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lunedì 22 aprile 2013

PROVE INVALSI: NOTA INFORMATIVA SULLE OPZIONI CHE OGNI STUDENTE HA A DISPOSIZIONE


16 maggio che fare. Riflessioni per le studentesse e Gli studenti delle scuole superiori che il 16 maggio prossimo sono chiamati a svolgere i test invalsi
di F.M. da ReteScuoleAlcuni studenti della mia scuola mi hanno chiesto informazioni sulle possibili opzioni che hanno riguardo a tali test. Ho deciso allora di rendere palesi le mie considerazioni in modo che ognuno possa decidere e scegliere in modo libero e consapevole, sulla base di quello che pensa di questi test.
uest’ultimo è l’aspetto che più mi sta a cuore come educatore: ogni volta che si deve operare una scelta è bene farsi un’idea propria sulla questione in modo che la decisione possa essere il più possibile personale e frutto di un confronto di idee a favore e contro una certa tesi.
Per questo motivo vi invito a documentarvi sulla bontà o meno del metodo INVALSI leggendo pareri favorevoli e contrari, in modo da potervi fare un’idea vostra e scegliere nel modo il più possibile libero.
Ho scelto per voi alcune posizioni esemplari, favorevoli e contrarie, con le quali potrete misurarvi, ma vi invito a cercarne delle altre, del resto in rete avete solo l’imbarazzo della scelta.

Come vedrete si tratta di interventi, a favore e contro, di persone molto conosciute e autorevoli nel mondo della scuola, che analizzano la questione INVALSI in modo diffuso e competente.
Detto questo, prima di procedere sarà bene sapere con quale tempistica si svolgeranno i test il 16 maggio prossimo (giovedì).
Appello e presentazione delle prove (dalle 8.00 alle 8.20/8.30)
Prova di Italiano (90 min, dalle 8.20/8.30 alle 9.50/10.00)
Pausa (15 min, dalle 9.50/10.00 alle 10.05/10.15)
Prova di Matematica (90 min, dalle 10.20/10.30 alle 11.50/12.00)
Pausa (15 min, dalle 11.50/12.00 alle 12.05/12.15)
Questionario studente (dal manuale INVALSI: “che permetterà di raccogliere informazioni sulle caratteristiche degli alunni, sul loro contesto familiare, sulle attività che svolgono dentro e fuori la scuola”) (30 min, dalle 12.10/12.25 alle 12.40/12.50)
Come si vede, il giorno 16 le prime 5 ore di lezione verranno dedicate ai test INVALSI e sottratte alla normale programmazione, che si limiterà alla sola 6^ ora per le classi che quel giorno la prevedono nel loro orario.
Alla luce di queste informazioni ecco allora quali opzioni ogni studente ha a disposizione:
a) Misurarsi coi test mettendosi alla prova e cercando di rispondere al meglio
Probabilmente, anzi, quasi sicuramente, non saprà mai come realmente è andata, se e dove ha risposto bene, se e dove ha risposto male; questo perché gli esiti, ad esempio nella mia scuola, nessuno li ha mai comunicati, e poi dal momento che “dovrebbero” essere anonimi, si saprebbero soltanto i risultati complessivi; certo, chi sceglie questa opzione può pretendere che i prof di riferimento (italiano e matematica) forniscano successivamente i testi delle prove e diano le risposte corrette in modo che ciascuno possa, a memoria, realizzare se ha risposto bene o ha risposto male; consiglio vivamente quest’ultima opzione per chi crede nella utilità e correttezza del metodo INVALSI; aggiungo, anzi, che, per chi ci crede, sarebbe bene pretendere che non solo venga prevista una comunicazione ai docenti degli esiti dei test e una loro riflessione sugli stessi, ma che tale informazione venga comunicata anche agli studenti, che possano avere un riscontro dall’essersi misurati con questa prova e un’occasione di riflessione sulla propria preparazione; senza questi basilari passaggi, al di là di ogni altra considerazione, si tratterebbe di una inaccettabile ipocrisia collettiva.
 
b) Decidere di non collaborare rispondendo a caso alle domande
Questa soluzione rende la contrarietà non palese, nessuno se ne accorge e il risultato è che verranno assunte informazioni non attendibili sul vostro grado di apprendimento, ma in modo inconsapevole, per cui verranno prese per buone e considerate lo specchio del vostro grado di preparazione.
Diciamo che si tratta di una scelta che non è di testimonianza delle proprie idee e di assunzione di responsabilità.
Non mi permetto di esprimere giudizi di natura etica su questa opzione, ognuno conosce se stesso e la situazione in cui si trova e potrà valutare se ricorrono le condizioni per operare una scelta come questa, che ha una dimensione molto individuale ed intima e accantona o ritiene non percorribile, il confronto con una dimensione collettiva della decisione.
 
c) Decidere di non collaborare consegnando in bianco il modulo
Questo atto rende palese la scelta fatta ed è un atto di testimonianza contro lo strumento test INVALSI, un atto di cui ci si assume la responsabilità rendendolo pubblico, anzi, direi quasi, rivendicandolo; nessuno potrà essere punito per questo o ne riceverà un danno, perché non si tratta di una valutazione (nel manuale INVALSI di somministrazione dei test è scritto, a pag 12, “che non verrà dato alcun voto per lo svolgimento della prova”), a differenza di quanto accade all'interno dell'esame di 3^ media.
C’è da aspettarsi, però, che venga in classe qualcuno (docenti, dirigenti ...) a convincere i resistenti a collaborare, e potrebbero anche arrivare ad usare le minacce – l'anno scorso, ad esempio nella mia scuola, lo hanno fatto – ma si tratta di minacce senza fondamento perché nessuno è perseguibile in alcun modo per questa libera scelta.
Occorre dire, però, che far passare ben 90 minuti per ogni test (90 min +90 min = 180 min) più 30 min per il Questionario studenti (totale 3h e mezza!) per poi consegnare in bianco, rischia di essere molto noioso e richiede una grande determinazione al sacrificio.
Dal punto di vista dell’informazione, poi, questa scelta rimane nell’ambito ristretto della classe a meno che chi decide di operarla non la diffonde utilizzando i canali più vari.
Sicuramente però, tale decisione si presta a rendere evidente, a se stessi innanzi tutto, una dimensione collettiva della scelta, che non può che rendere più forte la determinazione a far valere le proprie idee.
 
d) Decidere di non collaborare scegliendo di non andare a scuola quel giorno
Si tratterebbe ovviamente di un’assenza da giustificare sul libretto e concorre a costituire quel monte ore di assenze da non superare, pena la non validità dell’anno scolastico (264 ore di assenza per chi fa religione, 256 ore per chi non la fa), quindi se qualcuno è a rischio di raggiungere questi numeri nell’anno, fa bene ad evitare di assentarsi; se invece questo limite è lontano, la scelta di assentarsi rappresenta un modo per dichiarare in modo palese ed evidente la propria contrarietà ai test ed evita ogni intervento coercitivo da parte della Scuola (docenti, dirigenti ...).
Si evita anche la lunga attesa inoperosa (90 min +90 min + 30 min = 210 min = 3,5 h) di chi decida di consegnare in bianco.
Dal punto di vista dell’informazione, poi, risulta più evidente e palese la scelta di non collaborare, che potrà essere misurata dal numero di assenze della giornata nelle classi seconde.
La dimensione collettiva di una scelta come questa si gioca nelle giornate prima del 16, quelle in cui essa può maturare nel confronto e nella discussione tra tutti i membri della classe, ma non nel giorno in cui ognuno rimane a casa sua, cosa che non ha molto di collettivo.
A meno che i dissenzienti non decidano di organizzare insieme attività alternative, casomai con l’aiuto dei docenti che quel giorno sciopereranno, per rendere comunque utile quella giornata, salvando la dimensione collettiva della scelta.
 
NOTA SULL’ANONIMATO DELLE PROVE
Si dice che le prove siano anonime e sulla carta dovrebbero esserlo. Ma, c’è un ma molto grande. In ogni foglio del test c’è un codice a barre che riconduce a ciascuno di voi. Questo serve per riuscire a collegare l’esito della vs prova con le vostre risposte al Questionario studente che ho citato sopra (dal manuale INVALSI: “che permetterà di raccogliere informazioni sulle caratteristiche degli alunni, sul loro contesto familiare, sulle attività che svolgono dentro e fuori la scuola”).
Questo vuol dire che se necessario la scuola è in grado di risalire al compilatore del questionario e del test. Evitate quindi di manomettere il codice a barre, perché questo non vi rende anonimi, anzi vi si può accusare di aver intralciato/boicottato lo svolgimento dei test, col rischio di sanzioni come è successo in passato. Dall’altra parte evitate di scrivere cose nel test che possano essere oggetto di sanzione, anche perché si tratterebbe di cose che verrebbero lette da un docente incaricato di correggere il test e che forse non è molto interessato al vostro pensiero. Molto più utile che il vostro pensiero lo affidiate alla rete dei vostri contatti, in modo che possa essere letto da tutti gli interessati e diventi oggetto di confronto e riflessione collettiva.

Zero zero zero, Saviano e la scrittura embedded


di pAOLO persichetti

Lo trovate dappertutto, nei posti più inattesi, dal fioraio al fruttivendolo, dal giornalaio al kebabbaro, si tratta di un contenitore cartaceo che al suo interno raccoglie righe d’inchiostro disposte in modo orizzontale, alcuni insistono nel definirlo “libro” ed in effetti da lontano la sua forma può anche ricordare qualcosa del genere, ma una volta vicini il trompe l’œil è presto svelato: è solo una merce rilegata, fogli pressati e incollati, un albero segato e ridotto in poltiglia, un pezzo di bosco raso al suolo.
450 pagine per 18 euro. Ma più dell’insieme contano i dettagli. Ad esempio le due paginette, 441442, situate nei ringraziamenti. Qui l’autore è prodigo di riconoscimenti e gratitudine verso:
«L’Arma dei Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, i Ros, i Gico, lo Sco, la Dia e la Dda di Roma, Napoli, Milano, Reggio Calabria, Catanzaro e tutte quelle che qui ho dimenticato, per avermi permesso di studiare, leggere e in alcuni casi vivere le loro inchieste e operazioni: Alga, Box, Caucedo, Crinime-Infinito, Decollo, Decollo bis, Decollo Ter, Decollo Money, Dinero, Dionisio, Due Torri Connection, Flowers 2, Galloway-Tiburon, Golden Jail, Gree Park, Igres, Magna Charta, Maleta 2006, Meta 2010, Notte Bianca, Overloading, Pollicino, Pret à Porter, Puma 2007, Revolution, Solare, Tamanaco, Tiro grosso, Wite 2007, Wite City.
Ringrazio la Dea, l’Fbi, l’Interpol, la Guardia Civil, i Mossos d’Esquadra, Scotland Yard, la Gerndarmerie Nationale francese, la Polícia Civil brasiliana, alcuni membri della Policía Federal messicana, alcuni membri della Policía Nacional de Colombia, alcuni membri della Policija Russa, che mi hanno accompagnato nelle loro inchieste e operazioni: Cabana, Cornestone, Dark Waters, Delfín Blanco, Leyneda, Limpieza, Millennium, Omni Presence, Padrino, Pier Pressure, Processo 8000, Project Colissée, Project Coronado, Russiagate, Reckoning, Relentles, SharQC 2009, Sword, Xcellerator.
Ringrazio tutti i pm, antimafia e non solo, con cui ho studiato e discusso in questi anni. Senza di loro non avrei potuto scoprire molte cose: Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Antonello Ardituro, Federico Cafiero De Raho, Raffaele Cantone, Baltasar Garzón, Nicola Gratteri, Luis Moreno Ocampo, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Franco Roberti, Paolo Storari.
Ringrazio i vertici dell’Arma dei Carabinieri, il Comandante Generale Gallitelli, il Capo della Polizia di Stato Antonio Manganelli, e il Comandante Generale Capolupo della Guardia di Finanza. Ringrazio in particolare il Generale dei Carabinieri Gaetano Maruccia, il Comandante dei Ros Mario Parente, il Generale della GdF Giuseppe Bottillo, che hanno seguito la crescita di questo libro.
[...]
Ringrazio nell’Arma dei Carabinieri coloro che gestiscono la mia vita: il colonnello Gabriele Degrandi, il capitano Giuseppe Picozzi, il capitano Alessandro Faustini».
Zero zero 1
Zero zero 2
E bene, cosa c’è di nuovo? Qualcosa c’è. Quanto era già largamente percettibile in passato, seppur ancora in modo implicito nelle pieghe del discorso, ora è esposto in modo trasparente: Saviano ammette la sua natura di scrittore embedded.
Che cosa è uno scrittore embedded?
Il termine è divenuto d’uso corrente nel 2003 quando nel febbraio di quell’anno venne introdotta dal nuovo regolamento del Dipartimento della Difesa Usa, diffuso poco prima dello scoppio della guerra in Iraq, una nuova figura professionale: il giornalista arruolato dalle forze armate di una nazione per essere al loro fianco, in prima linea, a narrare cosa accade durante le azioni belliche. Il regolamento diceva: «Questi embedded media vivranno, lavoreranno, viaggeranno come parte delle unità in cui saranno inseriti per facilitare la copertura delle azioni delle forze di combattimento».
Questa innovazione è stata recepita dalla stragrande maggioranza degli eserciti mondiali, compreso quello italiano. Ovviamente l’intento che ha mosso gli Stati Maggiori delle forze militari non era certo quello di farsi democratici e trasparenti ma di riuscire in questo modo a governare il “Quarto potere”, imbrigliando l’informazione, controllandola e orientandola alla fonte, memori della guerra del Vietnam persa politicamente nelle retrovie, all’interno delle proprie frontiere a causa della circolazione di immagini sulla guerra troppo libere e anarchiche, che non nascondevano la sofferenza dei propri morti, i bombardamenti a tappeto delle città vietnamite, le stragi e le violenze gratuite inferte alla popolazione civile. Scene che avevano mobilitato l’opinione pubblica statunitense e mondiale creando una forte corrente pacifista.
Tutto ciò non avrebbe più dovuto ripetersi. La guerra doveva diventare asettica, pulita ed etica, i morti andavano nascosti dietro i cosiddetti “danni collaterali”, il flusso e il ritmo delle informazioni selezionato e ripulito. L’uso delle immagini, della parola e della scrittura trasformato in una nuova arma strategica. Per fare ciò andava creato un nuovo tipo di soldato: il giornalista embedded.
Saviano ha innovato ulteriormente questa figura professionale, diventando l’arruolato numero uno delle forze di polizia, degli apparati investigativi e inquirenti sul fronte interno della criminalità organizzata e dei narcotraffici. Una funzione intellettuale che appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come li ha descritti il sociologo Howard S. Becker che in Outsiders: costui «opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri».
Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male.
Tutto ciò era stato sempre negato da Saviano. Fino ad oggi.
Per aver sollevato, nel 2010, degli interrogativi «sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali» e sottolineato «L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica», (vedi qui), sono stato querelato da Saviano e attaccato dalla Direzione del carcere (sono in regime di semilibertà).
Saviano poi ha perso. Le denuncia è stata archiviata (vedi qui). Forse la lezione gli è servita. La trasparenza è sempre un valore positivo, un atto di onestà. Saviano si è così deciso a fare un passo avanti contribuendo alla chiarezza sul proprio ruolo e sulla propria funzione intellettuale messa la servizio di alcuni apparati dello Stato.

sabato 20 aprile 2013

LA DIREZIONE DI COOP CENTRO ITALIA TOGLIE VOLANTINO DELLA CONFEDERAZIONE COBAS DALLA BACHECA SINDACALE


Alla faccia della democrazia sindacale: le organizzazioni sindacali che vogliono comunicare con i lavoratori della Coop centro Italia devono essere autorizzati dalla vicedirettore! Come dire che i sindacati se li decide la COOP e non i lavoratori.
Oggi pomeriggio, sabato 20 aprile, la direzione di COOP centro Italia, arrogandosi il diritto di accesso ad uno spazio dei lavoratori e dei loro sindacati, ha tolto dalla bacheca sindacale un volantino dei Cobas che invitava i lavoratori e le lavoratrici COOP ad un’assemblea. Il capo del personale di Coop centro italia Gianni Barbetti ieri ha chiamato il referente provinciale dei Cobas Franco Coppoli per informare che la direzione avrebbe proceduto a rimuovere dalla bacheca sindacale un volantino dei Cobas affissovi nella mattinata. A nulla sono valse le rimostranze che la parte datoriale non può autorizzare quello che riguarda l’attività o la comunicazione sindacale. L’assemblea si terrà lunedì 22 alla sala Laura della Siviera, con la partecipazione di  Vincenzo Miliucci referente nazionale della Confederazione Cobas, lavoro privato. Gli argomenti che verranno discussi riguardano la costituzione del COBAS della COOP,  le RSU che sono “scadute” da oltre due anni e non vengono rinnovate ed il contrasto al contratto integrativo, siglato il 26 marzo tra COOP centro Italia e rappresentanti nazionali del settore di CGIL, CISL e UIL che computa il lavoro domenicale nella settimana lavorativa, tagliando pesantemente il compenso straordinario dei lavoratori. La firma di tale accordo ha fatto si che decine di lavoratori  della COOP restituissero le deleghe sindacali alla CGIL.
I Cobas denunciano che l’azienda pretende di decidere chi può esporre e meno le sue comunicazioni ai lavoratori in uno spazio, come la bacheca sindacale che non è di sua competenza. Le bacheche sindacali infatti sono dei lavoratori e delle loro organizzazioni, non delle direzioni aziendali.
Nonostante l’operazione di marketing pubblicitario per costruire l’immagine di una “COOP” che si identifichi con cittadini e consumatori i fatti parlano chiaro: la direzione fa passare tagli ai salari e si prepara alle domeniche lavorative con l’avallo di sindacati padronali-“gialli”, cercando di impedire l’accesso a chi rappresenta i diritti dei lavoratori e non gli interessi aziendali. In contrasto con la storia del movimento cooperativo, che nasce alla fine dell’800 per difendere i lavoratori. Coop fruisce di agevolazioni  fiscali, amministrative e finanziarie che le vengono riconosciute proprio in quanto, formalmente, cooperativa di lavoratori.
Confederazione Cobas-TERNI

venerdì 19 aprile 2013

Scuole: tutte le informazioni sono pubbliche

Non condividiamo la retorica della trasparenza che spesso si risolve in controllo, limitazione della libertà di insegnamento e investimento zero da parte dello Stato. Il fatto che dal 20 aprile non esista più la necessità della motivazione per l'accesso agli atti della Pubblica amministrazione è però un fatto positivo come sa bene chi ha chiesto documenti che spesso dimostravano malversazioni o inciuci e ha trovato difficoltà pesanti per riuscire ad ottenerli...


Dal prossimo 20 aprile ogni cittadino ha diritto ad accedere senza motivazione. decade l'interesse qualificato

 Il 20 aprile prossimo entrano in vigore le norme in materia di totale accessibilità delle informazioni sull'organizzazione e le attività delle pubbliche amministrazioni, scuole comprese, introdotte dal decreto legislativo n. 33 del 14 marzo scorso in attuazione della delega contenuta nell'art. 1, trentacinquesimo comma, legge anticorruzione n. 190 del 2012.

Tali norme, dopo il codice di comportamento dei dipendenti pubblici appena rinnovato, completano almeno per ora la legislazione di contrasto e prevenzione della corruzione nei comportamenti della politica e dell'amministrazione.
Le quali saranno sottoposte a maggiori controlli anche da parte dei cittadini sia attraverso la pubblicazione obbligatoria di dati, documenti, informazioni sia attraverso il cosiddetto accesso civico, la nuova modalità della quale ci si può avvalere per richiederli, i dati i documenti e le informazioni, e ottenerli nel caso non siano stati resi di pubblico dominio. I casi di inadempimento totale o parziale sono segnalati dal responsabile per la trasparenza, affinché siano valutati in sede disciplinare o per la verifica di altre forme di responsabilità come quella dirigenziale. La novità del decreto sta non solo nell'obbligo di pubblicazione, a integrazione delle disposizioni già esistenti sulla trasparenza dell'azione amministrativa avviata all'inizio degli anni novanta del secolo scorso con la legge 241 più volte rimaneggiata, ma nell'incondizionata possibilità riconosciuta ai cittadini diaccedere ai siti delle pubbliche amministrazioni direttamente ed immediatamente, senza autenticazione ed identificazione, e di ottenere le informazioni gratuitamente e senza obblighi di motivazione.
Prima occorreva possedere un interesse qualificato a ottenere le informazioni relative all'organizzazione e al funzionamento del servizio scolastico, dal 20 aprile ogni cittadino, anche se non è genitore o insegnante o sindacato, deve poter accedere liberamente ai siti delle istituzioni scolastiche, per verificare, attraverso la visione diretta di dati organizzativi, disposizioni e quant'altro, il corretto perseguimento delle funzioni istituzionali e l'efficace ed efficiente utilizzo delle risorse pubbliche. Oltre trenta articoli del decreto legislativo di prossima entrata in vigore elenca caratteristiche, qualità e tipologie di documenti, dati e informazioni che devono essere obbligatoriamente pubblicati sui siti istituzionali. Vanno ad esempio pubblicate tutte le direttive, le circolari, i programmi e le istruzioni su organizzazione, funzionamento, obiettivi, procedimenti. I riferimenti normativi devono essere corredati dei relativi link alle norme di legge statale pubblicate nella banca dati www.normattiva.it. Devono essere resi noti organigramma, numeri telefonici, caselle di posta elettronica certificata cui il cittadino può rivolgersi. E poi ancora: dati relativi al personale, ai costi, ai compensi, agli incarichi conferiti o autorizzati; dati sulla contrattazione, sul bilancio preventivo e consuntivo; sui rilievi degli organi di controllo; carta dei servizi e il documento con gli standard di qualità. Nella pubblicazione vanno assicurati integrità, costante aggiornamento, completezza, tempestività, semplicità di consultazione, comprensibilità, omogeneità, facile accessibilità, nonché conformità ai documenti originali in possesso dell'amministrazione. E a proposito del criterio di omogeneità, tutte le informazioni obbligatorie vanno riportate in un apposita sezione del sito denominata «amministrazione trasparente».
In allegato al decreto è anche descritta la struttura che devono assumere le informazioni. Il responsabile per la prevenzione della corruzione, già previsto a livello di amministrazione centrale, svolgerà anche i compiti di responsabile per la trasparenza, tra i quali quello relativo alla redazione del programma triennale per la trasparenza e l'integrità, che andrà a costituire una sezione del più generale programma di prevenzione della corruzione. I dirigenti scolastici non dovranno preoccuparsi di redigere programmi o designare responsabili, dunque, ma dovranno impegnarsi nel perseguimento delle indicazioni contenute in questo nuovo capitolo sulla trasparenza e disporre l'integrazione di quanto già ora viene pubblicato. Altrimenti son dolori.

martedì 16 aprile 2013

ACCOMPAGNA IL BAMBINO ALL’ASILO E QUANDO TORNA TROVA LA CASA SENZA ACQUA E IL CONTATORE ASPORTATO!



Questo è quanto successo a L. A. e S. B. una giovane coppia con un bimbo di 5 anni, lei disoccupata dopo aver ottenuto un diploma da infermiera,  lui da circa un anno senza lavoro,  che si sono trovati nell'impossibilità di pagare le bolletta dell'acqua.
Il SII di Terni, una settimana fa, l’8 aprile,  senza nessuna raccomandata di preavviso, ha chiuso l'acqua e asportato il contatore alla loro abitazione.
Il giorno dopo si sono recati presso gli uffici del gestore spiegando la delicata situazione familiare ed economica che stanno affrontando in questo periodo e chiedendo una rateizzazione della bolletta, ma è stato loro risposto che senza il pagamento integrale del debito e le spese del riallaccio non avrebbero potuto riavere l'acqua.
Dopo una settimana stamattina (16/03) il caso è venuto alla conoscenza del Comitato per l’acqua bene comune di Terni (http://comitatoacquaterni.blogspot.it/)  che, coordinandosi col Comitato regionale Umbro per l’acqua pubblica (http://acquapubblica-umbria.noblogs.org/), ha preparato una denuncia, presentata da L.A. ai carabinieri, mentre contemporaneamente veniva avvisato e sollecitato il Sindaco di Terni,  garante della salute dei cittadini (a prescindere dalle loro condizioni economiche). Le pressioni dei comitati e l’intervento del Sindaco sono stati risolutivi per ristabilire un diritto fondamentale come quello dell’acqua. Dalla tarda mattinata di oggi il piccolo F. di 5 anni ha di nuovo l’acqua da bere nella sua casa.
Il comitato si fa garante del diritto all’acqua come bene comune, risponderemo con denunce e vertenze a qualsiasi interruzione del servizio idrico nelle case e nelle famiglie forti del principio che l’acqua è un bene comune e non una merce, un diritto inalienabile delle persone. Ricordiamo, tra le tante, la sentenza di Tempio Pausania  del 6/07/2012 che ribadisce che il diritto all’acqua è un valore essenziale protetto dalla Costituzione.
Questo atto è una grave lesione del diritto fondamentale all'accesso all'acqua, bene indispensabile alla vita umana.  L’interruzione dell’erogazione dell’acqua costituisce una violazione del diritto alla salute e si configura come la causa di una potenziale emergenza igienico-sanitaria. Questa è la diretta conseguenza della privatizzazione della gestione dell’acqua, bocciata sonoramente dal 92% degli italiani attraverso un referendum disatteso dalla casta politico-economica in tutela degli interessi e dei profitti privati. Se paghi bevi, se non paghi ti tolgo l’acqua. Come se fosse una merce e non un diritto inalienabile.  Oltretutto questo diritto viene negato a fronte della pretesa di una tariffa che non ha recepito gli esiti dei referendum visto che mantiene tutt'ora la remunerazione del capitale investito abrogata. Ancora più grave è che l'acqua venga staccata in un contesto generale dove la crisi economica  che stiamo vivendo sta mettendo in ginocchio intere famiglie mentre continua a favorire banche e multinazionali.

Comitato per l’acqua bene comune di Terni (http://comitatoacquaterni.blogspot.it/)  
Comitato regionale Umbro per l’acqua pubblica (http://acquapubblica-umbria.noblogs.org/),

RASSEGNA STAMPA

lunedì 15 aprile 2013

Scuola, ecco le linee guida del Miur per edifici sostenibili e sicuri

Realizzare edifici scolastici sicuri, sostenibili, accoglienti e adeguati alle più recenti innovazioni della didattica, con questi obiettivi il Ministero dell’istruzione ha pubblicato nei giorni scorsi le Linee Guida per le architetture interne delle scuole,  su proposta del ministro Francesco Profumo.
Il documento – come si legge nel comunicato stampa pubblicato sul sito del MIUR –  vuole discostarsi dallo stile prescrittivo delle precedenti, risalenti al 1975. “La nuova logica, infatti, è di tipo “prestazionale”, e rende i criteri di progettazione più agevolmente adattabili alle esigenze didattiche e organizzative di una scuola in continuo mutamento. Vengono dunque riconfigurate la architetture interne, proponendo una concezione dello spazio differente da un modello di organizzazione della didattica rimasto ancorato alla centralità della lezione frontale”.
“Le Linee Guida appena approvate – prosegue il comunicato – propongono invece spazi modulari, facilmente configurabili e in grado di rispondere a contesti educativi sempre diversi, ambienti plastici e flessibili, funzionali ai sistemi di insegnamento e apprendimento più avanzati. Se infatti cambiano le metodologie della didattica, superando l’impostazione frontale, anche la realizzazione degli edifici scolastici dovrà rispondere a parametri e criteri architettonici e dell’organizzazione dello spazio del tutto nuovi”.
Il Ministero fa sapere che la predisposizione e l’approvazione delle nuove Linee Guida si inserisce all’interno di un percorso, seguito dal Miur, iniziato con un’approfondita ricognizione internazionale, presentata nell’ambito del convegno “Quando lo spazio insegna” del 16 maggio 2012.
In quella occasione è stata avviata una ricerca di soluzioni operative che consentano un’effettiva rigenerazione del patrimonio scolastico, per renderlo più adatto all’evoluzione tecnologica e rispondente ai criteri di sicurezza. Un impegno, questo, che si è poi concretizzato anche attraverso la recente direttiva firmata dal ministro Profumo, che prevede lo stanziamento di 38 milioni di euro da destinare alla costruzione di nuove scuole attraverso lo strumento del fondo immobiliare e nel rispetto delle nuove Linee Guida  (leggi anche “Edilizia scolastica, 38 milioni per nuove costruzioni. Ridefinite le Linee guida per gli interni“).

EdilTecnico, 15.4.2013

Ordinamento italiano e reato di tortura


Quando nel 1984 lo Stato italiano fu firmatario della Convenzione contro trattamenti e pene crudeli, inumani e degradanti promossa dalle Nazioni Unite, forse in pochi si aspettavano che quasi 30 anni dopo saremmo risultati ancora inadempienti all’impegno di inserire nel nostro ordinamento giuridico il reato di tortura. Nonostante già nel 1988 il nostro Stato abbia ratificato la Convenzione, ovvero si sia formalmente espresso per l’accettazione degli obblighi e dei vincoli derivanti dal trattato, mai il Parlamento italiano ha approvato una legge che introduca nel Codice penale il reato in questione.
Può essere utile ricordare che, di fatto, la mancata attuazione della Convenzione rappresenta né più né meno un’inadempienza agli impegni assunti più di 20 anni fa in sede internazionale, considerando che in quell’occasione fu richiesto agli Stati firmatari di “incorporare all’interno della propria legislazione il reato di tortura e di punirlo con pene adeguate”.
Anche volendo per un attimo non considerare gli obblighi nei confronti delle Nazioni Unite, è indegno che, nonostante il divieto di adottare pene e trattamenti inumani ed aberranti per la natura umana sia formalmente espresso in tutti i più importanti ordinamenti internazionali, e nonostante i maggiori organismi sovranazionali ci abbiano più volte condannato per le nostre inadempienze (l’ultimo intervento della Corte Europea dei Diritti dell’uomo risale all’8 gennaio scorso, come ricorderete, e condannava la gestione italiana della situazione carceraria), il Parlamento italiano non si sia mai adoperato per contrastare la tortura con efficacia e condannarla con fermezza. L’ultima tappa di un iter che sembra interminabile si è registrata nel settembre scorso, quando, in Senato, il disegno di legge sul reato di tortura è stato bocciato a causa del voto contrario di Lega, PdL ed Udc, i quali hanno sottolineato che servono misure che non ostacolino l’autonomia delle forze dell’ordine.
Forse con eccessiva ingenuità ci siamo domandati per quale motivo, anche su tematiche del genere, in Italia debba mantenersi invariabile lo scontro tra Destra e Sinistra: a chiarirci le idee è il professorGiorgio Sacerdoti, docente di diritto internazionale e di diritto della Comunità Europea alla Bocconi di Milano, oltre che membro dell’Organo di Appello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dal 2001 al 2009, il quale ci spiega che  “la questione è semplice: le forze che si oppongono analizzano situazioni come quella del G8, e volendo proteggere strenuamente le forze dell’ordine votano contro,  consapevoli che altrimenti quelli di Genova 2001, i poliziotti, sarebbero tutti incriminati per tortura, non solo per lesioni o reati più blandi; lo stesso vale ovviamente nel caso di tutti quei pestaggi culminati poi in omicidio”.
Se c’è qualcosa che dalle nostre parti non manca, effettivamente, sono esempi che testimoniano quanto sarebbe fondamentale prevedere uno strumento che chiarisca in maniera decisa quali sono i limiti all’esercizio della forza e del potere da parte delle istituzioni: necessità, per noi, quanto mai impellente a partire dall’inizio dell’involuzione autoritaria che dalla macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto nel 2001 passa per Stefano Cucchi e per Federico Aldrovandi, per Giuseppe Uva, massacrato in una caserma di Varese nel 2008, per Aldo Branzino, che il 12 ottobre 2007 entra nel carcere di Capanne, a Perugia, e ne esce il 14 ottobre, morto e con 4 ematomi cerebrali, il fegato e la milza rotte e due costole fratturate, ed ancora per il livornese Marcello Lonzi, che l’11 luglio 2003 muore nel carcere di Livorno con otto costole rotte, due denti spezzati e la mandibola, lo sterno ed un polso fratturati. E per moltissimi altri, dei quali non è difficile reperire notizie in rete.
C’è da chiedersi, di fatto, se coloro i quali oggi si rifiutano di accettare l’assoluta priorità dell’argomento, o lo hanno fatto in passato, o continuano a trincerarsi dietro strategici vorrei-ma-non-so, non siano da considerarsi complici di coloro che, se avessimo il reato di tortura, avrebbero da affrontare beghe giudiziarie ben più considerevoli che quelle causate loro dall’accusa di reati minori, come quelle di abuso di ufficio o lesioni personali.
È pur vero, per certi versi, che non vi è troppo da stupirsi che il nostro ordinamento ancora non preveda il reato di tortura, considerato che a doverne appoggiare l’introduzione dovrebbe esser gente come l’indecoroso senatore Carlo Giovanardi, quello del “tre poveri agenti di custodia continua sono massacrati da quattro anni perché dappertutto è stato detto che lui (Stefano Cucchi, ndr) è stato massacrato di botte e il processo invece sta dimostrando il rovescio, cioè che è morto perché era debole, aveva una serie di patologie”, che è poi lo stesso che, in occasione della recente candidatura di Ilaria Cucchi nelle liste di Rivoluzione Civile, ha sottolineato che “come succede sempre in Italia su fatti come questi, si costruisce una carriera politica, e la sorella (di Stefano Cucchi, ndr) è diventata capolista di un partito” . Al senatore evidentemente sfugge che, con ogni probabilità, Ilaria Cucchi preferirebbe avere un fratello vivo piuttosto che averne uno massacrato e dover portare avanti un’istanza come quella in questione poiché vissuta in prima persona: candidarsi con la lista di Ingroia, che è per inciso il soggetto politico che maggiormente sembra avere a cuore la questione, è un atto così naturale che solo uno come Giovanardi può trovarlo scandaloso.
Boiate da bar a parte, alle quali in ogni caso siamo largamente abituati, è emblematico che a promuovere l’urgenza del reato di tortura nel nostro Codice sia sempre stata la società civile ben più che i politici che della medesima società dovrebbero essere i rappresentanti; è il caso delle numerose associazioni che in Italia si battono per i diritti civili, ma anche dell’apporto alla causa che proviene dal cinema, ed è automatico in questo senso il riferimento a “Diaz-Don’t Clean Up This Blood”, diretto nel 2012 da Daniele Vicari, e a “The Summit”, documentario che indaga sui fatti di Genova ed uscito nel febbraio scorso.
A questo proposito, l’analisi di Sacerdoti è ancora una volta chiara: “per le forze politiche l’argomento del reato di tortura probabilmente non è così spendibile in ottica elettorale, mentre rimane uno dei temi tipici delle organizzazioni non governative, che hanno certe linee guida nel loro mandato. Ma è comunque vero che da parte politica c’è molta disattenzione per le richieste di allineamento agli standard internazionali su queste tematiche. Negli ultimi anni la Corte Europea ci ha condannato per il trattamento dei rom, per il respingimento degli immigrati in mare, per le condizione dei Centri di identificazione ed espulsione, e da ultimo per la condizione delle nostre carceri, oltre che per altri temi come la lotta alla corruzione. Tutti argomenti dei quali purtroppo il governo Berlusconi si è ampiamente disinteressato”.
SOTTOSCRIVI L' APPELLO CONTRO LA

SCUOLA-QUIZ


NO ALL'INVALSI, 
NO AL SISTEMA DI (S)VALUTAZIONE
Dal 7 al 16 maggio prossimi nella scuola italiana, dalle elementari alle superiori, si ripeterà il distruttivo rito dei quiz-Invalsi, imposti come presunta misura della qualità del lavoro dei docenti e degli studenti e come valutazione, velleitaria e strumentale, del livello di istruzione fornita dai singoli istituti. In strutture inadeguate e in classi sovraffollate il MIUR (Ministero Istruzione, Università, Ricerca) cercherà di accelerare ulteriormente il percorso verso una distruttiva scuola-quiz, in un quadro generale di progressivo immiserimento dell'istruzione pubblica del nostro paese, che peserà come un macigno sulle future generazioni. La politica continua di tagli agli investimenti nella scuola e nell’Università dell’ultimo ventennio non poteva che determinare la situazione patologica attuale, che spiana la strada alle "proposte" private. Ma, mentre si minavano le condizioni strutturali della scuola pubblica, si è imposta anche nel nostro paese un'idea di scuola tutta schiacciata sulla presunta “valutazione”, secondo i catastrofici criteri della scuola-azienda, finalizzata a fornire l’istruzione come se fosse una qualsiasi merce in compra-vendita.
L'utilizzo delle prove a quiz come criterio di giudizio della qualità dell’insegnamento e della scuola, a partire dalla seconda elementare fino all'accesso all'università e alla professione docente, ha assunto ormai nel sistema scolastico e universitario italiano una centralità impressionante, imposta e acquisita  anno dopo anno in un silenzio sproporzionato a fronte delle trasformazioni profonde e deleterie che hanno investito la scuola, le discipline e la trasmissione della cultura.
I quiz standardizzati avviliscono il ruolo dei docenti e della didattica, abbassando gravemente la qualità della scuola. L’inserimento di questa tipologia di prova in modo martellante, e collegato alla valutazione dell'efficacia della scuola, influenza in modo cruciale l'impostazione quotidiana della didattica, spingendo i docenti ad abdicare alla loro primaria funzione intellettuale e a piegarsi all'addestramento ai quiz, provocando la marginalizzazione delle materie non coinvolte nella valutazione e insieme il degrado delle discipline interessate: riduzione al problem solving per la matematica e per l'italiano oscuramento della complessa composizione scritta a favore della comprensione del testo, del quale non importano più i messaggi autoriali veicolati o il loro significato storico-culturale; un brano d'autore diviene un segmento intercambiabile, avulso dal contesto soggettivo e oggettivo che lo ha prodotto e la sua fruizione annulla anche la soggettività del lettore-studente, chiamato a risposte veloci, univoche, piatte e arbitrarie. Impartire un tale insegnamento significa annullare le soggettività coinvolte nell’atto pedagogico: ad uno studente privo di pensiero critico corrisponde un docente trasformato in tabulatore sempre più lontano dall’autonomia e dalla libertà d’insegnamento.
L'impostazione standardizzata è assolutamente inadeguata a rilevare il grado di preparazione di uno studente, di un aspirante docente, di un aspirante studente universitario, né tanto meno è in grado di dare indicazioni serie sull'efficacia di un docente o di un'istituzione scolastica; non è pensabile che in base a queste prove, per altro costosissime, e ai loro risultati sia possibile per un docente, per una scuola, per il sistema scolastico generale ottenere indicazioni serie di miglioramento. Come ha detto, brutalmente ma efficacemente, Luciano Canfora: “Per vedere la maturità di una persona è necessario che componga un testo di senso compiuto, non che faccia queste prove irrilevanti dove un cretino che ha una buona memoria supera i quiz e una persona di cultura che non ricorda un dettaglio viene esclusa”.
Ma soprattutto la standardizzazione del lavoro scolastico e dell’apprendimento è un obiettivo cruciale nella logica dell’istruzione-merce e della scuola-azienda. Essa serve a modificare alla radice il lavoro didattico, imponendo un modello universale di insegnamento-infarinatura, costringendo il docente  a seguire procedure prestabilite e generalizzabili, modificando alla radice i testi scolastici. Una volta realizzata la standardizzazione e la verifica omologata dell’insegnamento, verrebbe meno la stessa necessità della presenza dei docenti con le attuali professionalità. Per realizzare e valutare i quiz/test e con essi il rendimento di uno studente e di un istituto scolastico non serve nemmeno uno specifico curriculum universitario o di qualità vera: si tratta di un lavoro subordinato, meccanico e ripetitivo, eseguibile anche da personale a bassa qualifica, persino non laureato. I/le docenti che si prestano passivamente a collaborare alla scuola-quiz e al processo di “invalsizzazione”, contribuiscono fattivamente, coscienti o meno, alla eutanasia di una professione , oltre che all’immiserimento della scuola pubblica.
Non a caso, per mettere a punto i sistemi di valutazione aziendalizzante il MIUR ha coinvolto associazioni della Confindustria, portatrici di interessi che dovrebbero restare lontani dalla scuola pubblica e dalle sua finalità: interessi che da anni spingono affinché la scuola italiana si adegui alle esigenze del sistema produttivo; poiché per essi la fase attuale ha bisogno di una scuola che non miri più alla formazione complessiva dei futuri cittadini, ma che addestri una forza lavoro in possesso di competenze generiche e flessibili, capaci di adattarsi alla condizione di precarietà endemica che li aspetta nel mondo del lavoro. Ecco perché i quiz, spesso demenziali, si rivelano pericolosissimi per la libertà d’insegnamento, per la trasmissione del nostro patrimonio culturale alle future generazioni e per la funzione sociale che la scuola italiana fino ad oggi (anche se con molte lacune) ha svolto.Nei sistemi anglosassoni la valutazione attraverso i quiz ha provocato un disastro culturale, così come denunciano migliaia di intellettuali e docenti di tutti i livelli scolastici USA firmatari in questi ultimi anni di numerosi appelli contro i test standardizzati, oltre che promotori di lotte sindacali, culturali e sociali contro i quiz, metro di giudizio della qualità del lavoro scolastico. L'Italia dovrebbe far tesoro di quelle esperienze catastrofiche e mettere a frutto un presunto "ritardo" che invece può rivelarsi salvifico.
Pertanto noi uomini e donne di cultura, noi che lavoriamo nei sistemi di istruzione ai vari livelli, noi cittadini sensibili alla funzione decisiva della scuola pubblica nella formazione complessiva dello studente quale futuro cittadino, dichiariamo la nostra ferma contrarietà ai test/quiz standardizzati e all’uso dell’Invalsi come strumento di valutazione dell’istruzione pubblica. E chiediamo ai docenti, agli studenti e a tutti i cittadini interessati a difendere e a migliorare la scuola pubblica di aiutarci a fermare la scuola quiz, il Sistema di (s)valutazione basato sui test Invalsi, l'uso di indovinelli per imporre una scuola miseria, degradata e impoverita per lasciare il posto alla scuola privata e alla mercificazione dell’istruzione e della cultura. Aiutateci ad imporre al futuro Parlamento di affrontare seriamente la questione della qualità della scuola e dell’Università pubbliche, invertendo la tendenza al loro immiserimento e dotandole di massicci finanziamenti, cancellando nel contempo la pratica dei quiz valutativi dall'attività didattica e dalle prove concorsuali e/o di accesso a corsi universitari.
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HANNO SOTTOSCRITTO L'APPELLO
ANDREA  ADDOBBATI   Ricercatore storia moderna Università di Pisa
GIUSEPPE ARAGNO -  Storico - Facoltà di Scienze Politiche  "Università Federico  II", Napoli
LIA BARELLI    Prof.ssa Associata Corso di Laurea in Scienze dell' architettura e della Città Università La Sapienza di Roma

PAOLO BARRUCCI    Prof. Associato Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali Università di Firenze
CESARE BERMANI   Scrittore, storico e studioso delle tradizioni popolari
CRISTINA CASSINA   Ricercatrice Dipartimento di Storia; Facoltà di Lettere e Filosofia Università di Pisa

MATTEO D’AMBROSIO Semiologo, già Professore di Storia della Critica letteraria alla Federico II, Presidente del Comitato Dante Napoli.
PAOLO LIVERANI     Prof. Associato dipartimento Dipartimento di Scienze dell'Antichità (SAGAS), Facoltà di Lettere e Filosofia Università di Firenze

ROMANO LUPERINI  Prof. Ordinario Letteratura italiana moderna e contemporanea Università di Siena, professore aggiunto all'Università di Toronto (Canada)

GIANNI MARCONATO   Psicologo, Formatore, Senior Learning Consultant
SALOMONE “MONI” OVADIA   attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante italiano.

MARIASERENA PETERLIN, Insegnante, Scrittrice, Blogger, Roma
GIANNI PIAZZA ricercatore, docente di Scienza Politica, facoltà di Scienze Politiche Università di Catania
LUIGI PICCIONI    Ricercatore, Dipartimento di Economia e Statistica,Università della Calabria

ROBERTO RENZETTI, Docente di Fisica Generale presso l'Università Roma Tre, Saggista
LICINIA RICOTTILLI  Professore ordinario di Lingua e letteratura latina presso Università di Verona
RENATE SCHULER-OLIVO   Lettrice Università degli Studi di Udine
LUCIANO CANFORA   Filologo,  professore ordinario di Filologia greca e latina presso l'Università di Bari e coordinatore scientifico della Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino

GUIDO VISCONTI  scienziato e saggista, Prof. Ordinario di Fisica del Sistema Terra Università degli Studi dell'Aquila, membro dell’Accademia Nazionale dei   Lincei, già consulente NASA (Agenzia spaziale USA), Direttore del CETEMPS
CINZIA VISMARA     Prof.ssa Associata Archeologia classica Università di Cassino e Lazio meridionale
PASQUALE VOZA  Prof. ordinario di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bari
ORNELLA DE ZORDO Professore ordinario di Letteratura inglese presso l'Università di Firenze 
CARLO FORMENTI  Giornalista. Docente universita' di Lecce
ALESSANDRA VERONESE  Doc. Università Trier - Germania
MARINA BAILO  Ricercatrice Universita' di Pisa
ALBERTO MARIO BANTI  Prof. Ordin. Storia contemp. Universita' di Pisa 
MATTEO D'AMBROSIO  Semiologo, già Professore di Storia della Critica letteraria alla Federico II, Presidente del Comitato Dante Napoli
ROBERTO RENZETTI  Docente di Fisica Generale presso l'Università Roma Tre, Saggista
STEFANO VILLANI Prof. assoc. Storia Moderna Univers. di Pisa FULVIO VASSALLO  Prof. Paleologo-Università di Palermo
MARIA GRAZIA CAMPARI   Femminista, avvocata del lavoro, Milano
SANDRO MEZZADRA  Prof. Studi coloniali e post-coloniali, Università di Bologna
ANGELO D'ORSI  Prof. Storia del pensiero politico, Università di Torino
ALESSANDRO BELLASSAI  Ricercatore di storia contemporanea, Università di Bologna
GIUSEPPE  GALLONE  Ricercatore  Facoltà di Ingegneria, Università di Pisa
PIETRO BARCELLONA Prof. Univ. Pensione
FRANCESCA RIZZO NERVO  Associato Univ. 'La Sapienza'  Roma
ROSSANA BARCELLONA  Ricercatore Univ. Ct
MARCO FINCARDI  Ricercatore storia contemporanea, Università di VeneziaALBERTO BURGIO  Prof. storia della filosofia, Univ. BolognaJURI MEDA   Ricercatore, Univ. Macerata
ADRIANO  FABRIS  Professore Ordinario di Filosofia Morale, Università di Pisa