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giovedì 24 gennaio 2019

Maturità 2019: l’orale diventa un quizzone con le buste, come in tv. Al peggio non c’è mai fine

Al peggio non c’è mai fine, diceva il Poeta. E aveva ragione. Tocca tornare così a nuovi esami di maturità, all’indomani del decreto che ci fa sapere infine, ad appena cinque mesi dalla data di inizio, come si svolgerà il colloquio orale.
parlare dei
Ma come – direte voi, incliti lettori – non bastavano i primi sciatti esempi di tracce di prima e seconda prova? Una tipologia A con il trucco, che nei commenti, da letteraria che era, si trasforma in “storiografica” (una toppa peggiore del buco aperto abolendo la traccia storica); una rinnovata tipologia B, di cui ho già parlato facendo l’elenco di tutto quanto aveva di desolante; una tipologia C che in realtà è un saggio breve sotto mentite spoglie: non erano già abbastanza?
Non era abbastanza neanche il dolce e sussurrato avvertimento del professor Luca Serianni, che alle critiche di quanti tra noi gli facevano notare come prima si dovessero cambiare i curricula che portano alle prove e poi le prove, ha risposto dicendo che invece era ovvio dovesse accadere così, e che il tutto andava inteso come un suggerimento fatto a noi insegnanti, per indurci a cambiare le nostre programmazioni, come se noi potessimo davvero mutare in modo tanto radicale le indicazioni ministeriali, al punto da sostituire ore e ore di Storia della letteratura con altre di linguistica testuale?

Non era sufficiente neanche un esempio di seconda prova che risulta essere copiata da non so quale vecchio manuale universitario russo(russo? Sì, russo!)? A quanto pare, no. Eppure eravamo tutti sereni e tranquilli per il colloquio orale, dopo le tante rassicurazioni del ministro che aveva detto che nessuno avrebbe impedito al presidente di Commissione, in mancanza di tesina, di far iniziare il colloquio da un argomento a piacere.
Invece no: l’orale si svolgerà sulla falsariga obbligata di un elenco di “domande” stabilite prima dalla Commissione sulla base dei programmi svolti. Chiuse in una busta che il candidato, come fosse a un telequiz, dovrà scegliere tra quelle approntate in numero superiore di due al numero degli allievi di quella determinata classe. E la domanda a piacere? Non pervenuta. E già qui, gentile ministro, ci sarebbe come minimo da fare pubbliche scuse, perché delle due l’una: o lei ci stava prendendo in giro (e non sarebbe bello), o non sa neanche cosa il suo ministero stia decretando (che sarebbe ancora peggio).

Ma, al di là della sinistra rassomiglianza di questo rito di estrazione con la sub-cultura nozionistica premiata in questo o quel programma televisivo, ciò che è peggio è che la modalità scelta renderà praticamente nulla la possibilità di chi conduce l’esame di intervenire per correggere o rendere più efficace il dialogo (questo è un colloquio di maturità) che si sta svolgendo tra il candidato e la Commissione. Tutto diventerà rigido e spersonalizzato. Un quiz ad alta voce, di quelli che piacciono tanto ai pasdaran dei test Invalsi.
Nessun allievo, inoltre, neanche il migliore, è ugualmente preparato su tutto il programma svolto, anche semplicemente perché alcuni argomenti lo motiveranno di più e altri di meno, pur avendo le medesime “competenze”. Cosa accadrà se sarà sfortunato ed estrarrà la busta peggiore, quella con l’unico argomento che non ha amato? E se qualcuno, per timidezza, paura, o anche solo per impreparazione, resterà muto, a norma di decreto sarà perduto.

Non si potrà certo provare con un’altra domanda a sondare se si tratta di una lacuna episodica, o invece di schietta impreparazione. Le domande, i testi, gli stimoli utilizzabili saranno solo quelli dell’elenco contenuto nella busta estratta. Dunque morta là. Il commissario dovrà arrangiarsi e, in caso di dubbio persistente, tirare la monetina e affidarsi alla sorte? Un colloquio strutturato così, cioè, impedirà di aiutare i più fragili, ma anche di valorizzare le eccellenze. Due piccioni (zoppi) con una fava. Difficile fare peggio.
D’altra parte, quale che sarà lo sforzo della Commissione nell’approntare buste equipollenti dal punto di vista delle difficoltà, in realtà le cose andranno diversamente: a volere immaginare testi, stimoli e domande diverse – per esempio in letteratura italiana – per una classe di 25 allievi (e dunque 27 liste diverse) e anche a voler replicare alcuni temi, affrontandoli da angolazioni differenti, è indubbio che colui al quale capiterà Giovanni Pascoli avrà meno difficoltà a cavarsela di quello che dovrà affrontare, ad esempio, argomenti a cui oggettivamente in classe si può dedicare meno tempo, pur essendo altrettanto complessi e importanti, per esempio l’Espressionismo tra le due guerre e le riviste di primo Novecento.

Questo dal punto di vista della Commissione. Da quello dell’allievo a cui sarà andato male il colloquio, invece, come ci si potrà sottrarre alla sensazione che se si fosse pescata una busta diversa le cose sarebbero andate meglio? In fondo a lui è toccato di scegliere tra le ultime tre buste rimaste, ma se avesse scelto per primo, forse…
Cosa c’è di educativo in tutto ciò, nel lasciare alla sorte di decidere i risultati finali di un percorso quinquennale di studi? I nostri allievi certo ci devono rispetto, ma noi lo dobbiamo a loro, alle loro aspettative, ai loro sforzi, al loro bisogno di affrontare la prima vera prova della loro vita da adulti con la certezza che sarà concesso loro di gareggiare alla pari, non solo con gli altri, ma anche con se stessi.
Facciamo così, amici del Miur, diteci che avete scherzato, che se ne riparlerà l’anno venturo. Lasciate tutto com’era, forse non era il meglio, ma certamente era meglio di quest’incubo inutile e goffo in cui avete deciso di precipitare allievi e docenti della scuola italiana. Già siamo pagati peggio del peggio, lasciateci almeno la dignità di fare il nostro lavoro come va fatto.

lunedì 21 gennaio 2019

Maturità o Eredità? contro l'esame di Stato ridotto ad un quiz


Il nuovo esame di stato rafforza la didattica per competenze come unica e legittima religione da venerare, contrapponendola a quella per contenuti. Lo scenario di fondo resta la modernità fondata su competizione e individualismo, consumo e obbedienza, mercato e la tecnologia. Agli insegnanti non resta che trasformarsi in somministratori di test, agli studenti in passivi spettatori di un grigio presente. “I docenti-intrattenitori modello Amadeus faranno le domande agli studenti-concorrenti della nuova maturità modello L’Eredità– scrive Matteo Saudino, insegnante di filosofia – Serve un sussulto… per dire che la scuola deve essere una comunità circolare, aperta e inclusiva, nella quale insegnanti e studenti, ognuno con le proprie specifiche responsabilità, crescono insieme come persone e cittadini…”

di Matteo Saudino*
Il nuovo esame di stato varato dal governo del cambiamento si inserisce pienamente nelle logiche di trasformazione della scuola pubblica italiana in una mostruosa creatura a tre teste: copia opaca dei talent show e dei quiz televisivi preserali, luogo di costruzione di mansueta manodopera flessibile e precaria, parcheggio a basso costo per controllare il disagio sociale e in cui stimolare in modo acritico e compulsivo il consumo di tecnologia.
Dalla riforma dell’autonomia di Berlinguer alla buona scuola di Renzi, passando per Moratti, Gelmini e Profumo, ogni cambiamento è stato finalizzato al lento, ma inesorabile, superamento della scuola del Novecento, considerata con i suoi capisaldi costituzionali, un vero e proprio ostacolo nei confronti di una modernità fondata sulla competizione e sull’individualismo. Meno materie, meno laboratori, meno investimenti, meno ore scolastiche, meno sapere teorico, meno compresenze, meno storia, meno arte, meno italiano: il tutto presentato nella prospettiva salvifica e appagante di più futuro, più opportunità, più dinamismo, più lavoro, più benessere, più successo privato.
Per realizzare una scuola al servizio di tale asettica modernità, devota alla ideologia della post-ideologia, ovvero a quel sistema di idee che auto-rappresentandosi come oggettivo assume come valori assoluti il presente come unica realtà possibile e il mercato e la tecnologia come mezzi neutrali di progresso, attraverso cui le persone possono realizzare se stesse e la propria idea di felicità, era indispensabile svuotare la scuola di tutti quei contenuti e di tutte quelle pratiche che la rendevano legata ad una pedagogia e ad una organizzazione dell’istruzione fondate, almeno formalmente, sui principi di una società democratica, fatta solidarietà, libertà e uguaglianza. In un mondo in cui la mercificazione della vita e la ricerca spasmodica ed egoistica del profitto sono i nuovi tiranni a cui gli uomini devono volontariamente assoggettarsi, serviva una scuola azienda, che allenasse ad obbedire e non a pensare in autonomia.
La new school, pertanto, deve essere luccicante, vuota e innocua come un prodotto televisivo per famiglie, deve far fare tante cose senza però condurre a riflettere sul perché farle, deve essere intellettualmente ipocalorica, ma grassa e zuccherosa di eventi social da condividere, deve premiare gli yes students ma sanzionare e isolare gli allievi autenticamente anticonformisti, deve esaltare gli esecutori degli ordini e al contempo soffocare sul nascere ogni forma di pensiero critico e divergente.
Per fare della scuola un luogo asettico, in cui educare al consumo e all’obbedienza, si è deciso di operare una vera e propria mistificazione della didattica per competenze, trasformandola nell’unica e legittima religione da praticare e venerare e contrapponendola alla vetusta e inadeguata didattica per contenuti, i quali stanno via via sparendo o entrando in clandestinità, come se fossero culti per eretici impenitenti o residui di guerriglia per romantici rivoluzionari. La faida tra conoscenze e competenze se è tramutata in uno scontro senza quartiere tra presunti progressisti e conservatori della didattica, tra innovatori e difensori dello status quo, che ha finito per accecare i docenti, i quali sembrano aver smarrito l’umanistica lezione della crescita educativa come equilibrio tra studio teorico e pratico, tra discipline umanistiche, scientifiche e laboratoriali. Nella scuola-fabbrica di replicanti i contenuti sono destinati ad evaporare per lasciare spazio ad utilitaristiche esercitazioni standardizzate, finalizzate ad allenare le competenze: per comprendere un testo, fare un riassunto, esporre, fare una relazione, risolvere un problema i contenuti non sono fondamentali e si riducono a semplici e relativi mezzi. Ad esempio, per esercitare la lingua spagnola si può lavorare su articoli di moda e di calcio oppure su brani tratti dal Don Chisciotte di Cervantes. I contenuti sono funzionali al potenziamento di competenze e sono equiparabili, all’interno di un circuito workout, agli attrezzi da usare per rassodare i glutei o scolpire gli addominali: l’importante è il risultato finale. Perché imparare ad argomentare a partire da Platone o Kant quando puoi esercitarti con le discussioni innescate dai principali blog influencer o dai cuochi di Masterchef? Perché imparare a riassumere leggendo inchieste sulle tragedie dei migranti morti in mare quando puoi farlo leggendo articoli su mete turistiche o sui matrimoni tra casate reali?
Il nuovo esame di stato istituto dalla maggioranza giallo-verde si inserisce a pieno titolo nella prospettiva, già berlusconiana e renziana, dell’istruzione come frenetico supermercato delle competenze utili al mercato e come innocuo quiz delle conoscenze. Vediamo nel dettaglio alcune delle principali e desolanti novità.
La prima prova è stata depurata dall’ormai inutile tema di storia ed è stata semplificata nella parte dell’analisi del testo letterario; tanto a cosa servono tali discipline in un percorso scolastico finalizzato, non alla crescita e riflessione umana, ma alla costruzione di un lavoratore efficacemente precario.
Le seconde prove scritte sono state trasformate in verifiche miste (matematica-fisica, latino-greco, ad esempio), secondo la logica del pago uno e prendo due, in quanto è meglio sommergere gli studenti di innumerevoli e frazionati esercizi distanti dal programma svolto dai docenti, anziché proporre testi o problemi da comprendere, approfondire, rielaborare e risolvere.
La terza prova, che, nonostante molti limiti, valorizzava comunque le conoscenze degli allievi a partire dagli argomenti trattati da ogni singolo consiglio di classe, è stata mandata in soffitta, presentando il tutto come una liberazione per gli studenti, non più ostaggi di uno studio troppo contenutistico.
Infine, il pezzo forte del nuovo esame di stato, il vero fiore all’occhiello del ministro Bussetti: il colloquio. La prova orale inizierà con l’esposizione da parte dello studente del percorso di Alternanza Scuola Lavoro, momento in cui il candidato si guarderà bene dal criticare tale esperienza, dopo anni di educazione all’obbedienza e all’accettazione di tutto ciò che gli è stato imposto dall’alto. Il colloquio proseguirà poi con la scelta del candidato di una busta (la A, la B o la C?), in cui ci saranno i documenti e gli argomenti di partenza dell’interrogazione. A questo punto, i docenti-intrattenitori modello Amadeus faranno le domande agli studenti-concorrenti della nuova maturità modello L’Eredità. Troppo svilente per essere vero, ma troppo improvvisato all’italiana per essere falso. Tale esame non lascio spazio alle inclinazioni e agli approfondimenti personali. Tutti gli studenti svaniscono in un grigiore mortifero. L’esame finale dovrebbe valorizzare un percorso di crescita individuale e collettivo, sia su un piano culturale sia su un piano umano, invece siamo di fronte ad una serie di prove calate dall’alto paragonabili alla notte, di hegeliana memoria, in cui tutte le vacche sono nere. A tutto ciò si deve aggiungere che la prova Invalsi, diventata obbligatoria per accedere all’esame, sebbene per ora non contribuisca alla valutazione finale, sarà inserita nel fascicolo finale dello studente. Non serve essere delle argute Cassandre per prevedere che, nel giro di pochi anni, le valutazioni invalsi sostituiranno il diploma nello stabilire il valore di un percorso formativo e dunque l’accesso agli studi universitari.
Ancora una volta il mondo della scuola è umiliato nella sua intelligenza, da troppo tempo sopita e anche un po’ indolente. Nel nuovo esame di stato, figlio di una scuola azienda-intrattenimento, i contenuti si equivalgono e dunque si annullano; gli insegnati si trasformano in somministratori di test e in allenatori di tecniche; gli studenti diventano ancor più passivi spettatori e consumatori di un percorso formativo in cui dovrebbero essere, invece, gli assoluti protagonisti attivi e critici.
Ancora una volta, però, non vi è altra soluzione che fare appello alla ribellione dei soggetti che subiscono tali politiche miopi.
Serve un sussulto per dire che la scuola non è un luogo in cui si allevano polli, non è una caserma dove far crescere soldatini, non è un supermercato dove forgiare il consumatore, non è una azienda in cui formare e anestetizzare i lavoratori precari, non è un show televisivo o una piattaforma social in cui produrre immagini di uomini e di donne. La scuola deve essere una comunità circolare, aperta e inclusiva, in cui insegnanti e studenti, ognuno con le proprie specifiche responsabilità, crescono insieme come persone e cittadini. Solo così l’istruzione sarà un percorso di emancipazione e non una via di bieco servilismo o di reiterazione dei privilegi e delle disuguaglianze esistenti. La scuola in democrazia serve per migliorare e abbellire la società, non a renderla più ingiusta e brutta.
*Insegnante di filosofia a Torino

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Il ministero dell’Istruzione ha copiato da un vecchio manuale russo per l’università

E ha inserito quindi esami di livello universitario tra gli esempi della seconda prova alla maturità 2019, scrive Repubblica

Lo scorso 20 dicembre il ministero dell’Istruzione ha diffuso alcuni esempi di tracce della seconda prova scritta dell’esame di maturità del 2019, che sono diverse a seconda dell’indirizzo scolastico. Oggi Repubblica ha raccontato come alcuni docenti abbiano scoperto che gli esempi delle tracce del liceo scientifico pubblicati sul sito del ministero siano stati in parte copiati da un vecchio manuale russo rivolto agli studenti universitari di fisica e tradotto in inglese negli anni Ottanta. Plagio a parte – che riguarda sei domande su otto del questionario di matematica e fisica – già dopo la pubblicazione degli esempi alcuni professori e la Commissione italiana per l’insegnamento della matematica avevano protestato per la difficoltà di livello universitario delle prove stesse. Difficoltà che il plagio avrebbe ora effettivamente dimostrato.
«I problemi usciti come esempio della seconda prova alla Maturità, dove per la prima volta matematica e fisica sono proposte insieme, sono copiati da un vecchio manuale russo, tradotto in inglese nel 1981, ad uso dei corsi avanzati di Fisica all’università. A svelare il caso di plagio, che sta facendo il giro del web tra ironia e sdegno, sono gli stessi professori di matematica e fisica che contestano la novità della seconda prova scritta, annunciata venerdì scorso dal ministro Marco Bussetti. I docenti mostrano come sei problemi su otto, tra le prove-esempio pubblicate il 20 dicembre dal Miur, siano presi dal testo del matematico Igor Idorov Problems in General Physics, edizioni MIR, Moscow. E attaccano: “La nostra critica era che si trattava di prove di livello universitario, e infatti….”.
“Capisco che si possa prendere spunto da un manuale per poi adattare gli esercizi al contesto didattico in cui devono essere proposti, ma qui c’è stato un pedissequo lavoro di copiatura”, commenta Roberto Natalini, matematico del Cnr e responsabile della comunicazione dell’Unione matematica italiana. “Qualcuno tra noi matematici e fisici quando ha visto questi problemi si è ricordato di un vecchio manuale e così è stato scoperto il plagio. E’ la prova che si è voluto procedere in fretta, quello che noi contestiamo: c’è tempo per recuperare e aggiustare il tiro se solo il Miur volesse ascoltare le associazioni che si occupano di insegnamento” di queste materie scientifiche».

Concorso scuola docenti secondaria: titoli d’accesso alle classi di concorso

– Giungono diversi quesiti relativi ai titoli di studio di accesso alle classi di concorso della scuola secondaria di primo e secondo grado, in vista del concorso.
Ricordiamo dove verificare se il proprio titolo di studio è completo per accedere alla relativa classe di concorso, premettendo quali sono i requisiti per partecipare al concorso per l’accesso ai ruoli della scuola secondaria di primo e secondo grado, secondo le novità introdotte dalla legge di bilancio che ha modificato il D.lgs. 59/2017.
Requisiti d’accesso al concorso
Per i posti comuni
  • abilitazione specifica sulla classe di concorso oppure
  •  laurea (con piano di studio completo per l’accesso a quella classe di concorso) e 24 CFU nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche oppure
  • abilitazione per altra classe di concorso o per altro grado di istruzione, fermo restando il possesso del titolo di accesso alla classe di concorso richiesta (no 24 CFU) oppure
  • laurea + 3 anni di servizio svolti negli ultimi otto (no 24 CFU). Si partecipa per una delle classi di concorso per cui si ha  un anno di servizio.
Per i posti di insegnante tecnico-pratico:
  • diploma valido per l’accesso alla classe di concorso richiesta fino al 2024/15 (no 24 CFU) poi abilitazione o laurea triennale
Per i posti di sostegno:
  • requisiti (quelli per i posti comuni oppure quelli per i posti di ITP) più il titolo di specializzazione su sostegno.
Per chi accede solo con la laurea e non raggiunge il requisito delle tre annualità di servizio, i 24 CFU in discipline antropo – psico – pedagogiche ed in metodologie e tecnologie didattiche costituiscono requisito di accesso
N.B. il conseguimento dei 24 CFU non dispensa dai CFU eventualmente mancanti nel piano di studi, che vanno integrati per l’accesso alla classe di concorso specifica.
Titoli d’accesso alle classi di concorso
Sottolineiamo che i quesiti giunti in redazione non riguardano docenti già inseriti in GaE o nelle graduatorie di istituto, in quanto gli stessi hanno già verificato a suo tempo la validità del titolo, ma per lo più laureati non ineriti nelle graduatorie di Istituto.
Gli interessati devono verificare se la propria laurea sia completa per l’accesso alle varie classi di concorso (con tutti i crediti e le materie previste) nelle tabelle allegate al DPR 19/2016, come modificato dal DM 259/2017.
Scarica la tabella A, dove sono riportate le classi di concorso per la scuola secondaria di primo e secondo grado e le corrispondenze con le classi di concorso di cui alle Tabelle A e D, allegate al DM del 30 gennaio 1998.
Scarica la tabella B, dove sono riportate le classi di concorso a posti di insegnante tecnico-pratico e le corrispondenze con le classi di concorso di cui alla Tabella C allegata al DM del 30 gennaio 1998.

domenica 20 gennaio 2019

APPROVATA QUOTA 100. REQUISITI ENTRO IL 31 DICEMBRE. DOMANDE ENTRO IL 28 FEBBRAIO. SI POTRA' USUFRUIRNE ANCHE DOPO IL 2021.

Lo scorso venerdì sera il consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge su quota 100 e reddito di cittadinanza  (https://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2019/01/19/DL_testo%2018%20gennaio%20h%.pdf   
 
Questi i punti principali della norma relativi a quota 100.
1) Non ci saranno penalizzazioni. Chi andrà in pensione con quota 100 prenderà esattamente la pensione maturata con il sistema contributivo o misto fino all'anno scolastico del pensionamento. 
2) Nei prossimi anni il requisito anagrafico dei 62 anni non verrà innalzato in base all'aumento dell'aspettativa di vita (art. 14, comma 1).  
3) I requisiti (62 anni di età e 38 anni di contributi) potranno essere maturati entro il 31 dicembre dell'anno in cui si va in pensione; per esempio, entro il 31 dicembre 2019 per chi andrà in pensione il 1 settembre 2019 (art. 14, comma 7).  
4) Per il 2019 si riapriranno i termini per la domanda di pensionamento, che scadranno il 28 febbraio (art. 14, comma 7). 
5) "Il diritto conseguito entro il 31 dicembre 2021 può essere esercitato anche successivamente alla predetta data" (art. 14, comma 1). Per esempio se un docente maturerà i requisiti 62 e 38 nel 2019 ma, dopo essersi fatta fare una previsione, vorrebbe una pensione più alta di quella prevista, potrà andare in pensione nel 2022, a 65 anni, senza dover aspettare i 67 e 3 mesi della legge Fornero. O ancora, se un docente maturerà i requisiti 62 e 38 nel 2021 e vorrà andare in pensione con un importo più alto di quello previsto, potrà andare in pensione due anni dopo, nel 2023, a 64 anni, senza dover aspettare i 67 anni e 6 mesi previsti dalla legge Fornero.        
6) Chi vorrà ricevere subito i primi 30000 euro della buonuscita, potrà chiedere un finanziamento a una banca o a una finanziaria; i relativi interessi saranno pagati per l'80% dallo Stato (art. 23, commi 2 e 3). 
7) Chi invece per prendere la buonuscita aspetterà di aver maturato i requisiti per la pensione previsti dalla legge Fornero, ossia 67 anni oppure 42 anni e 10 mesi di contributi (uomini) o 41 e 10 mesi di contributi (donne), avrà diritto ad una riduzione dell'IRPEF (tasse) sulla prima rata di 50000 euro. La riduzione delle tasse andrà dall'1,5% (buonuscita dopo un anno dal pensionamento) al 7,5% (buonuscita dopo cinque anni dal pensionamento) (art. 24, comma 1).

giovedì 17 gennaio 2019

Scalzone, giornata 'per certi versi terribile' "Angoscia per essere umano avviato verso la 'tomba anticipata'"

"Ho visto il frammento che le tv mandano come un tormentone della discesa di Cesare Battisti dall'aereo e del comitato di accoglienza con i ministri Salvini e Bonafede. La prima impressione a caldo è il senso di angoscia rispetto al vedere un uomo, un essere umano preso, catturato, avviarsi quella che alcuni vorrebbero fosse la sua tomba anticipata": sono rimbalzate fino alla casa parigina di Oreste Scalzone le immagini dell'estradizione in Italia dell'ex terrorista. Da dove il cofondatore di Potere Operaio commenta, con l'ANSA, una giornata definita "per certi versi terribile". 

Per Scalzone, oggi settantunenne, originario di Terni, "scagliare prime pietre è un crimine vigliacco e infame" e, "a differenza di chi ha come professione quello di decidere sul destino altrui, qualunque soggetto 'privato', a meno che non sia preso sul fatto, colto in flagranza di reato, in qualsivoglia processo di tipo indiziario non si può mai pretendere di dire con certezza che sia, nella fattispecie, assassino". 

Nel procedimento penale che ha visto coinvolto il terrorista, secondo Scalzone, "resta invece un vizio il fatto che non ci siano dei filmati, foto o delle impronte digitali di Battisti nei luoghi in cui sono stati perpetrati questi omicidi, né dei testimoni oculari, dato che la base probatoria indiziaria sono dichiarazioni testimoniali di un pentito". "La discussione - afferma l'ex componente di Potere Operaio - non è tra 'innocentisti' e 'colpevolisti', ma in Paesi in cui questo mercato delle indulgenze non esiste, una sentenza basata su dichiarazioni di questo tipo sarebbe sottoposta a fumus di non piena e automatica credibilità. Questo avrebbe dovuto essere, e restare, l'argomento-chiave contro l'estradabilità". Quanto a Battisti - "non un personaggio di rilievo nei movimenti di quegli anni" ed oggi "un uomo arraffato alla vita, alle figlie, alla sua quotidianità all'altro capo mondo, una cosa tremenda" - per Scalzone una delle sue principali rovine è stato "il personaggio costruito intorno al suo talento nella narrazione". "Un talento che ha attirato i riflettori - prosegue -, alimentando la spettacolarizzazione e facendone il simbolo dell'uomo da abbattere, in una sorta di isteria". Conclusa con la sua cattura e oggi con l'estradizione. "Ma non è finita qui - continua Scalzone -, per un effetto domino a catena potrebbe ripartire, ad esempio, una campagna per l'abolizione dell'orrore dell'ergastolo, già demolito in tanti Paesi". 

Una riflessione, quella di Scalzone, che non 'risparmia' neanche i parenti delle vittime. "Da oggi - sostiene - cominceranno ad avere un grande vuoto. Dopo essere stati inchiodati ad un lutto infinito, il loro male di vivere non andrà meglio. Hanno creduto con un desiderio spasmodico che potevano ricominciare a vivere, ma scommetterei che non è vero, si sentiranno in una specie vertigine". (ANSA).

Il personale supplente ha diritto alle ferie

– Anche il personale supplente ha diritto, come i colleghi assunti a tempo indeterminato, alla maturazione e alla fruizione delle ferie. Ricordiamo che per maturare un giorno di ferie, bisogna aver prestato almeno 12 giorni di servizio.

Calcolo dei giorni di ferie spettanti

Per il personale docente a tempo determinato il calcolo delle ferie viene effettuato in proporzione ai giorni di servizio. Bisogna però distinguere tra docenti che hanno maturato tre o più anni di servizio e chi ne ha meno; infatti la proporzione per chi ha maturato almeno tre anni di servizio si basa su 32 giorni, per chi ne ha meno invece su 30 giorni. La distinzione sul numero totale dei giorni di ferie spettanti vale anche per il personale docente assunto a tempo indeterminato: 30 giorni per chi non ha maturato tre annualità di servizio e 32 per chi ha maturato almeno tre anni di servizio, anche da supplente. A questi vanno aggiungersi quattro giorni per festività soppresse.
Ma come possono essere utilizzati i giorni di ferie spettanti?
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Fruizione dei giorni di ferie

I docenti supplenti, come i docenti di ruolo, hanno diritto fino asei giorni di feriedurante il periodo didattico ma esclusivamente previa sostituzione senza alcun onere per l’amministrazione. Gli altri giorni vengono fruiti, su richiesta del dipendente, durante i periodi di sospensione delle lezioni.

Monetizzazione dei giorni di ferie per il personale supplente

Per i docenti che hanno una supplenza breve o fino al giorno 30 di giugno, le ferie sono monetizzate solo per i giorni rimasti dopo aver detratto i giorni di sospensione delle lezioni e i giorni di ferie di cui già si è eventualmente usufruiti. La monetizzazione delle ferie avviene anche quando il docente non ha potuto usufruire dei giorni di ferie per casi non a lui imputabili, quali malattia, maternità, etc.

mercoledì 9 gennaio 2019

L’effetto Salvini sugli sbarchi conta metà dell’effetto Minniti


I dati mensili dell’Onu sugli sbarchi via mare mostrano che gli accordi con la Libia del ministro Minniti hanno prodotto risultati due volte più grandi della chiusura dei porti e della guerra alle Ong del ministro Salvini.
Il crollo degli sbarchi in Europa e in Italia
Secondo il resoconto riportato dal Wall Street Journal (in un articolo di Nektaria Stamouli) e ripreso anche dalla stampa italiana, i dati dell’Alto commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) indicano per il 2018 un forte calo rispetto all’anno precedente degli sbarchi di persone via mare dal Mediterraneo in Europa. Gli arrivi via mare in Europa nel 2018 sono stati di poco inferiori a 115 mila, contro gli oltre 172 mila del 2017. Sono lontani gli anni del picco del 2015 e 2016. Il minor numero di sbarchi ha portato con sé una marcata riduzione del numero stimato dei morti e dispersi nel corso della traversata (da oltre 3.139 a meno di 2.267). I numeri riportati da Frontex sono un po’ diversi, ma nel complesso le cose sono andate come riportato dal Wall Street Journal.
Un secondo dato del rapporto Unhcr ha attratto in modo particolare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Al netto calo del dato europeo per il 2018 ha infatti contribuito in modo determinante il crollo degli arrivi in Italia: i 119.369 arrivi del 2017 sono diventati 23.371 nel 2018, una parte dei quali si è riversata sulla Spagna che nel 2018 è diventata – con i suoi oltre 57 mila arrivi, metà del totale europeo e più del doppio degli arrivi dell’anno precedente – il principale paese di ingresso di immigrati via mare dall’Africa.
Il commento
Dopo i fatti, ecco i commenti. E qui le opinioni divergono tra il Wall Street Journal e almeno una parte della stampa italiana, soprattutto con riferimento alla primogenitura – di chi è il merito o la responsabilità –  del calo degli sbarchi in Italia. Il quotidiano americano indica in modo equilibrato che il risultato è stato ottenuto soprattutto grazie agli accordi di cooperazione con il governo e i capi delle tribù in Libia (dal Wsj: “mostly via cooperation deals with the government and tribal chiefs in Libya, the main departure point for sea crossings to Italy”), ma anche dalla dura politica attuata dal nuovo governo che ha rifiutato (e continua a rifiutare, come si vede con la vicenda dei 49 migranti sospesi dall’Europa e dall’Italia nella barca Sea Watch) il permesso di sbarco a imbarcazioni di organizzazioni non governative che recuperano migranti dal mare. Il resoconto del pezzo del Wall Street Journal offerto da Daniele Capezzone – e ripreso da vari social network – si riferisce al pezzo del Wsj e alla ricerca dell’Onu come comprovante un effetto Salvini (“c’è stato un effetto Salvini, nel senso di un chiaro giro di vite legato alle scelte del ministro dell’Interno”) senza menzionare gli accordi di cooperazione che sono viceversa citati dal giornale americano come la parte più importante (l’avverbio “mostly” – cioè “soprattutto” – questo vuole dire) dei risultati ottenuti. Il punto è che gli accordi con i capi tribù – passo controverso e non privo di controindicazioni – sono da ascrivere a una differente primogenitura, quella del precedente ministro dell’Interno Marco Minniti, la qual cosa non è menzionata da Capezzone.
I dati mensili e un altro commento
I dati annuali delle Nazioni Unite sono la somma dei dati mensili, anche questi ricavabili dal sito Unhcr ma finora non considerati negli articoli scritti sull’argomento. Ed è proprio l’analisi della sequenza dei dati mensili a consentire un’analisi più attenta degli eventi e una più precisa attribuzione delle responsabilità di ciò che è accaduto. Bastano due grafici e una tabella riassuntiva. Il primo grafico mostra un confronto mensile degli sbarchi via mare in Italia tra il 2017 e il 2018. I dati da gennaio a maggio 2018 sono presumibilmente funzione delle politiche del ministro Minniti, mentre quelli da giugno a dicembre 2018 sono più direttamente riconducibili alle misure del ministro Salvini che è entrato nel suo nuovo ruolo proprio a partire dal primo giugno 2018. E qui i dati riassuntivi della tabella indicano che, nella prima parte del 2018, i flussi sono scesi da più di 60.228 a 13.430 (meno 46.798) rispetto al gennaio-maggio 2017, mentre tra giugno e dicembre 2018 sono sbarcate solo 9.941 persone in luogo delle 59.141 persone dello stesso periodo del 2017, con una riduzione di 49.200 persone.
Per completare il quadro si può usare un secondo grafico che mette a confronto i dati 2017 con quelli del 2016. Dal secondo grafico si vede come gli sbarchi della seconda metà del 2017 (a seguito degli accordi di cooperazione con la Libia, il primo dei quali è stato firmato il 2 aprile 2017) siano stati a loro volta nettamente inferiori a quelli dello stesso periodo del 2016.
Si possono a questo punto mettere insieme i pezzi. Dalla tabella che riassume i dati mensili raggruppati per periodi si può calcolare sia quello che possiamo chiamare l’effetto Minniti che l’effetto Salvini. L’effetto Minniti mostra un calo totale di sbarchi tra il 2016 e il 2018 di 108,865 persone (la somma del calo di 62,067 persone del 2017 rispetto al 2016 più i 46.798 dei primi cinque mesi del 2018) che rappresenta il 68,9 per cento del totale di 158,065 persone sbarcate in meno nel 2018 rispetto al 2016. L’effetto Salvini ha portato a un calo di sbarchi per 49,200 persone, corrispondente al 31,1 per cento del totale.
Fonte: elaborazione lavoce.info da dati Unhcr
Ad oggi, insomma, il calo degli sbarchi rispetto ai picchi del passato è attribuibile per circa due terzi al ministro Minniti e per circa un terzo al ministro Salvini. Cioè l’effetto Minniti vale due volte l’effetto Salvini, indipendentemente da come si valutino le politiche messe in atto dai due ministri. Ha fatto dunque bene il Wall Street Journal a scrivere quel “mostly” nel suo articolo. E ha fatto male La Verità (“cosiddetta” Verità, scriverebbe un noto governatore di una regione del sud Italia) a ospitare un pezzo che dava una valutazione distorta di quel che è avvenuto.
 

martedì 8 gennaio 2019

Al fianco di chi difende la rivoluzione in Rojava Solidarietà ai 5 compagni NO Tav criminalizzati per aver partecipato alla costruzione della rivoluzione in Rojava


Una donna, deputata dell’HDP, incarcerata per aver criticato l’aggressione della Turchia contro il Cantone di Afrin, è in sciopero della fame da 61 giorni per chiedere la fine dell’isolamento del Presidente Ocalan, leader del popolo curdo i cui insegnamenti hanno ispirato la rivoluzione democratica in Rojava. L’esempio di Leyla Güven è seguito da migliaia di persone che dicono “la sua richiesta è la nostra richiesta”, nel silenzio assordante dei media.
Intanto il Rojava è minacciato da un imminente attacco turco, mentre nella stessa Turchia sconvolta dalla crisi economico-monetaria, è in atto un’ ulteriore ondata  repressiva in vista delle prossime elezioni amministrative del 31 marzo.
In questo quadro degenerato l’Europa continua a vendere  armi  al regime di Erdogan, usate per nuove aggressioni alle popolazioni curde-ezide-arabe  e per altre disastrose guerre nell'area mediorientale, che provocheranno altri milioni di profughi che l'Europa proverà a fermare finanziando i campi di detenzione in Turchia.
Un disastro umanitario , un corto circuito, di cui  maggior responsabile è quell'Europa che non fa nulla per fermare la guerra , capace solo di criminalizzare il movimento curdo e la solidarietà internazionalista.
È di pochi giorni fa la notizia della richiesta di pesanti misure restrittive ("sorveglianza speciale e divieto di dimora") nei confronti di 5 compagni NO Tav che in Rojava hanno dato una mano alla costruzione di una società basata sulla convivenza pacifica,l'ecologia e la liberazione delle donne, prendendo parte alla difesa della popolazione civile.  

Come sempre si tratta di scegliere da che parte stare, da quella di chi lotta in difesa dell’umanità o  di chi fa scempio dei suoi valori fondamentali.
Noi abbiamo scelto.
Siamo  con Paolo, Eddi, Jak, Davide, Jacopo, che gli inquirenti di Torino vogliono punire per essersi prodigati a sostegno del popolo curdo nella difesa della popolazione civile dai tagliagole dello " Stato Islamico".
Siamo con Leyla Güven e le migliaia di curdi partecipi dello sciopero della fame , che attraverso questo sacrificio rivendicano al mondo intero la liberazione del leader Öcalan e per il quale a breve, il 16 febbraio, ci saranno due grandi manifestazioni a Roma e a Strasburgo.
Rete Kurdistan Italia  

ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO DI TUTTI I PRECARI

L'art. 1, comma 792, della legge di bilancio appena approvata, accanto a disposizioni positive come l'abolizione della titolarità di ambito, la riduzione del percorso di formazione iniziale e prova ad un solo anno (ammesso che in tale anno ci sia davvero spazio per la formazione...) e la possibilità di ripetere, per una volta, il suddetto percorso in caso di non superamento dello stesso, contiene provvedimenti inaccettabili per i docenti precari non abilitati che da anni reggono le sorti della scuola pubblica.

Il governo, infatti, ha deciso di non bandire il già insufficiente concorso riservato, previsto dald.lgs. n. 59/2017 per i docenti non abilitati con tre anni scolastici di servizio, ai cui vincitori, a partire dall'a.s. 2020/2021 e attraverso un complicato calcolo di ripartizione, sarebbe spettato circa il 20% delle immissioni in ruolo. L'intenzione è quella di riservare a questi stessi docenti il 10% dei posti previsti per il concorso ordinario, cui – solo per la prima tornata – potranno accedere senza il requisito dei 24 cfu, ma essendo comunque tenuti a svolgere tutte le prove.
È ormai sempre più evidente come qualsiasi governo, da più di dieci anni a questa parte, dimostri in modo di volta in volta più forte e deciso l'intenzione, comune a tutti gli schieramenti, di cancellare il diritto dei precari all'assunzione a tempo indeterminato.
In piena opposizione a questo disegno, pertanto, rivendichiamo la necessità di prevedere:
  • un concorso non selettivo che consenta l'accesso diretto al percorso annuale di formazione iniziale e prova a tutti i precari di terza fascia con almeno tre anni scolastici di servizio;
  • l'inserimento in Gae di tutti gli abilitati e di tutti i precari di terza fascia con almeno tre anni scolastici di servizio, previo conseguimento dell'abilitazione attraverso un corso gratuito (a carico dello Stato) e non selettivo;
  • l'assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti in organico di diritto e in organico di fatto;
  • la conservazione del sistema del doppio canale (50% da GM e 50% da GaE) almeno fino all’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari della scuola;
  • la riapertura e l’aggiornamento nel 2020 delle Graduatorie di Istituto di terza fascia, per evitare il protrarsi del continuo ricorso alla "chiamata diretta dei supplenti" tramite messa a disposizione;
  • la trasformazione delle suddette Graduatorie di Istituto in Graduatorie Provinciali, valide per l'assegnazione delle supplenze e, una volta raggiunti i 3 anni scolastici di servizio, per l'inserimento in Gae, previo conseguimento dell'abilitazione attraverso un corso gratuito (a carico dello Stato) e non selettivo.

Roma, 5 gennaio 2019 Cobas Scuola

Spese di sostegno per gli alunni disabili: i numeri sono questi e sono scandalosi


– I numeri sono questi. Interventi di integrazione scolastica degli studenti con bisogni educativi speciali incluse le spese del personale (docenti di sostegno):
Anno 2018: 3.654.778.409
Anno 2019: 3.489.483.406
Anno 2020: 3.078.751.967
Anno 2021: 2.457.126.374
Questo è il programma del governo Lega-5stelle per la scuola dei disabili. Nero su bianco, le cifre – aride all’apparenza – descrivono di come nel volgere di due anni “il governo del cambiamento” ha deciso di distruggere l’impianto fondante della scuola dell’inclusione.
Non sfugga al lettore attento che un terzo di fondi in meno significa tradotto in cifre oltre 40mila insegnanti specializzati in meno e milioni di ore di sostegno negate agli alunni disabili.
Questi i fatti. Poi, come sempre accade quando si è scoperti con le mani nella marmellata, arriveranno le precisazioni, le scuse e le promesse. Promesse di aggiustare la manovra, di correggere numeri che gridano vendetta alla civiltà del Paese, l’Italia, che per primo nel mondo ha chiuso le classi differenziali e ha sognato e costruito la scuola di tutti.
Oggi i numeri e le certezze sono quelle che si leggono dalla manovra di bilancio approvata da pochi giorni. Sono numeri che fanno paura alle quasi 200mila famiglie di alunni disabili italiane e che disveleranno la loro drammatica conseguenze lentamente nei prossimi 24 mesi. Scandaloso che nessuno dei parlamentari della maggioranza abbia sentito il bisogno di prendere le distanze da scelte simili.
Rettifico: qualcosa è accaduto se è stato approvato un emendamento con 100mila euro di dotazione all’anno per dotare i parchi di giostrine per disabili. Qualcos’altro ancora è successo se al comma 280 si prevede uno stanziamento straordinario di euro 400mila a favore di una federazione di associazioni. Forse l’idea del governo è quella di mandare al parco giochi i disabili invece che a scuola. Ovviamente con l’approvazione silenziosa di alcune associazioni. Semplicemente scandaloso.

Toni Nocchetti, Il Fatto Quotidiano, 5.1.2019