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giovedì 20 aprile 2017

NON SIAMO ASSOLUTAMENTE “SODDISFATTI” NO ALL’ACCORDO TRA ALIMENTITALIANI E SINDACATI CONFEDERALI

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato dei lavoratori autorganizzati della exNovelli in lotta contro l'accordo capestro firmato dai sindacati concertativi e di stato al MISE di Roma che è più che un accordo è la fotocopia delle richieste padronali. 
I lavoratori autorganizzati bocciano il piano padronale osannato dalla triplice sindacale (la UIL ieri legittimava esplicitamente i licenziamenti e l'attacco ai salari)
Il sindacato confederale, come sempre, fa il lavoro sporco per i padroni, cercando di far passare tra i lavoratori, attraverso  un referendum indetto in fretta e furia (ci fosse il tempo per pensare...) di sabato 22 aprile, prefestivo e preponte: 75 licenziamenti, l' esternalizzazione dei servizi, l'attacco ai diritti acquisiti, al salario accessorio, all'anzianità di servizio. 
Un regalo al padrone calabrese amico del governo e del PD che ha preso la exNovelli per 1 euro impegnandosi a non licenziare e che ora, da padrone dell'800 e con l'avallo di sindacati scendiletto attacca salari e diritti e vorrebbe  licenziare 75 lavoratori.


COMUNICATO STAMPA
NON SIAMO ASSOLUTAMENTE “SODDISFATTI”
NO ALL’ACCORDO TRA ALIMENTITALIANI E SINDACATI CONFEDERALI
La versione “ufficiale” sull’ipotesi di accordo firmato il 13 aprile 2017 a Roma dalla nuova proprietà “Alimentitaliani srl” e dai sindacati confederali di settore, nella sede del MISE, esprime “soddisfazione”, ma  noi dipendenti autorganizzati della exNovelli del SITO di TERNI ci chiediamo della soddisfazione di chi si parli, dato che questo accordo è tutt’altro che una fumata bianca e va respinto.
Dopo la discutibile cessione del 22 dicembre 2016 dell’azienda umbra alla calabrese “Alimentitaliani s.r.l.”, il sito di Terni è stato indicato come la principale fonte di “ridondanza” occupazionale, ma nonostante la volontà di tagli al personale ha continuato un percorso di pesanti sacrifici per i lavoratori, contrassegnato da incertezze sulla fruizione dei contratti di solidarietà, dalla sospensione di accordi sindacali già sottoscritti e, soprattutto, da un clima di continue vessazioni ed atteggiamenti intimidatori da parte della proprietà.
Nonostante l’attacco ai diritti acquisiti, le minacce di riduzione del personale ed il caos organizzativo determinato dal nuovo managementi lavoratori hanno continuato ad affiancare la nuova proprietà e sono stati determinati per la prosecuzione dell’azienda.
La situazione è però degenerata fino a divenire del tutto insostenibile il 29.03.2017 quando, prima di un’assemblea sindacale, la nuova proprietà ha cercato di dividere i lavoratori chiamando a colloquio riservato solamente i dipendenti che, a loro giudizio, sarebbero dovuti rimanere in forza nell’azienda.
Questo tentativo di divisione dei lavoratori ha prodotto l’immediato rifiuto tra i lavoratori ed ha portato ad un inevitabile sciopero ad oltranza. Durante lo sciopero si è però purtroppo determinata una divisione dei dipendenti, tra coloro che -considerando l’assenza di piani industriali e l’attacco frontale ai diritti, ai salari ed alla dignità dei lavoratori- ritenevano fondamentale arrivare a forme di lotta condivise per garantire un futuro dignitoso a chi lavorava e coloro che hanno abbassato la testa sottostando ai ricatti della nuova proprietà nella speranza di mantenere un posto di lavoro ad ogni costo. Nella storia delle lotte dei lavoratori la divisione è sempre stato un elemento che ha favorito i vertici e ha indebolito le lotte e le conquiste dei dipendenti.
In questa situazione si è arrivati al 10 aprile scorso, giorno in cui gli scioperanti sono stati “puniti” e messi in ferie forzate, con una condotta senz’altro ritorsiva e chiaramente antisindacale, con atteggiamento più da padroni delle ferriere dell’800 che non da moderni manager.  
 
Ciò premesso, CONFERMIAMO le nostre forti perplessità rispetto all’accettazione dell’ipotesi di accordo firmata al MISE il 13 aprile in quanto:
1- prevede un “approssimato piano industriale, del tutto insoddisfacente e carente degli elementi fondanti un piano che possa essere definito tale;
2- Relativamente alla riorganizzazione interna, esordisce con la previsione del “pieno mantenimento dei livelli occupazionali”circostanza subito dopo disattesa da tutta una serie di pesanti interventi, per altro, descritti in maniera sommaria:
·      riqualifica dei rapporti contrattuali (e quindi perdita dei diritti acquisiti e dei salari)
·      affidamento a società terza dei servizi amministrativi al netto delle risorse considerate ridondanti (e quindi licenziamenti del personale amministrativo per esternalizzare i servizi, con perdita delle conoscenze e delle professionalità accumulate, in contrasto con l’impegno di mantenere i livelli occupazionali);
·      quantificazione degli esuberi in numero di 75 dipendenti al netto dei dirigenti (anche qui in contrasto con quanto dichiarato al momento della cessione, che si sarebbero garantiti i livelli occupazionali);
·      voltura contratto di solidarietà con utilizzo dei massimali possibili;
·      ricorso alla CIGS per area di crisi complessa con deroga alla rotazione, ai criteri di scelta e a zero ore;
·      azzeramento dei superminimi, dei benefit di qualsiasi natura e annullamento degli scatti d’anzianità;
A fronte di tutto questo, non possiamo che ribadire la nostra delusione verso i sindacati che dovrebbero garantire i diritti e l’occupazione dei lavoratori e la nostra indignazione rispetto ad un accordo lesivo della dignità, dei salari, dell’occupazione e dei diritti fondamentali dei lavori.
Per questo vorremmo avere maggior tempo per riflettere e ci sembra troppo ravvicinata la data per le assemblee dei lavoratori indetta dai confederali il 22 aprile, in data prefestiva.   Invitiamo tutti i lavoratori della ex-Novelli ad esprimere una posizione critica verso un accordo-capestro che legittima pesanti licenziamenti, la perdita dei diritti acquisiti, dell’anzianità di servizio e di notevoli quote salariali.
Se accetteremo questa logica aziendale il futuro dell’azienda e dei lavoratori sarà pesantemente ipotecato.
I DIPENDENTI EX-NOVELLI AUTORGANIZZATI
 

giovedì 6 aprile 2017

SOLIDARIETA' ALLE LOTTE SOCIALI, AI NOTAV, AI NOTAP,NO AL DECRETO MINNITI

Esprimiamo piena e totale solidarietà ai militanti NOTAV della Valsusa e NOTAP del Salento colpiti dalla repressione delle lotte contro le grandi opere a tutela dei territori.
 
Intollerabili sono i recenti provvedimenti contro gli attivisti NOTAV Dana, Mattia, Massimo, Aurelio, Francesca, Stella, Nicoletta, Paolo, Michele, Fabiola, Maurizio, Mattia che - per aver presidiato il casello autostradale di Avigliana per protestare contro il ferimento di Luca Abbà- sono stati condannati a due anni di reclusione. Luca, ricordiamolo, folgorato da una scarica elettrica mentre alcuni agenti stavano cercando di raggiungerlo su un traliccio dell'alta tensione sul quale era salito per protestare contro gli espropri dei terreni del cantiere di Chiomonte.
 
Questi accadimenti sono espressione di uno Stato di polizia che si avvale di misure volte a colpire gli appartenenti ad un movimento come quello NOTAV, al fine di scoraggiare qualsiasi forma di dissenso.
 
Esprimiamo forte contrarietà al “decreto Minniti” che attribuisce alle forze di polizia poteri senza contraltare e senza controllo, per cui nell'immediato la polizia potrà far scattare i provvedimenti restrittivi, che poi solo i lenti ricorsi all’autorità giudiziaria potranno decretare illegittimi, ma intanto l'intimidazione poliziesca e la limitazione delle libertà garantite dalla costituzione rappresentano un pesante strumento repressivo.
 
Di particolare gravità rispetto ai diritti costituzionali sono i DASPO "sociali" che escono dagli stadi di calcio e vengono applicati a chi pratica le lotte sociali e politiche.
La prima prova sul campo si è avuta il 25 marzo scorso con il fermo che ha impedito a 160 manifestanti NOTAV di raggiungere la manifestazione Eurostop e con la notificazione di un foglio di via triennale ad un attivista del movimento, trovato in possesso di un coltellino da formaggio durante le perquisizioni del pullman diretto verso la manifestazione. 
Col decreto Minniti ci troviamo di fronte ad una trasformazione sempre più autoritaria dello Stato che vuole impedire a libere persone di mostrare il proprio dissenso.
 
I recenti fatti del Salento, dove anche gli stessi sindaci che si contrappongono all’opera sono stati caricati dalla polizia, dimostra il volto dello Stato quando la popolazione si oppone a decisioni calate e imposte dall'alto, attraverso forme di lotta che tutelano e difendono il territorio contro le logiche predatorie delle grandi opere.
Lotte che sono state rilanciate anche in Umbria con l'assemblea nazionale NOTUBO del 2 aprile scorso a Colfiorito, che saranno nuovamente rilanciate il prossimo 28 aprile a Perugia, presso lo spazio popolare Rude Grifo, dove si realizzerà un incontro con gli attivisti NOTAV e NOTAP e alla prossima assemblea nazionale del COORDINAMENTO NO TUBO che si terrà a Norcia il 13 maggio.

CSA Germinal Cimarelli TR, Circolo Island PG, Confederazione Cobas TR, No Devastazioni Territoriali Umbria, Palestra Popolare TR, Sana Utopia PG

mercoledì 5 aprile 2017

A quanto ammonta il lavoro sommerso dei docenti? 1643 ore annue

18 ore frontali sono solo la punta dell’Iceberg: correggere, aggiornarsi, preparare lezioni, sono solo
alcune delle incombenze dell’insegnante. Ai quali oggi si aggiungono nuovi impegni che vanno dai BES al registro elettronico.
Questo non è un articolo di parole, di recriminazioni, ma di numeri. L’insegnante lavora 1643 ore annue, circa 36 ore a settimana per 45 settimane.
A dirlo uno studio, non una approssimativa sensazione, effettuato dalla giunta provinciale dell’Alto Adige sul lavoro sommerso dei docenti.
Lo studio ha riguardato 5.200 docenti sul totale di 7.400 della provincia trentina. Numeri di tutto rispetto che danno una certezza del risultato del 100%. Dallo studio è emerso che i docenti di ruolo lavorano 1.660 ore in un anno, mentre i supplenti 1.580 ore. Coloro che maggiormente svolgono lavoro sommerso sono  i docenti delle scuole superiori, con 1.677 ore annue totali. I prof della media lavorano 1.630 ore. Gli uomini lavorano un po’ di più (hanno meno impegni casalinghi), 1.648 ore, le donne 1.639 ore in un anno.
Uno studio svolto quando non c’era il boom dei BES e DSA, nonché del registro elettronico, per i quali l’aumento di lavoro può anche superare  30%
Ed è sui numeri e sugli studi che bisognerà iniziare a confrontarsi e discutere, prima di parlare di carriera e valutazione. Iniziamo con valutare quanto già l’insegnante svolge

Ricrezione? Non si può abolire, neppure per punizione

NEWS DALLA SCUOLA DISCIPLINARE.....

La ricreazione non può essere utilizzata per infliggere una punizione agli studenti, a dirlo una sentenza del Tar.
Infatti, in un istituto superiore, il dirigente aveva punito gli studenti perché durante la ricreazione si erano allontanati senza permesso.
La risposta della scuola è stata la privazione della ricreazione fino ad ordine contrario.
Il Tar, con sentenza 112 del 30 di marzo 2017, ha dato ragione ad alcuni genitori che hanno impugnato il provvedimento della scuola.
Il Tar ha ravvisato, innanzitutto, la violazione dei regolamenti d’istituto (cui è responsabile il Consiglio d’Istituto dove siedono anche i genitori) che non consentono l’abolizione della ricreazione come strumento punitivo.
Attenzione, però, perché l’abolizione della ricreazione “fuori” era giustificata dal fatto che gli studenti avevano dimostrato scarso interesse per le attività che si svolgono di solito, come mangiare un boccone, e avevano trasformato quella pausa in un momento per fumarsi la sigaretta violando le restrizioni normative.
Il Tar ha dato ragione alla scuola, ma ha ritenuto abnorme la “punizione”. Insomma, la ricreazione non si tocca.

Stabilizzati dopo 10 anni: Miur risarcisce 15 bidelli baresi

Il Miur ha risarcito 15 collaboratori scolastici e assistenti amministrativi perché stabilizzati dopo troppo tempo.
Gli assegni, per importi fra gli 8 e i 10 mila euro, sono stati recapitati ai lavoratori pugliesi dopo che è diventata definitiva la sentenza del Tribunale del Lavoro di Bari che nell'ottobre scorso aveva accolto il loro ricorso.
I ricorrenti avevano iniziato a collaborare con istituti scolastici della provincia di Bari negli anni 2000 e 2001 e, nonostante contratti a tempo determinato rinnovati senza soluzione di continuità, sono stati stabilizzati solo nel 2011, e non allo scadere dei 36 mesi previsti per legge.
Il giudice ha così stabilito che, avendo subito un trattamento ingiusto in quanto “confinati in una situazione di precarizzazione”, dovevano essere risarciti dal Miur con circa 8 mensilità lorde a testa, per un totale di 130 mila euro.
Sono già pronti centinaia di altri ricorsi in tutta la Puglia.

Maestra non gestisce più la classe: denuncia ai Carabinieri, telecamere nascoste … sarebbe meglio riconoscere il lavoro usurante

In più riprese ho stigmatizzato l’italico vizio di fare le riforme previdenziali “al buio”, cioè senza alcuna considerazione della “variabile salute” del lavoratore che è inversamente proporzionale all’età anagrafica e all’anzianità di servizio.
Oggi valuteremo il caso, tutt’altro che infrequente, di una maestra della scuola dell’Infanzia che ha cominciato a dare segni di cedimento fisico e psichico oramai da qualche tempo (verosimilmente tre anni). I problemi che ne discendono sono soprattutto a carico della piccola utenza con grave agitazione dei genitori, quindi del dirigente scolastico, infine delle colleghe. Denunce all’Autorità Giudiziaria, minacce di ritiro dei bimbi dalla scuola, diffide al dirigente e, perché no, posizionamento di telecamere nascoste sembrano essere le uniche soluzioni. Vero? Non direi. Piuttosto sarebbe consigliabile innanzitutto riconoscere che il lavoro del docente è usurante perché chi raggiunge i 60 anni di età è oramai divenuto nonno di quella numerosa utenza (fino a 25 bimbi coi loro genitori) che pretende la piena forma fisica dalla propria maestra.
Leggiamo dunque il caso della maestra Sofia (nome di fantasia della docente che presta servizio nella Scuola dell’Infanzia in una classe di 24 bambini dai 3 ai 5 anni), così come ci è presentato dal dirigente scolastico, nella sua lunga e puntuale relazione. Questi chiede l’Accertamento Medico d’Ufficio contro il volere dell’insegnante medesima che soffre per giunta di una grave ipoacusia che la penalizza fortemente sul lavoro. Procederemo da ultimo col fare le debite considerazioni dopo aver individuato segni e sintomi rivelatori del disagio della docente.
Relazione del dirigente per il Collegio Medico di Verifica
I motivi per cui viene disposta la visita medica collegiale d’ufficio in CMV sono i seguenti: “disturbi del comportamento gravi, evidenti e ripetuti, che fanno fondatamente presumere l’esistenza dell’inidoneità psichica permanente assoluta o relativa al servizio”, secondo quanto previsto dall’art. 3, comma 3, lett. b) del D.P.R. n. 171/2011.
In qualità di Dirigente Scolastico dal 9 gennaio del corrente anno, appena arrivato, sono stato contattato dai genitori rappresentanti della sezione, che mi hanno riferito che già precedentemente avevano allertato la Dirigente precedente sui comportamenti della docente in oggetto. Hanno riferito che, in attesa dell’uscita dei bambini dalla sezione, udivano le urla della maestra e successivamente prelevavano i loro figli che venivano spintonati dalla maestra. Altrimenti, entrando in aula, prelevavano i figli senza che la docente se ne rendesse conto. Riferiscono inoltre che lo stato della classe era di caos e i bambini erano spaventati. Quotidianamente molti bambini tornavano a casa con ecchimosi e graffi e, alla domanda di spiegazioni, riferivano che la maestra non prestava loro attenzione. I genitori mi hanno riferito che era loro intenzione denunciare ai Carabinieri lo stato di pericolo dei loro bambini, non avendo ricevuto risposta dal capo di Istituto, ma hanno desistito in attesa di un provvedimento. Nel frattempo anche la docente coordinatrice della stessa scuola mi ha riferito che i bambini scorrazzavano liberi e senza sorveglianza nei corridoi, se non quella delle collaboratrici, cui spesso la docente demandava il compito di badare ai piccoli. La docente intanto urlava spaventando gli altri bambini. In altra circostanza, durante una attività in palestra, risulta che alcuni bambini si sono arrampicati sui pali facendo cadere il canestro del basket e mettendo a rischio l’incolumità di tutti. Inoltre le urla della maestra svegliano i bambini più piccoli durante il momento del riposo, con evidenti ripercussione sull’umore degli stessi. Durante tutto questo la maestra espone al rischio i bambini che sono liberi di uscire dall’aula e correre verso l’uscita. Solo le collaboratrici, se in quel momento non sono impegnate in altri compiti, tamponano la situazione…
La collega di sezione riferisce che durante la giornata i bambini salgono sugli armadi, rompendoli, lanciano in aria i giocattoli, facendo male ai compagni, salgono sulle finestre; riferisce inoltre che a volte la maestra lascia incustoditi due o tre bambini in classe a mettere ordine, mentre lei si reca in altri spazi distanti con altri bambini.
Sempre dallo stesso verbale emerge che i bambini escono continuamente dalla classe per recarsi in bagno senza sorveglianza, dove ogni volta riescono ad allagare i l locale e spargere anche il sapone, rendendo scivoloso il pavimento, con rischio conseguente per tutti…
Oltre a non garantire la sicurezza dei piccoli la maestra pretende dai bambini il raggiungimento di obiettivi non adeguati né previsti alla scuola dell’Infanzia, come scrivere o leggere, senza peraltro ascoltarli, limitandosi a sgridarli e a spintonarli.
Anche le offerte di collaborazione, con conseguente spostamento dei turni delle colleghe, sono state fermamente respinte dalla signora.
Io stesso mi sono immediatamente recato nel plesso che dista circa 1 km dal mio ufficio e ho trovato una situazione caotica, sia per il disordine e la confusione dei materiali sparsi in giro e sul pavimento, sia perché alcuni bambini correvano forsennatamente nella classe, altri si rotolavano sul pavimento, altri ancora erano rincantucciati negli angoli (compresi due bambini disabili), pochi erano seduti al tavolo con l’insegnante che era intenta a ritagliare figure noncurante della situazione. Altri bimbi correvano tenendo in mano e agitando pericolosamente delle forbici a punta che non avrebbero dovuto esserci.
Ho invitato la signora a giustificare la confusione ma lei ha cominciato a urlare, affermando che la causa di tutto era da imputare alla mancanza di materiali e alla maleducazione dei bambini e delle famiglie e alla mancata collaborazione delle colleghe.
Tutti genitori dei bambini della sezione, qualora non si dovessero prendere provvedimenti, sono intenzionati a tenere a casa i bambini che, come riferiscono, sono spaventati e piangono dicendo di non volere andare più a scuola. Una di loro aggiunge che la sua preoccupazione per lo stato emotivo della figlia deriva dall’aver osservato come la bambina gioca con le bambole. Infatti la signora riferisce che sua figlia dispone le bambole sulle sedie e, urlando, le rimprovera sempre “proprio come fa la maestra”. Inoltre alcuni genitori riferiscono che i loro bambini si svegliano di notte spaventati.
Riflessioni
  1. Come prima cosa ci diciamo che la norma ha di per sé una bella pretesa: quella secondo cui il dirigente (che medico non è) è tenuto a riconoscere, e inviare in CMV, i lavoratori per i quali “si sospettano disturbi del comportamento gravi, evidenti e ripetuti, che fanno fondatamente presumere l’esistenza dell’inidoneità psichica permanente assoluta o relativa al servizio”.
  2. La sintomatologia evidente di disagio psichico della maestra è ricca e varia: incapacità a vigilare la classe; estraneazione nella confusione; incapacità a prevenire incidenti e a garantire l’incolumità dei bimbi (forbici, basket, sapone…); reazioni di aggressività nei confronti delle colleghe; ricorso a urla, spintonamenti e strattonamenti; pretesa di raggiungimento di obiettivi non adeguati né previsti come leggere o scrivere per bimbi piccoli; caos e disordine perenne nella classe; rifiuto della collaborazione offerta dai colleghi (isolamento); incapacità a giustificarsi e addossare le responsabilità del caos alla mancanza di materiali, alla maleducazione delle famiglie e alle colleghe; atteggiamenti significativi dei bimbi che emulano la maestra, piangono o hanno incubi notturni.
  3. Se tutto quanto riportato rispondesse al vero (cosa di cui non dubito affatto trattandosi di una descrizione puntuale e significativa), il dirigente scolastico dovrebbe intervenire immediatamente senza aspettare le minacce dei genitori di rivolgersi ai Carabinieri ed il posizionamento di telecamere nascoste. Inoltre dovrebbe avviare il procedimento di sospensione cautelare fintanto che la CMV non adotti il giudizio medico-legale di inidoneità all’insegnamento. La maestra si trova infatti in malattia, ma è pronta a rientrare non appena scaduto il periodo di mutua.
  4. Tornando all’origine dei mali della scuola le istituzioni devono nell’ordine: a) riconoscere l’usura psicofisica della professione docente a tutti i livelli e non solamente per la scuola dell’Infanzia; b) ufficializzare le patologie psichiatriche come malattie professionali per gli insegnanti; c) informare i docenti dei loro rischi professionali per la loro salute e degli strumenti a loro disposizione per proteggersi; d) formare i dirigenti sulle loro incombenze medico-legali a partire della tutela della salute dei docenti e della protezione dell’incolumità degli utenti.
  5. Credere che una sola visita psicologica annuale per tutti gli insegnanti, come proposto da alcuni, possa fungere da panacea per la salute della scuola, non ha di per sé alcun senso se le azioni sopra indicate rimangono inascoltate come è stato finora. Chi ha orecchi per intendere…

martedì 4 aprile 2017

NUOVE MAZZATE PER GLI ATA: AUMENTANO LE MANSIONI SENZA ALCUN RICONOSCIMENTO ECONOMICO

Registro elettronico, l’amministrazione deve fornire tutte le attrezzature necessarie per la compilazione a scuola

Premettiamo che il registro elettronico non è un obbligo, se non deliberato dal collegio docenti,

Inoltre Il decreto legge n. 95 del 6 Luglio 2012 prevede all’art. 7 comma 27 che:
Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca predispone entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto un Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie.
Al comma 31 lo stesso decreto prevede che:
A decorrere dall’anno scolastico 2012-2013 le istituzioni scolastiche e i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico.
Ricordiamo che il registro personale è un atto pubblico (V Sezione Penale della Corte di Cassazione: 12726/2000; 6138/2001; 714/2010), per cui il docente è soggetto, nella compilazione di tale registro, alle sanzioni penali previste dall’art. 476 (falso ideologico in atto pubblico) e dall’art. 479 (falso materiale in atto pubblico) del codice di procedura penale. Da ciò discende che la compilazione del registro elettronico personale del docente debba avvenire contemporaneamente al registro di classe (cartaceo), conseguentemente non è possibile nemmeno compilarlo al di fuori della classe in questione.
Chiariti gli aspetti normativi, passiamo ad affrontare le problematiche che i docenti riscontrano quotidianamente a scuola nell’uso di tale strumento e i casi in cui non ha alcun senso deliberarne l’adozione, soprattutto considerando i rischi a cui si può andar incontro.
Nonostante siano passati 3 anni dall’emanazione del decreto n. 95/2012, in numerose Istituzioni scolastiche continuano a riscontrarsi problemi, legati principalmente alla mancanza di computer e/o tablet e alla connessione Internet.
Solo pochissime scuole mettono a disposizione dei docenti computer o tablet da utilizzare in classe per la compilazione del registro e solo pochissime dispongono di un’efficiente connessione wirless.
Se alla mancanza di computer e/o tablet , da parte delle scuole, si è ovviato chiedendo ai docenti di utilizzare quelli personali, al secondo problema non c’è stata altra soluzione che far compilare il registro al di fuori delle classi o a casa.
Partiamo dal presupposto che nessun docente può essere obbligato a utilizzare strumenti propri per la compilazione degli atti della scuola, nel caso specifico del registro elettronico, tuttavia se il “buon cuore” dei docenti può far superare tale problematica, non è assolutamente accettabile il fatto di dover compilare il registro al di fuori della classe o addirittura a casa.
Pur volendo sorvolare sul doppio lavoro cui sarebbe costretto il docente, che deve prima annotare a mano quanto succede in una determinata classe (assenze, verifiche scritte e orali…) e poi riportare il tutto sul registro elettronico, non lo si può fare sulle conseguenze PENALI che tale modus operandi può determinare per i docenti.
Il registro personale del docente, come suddetto, è un atto pubblico e come tale deve essere compilato in classe in quanto l’insegnante, in qualità di pubblico ufficiale deve registrare all’istante quanto avviene in sua presenza. Pertanto, risulta assai rischiosa la compilazione del registro, da parte dei docenti, al di fuori della classe o a casa per le conseguenze penali che potrebbero derivare anche da una semplice distrazione o dimenticanza.
Alla luce di quanto detto, l’uso del registro elettronico dovrebbe essere deliberato solo nel caso in cui la scuola sia dotata di infrastrutture e strumenti tali da mettere il docente in condizione di operare in classe, ovvero nei casi in cui ci sia un’efficiente connessione wirless e ci siano P.C. e/o tablet a disposizione dei docenti in ogni classe. I dirigenti scolastici, da parte loro, non dovrebbero nemmeno proporne l’uso, qualora non vi siano le condizioni appena descritte sia per le difficoltà pratiche che, principalmente, per le conseguenze penali cui potrebbero andare incontro i docenti.

lunedì 3 aprile 2017

Obblighi di pubblicazione del bilancio

Dlgs 33/2013 – Articolo 29, comma 1
Obblighi di pubblicazione del bilancio, preventivo e consuntivo, e del Piano degli indicatori e risultati attesi di bilancio, nonché dei dati concernenti il monitoraggio degli obiettivi
1. Le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati relativi al bilancio di previsione e a quello consuntivo di ciascun anno in forma sintetica, aggregata e semplificata, anche con il ricorso a rappresentazioni grafiche, al fine di assicurare la piena accessibilità e comprensibilità.
 
Il conto consuntivo di norma viene approvato entra il 30 aprile con pubblicazione entro 15 giorni, salvo rinvii ecc si può arrivare anche al 14 giugno . Vedi comunque questo link http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=78330

Solo l’8% degli edifici scolastici è adeguato sismicamente


La fotografia delle scuole italiane, in quanto a sicurezza, non è ancora affatto convincente e presenta molte ombre, afferma Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale della scuola di Cittadinanzattiva, una delle associazioni - insieme a Legambiente e Fondo Vito Scafidi - che da anni si occupano di monitorare la sicurezza nelle scuole.
Le verifiche di vulnerabilità sismica sono obbligatorie per tutti i Comuni ma purtroppo l’OPCM del 2003 non prevede sanzioni - e questo è il primo limite – e non implica interventi. Inoltre le verifiche di vulnerabilità sono mediamente costose: si va da un minimo di 3 mila euro per una scuola piccola a 10-15 mila euro per edifici di medie dimensioni, e così via.
Quanti edifici scolastici hanno fatto queste verifiche obbligatorie di vulnerabilità sismica? C’è un non-dato allarmante. "Non si riesce ad avere cifre precise, e questo già la dice lunga - fa sapere la Bizzarri -. Sulla base delle informazioni in nostro possesso le verifiche sono state fatte solo in pochissimi casi. Dunque, i bambini e i ragazzi trascorrono ore in scuole di cui non si conosce la vulnerabilità sismica", vale a dire il comportamento delle strutture in caso di terremoto.
Un altro aspetto importante, anzi fondamentale, riguarda la microzonazione sismica, ossia le indagini geologiche per capire come è il terreno dove poggia un edificio, nella fattispecie una scuola. All’Aquila ad esempio queste indagini sono state fatte dopo il sisma del 2009; in altre zone no, anche in quelle interessate dai recenti terremoti o con lo sciame sismico in corso.
Cittadinanzattiva è tra le associazioni, insieme a Legambiente e Fondo Vito Scafidi, che fanno più pressione affinché dopo le verifiche di vulnerabilità sismica – che comunque sono un obbligo, scaduto nel 2013 – si proceda, laddove necessario, a lavori di miglioramento o adeguamento sismico, a seconda del rischio rilevato.
"Merito del governo Renzi - rileva Adriana Bizzarri - è quello di aver creato un Fondo Unico per l’edilizia e poi i fondi triennali. Ovviamente le Regioni hanno un ruolo cardine e per i progetti anche Comuni e Province". La priorità, prosegue, è quella di "prevedere fondi in compartecipazione tra Enti locali e Stato”. Inoltre un altro importante passo in avanti non abbastanza sottolineato, afferma Bizzarri, è "l’aver previsto, nell’ultimo decreto terremoto, che i prossimi interventi dovranno essere orientati all’adeguamento e non solo al miglioramento sismico" delle strutture. Ovviamente, visto che ci sono circa 13 mila edifici scolastici in zona sismica 1 e 2, ovvero quelle più a rischio, bisogna partire da lì con verifiche di vulnerabilità e poi adeguamenti. In alcuni casi è necessario adeguare, in altri servirà ricostruire ex novo, ovviamente avviando dei percorsi di partecipazione con la comunità locale.
Una cosa da evidenziare, ci tiene a sottolineare Bizzarri, è che le spese di adeguamento sismico si possono ripagare facendo insieme anche quelle di efficientamento energetico, creando un circuito virtuoso che permetterà ai Comuni di ammortizzare le spese con il risparmio energetico degli anni successivi, cogliendo l’occasione di guardare davvero al futuro. Anche perché, se non vogliamo pensarci autonomamente, è l’Europa che ci chiede di adeguarci rendendo gli edifici energeticamente efficienti.
C’è poi anche la questione della cattiva gestione della sicurezza interna nelle scuole: ovviamente ci sono altri aspetti da sottolineare, come la prevenzione degli incendi, un obbligo che spetta ai dirigenti scolastici. Il termine per mettersi in regola è stato prorogato al 2017. "E’ bene fare chiarezza - afferma l’esperta di Cittadinanzattiva -: ognuno si assuma le proprie responsabilità, in Italia c’è spesso una cattiva gestione della sicurezza interna, a partire dal numero di alunni per aula. Questo accade anche a Roma, e in generale soprattutto nella scuole superiori e negli edifici grandi. Avere classi affollate rende difficili le evacuazioni".
Viene quindi il discorso delle responsabilità nelle scuole: chi deve fare cosa. E’ compito del Dirigente Scolastico evacuare l’edificio dopo una scossa di terremoto ma è anche un suo obbligo fare le prove di evacuazione due volte l’anno. In quante scuole in Italia - chiede con un certo dubbio Adriana Bizzarri - questo viene fatto?
E’ poi il Sindaco a decretare se gli edifici pubblici e soprattutto le scuole (tutte, di ogni ordine e grado e anche le private) devono restare chiuse o aperte, ad esempio in caso di terremoto. Dopo un sisma Sindaco e Provincia devono inviare una equipe di tecnici per le verifiche di agibilità, che di norma sono controlli visivi per verificare se vi siano crepe, lesioni o modiche rispetto alla situazione precedente. Chi poi deve fare la manutenzione o la ristrutturazione o veri e propri interventi di adeguamento o miglioramento sismico sono i Comuni (per materne, primarie e secondarie inferiori) e le Province per le scuole superiori. Per le scuole private devono intervenire gli enti proprietari, sia per verifiche di agibilità sia per successivi interventi.
vai al dossier ANSA

La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e poveri

Nonostante venti anni di tagli e attacchi alla libertà di insegnamento l’indagine Ocse su una quarantina di paesi dei cinque continenti promuove il nostro paese: le differenze sociali sui banchi, guardando ai risultati degli alunni in diverse materie, si annullano. L’istituzione funziona, almeno per i meno abbienti che finiscono per aver voti uguali a chi arriva da famiglie laureate o benestanti

Nel 2000 la scuola italiana era la migliore d’Europa: riduceva il gap tra i ricchi e poveri. Poi sono arrivati i nipotini di Attila: Berlinguer, De Mauro, Moratti, Fioroni, Gelmini,Giannini e Fedeli e la scuola oscilla tra l'opificio e il carcere...


La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e poveri Sorpresa: la scuola italiana funziona, almeno per gli allievi meno abbienti. E meglio di quanto non accada nei sistemi scolastici di tante altre realtà europee e del mondo. Questa volta il confronto internazionale condotto dall’Ocse consegna a presidi e insegnanti italiani due buone notizie. E solo una cattiva notizia, che però è condivisa con quasi tutte le nazioni oggetto del focus pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: uscendo dalla scuola le differenze si accentuano. Il titolo dello studio è significativo: “Come si comportano alcune coorti di studenti dell’indagine Pisa nell’indagine successiva sulle competenze degli adulti Piaac?”. In altre parole: come varia il gap tra studenti svantaggiati e compagni più fortunati nel corso della vita, dopo il diploma, in termini di abilità in Lettura e Matematica?
Per contabilizzare le differenze di performance in Lettura e Matematica dei quindicenni di una quarantina di paesi e economie dei cinque continenti, che ogni tre anni partecipano all’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment), con lo stesso gap riscontrato tra i soggetti di 25/27 anni di età che partecipano all’indagine Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) sulle capacità in Lettura e Matematica degli adulti, gli esperti dell’Ocse hanno messo a punto un indice. Scoprendo che dopo il diploma le differenza di prestazione tra studenti avvantaggiati (con almeno un genitore laureato e con oltre 100 libri a casa) e svantaggiati (con meno libri e genitori con un livello di istruzione più basso) crescono in tutti e 20 i paesi oggetto dello studio, tranne che in Canada, Stati Uniti e Korea. Anche in Italia.
Dallo studio “emerge in modo abbastanza chiaro il fatto che, dato l’allungamento della vita lavorativa e della fine della sicurezza di percorsi lineari della vita lavorativa, le competenze e soprattutto lo sviluppo delle competenze lungo la propria vita siano importantissime”, spiega Francesca Borgonovi, che ha partecipato alla stesura del focus. “Tuttavia, il mondo del lavoro, la formazione professionale e l’università – conclude l’esperta Ocse – non sono in grado di alleviare le differenze tra classi sociali che emergono alla fine della scuola dell’obbligo anzi tendono a rinforzarle”. Ma il risvolto positivo è che nel Belpaese la scuola riesce a tenere abbastanza vicini i risultati degli studenti con opportunità di partenza molto diverse. Più di quanto non accada all’estero.
L’indice che descrive la sperequazione in termini di preparazione tra soggetti più e meno fortunati, riguardo alle competenze linguistiche dei quindicenni, vale per l’Italia 0,45 mentre a livello Osce sale a 0,48. Per la Danimarca è pari a 0,64 e per la Germania sfiora il valore di 0,49. In altri termini, la scuola italiana è più inclusiva di quanto si pensi e riesce a supportare meglio i soggetti meno fortunati.
Una caratteristica che viene confermata anche dopo il diploma. Perché, fin quando gli studenti frequentano la scuola il divario si mantiene entro livelli relativamente bassi. Ma a 27 anni, sempre riguardo alla cosiddetta literacy, in Italia il divario si amplifica anche oltre la media Ocse: 0,67, in Italia, e 0,61 a livello internazionale. Confermando che nel Belpaese la scuola riesce ad attenuare le differenze socio-economiche di partenza. Caratteristica che, con valori diversi, si mantiene anche riguardo alla Matematica: quella che gli inglesi chiamano la numeracy.

La “Buona scuola”? Un miracolo … retroattivo

Alberto Baccini “La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e i poveri”. Questo il titolo con cui La Repubblica 29/3/2017 ha dato notizia di una ricerca OCSE appena pubblicata. Un titolo che è un vero assist per la ministra Fedeli che scrive: “I dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate.” Segue anche Matteo Renzi che commenta: “La notizia più bella riguarda la scuola visto che oggi l’OCSE ci promuove”. Peccato che gli unici dati del rapporto OCSE riferibili alla scuola siano quelli dell’anno 2000! Quando era ministro dell’istruzione Tullio De Mauro, le scuole secondarie inferiori si chiamavano ancora scuole medie e c’era ancora la scuola elementare.  Possiamo quindi affermare con certezza che i dati OCSE commentati dalla Ministra e da Matteo Renzi, non dicono proprio nulla sulla scuola italiana di oggi. A meno che non si sia verificato un miracolo retroattivo, e la “Buona scuola” abbia migliorato l’inclusività delle scuole elementari e medie italiane nel 2000.
“La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e i poveri”. Questo il titolo con cui La Repubblica29/3/2017 ha dato notizia di una ricerca OCSE appena pubblicata.

COSTITUZIONE COORDINAMENTO NAZIONALE NO TUBO

Oggi 2 aprile a Colfiorito si è tenuta la manifestazione nazionale NO TUBO cui hanno partecipato decine di associazioni impegnate, alcune da 13 anni, nei territori delle Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio e Toscana, a combattere il progetto del metanodotto adriatico di SNAM che devasterebbe territori ad alto rischio sismico con un'opera assolutamente inutile per la collettività, che chiediamo venga ritirata.

Nella relazione del geologo Francesco Aucone sono state smontate le narrazioni della multinazionale dell'energia per giustificare l'ingiustificabile: un'inutile, enorme metanodotto che attraversa la dorsale appenninica  devastando i territori con oggettivi pericoli dovuti alla sismicità dell'area, con lo scopo di trasformare il nostro paese in un inutile hub del gas.
Siamo contro qualsiasi ipotesi di deportazione delle popolazioni terremotate e rivendichiamo il diritto alla ricostruzione dei borghi e dei paesi di montagna devastati dai terremoti, garantendone la storia, lo stile e l'urbanistica, evitando speculazioni immobiliari.

Il coordianamento ritiene necessaria l'unificazione delle lotte, l'opposizione all'opera nella sua interezza e un raccordo con le lotte dei NOTAP del Salento.

S ritiene necessaria l'informazione alle popolazioni e la lotta popolare contro le opere.

Per questo ci costituiamo come COORDINAMENTO NAZIONALE NO TUBO che:

    1.    si propone l'amplificazione dell'informazione attraverso la stampa, internet ed i social neetwork;
    2.    organizza nei territori assemblee popolari di informazione  e un'opposizione popolare alla inutile e dannosa opera;
    3.    organizza per il mese di maggio a Norcia un altro incontro nazionale;
    4.    consoliderà un coordinamento attivo con il movimento NOTAP del Salento, cui si esprime piena e totale solidarietà.

  COORDINAMENTO NAZIONALE NO TUBO

Mountain Wilderness, WWF, Brigate di Solidarietà Attiva, Comitato Civico Norcia per l'ambiente, Comitato no tubo, comitato no devastazioni Umbria, Comitato no acquedotto per la difesa della Valnerina, Mercato Brado, Montanari Testoni Norcia, Comitato No Tubo l'Aquila, Comitato Cittadini per l'ambiente di Sulmona, Comitato Altrementi Val Peligna, Forum Abbruzzese Movimenti per l'acqua, Abruzzo Social Forum, Programma 101 Foligno, Confederazione Cobas Umbria.

info:
347 3044857
328 6504337