa legata, sta dimostrando.
Venezia, 29 ottobre 2017
Stefano Micheletti
Cobas - Comitati di Base della scuola
Venezia
(1) http://www.kataweb.it/spec/articolo_speciale.jsp?ids=540587&id=535272
(2) http://www.unionedeglistudenti.net/sito/
(3) Per la parte economica del prossimo Contratto - fermo dal 2009 - la Legge di Stabilità pare preveda per i docenti un aumento medio netto mensile di 40€, mentre per i presidi sceriffi della “buona scuola” ben 400 € netti mensili - 10 volte tanto i docenti.
(4) http://www.gildavenezia.it/arrivano-mille-tutor-territoriali-per-spingere-lalternanza/
(5) https://www.mbnews.it/2017/09/la-cgil-accoglie-duecento-studenti-per-lalternanza-scuola-lavoro/
(6) Le prime sedici aziende coinvolte – Accenture, Bosch, Consiglio nazionale forense, Coop, Dallara, Eni, Fondo ambiente italiano, Fca, General electric, Hpe, Ibm, Intesa Sanpaolo, Loccioni, McDonald’s, Poste italiane e Zara – si sono impegnate a prendersi in carico 27mila studenti all’anno: moltissimi. Accanto a piccole realtà come Loccioni o Dallara, ci sono multinazionali come Fca, Hewlett Packard o McDonald’s. Quest’ultima, per esempio, ha dichiarato di poter seguire e formare diecimila studenti all’anno. 
(7) Sono in via di pubblicazione, ai sensi del D.lgs n. 219/2016 una serie di bandi delle Camere di Commercio per l’erogazione di voucher alle imprese inscritte al Registro Nazionale per l’asl; insomma, non solo possono usare in molti casi il lavoro gratuito degli studenti, ma vengono pure pagati.
(8) http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2017/09/26/news/store-all-ex-pilsen-zara-apre-a-dicembre-a-venezia-e-cerca-personale-1.15905234
(9) http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2017/10/29/news/entro-5-anni-resteremo-senza-medici-1.16050206?ref=hfnvveec-1
(10) http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2016/10/03/news/electrolux-progetta-la-fabbrica-dei-robot-1.14196247

Democrazia partecipata e cittadinanza attiva nella scuola: Il caso dei Consigli di Istituto


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Seminario CESP 13 Dicembre 2017 Firenze

Mercoledì 13 dicembre 2017
Ore 9.00 – 17.30
ITGC Salvemini–D. D’Aosta
Via Giusti 27 - FIRENZE
Da stazione SMN
Autobus 6 - 14 - 23

Programma Seminario CESP 13 Dicembre.pdf 75,01 kB

Modulo d'iscrizione Seminario CESP 13 Dicembre.pdf 42,07 kB

Richiesta Esonero Seminario CESP 13 Dicembre.pdf28,99 kB

Abstract Seminario CESP Consiglio istituto.pdf34,17 kB

domenica 19 novembre 2017

Divieto utilizzazione del docente su posto di sostegno per attività di supplenze temporanee.

L'Ufficio Scolastico Territoriale (AST) di Como in maniera perentoria chiarisce (come noi COBAS affermiamo da sempre) che l'utilizzo di docenti di SOSTEGNO per supplenze temporanee costituisce un vero e proprio inadempimento contrattuale con interruzione di servizio pubblico ai danni dell'alunno disabile. Con la nota, per la prima volta, si ammette la possibilità per i genitori dell'alunno disabile di procedere ad una denuncia per interruzione di pubblico servizio ai sensi dell'art. 331 del codice di procedura penale.
Utilizzazione del docente su posto di sostegno per attività di supplenzetemporanee.   Precisazioni.

lunedì 13 novembre 2017

La Fedeli a braccetto con gli integralisti catto-fascisti.

Linee-guida del MIUR sull' “educazione al rispetto”: 
la ministra Fedeli va a braccetto con gli integralisti catto-fascisti e regala ai genitori il potere di veto sui contenuti dell’insegnamento.

Per il ritiro del documento e una riscrittura coerente con i valori della scuola pubblica, laica e plurale.

Si attendeva da due anni l’uscita delle linee-guida su quanto previsto nel comma 16 della legge 107/15 in tema di educazione alla parità tra i sessi e del contrasto alla violenza di genere. La lunga attesa è dipesa dalla subordinazione del MIUR nei confronti delle contestazioni dei gruppi di integralisti cattolici (Pro Vita, Difendiamo i nostri figli, Generazione Famiglia ecc.), spalleggiati dai neofascisti di Forza Nuova, Casa Pound, Libertà-Azione, che intendono demolire qualunque pratica didattica volta alla promozione della parità di genere e al contrasto all’omofobia e transfobia nella scuola e nella società. I catto-fascisti farneticano di “diabolici piani delle lobby omosessualiste” che, non contente del riconoscimento delle unioni civili, vorrebbero sovvertire l’ordine sociale basato sulla famiglia “naturale” usando la scuola, e diffondendovi “idee pericolose al fine di produrre confusione sessuale e di genere“ in bambine, bambini e adolescenti (la fantomatica “teoria del gender”).

Sulla base di questa surreale convinzione, si sono susseguiti in tutta Italia attacchi e minacce a insegnanti e istituzioni (dallo scontro al liceo Giulio Cesare di Roma per la lettura in una classe di un testo di Melania Mazzucco a tematica omosessuale, alle proteste contro lo spettacolo sul bullismo transfobico “Fa’Afafine”), becere propagande di odio (il bus in giro per l’Italia con la scritta “I bambini sono maschi, le bambine sono femmine. La natura non si sceglie. Stop gender nelle scuole”) e  furbesche pressioni politiche sul MIUR (sit-in dei gruppi no-gender a giugno e incontro con la ministra Fedeli il 31 luglio). Finalmente, il 27 ottobre, sono uscite le linee-guida del MIUR che avrebbero dovuto indicare alle scuole come sostenere una corretta educazione alle differenze di genere, contrastando il clima reazionario e intimidatorio diffuso su questi temi.

E invece…La lettura del documento dimostra inconfutabilmente che i gruppi no-gender sono i principali interlocutori del MIUR ed hanno ragione ad esultare per un documento che viene loro incontro totalmente, affermando che non ci sarà mai alcuna “teoria del gender” nella scuola (e così confermando la fondatezza dei loro deliri), ma si promuoverà un'educazione basata sulla differenza uomo-maschio/donna-femmina quale fondamento “dell'intero orizzonte esistenziale” di ciascuna e ciascuno (in linea con la propaganda del famigerato pullman). Per giunta,  si ribadisce l'attribuzione ai genitori del potere di veto e di intervento sui contenuti della didattica, anche a costo di stravolgere le scelte maturate finora nelle scuole nei piani triennali dell'offerta formativa. Possiamo immaginare che fine faranno progetti rivolti alla prevenzione e al contrasto dell'omofobia e delle discriminazioni.

Altro che il “rispetto” sbandierato nel titolo! Il tema della lotta alla violenza di genere è affrontato nel documento solo nell'ottica, ovviamente condivisibile, della parità uomo-donna. Totalmente ignorata è, invece, la questione dell'omotransfobia, che pure imperversano tra le forme di bullismo più feroce nelle scuole. Così come viene occultato il tema, attualissimo e urgente, dell'educazione alla sessualità e all’affettività. Insomma, va bene l'educazione alla differenza uomo-donna, ma guai a toccare ciò che potrebbe urtare l’iper-sensibilità dell’integralismo catto-fascista, mentre si cerca di distorcere il significato profondo delle lotte femministe per l'uguaglianza, per confermare il più becero binarismo di genere. Eppure altre voci sono nate e cresciute in questi anni, di associazioni e persone che fanno davvero l'educazione al rispetto per le differenze, nella pratica didattica e nella formazione, giorno dopo giorno. Chi crede davvero nel rispetto per tutte e tutti, chi vuole insegnare e imparare senza pregiudizi, chi non ha paura di difendere i diritti dell'altra e dell’altro, non si riconoscerà di certo in queste “linee guida”. Quindi facciamo esprimere con forza queste voci, chiediamo il ritiro di questo  documento e una riscrittura coerente con i valori di una scuola pubblica, laica e plurale: l'educazione alle differenze non si fa a braccetto con gli integralisti; ed il rispetto, quello vero, non esclude.

Esecutivo Nazionale dei COBAS Scuola​