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martedì 31 marzo 2020

Scuola e valutazione ai tempi del Covid, tra Fondazione Agnelli e INVALSI


Di  Rossella Latempa 31 Marzo 2020
Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria ha messo bene in evidenza è la differenza tra ciò che è veramente indispensabile rispetto a ciò che non lo è. Niente più lezioni, voti, niente più test INVALSI, simulazioni o addestramenti, niente più Alternanza Scuola Lavoro, niente più verifiche. Dopo una prima sensazione di straniamento, è stato presto chiaro quello di cui si sentiva veramente la mancanza: la relazione umana, tra studenti e insegnanti, tra studenti e studenti. Anche se mediati o surrogati attraverso tecnologie più o meno efficaci, sono stati il dialogo e l’interazione ciò che abbiamo cercato e tentato subito di riprodurre. Nel mentre, i “piazzisti” dell’istruzione continuano una fiorente attività di propaganda, dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali. La Fondazione Agnelli da un lato lancia una campagna-progetto per “aiutare scuole e docenti a combattere la battaglia contro la perdita delle conoscenze..”, dall’altro, svariate dichiarazioni sull’inadeguatezza dei docenti italiani rispetto alla didattica digitale. La soluzione è sempre la stessa: formazione obbligatoria, finalmente contrattualizzata. “Volenti o nolenti” – dice Andrea Gavosto – stavolta i docenti dovranno adeguarsi. Tra le soluzioni per concludere l’anno e rimodulare la Maturità, quella proposta dall’ex Presidente INVALSI, Paolo Sestito, è la più originale: una ” campagna di didattica a distanza” in TV, con “lo stesso mezzo televisivo” usato “come canale per iniziative di formazione per la popolazione”. Una sorta di Rieducational Channel, buono un po’ per tutti, in tempi di domicilio coatto. Niente 6 politico, ma promozioni con debiti da saldare al rientro, anticipato al primo settembre; e per la maturità: test INVALSI per tutti gli studenti dell’ultimo anno, con punteggio soglia per chi aspirasse ad un bel 100, magari anche propedeutici all’ammissione ai corsi universitari. Tempi duri, quelli che la scuola sta vivendo. In cui c’è chi è pronto a fare della crisi un’opportunità e dell’emergenza una risorsa di potere. Vigileremo, anche online.
Se c’è una cosa che l’emergenza sanitaria di queste settimane ha messo bene in evidenza  è la differenza tra ciò che è veramente indispensabile rispetto a ciò che non lo è. Anche per la scuola. Tutto a un tratto: niente più lezioni, voti, niente più test INVALSI, simulazioni o addestramenti, niente più Alternanza Scuola Lavoro, niente più verifiche. Niente di niente.  Dopo una prima sensazione di straniamento, fin dai giorni che hanno seguito prima la chiusura, poi la sospensione delle attività didattiche nelle regioni del Nord e in tutta Italia, è stato presto chiaro quello di cui si sentiva veramente la mancanza: la relazione umana, tra studenti e insegnanti, tra studenti e studenti. Anche se mediati o surrogati attraverso tecnologie più o meno efficaci e diffuse, sono stati il dialogo e l’interazione tra corpi, sguardi e voci ciò che abbiamo cercato e tentato subito di riprodurre, in tempi di isolamento. “Continuieté pedagogique”, la chiamano in Francia, “Didattica a Distanza” – con un nuovo e  triste acronimo: la DAD –  la chiamano le note ministeriali italiane.
Indipendentemente dalle percentuali dei (frettolosi) monitoraggi dei recenti resoconti parlamentari, è evidente a chiunque, in qualsiasi casa, quanto la scuola italiana si stia mobilitando, ovunque e con ogni mezzo a disposizione. Lo confermano le ancor più stridenti disuguaglianze di opportunità – non solo di dotazione e accesso, di mezzi, spazi e sostegno genitoriale, ma anche di soluzioni e scelte didattiche, orari e impegni, carichi di compiti  – che mai come adesso emergono e paiono inaccettabili. Non tutte le case sono uguali, e nemmeno tutte le discipline: condividere pc o tablet con un fratello in cucina è ben altra cosa dal disporre di una postazione autonoma e silenziosa; videolezioni di filosofia e storia dell’arte sono altro rispetto ad ore di laboratorio di pittura in un liceo artistico o di cucina in un istituto professionale. Su tutti questi aspetti, sullo stato di eccezionalità e di emergenza e sui suoi strascichi sulla nostra futura “normalità”, diverse sono state le riflessioni di questi giorni (quiqui,  qui, e qui, ad esempio).
Nell’attesa che il Ministero si assuma la responsabilità di definire un’ipotesi di chiusura dell’anno scolastico, di dare indirizzi comuni sulla valutazione degli studenti e indicazioni sulle modalità con cui verranno svolti i futuri esami di Stato; mentre gli insegnanti si ingegnano con chat e webcam e gli studenti tentano di riorganizzare il loro nuovo “tempo di mezzo” della pandemia, i “piazzisti” dell’istruzione continuano una fiorente attività di propaganda, dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali.
1. La Fondazione Agnelli, il suo direttore e l’ossessione della formazione docenti
La Fondazione Agnelli schiera artiglieria pesante e retorica alla “whatever it takes”: una campagna-progetto, dal nome #restoascuola,  per “aiutare scuole e docenti a combattere la battaglia contro la perdita delle conoscenze già acquisite dai loro studenti”, a cui nessuno tra   “tutti coloro che abbiano a cuore la formazione delle nuove generazioni” potrà sottrarsi. Insieme alla Fondazione La Stampa – Specchio dei tempi, è stato approntato e reso disponibile un pacchetto di risorse e materiale online utilizzabili, previa iscrizione, da parte di tutte le scuole secondarie di I e II grado.
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Il direttore Gavosto non cessa di sottolinearlo – dopo averlo ribadito in più occasioni:
le analisi dicono che i docenti italiani impegnati a trasformare la propria didattica in senso digitale sono ancora una piccola avanguardia. L’emergenza tuttavia sicuramente farà crescere la consapevolezza che è necessario innovare le pratiche didattiche con un uso mirato ed efficace delle nuove tecnologie; così molti docenti finora riluttanti al cambiamento si avvicineranno volenti o nolenti alla didattica digitale.”
Laddove l’imposizione ideologica finora non abbia funzionato, ci penserà insomma la necessità della pandemia. Volenti o nolenti, dice Andrea Gavosto.
D’altra parte, solo pochi giorni prima, sul portale lavoce.info, lo stesso Gavosto, insieme a Stefano Molina, ci ricordavano, con analoghi toni che
la preparazione professionale dei docenti alla didattica a distanza è in molti casi inadeguata. [..] È evidente che in futuro la capacità di insegnare online dovrà diventare un requisito obbligatorio per tutti i docenti”,
facendo ancora una volta discendere un’evidenza solo a prima vista incontrovertibile – ma tuttavia priva di ogni fondamento scientifico – da una necessità apparente, dettata dalla contingenza dell’emergenza in atto.
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Anche in una recente intervista, su Sky Tg 24 il direttore della Fondazione non si trattiene dal ripeterlo:

la scuola italiana sconta un certo ritardo nella didattica online. I nostri docenti non sono mai stati particolarmente formati […] Un’altra cosa che dovremo imparare dopo questi giorni è che il fatto di fare didattica a distanza deve far parte della cassetta degli attrezzi di tutti i docenti per il futuro. [..] in futuro tutti gli insegnanti dovranno sapere come attivare lezioni a distanza”.
Non c’è occasione, pare – tanto più in piena crisi sociale e sanitaria – in cui la Fondazione Agnelli non cessi di rilanciare il suo vecchio cavallo di battaglia: formazione obbligatoria, contrattualizzata una volta per tutte e – ora – finalmente digitale.  Piegare le residue resistenze sindacali, scosse dall’attuale situazione della salute pubblica, sarà un gioco da ragazzi.
2. L’INVALSI e le proposte meritocratiche dell’ex presidente Sestito
Sospese le attività didattiche, sono sospese anche le prove INVALSI. Dal 5 marzo scorso, sul rinnovato sito dell’Istituto nazionale di valutazione, un comunicato stampa ci informa che il calendario previsto per le prove INVALSI di circa 2,5 milioni di studenti italiani è in attesa di “riformulazione”.
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Se la didattica a distanza in qualche modo, e generosamente, sta procedendo, il reale nodo da sciogliere riguarda la valutazione degli studenti, in assenza di attività scolastiche ordinarie. Tante sono le soluzioni “fai da te” finora approntate dalle scuole, supportate da dubbie delibere di consigli di classe on line: voti in decimi o medie aritmetiche assegnati ad interrogazioni telematiche o a verifiche con tempi di consegna prefissati. Tutte scelte e procedure assolutamente fuori dagli ordinamenti e dalla legittimità, profondamente inique nella loro eterogeneità.
Finora nessuna indicazione, se non una generica nota ministeriale, che ribadisce  “il dovere alla valutazione da parte del docente, come competenza propria del profilo professionale, e il diritto alla valutazione dello studente, come elemento indispensabile di verifica dell’attività svolta”.
E’ di ieri, 30 Marzo, una prima proposta concreta, avanzata dalle colonne del Corriere della Sera, attraverso l’autorevole voce dell’ex presidente dell’INVALSI, Paolo Sestito.
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L’idea, che coniuga un inedito spirito pop con il più classico afflato meritocratico, è la seguente.
Sestito concorda con quanto dicevamo all’inizio di questo post: la didattica a distanza non fa che aumentare i divari territoriali e sociali. D’altra parte, in questa fase, è impossibile sottrarvisi. Come fare, allora, per rendere meno eterogenei gli interventi? L’ex direttore della Banca d’Italia propone di lanciare:
una grande campagna di didattica a distanza tramite il mezzo televisivo, che è l’unico che entra davvero in tutte le case”.
Continua, poi, suggerendo:
lo stesso mezzo potrebbe anche fungere da canale per altre iniziative di informazione a favore della popolazione, in tema di abitudini alimentari sportive, sanitarie, di fronte all’emergenza sanitaria”.
Una sorta di Rieducational channel, insomma, a scopi didattici e pedagogici – si intende – di cui potrebbero beneficiare tutti, in tempi di domicilio coatto. La nuova frontiera del Life Long Learning.
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Una volta risolto il problema di uguaglianza di opportunità – assicurati i contenuti televisivi uguali per tutti – si potrebbe poi cominciare a ragionare secondo la logica del merito.
Innanzitutto, riprogrammare l’anno scolastico venturo, dilatandolo. I primi 2 mesi – a partire dal 1 settembre – sarebbero dedicati “al recupero e al rafforzamento delle competenze degli alunni”. Terminato questo periodo, si potrebbe “decidere se un alunno abbia ancora debiti formativi da recuperare o se debba ritornare nella classe immediatamente precedente”.
In altri termini, tutti promossi a giugno, ma solo a condizione di superare una verifica di recupero da fare a scuola, dopo due mesi di ripasso. Sappiamo bene che le promozioni d’ufficio (“il 6 politico”) non piacciono a chi crede nella meritocrazia.
E per gli esami di Stato? Lapalissiano: ci penserebbe l’INVALSI.
D’accordo con la sospensione universale dei test ad una popolazione di milioni di studenti, ma perché togliere anche a  quelli dell’ultima classe del ciclo secondario superiore l’opportunità di svolgere un test “oggettivo” sulle proprie “competenze”?
Scrive Sestito:
i test INVALSI potrebbero essere adoperati su base volontaria dalle singole scuole come informazione di background in sede di effettuazione, con modalità semplificata (eventualmente anche online) dell’esame di maturità; eventualmente un esito oltre una certa soglia dei test INVALSI potrebbe essere condizione necessaria (ma non sufficiente) per l’ottenimento del massimo dei voti (il 100).
Questo risolverebbe, a ben vedere, due problemi in un colpo solo:
Previo accordo col mondo dell’Università, e con eventuali aggiustamenti di contenuto, il test INVALSI potrebbe essere propedeutico quanto meno come una sorta di prima fase, nelle esistenti procedure di ammissione ai corsi universitari”.
Test INVALSI al posto della maturità. E corsia diretta per le future ammissioni ai vari corsi universitari. Il Ministero tergiversa nell’emanare un decreto ad hoc che definisca i profili giuridici della maturità 2020, eppure, ha la soluzione già in tasca.
Tempi grigi, questi che la scuola sta vivendo, in piena emergenza coronavirus, in cui ciascuno di noi è impegnato a “fingere” la propria quotidianità. Tempi in cui c’è chi è pronto a fare della crisi un’opportunità e dell’emergenza una risorsa di potere. Vigileremo, anche online.


giovedì 26 marzo 2020

LA SCUOLA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS: SETTE PROPOSTE DEI COBAS SCUOLA

1) In base alle leggi e alle norme contrattuali vigenti, con la sospensione delle attività didattiche i docenti non hanno alcun obbligo di svolgere le 18, le 24 o 25 ore di lezione. Svolgere attività didattica a distanza risponde ad una inevitabile necessità, ma non ad un obbligo giuridico. Al tempo stesso le modalità di svolgimento non possono essere imposte: il docente è libero di scegliere le diverse modalità e tecniche.Dal D. Lgs 165/2001 fino alla legge 107/2015 tutte le leggi o atti aventi forza di legge prevedono che i poteri del dirigente scolastico sono esercitati nel rispetto delle competenze degli organi collegiali. Nel DL n. 6/2020 non si rinvengono deroghe a tali previsioni legislative. L’art. 7 del TUassegna al Collegio dei docenti “potere deliberante in materia di funzionamento didattico del circolo o dell'istituto(..). Esso esercita tale potere nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente”.Il comma prosegue elencando una serie di competenze specifiche del Collegio che spaziano in moltissimi campi che attengono tutti alla didattica. Per cui, il Collegio dei docenti ha quella che nel linguaggio giuridico si chiama “competenza generale” su tutto ciò che attiene alla didattica. E’ di tutta evidenza che l’art. 1 del DPCM del 4 marzo può essere interpretato in modo legittimo solo nel senso che il DS ha l’obbligo di attivare modalità di didattica a distanza, ma ad esso non corrisponde alcun obbligo da parte dei docenti. Insomma, è legittimo e opportuno che il DS agisca come i vecchi presidi, cioè promuovendo e coordinando le attività didattiche a distanza, ma senza alcuna forma di imposizione. E il coordinamento significa anche evitare di imporre agli studenti di stare per tempi lunghissimi al computer, riducendo il numero delle video lezioni, nonché evitare di sovraccaricarli di compiti da svolgere.
2) Le attività svolte a distanza vanno tracciate nel registro on line, ma senza assolutamente firmare il registro di classe: sarebbe un falso in atto pubblico, che attesta ciò che non corrisponde al vero, cioè che si sono svolte le lezioni in presenza; se non è possibile tracciare le attività senza firmare, va specificato che si tratta di didattica a distanza.
3)Le valutazioni di carattere sommativo sono assolutamente illegittime e anche inopportune. Checchè ne dicano i funzionari del Miur, tutta la normativa scolastica prevede l’obbligo della vigilanza durante le prove, sia scritte che orali, ed è di tutta evidenza che essa non viene garantita con prove on line. Il che non significa che non vi siano feedback da parte degli studenti: lo sono le domande, i rilievi critici, lo stesso svolgimento dei lavori assegnati, magari svolti in modo collettivo. Tutti elementi che concorrono a determinare la c.d. valutazione formativa, cioè valutazione delle prove che serva per la crescita cognitiva degli studenti, una valutazione dunque che non si trasforma in voto. Infine, ma non ultimo per importanza, valutazioni sommative a distanza di fatto porterebbero inevitabilmente, non al 6 politico tanto temuto dalla Ministra, ma al 6 di mercato, purtroppo già tendenzialmente imperante nella scuola dell’autonomia, in cui le scuole in competizione tra di loro per accaparrarsi clienti- iscritti (che significano più risorse economiche e di personale) scambiano iscrizioni con promozioni. Infatti, valutazioni negative a distanza, se determinanti bocciature in sede di scrutinio, porterebbero inevitabilmente ad una marea di ricorsi con alta probabilità di esiti positivi. Le valutazioni sommative è bene riservarle a quando torneremo veramente a fare scuola, sperando di avere almeno un mese di tempo per riprendere le file del discorso e somministrare delle valutazioni finali, che comunque non potranno non tenere conto dell’eccezionalità della situazione.
Per tutte queste ragioni chiediamo anche l'immediato ritiro della Nota MIUR n. 388/2020 sulla didattica a distanza, che tante inopportune complicazioni sta creando al lavoro quotidiano di docenti e studenti/sse.
4)Le attività legate ad Invalsi e PCTO (ex alternanza scuola lavoro) devono essere senz’altro sospese. Le prove Invalsi vanno annullate per tutte le classi dei vari ordini di scuola per le quali sono previste. Le attività di PCTO vanno sospese per tutti le classi del triennio delle scuole superiori, sia perché in tempi di emergenza non è pensabile continuare a sottrarre ore alla didattica ordinaria in presenza già pesantemente falcidiata, sia per evidenti ragioni di tutela della salute. Entrambe non devono costituire requisiti per l’ammissione agli esami, anche per gli alunni delle attuali quarte,per evitare che siano costretti a svolgere gli stage aziendali nell’ultimo anno di corso. Per le classi terze e quarte di quest’anno le attività vanno ridotte di 1/3 per evitare che siano costrette a svolgere in due anni ciò che era previsto per tre. Vi sono state delle dichiarazioni in tal senso, ma non vi è ancora nulla di ufficiale. Che senso ha volersi incaponire a portare avanti attività di questo tipo in un momento come questo? Stupisce e preoccupa che, nonostante l’emergenza giustifichi la sospensione delle lezioni, ancora non si sia fatta una cosa così semplice come cancellare attività che non hanno alcuna valenza didattica, che hanno l’unico pregio di essere perfettamente congeniali alla logica della scuola-azienda; evidentemente l’emergenza vale solo in determinati campi, mentre altri devono essere difesi e mantenuti ad ogni costo.
5)Gli esami di Stato vanno svolti con le Commissioni formate tutte da membri interni, che conoscono il lavoro effettivo svolto dalla classe. Per lo stesso motivo, anche le prove scritte vanno formulate dalla Commissione stessa, sulla base di uno schema base fornito dal Miur, per garantire un minimo di omogeneità. Per lo stesso fine potrebbe essere auspicabile che il Presidente sia esterno.
6)Nonostante quel che dice la Ministra, inevitabilmente quest’anno scolastico avrà effetti anche sul prossimo, per il semplice motivo che aver perso 2 o, in alcune regioni, 3 mesi di scuola vera imporrà una riformulazione della programmazione didattica anche per l’anno prossimo. Per cui, è ancora più indispensabile avere tutti docenti in cattedra dal primo giorno di scuola. Ma il protrarsi dell’emergenza determinerà inevitabilmente un allungamento dei tempi sia del concorso straordinario che di quello ordinario. Per cui, è necessario anche nella scuola applicare i criteri emergenziali già applicati per i medici: valore abilitante della laurea; concorso straordinario per soli titoli per tutti i precari che hanno maturato 36 mesi di servizio,in applicazione anche delle sentenze della Corte di Giustizia Europea che hanno condannato lo Stato italiano per abuso di ricorso al contratto a tempo determinato. Nell’immediato chiediamo la proroga dei contratti per tutto il personale a tempo determinato, docente e Ata, che risultava in servizio al momento della disposizione di sospensione delle attività didattiche o di chiusura delle scuole.
7)Con l’entrata in vigore immediata del DL 17.3.2020 e, ancor di più, con la chiusura di tutte le attività produttive che non siano strettamente necessarie per garantire beni e servizi essenziali, annunciata da Conte la sera del 20 marzo, nella stragrande maggioranza dei casi le scuole devono essere chiuse anche per il personale Ata.Infatti, l’art. 87 c.1 prevede: “il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni (..), che, conseguentemente: a) limitano la presenza del personale negli uffici per assicurare esclusivamente le attività che ritengono indifferibili e che richiedono necessariamente la presenza sul luogo di lavoro, anche in ragione della gestione dell’emergenza”. Nella scuola i casi di attività indifferibili e strettamente necessarie da svolgere in presenza sono veramente pochi, come la gestione delle aziende agrarie o quella dei rifiuti tossici. Continuare a tenere aperte le scuole significa esporre a inutili rischi il personale Ata e gli stessi dirigenti, che in caso di contagio potrebbero incorrere in responsabilità anche di carattere penale.
Esecutivo nazionale dei COBAS – Comitati di base della Scuola
23 marzo 2020

martedì 24 marzo 2020

Didattica a distanza: il pericolo del grande fratello

– L’introduzione di forme di didattica a distanza (DAD) nella situazione emergenziale del COVID19 apre la necessità di riflettere sui pericoli che si stanno correndo all’interno di un sistema di comunicazione globale gestito dalle grandi multinazionali.


Nelle indicazioni sulla DAD date dal Ministero dell’Istruzione si fa infatti riferimento all’utilizzo di piattaforme digitali di proprietà di grandi imprese private (ad es. Google e Microsoft) che diventano non solo veicoli di interazione comunicativa tra docenti e discenti, ma anche collettori di una serie sterminata di informazioni sensibili e riservate.

Gravissimo è il fatto che negli ultimi trent’anni i tanti governi e i vari Ministri dell’Istruzione abbiano scelto di non investire nel campo del digitale proprietario dello Stato delegando le imprese private alla gestione di tutti i processi informativi per il funzionamento delle forme di interazione digitale nelle scuole. Si veda l’esempio dei registri elettronici gestiti da Argo S.r.l. o da Gruppo Spaggiari Spa. Una mole di dati sensibili è gestita dai privati che rispondono all’Amministrazione solo nei termini dei contratti privati di appalto del servizio.

Ma, se nel caso del registro elettronico esistono almeno forme di controllo contrattuale, quando si parla di piattaforme digitali si tratta di libero mercato privo di effettivo controllo e partecipazione dello Stato e dei ministeri coinvolti. Alcuni parlano di   “subordinazione delle istituzioni pubbliche alle piattaforme del capitalismo di sorveglianza, ulteriormente glorificata in forma ipocritamente solidale sulle pagine istituzionali e già attive in molte scuole (in particolare le varie filiazioni scolastiche di Google)” – iniziativa del CIDI.

Il problema è concreto. Dall’esperienza di questi giorni si dovrebbe aprire un dibattito serio per imporre all’Amministrazione Pubblica forme di creazione di piattaforme partecipate e pubbliche gestite democraticamente, con modalità open source per alcuni settori specifici. Uno di questi potrebbe essere quello della didattica a distanza e dell’archiviazione delle buone pratiche digitali organizzate dalle migliaia di insegnanti italiani. Si investano risorse importanti su questo settore. Fabrizio Reberschegg, 

venerdì 6 marzo 2020

Gestione emergenza Covid-19


Al Dirigente Scolastico Regionale Umbria
Al Dirigente AT Terni
Ai/lle Dirigenti scolastici/che
A tutto il personale docente e Ata 

Oggetto: Gestione emergenza Covid-19  
A seguito delle segnalazioni ricevute la scrivente OS ritiene opportuno ricordare che la situazione di eccezionale sospensione delle ordinarie attività didattiche nelle scuole non può in alcun modo dare adito a improbabili e illegittime interpretazioni del funzionamento degli organi collegiali, né introdurre piani di riorganizzazione e obblighi di lavoro non previsti dalla normativa vigente.
Per quanto riguarda l'attivazione di modalità di didattica a distanza, il DPCM del 4 marzo (articolo 1, comma 1, punto g) prevede: “i dirigenti scolastici attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”. Dal D. Lgs 165/2001 fino alla legge 107/2015 tutte le leggi o atti aventi forza di legge prevedono che i poteri del dirigente scolastico sono esercitati nel rispetto delle competenze degli organi collegiali. Nel DL n. 6/2020 non si rinvengono deroghe a tali previsioni legislative. Il DPCM è un atto amministrativo, che non ha forza di legge e che anzi, in base al principio di legalità, deve rispettare la legge.
L’art. 7 del TU (Dpr. N. 297/ 1994) al comma 2 lett. a) assegna al Collegio dei docenti potere deliberante in materia di funzionamento didattico del circolo o dell'istituto(..). Esso esercita tale potere nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente. Per cui, il Collegio dei docenti ha la “competenza generale” su tutto ciò che attiene alla didattica.
E’ di tutta evidenza dunque che per l’art. 1 c. punto g del DPCM il DS ha l’obbligo di attivare modalità di didattica a distanza, ma ad esso non corrisponde alcun obbligo da parte dei docenti. Insomma, è legittimo e opportuno che il DS agisca promuovendo e coordinando le attività didattiche a distanza, ma senza alcuna forma di imposizione.
Infatti, la libertà di insegnamento, costituzionalmente garantita, non è cancellata: il personale docente sceglierà le modalità che ritiene più opportune.  Anche il CCNL non prevede la didattica online all'interno degli obblighi professionali. Ma la cosa più importante è che le scelte didattiche di una scuola non possono in nessun modo essere demandate alla decisione dei dirigenti scolastici: devono essere stabilite dal Collegio docenti, che è l'unico organo con competenze didattiche.
L’invito ad utilizzare piattaforme o altri strumenti on line già presenti nelle scuole per comunicare le modalità scelte liberamente dai docenti per affrontare i giorni di sospensione – scelta praticata da molte scuole – è la modalità di gestione condivisibile, aperta ed adeguata anche per rispondere al bisogno, ampiamente diffuso tra le docenti e i docenti, di ripristinare la relazione con gli studenti e ritornare alla "normalità". Ciò non necessita alcuna delibera proprio perché è un invito e non impone alcun obbligo né ai docenti né agli studenti. E’ però preoccupante che per gestire le piattaforme il MIUR sia in contatto e le scuole abbiano adottato software, piattaforme e sistemi proprietari che altri paesi europei, come la Germania, hanno deciso di bandire per i rischi sulla privacy, gestione e trasmissione dei dati.
Gli strumenti di didattica a distanza non devono diventare strutturali e sostitutivi della didattica “in presenza”: la scuola è, o dovrebbe essere, una comunità educante, che punta allo sviluppo delle capacità di analisi e di sintesi, allo sviluppo dello spirito critico del cittadino e, per esserlo, ha bisogno di relazioni umane, emotive e cognitive, che non possono essere assicurate dall’insegnamento a distanza!
Ricordiamo anche che non vi è alcun obbligo per i docenti di svolgimento delle 18 o 24 ore quando le lezioni sono sospese.

Inoltre la nota del MIUR avente oggetto “particolari disposizioni applicative della direttiva 1/2020" ribadisce il ruolo centrale del RLS-Rappresentante dei lavoratori della sicurezza, che deve essere preventivamente consultato, per "adottare le misure piu idonee in relazione alle specifiche caratteristiche della struttura e alla necessità di contemperare tutela della salute ed esigenze di funzionamento del servizio

Per quanto riguarda il personale ATA, riteniamo grave che sia obbligato ad andare al lavoro e che la decisione assunta dal DPCM esponga il personale ATA ai rischi che si intendono invece evitare per docenti e studenti. E’ comunque obbligatorio che anche per tale personale venga garantito il rispetto delle norme sul distanziamento e che vengano agevolate le modalità di lavoro agile.
In conclusione, con la presente invitiamo i dirigenti scolastici a non mettere in atto procedure illegittime di convocazione del personale docente a scuola e di svolgimento dei Collegi dei docenti; a non riorganizzare le attività funzionali obbligatorie modificando il piano annuale delle attività; a non imporre al personale docente l'utilizzo di forme di didattica a distanza, strumento che deve essere lasciato alla valutazione dei singoli docenti, nel pieno rispetto del CCNL e della libertà di insegnamento.

Terni, 6 marzo 2020

Per l’O.S. COBAS  

Franco Coppoli  

corso gratuito di preparazione ai concorsi

CAUSA PROVVEDIMENTI DPCM PER EMERGENZA CORONAVIRUS LE LEZIONI DAL 6 AL 13 MARZO SONO RINVIATE. SI ATTENDONO AGGIORNAMENTI, IN QUESTO MOMENTO IL CORSO DOVREBBE INIZIARE CON LA LEZIONE DEL 18 MARZO

giovedì 5 marzo 2020

Coronavirus e lezioni online, un’ottima occasione per sbarazzarsi dell’università

– Già  l’Università è un punto di passaggio, sospeso fra la giovinezza e la vita vera. Se poi arriva il Coronavirus, allora vengono strani pensieri. Perché, forse non ci crederete, ma all’Università si lavora davvero, cioè si ricerca, si studia, si scrive. Eppure, almeno per le materie “umanistiche” come la mia, il diritto, lo si fa soprattutto da casa:  davanti al proprio computer. Nelle aule universitarie, come dico io, ci si va per divertirsi: cioè per fare happening come lezioni, esami, lauree e consigli. Se poi si abita a cinquecentocinquanta chilometri dalla propria sede, e si fanno sette-otto ore di treno per arrivarci, ecco che il  Coronavirus – questo fenomeno sospeso anch’esso fra semplice influenza e peste del Duemila – rimette in gioco tutto.


In generale, il picco del coronavirus, capitato fra la fine degli esami invernali e l’inizio delle lezioni primaverili, è stato accolto dagli universitari come  l’esilio sugli alberidi cui parla il  Barone rampante di  Italo Calvino. Quando il protagonista chiede agli esiliati spagnoli come passino le loro giornate, cioè, loro rispondono: “sacramos (smadonniamo) todo el tiempo, señor”. Perché, c’è poco da dire, se non hai ancora finito gli esami invernali, come in certe facoltà scientifiche, e devi iniziare  i corsi primaverili, bisogna riprogrammare tutto. E con la carenza di aule e i calendari fissati almeno un anno prima, per finire le lezioni a maggio e iniziare gli esami estivi a giugno, ci vorrebbe il  mago Houdini.

Esattamente a questo punto, di solito, arriva  l’idiota tecnologico, diffusissimo anche in ambiente universitario, con la frase: che problema c’è? Ci sono il  telelavoro, le  teleconferenze, i  collegamenti skype: basta attrezzarsi. E qui bisognerebbe dire che sotto il nome «università» sta un arcipelago di tribù diversissime, con usi e costumi altrettanto differenti e a volte pittoreschi, ma che presentano esigenze a volte incommensurabili. Sicché soluzioni tecnologiche come le lezioni online, quando si è già attrezzati, i numeri sono piccoli, gli studenti si devono laureare e/o le lezioni consistono in lavagnate di formule, ok, ci possono anche stare. Ma  l’università online generalizzata no, quella è  peggio del Coronavirus.

Certo, ci sono università pubbliche e private, con lezioni frontali, come si dice, od online, le cosiddette telematiche, particolarmente care, come qualcuno ricorderà, alla  Gelmini buonanima: ma proprio lì sta il problema. Dietro l’idiota tecnologico, infatti, sta spesso  l’idiota politico, o amministrativo, o finanziario, che non avendo mai capito a cosa diavolo servono le università, anche per la banale circostanza di non averle  mai frequentate, s’immagina che internet possa risolvere anche questo problema: non il problema Coronavirus, voglio dire, e che è passeggero, ma proprio l’Università, che resta.

Dopotutto – questa l’ideona che fatalmente si fa strada nelle menti dei nostri tecnologi, politici, amministratori e autorità finanziarie – perché pagare migliaia di professori e di personale tecnico-amministrativo, quando si può  telematizzare e  centralizzare tutto, trasmettendo online pochi corsi di lezioni, magari unici per tutt’Italia, magari da un palazzone in stile littorio alla  periferia di Roma, con docenti scelti dal regime, ovviamente, risparmiando, proprio come con gli stipendi dei parlamentari?  Pensateci: perché non liberarci una volta per tutte di questa classe di scocciatori, gli accademici, pieni di privilegi, prima di tutto quello di fare un lavoro che gli piace, figurarsi, eppure sempre scontenti, sempre pronti a discutere e criticare, specie quando hanno un blog sul  fattonline? 
Mauro Barberis, Docente di Diritto, Università di Trieste