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sabato 28 gennaio 2012

COSA C'E' DA INAUGURARE?

Essendo lo smantellamento di tutta l'Istruzione Pubblica, dalle Materne all'Università, in atto da vent'anni, così come la mercificazione della Cultura e la trasformazione della Scuola in azienda, non si vede proprio il motivo dell'inaugurazione dell'Anno
Accademico a Perugia
.
Inoltre, visto che il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione, Profumo, ha tanto il buon odore dell'antico, dato che ha avuto l'ammirevole coraggio di dichiarare che la (contro)riforma Gelmini non solo non va cancellata, ma, addirittura, va oliata, si comprende ancor meno perché si parli di inaugurazione.
Se mai, si dovrebbe parlare di festeggiamenti per il riuscito affondamento della Scuola repubblicana.
Comunque, gli insegnanti, il personale non docente, gli studenti ed i genitori, che, da anni, resistono ai distruttivi progetti, partoriti dai più diversi Governi, andranno, domani, a ricordare queste ed altre verità al Ministro Profumo e danno appuntamento al presidio, che si terrà in piazza Università (con volantinaggio anche in via Innamorati ed in via Pascoli) a Perugia, dalle ore 14,30 alle 18,30.
Coordinamento “Viva la Scuola Pubblica” di Perugia
Coordinamento dei Precari della Scuola della Provincia di Perugia

Il voto di fiducia della Camera conferma l’apertura delle graduatorie ad esaurimento


Il passaggio al Senato potrebbe trovare ostacoli, Tuttoscuola, 27.1.2012
La Camera ha approvato ieri con voto di fiducia la conversione con emendamenti del decreto legge “milleproroghe”. Rispetto ad altre volte, il governo ha chiesto la fiducia sui testi così come erano stati emendati, senza proporre un proprio maxiemendamento.
In questo modo, tra gli emendamenti approvati in Commissione, si è salvato anche quello relativo all’apertura delle graduatorie ad esaurimento nei confronti di circa 23 mila tra abilitati e abilitandi (quasi tutti di scienze della formazione primaria, destinati a diventare insegnanti di scuola dell’infanzia o della scuola primaria).
Questa estate vi era stata un’operazione analoga alla Camera con un emendamento simile approvato in Commissione, ma in quel caso, quando tutto faceva pensare al successo, un maxiemendamento presentato dal governo e passato con il voto di fiducia aveva azzerato tutto.
Ora la prova del fuoco è al Senato dove, a quanto sembra, le cose potrebbero andare diversamente, perché il testo approvato dalla Camera non è stato “blindato”, lasciando libertà ai senatori di apportare nuove modifiche.
E, proprio sull’emendamento che riapre le GaE, corrono voci di “assalto alla baionetta” da parte di esponenti della attuale maggioranza e dell’opposizione. È certo, in proposito, il no della Lega guidata in Commissione istruzione dal sen. Pittoni, ma, a quanto sembra, anche diversi senatori del Pd sarebbero favorevoli a sbarrare il passo alla riapertura delle GaE.
Sarà interessante vedere quale posizione assumerà il ministro Profumo se dovesse essere chiamato ad esprimersi.

venerdì 27 gennaio 2012

Le vere ragioni della soppressione dell’INPDAP

Vogliamo dare un nostro contributo, più compiuto ed approfondito, sul tema della soppressione dell‘Istituto. Il ragionamento non è proprio brevissimo, è però frutto di una riflessione attenta e crediamo che, con un po’ di pazienza, valga la pena di essere seguito,  per comprendere bene il significato di questo provvedimento.
Sarebbe un grave errore vedere la soppressione dell’INPDAP come un provvedimento a se stante, sconnesso ed indipendente dal quadro complessivo delle operazioni che il governo Monti sta conducendo.
In questa fase di crisi nei paesi “centrali”, europei e nord – americani, i governi cosiddetti “tecnici” hanno come compito e missione quella di aprire nuove opportunità e nuovi spazi al capitalismo ed all’imperialismo occidentale.
Formalmente avulso alla contesa partitica, il governo Monti si accredita così come contraltare della politica “sporca”, degli evidenti eccessi di corruzione e malgoverno, inteso come incapacità e incompetenza vera e propria che ha caratterizzato soprattutto gli ultimi anni.
Con questa veste moralizzatrice e protetto dalla presunta “purezza” – tutta da dimostrare – dei propri componenti, il governo Monti ha quindi degli strumenti ed un potere decisionale immediato fortemente accentuato rispetto ai predecessori.
Ciò gli consente di avviare e portare a realizzazione materialmente molti processi “riformatori”, in diversi settori.
Questi processi hanno tutti, ad una analisi attenta, per l’appunto lo scopo specifico di riaprire nuove possibilità, nuovi vantaggi, nuovi “mercati” alla economia capitalistica.
Allo scopo di renderli il più possibile blindati e soggetti a modifiche solo marginali, questi processi di trasformazione vengono accompagnati da giustificazioni legate alla necessità di ripianare il deficit e di ridurre la spesa pubblica, anche quando ciò, dati statistici alla mano, non corrisponde a realtà; oppure, sempre con lo stesso obiettivo, quello di distogliere l’attenzione dagli obiettivi centrali dei decreti, si attuano operazioni populistiche ed eclatanti dal punto di vista mediatico (vedi ispezioni anti – evasori concentrate in un certo periodo ed in certi luoghi, “Vedete come siamo bravi  e come siamo severi?”).
Ma la sostanza è un’altra, come dicevamo.
Prendiamo la riforma previdenziale, l’ennesima, quella definitiva, che ha allontanato sine die la possibilità di andare in pensione ed ha ridotto drasticamente i trattamenti, senza peraltro fare alcunché rispetto alla costruzione di garanzie per le generazioni più giovani, che continuano ad

Visita il sito: http://www.cobasinpdap.it
sezione video: http://www.cobasinpdap.it/Video/frame.html
Tel 06-77353335/8567/6229
essere destinate all’occupazione instabile senza avere alcuna garanzia previdenziale, in barba a tutte le dichiarazioni pro – giovani che tutti i giorni ci sentiamo profondere anche dallo stesso Monti.
Bene, questa riforma si è inserita in un quadro in cui il bilancio previdenziale, a detta non da parte nostra, ma di tutte le fonti ufficiali (INPS, ISTAT ecc.) è ampiamente in attivo, nonostante soffra l’endemico deficit dei fondi pensione di alcune categorie (dirigenti, artigiani, ecc.).
Ed allora, perché questa riforma così drastica ? Per risparmiare ? Per ridurre la spesa ? Non proprio.
Certo se i trattamenti vengono ridotti e spostati in là nel tempo la riduzione di spesa c’è, è ovvio, ma non è questo che interessa, non è questo lo scopo! Lo scopo vero è quello di annientare del tutto questa sezione del Welfare, con una progressione esponenziale, più rapida di quello che era stato preventivato dalle riforme precedenti, con l’obiettivo di creare prospettive di sviluppo immediato per la previdenza privata.
Quest’ultima è un elemento del circuito speculativo su cui si regge il capitalismo di questi ultimi decenni, che ha bisogno sempre di più di sostenere le sue gambe di argilla con ingenti risorse finanziarie, anche indipendenti dalla effettiva produzione di beni e ricchezza materiale.
Che sia gestito da strutture chiuse “di categoria” o da istituzioni bancarie ed assicurative di diverso genere, il fondo di previdenza “integrativa” finisce inevitabilmente per introdursinel mondo degli investimenti speculativi e borsistici, il cui andamento spesso, per non dire sempre, è condizionato da elementi che hanno poco a che fare con la fabbricazione dei prodotti, con l’efficienza dei servizi, con le capacità effettive, insomma, di un sistema economico. Questi andamenti, come si è visto, sono determinati dai “capricci” affaristici delle  centrali finanziarie e dalla necessità di sfruttare i differenziali di valore acquisiti dai titoli nei vari mercati borsistici.
Taglieggiando o addirittura eliminando (per le giovani generazioni che si dice di voler proteggere) la possibilità di costruirsi una previdenza garantita dai contributi versati, si vogliono spingere sempre più risorse,sempre più capitali in questo buco nero speculativo, che continuerà a fare arricchire i pochi che lo governano e lo sfruttano, non dando nulla di vantaggioso a chi ingenuamente crede che sia quella l’unica strada per premunirsi in vista della vecchiaia.
Un altro esempio di come il governo “tecnico” sfrutta motivazioni e giustificazioni emotivamente e moralmente condivise dalla maggioranza dell’opinione pubblica per attuare processi che hanno invece spiegazioni più bassamente opportunistiche è quello delle cosiddette “liberalizzazioni”.
Il sistema mediatico di appoggio e sostegno a questi processi, in questo caso mette in primissimo piano i provvedimenti destinati a disciplinare con maggior “rigore” attività di ristrette categorie (farmacisti, notai, tassisti ecc.). In realtà la sostanza e le prassi che da decenni regolano queste attività e che hanno determinato una scarsa accessibilità all’esercizio di determinate professioni e il loro giustificato accostamento con l’evasione e l’elusione fiscale, non ci sembra che venga granché scalfito da queste “riforme”, sulle quali però viene attratta l’attenzione per settimane e settimane di seguito, come uno specchietto per le allodole.
Intanto, al riparo dai riflettori, quasi marginalmente, vengono fatti passare i provvedimenti sulla “liberalizzazione” dell’energia, che significherà sottoporre anche questo settore allo “spezzatino” già subito dal settore telefonico, da quello postale, e da altri settori di servizi, un tempo definiti pubblici, che prima erano oggetto di gestione controllata in quanto riferiti a bisogni e necessità sociali che si reputava dovessero essere garantite al di fuori del mercato.
Il destino subito da Telecom, Enel, Poste ecc. ora dovrà essere affrontato anche dalle aziende energetiche, Eni in testa, per garantire la concorrenza, dicono, “a tutto vantaggio del consumatore”.
Vi pare che la concorrenza che in questi anni si è aperta nel settore delle telecomunicazioni, ad esempio, abbia inciso positivamente sui costi addossati alle famiglie e che sia aumentata l’efficienza del servizio ?
Vi pare che la privatizzazione delle Poste abbia prodotto riflessi così benefici sul costo  e l’efficienza dei servizi “liberalizzati” ?
A noi pare che si siano “liberate” solo nuove opportunità per le aziende private, che tra l’altro formano anche una specie di oligarchia monopolistica, in questi settori.
Seci sono stati dei vantaggi, sono solo in termini di profitto per queste aziende, senza alcun beneficio né tariffario, né funzionale, per gli utenti.
Sempre con scarsa attenzione mediatica, il governo sta infilando, tra le liberalizzazioni, anche i servizi pubblici locali, la cui privatizzazione era stata bocciata fragorosamentedai referendum di qualche anno fa (? Oops, ma no!  si tratta solo del giugno dello scorso anno, ma si sa la situazione economica muta con una rapidità impressionante, vogliamo fermarci solo perché una consultazione democratica ha detto che le privatizzazioni  non vanno bene ?!).
E veniamo finalmente all’INPDAP.
Non è un caso che l’attenzione giornalistica sulla soppressione di questo ente, che pure non è un’istituzione marginale o di poca consistenza, sia stata scarsa.
L’attenzione mediatica è intervenuta marginalmente solo in occasione delle iniziative di protesta dei dipendenti, che ovviamente erano e sono legate, legittimamente, molto ai giustificati timori per l’aspetto occupazionale.
Non si è posto l’accento abbastanza sugli aspetti sostanziali e sulle conseguenze che discenderanno dal decreto di soppressione, che si inserisce appieno nel quadro di tutti gli altri provvedimenti vomitati dal governo tecnocratico.
Anche qui infatti la sostanza e l’obiettivo reale è “liberalizzare” e “privatizzare”. Con la giustificazione ormai anche un po’ ripetitiva e a cui non crede più nessuno, della “razionalizzazione” della spesa.
Come sappiamo, è un processo che in INPDAP è cominciato già da qualche anno, anzi, forse, dalla sua nascita, nel ’95-96. Chi ha vissuto quegli anni ricorderà la privatizzazione della gestione del patrimonio (con risultati disastrosi in termini finanziari e materiali), la cartolarizzazione (cioè la finanziarizzazione) del valore dello stesso patrimonio immobiliare prima e di quello mobiliare (credito) poi, anch’esso con risultati catastrofici, la parziale privatizzazione del credito, dovuta al restringimento drastico delle risorse direttamente erogabili dall’Istituto per mutui e prestiti, la parziale privatizzazione dei servizi sociali (assistenza anziani, convitti, vacanze studio, colonie), con l’introduzione di contratti di servizio con aziende esterne per servizi fino ad allora resi da personale dell’Istituto.
Ora si tratta di dare un’accelerata definitiva e molto spinta a questo processo di privatizzazione.
Si tratta di completare il distoglimento di personale dalle strutture sociali, affidando in toto i servizi in service esterno.
Si tratta di eliminare il finanziamento, già ridotto, al credito gestito dall’ ente, dirottando totalmente la robusta e costante domanda che proviene dagli iscritti verso il credito privato (banche e finanziarie).
Si tratta di ritornare, per la gestione del patrimonio immobiliare, all’affidamento alle mandatarie, a cui tra l’altro INPS non ha mai rinunciato, mettendo ai margini ed assottigliando il controllo della gestione da parte delle strutture e del personale dell’istituto.
Si tratta di cancellare quelle poche isole di gestione interna da parte del personale del rapporto con gli iscritti, pensiamo all’assistenza e ricezione delle dichiarazioni mod.730, ad esempio, che, mutuando dal funzionamento INPS, sarà probabilmente consegnata in esclusiva ai CAF privati.
E si tratta anche e soprattutto di estendere “finalmente” la privatizzazione anche ai servizi previdenziali, fin qui al riparo da intromissioni esterne: la interconnessione che si sta creando artificiosamente tra riduzione dei trattamenti pensionistici e destinazione di quote sempre maggiori di reddito al finanziamento di forme di previdenza ed assicurazione private è destinato ad entrare ed a influire direttamente nel funzionamento degli uffici e nelle attività istituzionali.
Qualcuno ricorderà, per esempio, come, di pari passo con la riduzione dei mutui erogati direttamente, si è assistito ad una sempre maggiore presenza di istituti bancari nelle sedi, con agenti destinati a ricevere l’”eccedenza” della domanda di credito. Bene noi pensiamo che analogo disegno, nei prossimi anni, sarà attuato anche per la previdenza integrativa.
D’altronde gli “agenti” in questo caso, sono già in casa, sono i rappresentanti sindacali delle organizzazioni che in questi anni si sono dati un gran da fare , con tanto di atti notarili, per costituire fondi previdenziali di vario genere e natura, e chesono pronti a effettuare le loro campagne di adesione, che diventeranno sempre più massicce e pressanti.
Data la vicenda scandalosa vissuta nell’INPDAP rispetto alla gestione del sistema informativo, ci pare infine quasi superfluo prefigurare quali appetiti vengono sollecitati e quali ingenti finanziamenti, di cui beneficeranno le solite note aziende, verranno mossi per l’inevitabile unificazione delle procedure informatiche: siamo destinati ad assistere, anche qui, all’ennesimo rifacimento del sistema, dai costi già pletorici, col sistema ex INPDAP, tra l’altro,che sappiamo non è stato ancora completato ?
Abbiamo cercato di far emergere quelli che sono i punti effettivi e gli scopi reali della soppressione dell’INPDAP. Essa è dovuta non già e non tanto alla necessità di ridurre la spesa, che potrà essere influenzata ben poco dalla sparizione di qualche organo duplicato e di qualche poltrona, bensì ha lo scopo di governare più efficacemente e rapidamente i processi di esternalizzazione, completandoli e rendendoli totali per i settori già parzialmente privatizzati ed estendendoli anche a quei settori che finora ne erano stati esclusi, come la previdenza.
In contraddizione con gli scopi dichiarati, tali processi non sono destinati a ridurre la spesa, ma anzi ad aumentarla, in quanto indirizzati a dirottare sempre più finanziamenti verso l’affidamento dei servizi alle imprese private.
In questi giorni, giustamente, l’attenzione è rivolta ancora all’aspetto occupazionale. Ma esso non può essere osservato solo con un’ottica di breve periodo, legata alla stretta attualità del provvedimento ed alla sua attuazione immediata. L’impegno di chi vuole adoperarsi per il mantenimento dei livelli occupazionali dovrebbe tenere conto proprio del quadro d’assieme che abbiamo fin qui delineato: non può esservi garanzia per il mantenimento del posto di lavoro senza un’adeguata opposizione ai processi di privatizzazione, perché sono proprio questi che metteranno in pericolo nei prossimi mesi e nei prossimi anni i livelli occupazionali, in questo come in altri enti pubblici.
27 gennaio 2012               
COBAS - INPDAP

mercoledì 25 gennaio 2012

SFIGATI: questo è il 'giovane' al governo

E questo è il 'giovane' al governo
di Susanna Turco

Definisce 'Sfigato' chi non si laurea entro i 28 anni. Ma lui è figlio
di un potente amico di Previti. Raccomandato da Sacconi, Brunetta e
Montezemolo. Storia vera del rampante viceministro Michel Martone

(24 gennaio 2012)

Michel MartoneGiovane, preparato, ben introdotto, maniacale promotore
di se stesso. Un Klaus Davi tendente Jaki Elkann, con posa all'Antonio
Gramsci. Incarichi, docenze, consulenze, e libri, e convegni, e
articoli, e tv. Persino un blog dove pubblica ogni suo intervento,
consiglia di leggere Kavafis e di ascoltare Jimi Hendrix, mancino come
lui.

Michel Martone - figlio di Antonio, di cui si dirà - Martone il
giovane, giuslavorista, l'under 40 dell'esecutivo con un curriculum da
paura, è entrato da viceministro al Lavoro con titoloni sui giornali.
Dell'atteso exploit, però, non si ha traccia. E' scomparso. Non c'è
armonia col ministro Elsa Fornero, si vocifera. A oggi non è nemmeno
chiaro quali ambiti di competenza abbia. A Natale il governo ha
approvato le sue deleghe, ma con la fumosa dizione "funzioni
particolari". Mistero. Una sparizione sorprendente. Anche perché -
raccontano - "è una vita che studia da ministro".

Eppure, addentrandosi tra biografia e rapporti ramificati, una chiave
la si trova. Si capisce, per esempio, che Martone il giovane è in
realtà un giovane-vecchio: il contrario di un outsider. Piuttosto, il
pezzetto di un establishment non del tutto meritocratico.

Uno che ha saputo coniugare con secolare abilità l'autopromozione, la
carriera accademica, e l'avere un ben introdotto papà (il giudice
Martone, ex presidente dell'Authority scioperi, già assiduo dello
studio Previti, da ultimo sulle cronache per aver partecipato a un
pranzo della P3 a casa di Verdini).

L'abilità sta nell'amalgama: è impossibile distinguere un elemento
dall'altro. Come dimostra, fra l'altro, ciò che accadde quando il Pd
Pietro Ichino attaccò l'allora ministro Renato Brunetta, colpevole di
aver dato a Martone junior una consulenza da 40 mila euro, avendo
nominato Martone senior presidente della Civit (la Commissione
"antifannulloni"). Sciocchezze, replicò Brunetta: "La consulenza è
precedente alla nomina, semmai allora il figlio ha raccomandato il
padre".

Eccolo l'amalgama: e tutto tiene, l'uovo e la gallina. E' invidiabile
e oliata, del resto, la disinvoltura con la quale Martone racconta di
fare oggi il viceministro dopo aver "solo mandato un curriculum" a
Catricalà, o ricorda che ai tempi dell'università il professor
Dell'Olio "mi propose di lavorare per il suo dipartimento" (all'ora
fatale, Martone senior fece pubblicare per Dell'Olio un necrologio la
cui metratura gli appassionati del ramo ancora ricordano). O la
scioltezza con la quale ripercorre la fulminea sua carriera: a 23 anni
dottorando, a 26 ricercatore (diventa anche avvocato), a 27 professore
associato (a Teramo). A 29 anni - record - Martone è ordinario avendo
ottenuto l'idoneità a Siena con il classico schema all'italiana (otto
candidati, sei si ritirano, due vincono).

A presiedere la commissione, il professor Persiani: quello che, anni
prima, "mi aveva chiesto se volevo lavorare all'Università e la
mattina alle 7 mi aveva convocato". Che fortuna. Ottimi, del resto,
sono da sempre i rapporti tra Persiani e Martone Senior.
"Secchioncello", si definisce. E che sia preparato anche i detrattori
lo dicono. Ancora più bravo nel tenere insieme tutto.

Negli ultimi due anni, consulente di Brunetta ma anche collaboratore
di Maurizio Sacconi (suo sponsor nella nomina a viceministro), Martone
è riuscito a essere anche in Italiafutura, stimato senza riserve
dall'antiberlusconiano Luca di Montezemolo. Se non fosse entrato al
governo, aveva già pronta la nomina a presidente di FondInps: firmata
da Sacconi, poche ore prima delle dimissioni di Berlusconi.

Il suo discorso per i dieci anni dalla morte di Bettino (perché è
anche membro della Fondazione Craxi), cominciò così: "Molti si
chiederanno che cosa ci faccio qui". Ecco, chiederselo non serve. E'
cosa riuscirà a fare arrivato sin qui, e con una capacità di stare al
mondo che sembra diventata un peso, la vera domanda.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-questo-e-il-giovane-al-go

Il modello valutazione Fiat entra nella scuola

INVALSI Il modello valutazione Fiat entra nella scuola

Valutazione sì? Valutazione no?Chi valuta chi? Come? Per quale fine? Per quale logica? Tante domande possono e devono sorgere intorno al concetto di valutazione. Ma la valutazione così come oggi concepita è sinonimo di meritocrazia, ovvero concorrenza, ovvero profitto. E se ciò viene ricondotto nel settore della scuola, il risultato altro non sarà che quello di acriticare le menti, standardizzare i parametri d’insegnamento ed annientare la libertà d’insegnamento.
Tanto detto, esono concetti che ribadirò fino alla nausea, la FIAT, ha recentemente applicato nelle proprie fabbriche, un modello di valutazione volto ad analizzare il clima ambientale aziendale.
Le analisi di clima sono considerate dal Gruppo Fiat un utile strumento non solo per fotografare il livello di soddisfazione dei dipendenti, ma soprattutto per identificare azioni correttive volte a rispondere alle aspettative e alle esigenze dell’intera organizzazione. Questo quanto si legge nel loro sito. Ove si specifica che nel corso degli ultimi dieci anniil Gruppo ha svolto periodicamente indagini di soddisfazione sul clima. Se in passato le analisi erano realizzate dai diversi Settori in modo indipendente con survey e metodologie elaborate internamente, nel 2010 è stata condotta un’unica indagine di clima in collaborazione con Great Place to Work Institute (GPTW).
La scelta di avvalersi di una società specializzata e riconosciuta a livello mondiale è stata guidata dalla volontà di non limitarsi al confronto con parametri interni, ma di valutare i risultati rispetto a benchmark di settore nazionali e internazionali. GPTW ha supportato il Gruppo Fiat nelle diverse fasi: dalla definizione del campione statistico, garantendone la significatività, alla somministrazione del questionario fino all’elaborazione e interpretazione dei risultati.
La società a cui hanno affidato tale ricerca specifica che ,il loro progetto nasce grazie ad uno studio di alcuni ricercatori che compresero che l’elemento chiave degli ambienti di lavoro eccellenti non era un insieme di benefit, programmi e politiche per i dipendenti, ma una serie di relazioni di qualità basate su fiducia, orgoglio e cameratismo.
Capito bene? Cameratismo!
Il tipo di questionario utilizzato è il Trust Index © che integra 58 dimensioni specifiche e consente a Great Place to Work ®di analizzare in modo preciso i comportamenti e le caratteristiche delle aziende più desiderabili e di successo del mondo. Ecco cosa fanno in sostanza:
In quanto esperti mondiali di ambienti di lavoro eccellenti, forniamo liste e classifiche di eccellenza che identificano e premiano i migliori ambienti di lavoro del mondo. I nostri efficaci modelli per la comprensione delle culture organizzative hanno consentito di elaborare strumenti di valutazione unici per le aziende, per interpretare la cultura dell’ambiente di lavoro e decidere come avviare il cambiamento.
I nostri concetti semplici e tuttavia di forte impatto hanno consentito di sviluppare workshop e corsi di formazione per dirigenti e collaboratori, per promuovere ambienti di lavoro eccellenti. In quanto principali arbitri degli ambienti di lavoro eccellenti, favoriamo la creazione di comunità di aziende e di professionisti affini tramite conferenze e network, personali e online, che offrono opportunità di scambio delle esperienze. La ricerca continua – e un database unico sui migliori ambienti di lavoro del mondo - ci permettono di condividere storie e idee su di essi, mediante pubblicazioni di articoli e risorse online.
Si affrontano varie questioni, nella prima parte si analizzano la demografia dei dipendenti (numero, composizione, nazionalità, turnover volontario, anzianità aziendale), la struttura societaria, i risultati (anno di fondazione, fatturati) e i benefit offerti ai lavoratori (palestra, asilo, assicurazione sanitaria, giorni di ferie), nella seconda parte, strutturata con una serie di domande a risposta aperta, consente alle aziende di far conoscere le proprie policy e i propri valori.
Bene. Ora se andiamo a vedere in cosa consiste il progetto INVALSI e VALSIS noterete che le modalità, i fini, che caratterizzano i processi di valutazione sono similari se non identici. Con un piccolo particolare.La Scuola Pubblica Statale italiana non è un’azienda. Non deve produrre profitto.
Il Sistema VALSIS integrato con l’INVALSI , svolge la sua missione di distruzione della Scuola Pubblica, in questo modo:
Il quadro di riferimento tiene conto di quattro dimensioni: il contesto in cui le scuole sono inserite (aspetti demografici, economici e socio-culturali nei cui confini la scuola si trova ad operare e che ne determinano la sua utenza) gli input, ovvero le risorse di cui la scuola dispone per offrire il proprio servizio (umane, materiali, ed economiche a disposizione), i processi attuati, ossia le attività realizzate dalla scuola (l’offerta formativa, le scelte organizzative e didattiche, gli stili di direzione) i risultati ottenuti, sia immediati (percentuali di promossi, votazioni conseguite agli esami di stato) sia a medio e lungo periodo (livello delle competenze possedute, accesso al mondo del lavoro).
Si tratta di un percorso di ricerca triennale, avviato a settembre 2008 che si concluderà a giugno 2011, come indicato dalla direttiva n. 74 che ha definito leattività dell’INVALSI nel triennio 2008-2011.
La Valutazione di sistema e la Valutazione delle scuole si pongono in modo integrato con le altre attività valutative dell’INVALSI. Lo schema con i flussi di informazione permette di comprendere in che modo possano essere integrate - per la valutazione della scuola - le informazioni che provengono da fonti istituzionali (ISTAT, MIUR) e quelle provenienti da altre ricerche dell’INVALSI.
Dicono di fare riferimento al modello CIPP; si tratta di un quadro di riferimento generale, utilizzato per effettuare sia valutazioni funzionali alla riuscita dei processi, sia per la verifica del raggiungimento degli obiettivi di programmi, progetti, organizzazioni e sistemi. Questo modello è nato verso la fine degli anni ‘60 per i progetti delle scuole degli Stati Uniti, per contribuire a sviluppare e a realizzare un sistema che permettesse loro di dar conto del proprio operato (accountability).
Nel sito Invalsi si legge che: Il quadro di riferimento tiene conto delle quattro dimensioni del modello CIPP: il contesto in cui le scuole operano (aspetti demografici, economici e socio-culturali nei quali confini la scuola si trova ad operare e che determinano la sua utenza); gli input, ossia le risorse di cui il sistema educativo e le singole unità scolastiche dispongono per offrire il proprio servizio (risorse umane – inclusi gli studenti, materiali, ed economiche a disposizione); i processi attuati, ossia le attività realizzate dalla scuola (l’offerta formativa, le scelte organizzative e didattiche, gli stili di direzione); i risultati ottenuti, sia immediati (percentuali di promossi, votazioni conseguite agli esami di stato, livelli di apprendimenti rilevati con prove standardizzate) sia a medio e lungo periodo (accesso all’università, al mondo del lavoro). Sembra di leggere i parametri del modello di valutazione applicato all’azienda FIAT.
Il massimo grado di tale processo di Invalsione è rappresentato dal questionario. Il Questionario per le scuole, sviluppato nell’ambito del progetto VslSiS, racchiude nel suo interno tutte quelle richieste di dati necessari per definire indicatori altrimenti non costruibili a causa di fonti non aggiornate, oppure incomplete, o semplicemente non accessibili.
In questa dimensione sono state quindi incluse informazioni inerenti: le scuole (ad esempio: l’ampiezza media delle scuole, l’ampiezza media della classe, ossia il numero medio di studenti per classe); le risorse strutturali (ad esempio: postazioni pc nella scuola, numero di volumi presenti nelle biblioteche di scuola); le risorse economiche (ad esempio: spesa per studente, spesa pubblica in educazione); gli studenti (ad esempio: alunni per classe, alunni stranieri); le risorse umane (ad esempio: numero di insegnanti, assenze per malattia, insegnanti di sostegno). Mentre si specifica che rispetto agli insegnanti, viene richiesto il loro numero totale, la loro anzianità, la stabilità e la tipologia contrattuale. Se i dati sulle assenze del personale scolastico sono ormai disponibili anche attraverso le rilevazioni mensili del Ministero della Funzione Pubblica, non è noto l’impatto che le assenze del personale docente hanno sull’organizzazione delle attività della scuola. Per definire questo indicatore, alle scuole viene chiesto di indicare il numero di ore retribuite e non retribuite coperte dagli insegnanti, il numero di ore per cui gli studenti sono stati divisi in altre classi e il numero di ore in cui le classi sono state vigilate da personale ATA.
Se poi a questo aggiungiamo quello canonico dell’Invalsi distribuito agli studenti, per esempio sulla situazione famigliare...Le informazioni sull’ambiente familiare permettono di definire un insieme di indicatori che sono inseriti nell’ambito del contesto. La tipologia di famiglia, indicatore utile per essere posto in relazione con gli apprendimenti, è costruito a partire dal numero di fratelli e dalle risposte che vengono date alle domande relative, in cui si esplora con chi abitualmente si vive.
O sulla lingua parlata a casa.... L’indicatore che analizza la lingua parlata a casa viene costruito attingendo i dati dalle rispostefornite ad una specifica domanda che approfondisce l’uso in famiglia di una lingua straniera, ma anche all’utilizzo prevalente di un dialetto.
O sui beni a disposizione.... Anche la costruzione dell’indicatore sulle risorse materiali ed educative disponibili a casa è possibile utilizzando i dati della domanda appositamente strutturata. Rispetto alle risorse disponibili a casa si è scelto di focalizzare l’attenzione solo su quelle direttamente connesse allo studio.
E se pensiamo che questi quiz, vengono distribuiti, o meglio somministrati per usare un termine caro sia all’Invalsi che alla Great Place to Work Institute per la FIAT, anche ai bambini delle scuole elementari, come non opporsi a tale processo che io chiamo di Invalsione della Scuola?
Il problema non è politico perché sia il PDL che il PD vogliono l’Invalsi, ma la CGIL anche. Visto e rilevato che due delle ricercatrici principali dell’Invalsi sembrerebbero essere forti simpatizzanti sia della CGIL che del PD, ed una di loro anche delegata della CGIL nel 2007...vedi questi link...( per i nomi vi lascio con il gusto della sorpresa...cercate e comprenderete)
http://beta.partitodemocratico.it/d...
http://www.caffedemocratico.it/post...
http://www.flcgil.it/attualita/sind....
http://archivio.rassegna.it/2007/vi...;
Il problema è culturale e sociale.
E pensare che il modello di valutazione applicato nella FIAT è quello in sostanza applicato nella Scuola, ciò dovrebbe far indignare ogni persona dotata di un minimo di buon senso.
di Marco Barone

domenica 15 gennaio 2012

PROFUMO DI CONCORSI E PUZZA DI GUERRA TRA POVERI

PROFUMO DI CONCORSI E PUZZA DI GUERRA TRA POVERI
Contro la precarietà permanente

Le recenti esternazioni del neo-ministro dell’istruzione F. Profumo, sulla
necessità di rinnovare e ringiovanire il corpo docente delle scuole di ogni
ordine e grado, potrebbe far ridere.
La conseguente dichiarata volontà di bandire un concorso per reclutare
forze giovani farebbe appunto ridere, se non facesse piangere gli oltre
duecentomila precari della scuola – già invecchiati in anni ed anni di
supplenze.
Per non parlare delle migliaia di docenti di ruolo, i quali, con la recente
manovra Monti, si son visti spostare sine die l’agognata pensione e quindi la
possibilità di un turn-over, o dei milioni di discenti, la cui distanza
anagrafica con i docenti è sempre più – dal punto di vista educativo –
scandalosa.

Sembra che il “tecnico” ex rettore del politecnico di Torino non conosca
proprio la realtà della scuola … e invece si tratta solo di un inganno.
In realtà proprio perché la conosce fa queste esternazioni, tutte volte a
scatenare una conflittualità tra “giovani” e “vecchi”, per continuare con i
processi di immiserimento e di aziendalizzazione della scuola e dell’
istruzione.
Come si faccia a salvare le pensioni future dei giovani, creare occupazione
e crescita, tenendo al lavoro coatto migliaia di pensionandi e nella precarietà
a vita i giovani, fino a farli diventare vecchi come i precari delle
Graduatorie ad Esaurimento, è tutto da spiegare, ma comunque tutto torna.
E il caso della scuola è emblematico.
Nel comparto scuola, in tre anni, sono stati tagliati 143.000 posti di
lavoro mediante l’aumento degli allievi per classe, l’abolizione delle
compresenze nella scuola primaria, la riduzione di ore e di materie nella
secondaria, la riduzione del sostegno ai disabili.
Altri posti di lavoro saranno tagliati nei prossimi anni, quando la cosiddetta
“riforma Gelmini” andrà a regime e ad esaurimento i vecchi ordinamenti.
Nonostante questo “dimagrimento” straordinario – mai avvenuto in alcun
comparto della Pubblica Amministrazione, ma neppure in altri settori del lavoro
privato, quest’anno scolastico 2011/12 non sarebbe neanche potuto partire se
non fossero stati stipulati ancora centoventimila contratti a tempo determinato
annuali o fino al termine dell’attività didattica (*). Senza contare almeno
altri 60.000 contratti a tempo determinato per il personale ATA e altre decine
di migliaia di supplenti temporanei per sostituzione del personale assente.
Dal punto di vista occupazionale, i tagli effettuati sono stati in qualche
modo ammortizzati dai pensionamenti e soprattutto dall’aumento – al Nord e
nelle grandi città – della popolazione scolastica, pertanto il fenomeno del
precariato nella scuola continua ad essere abnorme: solo una parte di precari
della scuola – soprattutto al Sud – sono stati trasformati in disoccupati, gli
altri continuano ad essere occupati ed essenziali al funzionamento scolastico,
anche se in condizioni di lavoro ancora più precarie.
Le 30.308 assunzioni di docenti e le 36.000 del personale ATA dello scorso
settembre hanno rappresentato una goccia nel mare della precarietà ed
introdotto, attraverso un accordo capestro firmato da CISL-UIL-SNALS-GILDA, un
contratto separato per i nuovi assunti che prevede, con il congelamento dell’
anzianità per nove anni, una sorta di salario d’ingresso.

Con il governo Monti e il ministro Profumo nessuna soluzione di continuità con
i provvedimenti Gelmini/Tremonti del precedente governo, i quali hanno portato
al collasso il servizio scolastico.
Il fenomeno del precariato nella scuola non dipende certo dalle difficoltà
nel reclutamento, da concorsi non più banditi da oltre 12 anni, o dalla
mancanza di docenti abilitati e formati appositamente per l’insegnamento. Il
fenomeno della precarietà è strettamente connesso ad una logica dello
sfruttamento.
Di che cosa si deve parlare infatti quando, per espletare lo stesso lavoro,
- mediamente - all’Amministrazione costa 8/9 mila € in meno stipulare, anno per
anno, un contratto a tempo determinato al posto di uno a tempo indeterminato?
Tra mesi estivi non pagati e scatti di anzianità non corrisposti lo stipendio
annuale di un precario della scuola è sotto il livello di povertà.
E non a caso le ultime assunzioni del 1 settembre 2011 sono state effettuate
con il vincolo della soppressione del primo gradone di carriera, assicurandosi
che per i prossimi nove anni comunque i neoassunti saranno ancora pagati da
precari.
Il neo ministro Profumo, invece di esordire con la battuta sui concorsi per
far largo ai giovani, che fa il paio con quell’altra sulla necessità di
lavorare per dare autostima agli insegnanti, visto che soldi per uno stipendio
decente non ce ne sono, avrebbe potuto almeno annunciare l’abrogazione della
norma inserita nella Legge Finanziaria del 1998 (Legge 447/97 emanata da un
governo di centrosinistra), che prevede la preventiva autorizzazione delle
assunzioni, mediante un Decreto Interministeriale, su parere del Ministero dell’
Economia, ripristinando l’automatica immissione in ruolo sui posti vacanti ad
ogni inizio d’anno scolastico.
Se non ci fosse stata questa norma, in questi anni, almeno i posti di
organico di diritto (già sottostimati rispetto ai posti di organico di fatto,
effettivamente necessari per il normale funzionamento scolastico) che via via
si sono liberati, per effetto dei pensionamenti, sarebbero stati coperti tutti
da personale stabile.
E invece il “tecnico” Profumo persegue, con la stessa logica di chi l’ha
preceduto – da Berlinguer in poi – a lavorare politicamente per scatenare la
conflittualità tra i precari delle GAE e i futuri precari che dovrebbero uscire
dai nuovi percorsi di abilitazione all’insegnamento (i TFA), appena approvati,
ma in difficoltà nel partire (pare che le prove di accesso si svolgeranno a
fine febbraio 2012).

Tutto questo, naturalmente, ha portato ad una comprensibile fibrillazione
il vasto e variegato mondo del precariato della scuola, avezzo al litigio
permanente attraverso ricorsi e controricorsi che hanno arricchito stuoli di
avvocatucoli di provincia, invece che a condurre una lotta seria contro la
precarietà.
“NO I CONCORSI NO, CI SIAMO PRIMA NOI DEI GIOVANI”, si legge nei blog e nei
siti dei precari, dimenticando che nella Finanziaria 2008 del governo Prodi
(Fioroni all’Istruzione) era prevista una delega al governo ad emanare un
semplice Regolamento (non una legge approvata dal Parlamento quindi) per il
reclutamento del personale docente basato su concorsi a cattedra biennali e che
il MIUR, in continuità tra Gelmini ed ora Profumo, ci sta lavorando da almeno
due anni, anche se pare garantito che metà dei posti dovrebbero comunque andare
alle GAE fino a loro esaurimento.
“NO AL DOPPIO CANALE DI RECLUTAMENTO, dovete esaurire prima le nostre
graduatorie”, ancora si legge nei preoccupatissimi sfoghi precari nelle mailing-
list, dimenticando che il doppio canale già esiste da oltre un ventennio,
risultato di un compromesso (onorevole?) raggiunto da un allora esistente
movimento dei precari che appunto aveva “strappato” la possibiltà di assumere
sul 50% dei posti dai concorsi e sul rimanente 50% dalle graduatorie di chi
aveva già superato un concorso, senza vincerlo, e lavorava comunque nella
scuola da almeno due anni; cosa che prima non avveniva perché un precario già
idoneo a concorso doveva rifare il concorso più volte nella speranza di
vincerlo, appunto perché le graduatorie di merito avevano validità biennale.
Del resto anche le assunzioni del 1 settembre scorso sono avvenute rispettando
la legge che prevede il doppio canale di reclutamento: metà dei posti sono
andati alle graduatorie di merito del concorso ordinario, effettuato nel
1999/2000 e – per alcune graduatorie – anche nel 1990; l’altra metà alle GAE.
Solo dove le graduatorie di merito – regionali - dei vecchi concorsi sono
esaurite (e non sono poi così tante) le assunzioni sono avvenute attingendo
solo dalle GAE.
Da questo punto di vista quindi, se – come pare – venisse mantenuto il
doppio canale di reclutamento, non cambierebbe poi tanto per i precari delle
GAE: comunque rimarrebbe il 50% (anzi, in un’altra esternazione Profumo avrebbe
promesso qualcosina di più) dei posti riservato a loro; con la possibilità anzi
di tentare la fortuna partecipando ai nuovi concorsi – aperti, a differenza
dell’ultima tornata di 12 anni fa, non a tutti i laureati, ma solo ai già
abilitati all’insegnamento – avendo quindi la possibilità di essere presenti in
tutti e due i canali di reclutamento; le vetuste graduatorie dei concorsi
ordinari a cattedra del 1999 e del 1990 sarebbero sostituite dalle nuove.

Con questo non voglio certo sostenere il concorso come sistema di
reclutamento del personale docente. I vecchi concorsi a cattedra sono
risultati costosi, casuali, nozionistici, … un terno al lotto vincerli, senza
contare i casi di corruzione riscontrati.
Tutti sappiamo che vincere un concorso non significa certo che poi si
sappia insegnare: un conto è conoscere le discipline, un conto saperle
insegnare, in un mestiere in cui la componente relazionale con i discenti è
fondamentale.
Anche perché poi non è ancora chiaro come saranno effettuati questi concorsi.
Il disegno finale dei processi di ristrutturazione della scuola, iniziati
con l’avvento della cosiddetta autonomia scolastica, è l’aziendalizzazione.
In questo leggiamo lo sforzo di imporre una standardizzazione della
valutazione – attraverso i quiz invalsi – legando finanziamenti, benefit ai
docenti, ecc., appunto all’INVALSI.
Ma il pieno raggiungimento dell’aziendalizzazione si avrà con l’assunzione
diretta da parte dei dirigenti scolastici, quindi è lecito supporre che i
prossimi concorsi possano avvenire scuola per scuola, o reti di scuole, appunto
per mascherare una vera e propria assunzione diretta.
Del resto, in tutte le aziende che si rispettino, è il padrone ad assumere
i propri dipendenti. Ed è una delle ipotesi, forse la più credibile, perché
sorretta da importanti lobbies, non solo dalla A.N.P..

Penso che il problema sia da ribaltare: invece di continuare a dividersi su
chi e sui pochi che entreranno in ruolo, su chi prima o chi dopo o chi mai, si
tratterebbe di cominciare a ragionare come costruire una conflittualità nella
scuola per ricostruire rapporti di forza favorevoli allo scopo di conquistare
un servizio scolastico decente.
Il problema sono i posti per docenti e ata che devono essere coperti da
assunzioni stabili; almeno quelli di organico di diritto potrebbero essere
subito coperti e interamente, non su una percentuale che anno per anno il
Ministero dell’Economia autorizza.
E poi si tratta, con la lotta, che naturalmente dovrebbe avere una
dimensione sociale, con studenti, genitori e con tutti coloro che intendono la
scuola un bene comune andare a definire che scuola vogliamo, e con che organico
dobbiamo fare questa scuola che vogliamo.
Credo si tratti di un discorso centrale.
Certo l’ambito “sindacale” dei lavoratori è fondamentale, ma sappiamo come in
anni ed anni di svendita e concertazione da parte dei cosiddetti sindacati
maggiormente rappresentativi, molte armi siano state spuntate: la possibilità
di forme di lotta incisive ad esempio, messe al bando o quasi dalla legge
146/90 antisciopero, voluta fortemente proprio da cgil-cisl-uil contro i cobas
e le lotte autonome.
Cogliere la valenza della scuola bene comune, significa anche costruire un
fronte ricomposto di lotta che travalichi anche gli stessi lavoratori della
scuola, precari o stabili, tartassati su stipendi, pensioni, qualità del lavoro
e bastonati sulla dignità e probabilmente anche sulla voglia di lottare.
Del resto, anche la vittoria referendaria sull’acqua bene comune, non ha
certo visto all’avanguardia i lavoratori degli acquedotti, ha visto migliaia e
migliaia di soggetti sociali attivi e poi milioni di aderenti all’idea forza di
tenere l’acqua e i servizi sociali fuori dal Mercato.
Lo stesso dovremmo fare sulla scuola e sull’istruzione, al di là dei
maestri, prof. e ata di ruolo, frustati per gli stipendi da fame e la pensione
irragiungibile, dei precari delle GAE o di quelli che aspirerebbero a fare i
precari della scuola.
Sulle classi pollaio ad esempio.
Si riesce a sferrare una offensiva per imporre classi con un numero massimo di
almeno 20 allievi?
Non solo questioni di sicurezza, ma qualità dell’insegnamento/apprendimento e
quindi anche di posti di lavoro, soppressi con i tagli, da ripristinare.
Sulla lotta alla selezione e alla dispersione scolastica ad esempio.
Si riesce a sferrare una offensiva per stravolgere i criteri di definzione
degli organici di diritto e di fatto, imponendo un organico di istituto, che
sia sufficiente ed adeguato ad una buona didattica, che tenga conto del
recupero degli allievi in difficoltà, che non siano quegli inutili corsi di
recupero dei debiti della O.M. 80?
E poi … la finiamo di valutare i nostri studenti in debiti e crediti come la
scuola fosse qualcosa di simile ai disastrati bilanci degli stati sovrani? Non
è solo una questione lessicale.

Sull’idea forza della scuola bene comune dovremmo centrare l’iniziativa, e
non solo a partire dai lavoratori della scuola. Solo così crediamo si possa
anche ragionare sul ripristino dei posti, degli organici, delle risorse
sottratte alla scuola e all’istruzione dai tagli della legge 133 e delle
precedenti, imponendo una inversione di tendenza sulla percentuale di spesa
rispetto al PIL per l’istruzione, la cultura e la ricerca.
Dire ritiro dei tagli, non significa nulla – a parte i rapporti di forza, oggi
assolutamente sfavorevoli ai lavoratori – se non diciamo per chi e per che cosa
vogliamo sviluppare la ricerca, l’istruzione e la scuola, insomma se non
diciamo che scuola vogliamo: se vogliamo la scuola dell’inclusione e della
cooperazione o se vogliamo la scuola della selezione sociale e del merito -
concetto ideologico questo, che sempre più si connota come la carota per chi
accetta il bastone; se vogliamo la scuola delle conoscenze e delle capacità
critiche, o la scuola delle competenze da acquisire con la didattica dei quiz,
competenze poi da spendere in un mercato del lavoro basato sulla precarietà e
sullo sfruttamento.
Tanto più oggi, quando è sempre più evidente che uscire da una Crisi
Globale, al contempo finanziaria, economica, sociale, politica ed ecologica,
significa imporre con la conflittualità sociale un diverso modello di sviluppo,
basato proprio sulla conoscenza.

E’ in questa prospettiva che potremmo poi anche ragionare sulla formazione
dei docenti, ad esempio.
A settimane dovrebbero partire i test d’ingresso per i TFA transitori, in
attesa delle nuove lauree magistrali,
a numero chiuso e programmato e con tasse stratosferiche, come sono ora le
tasse universitarie.
Nei blog e tra le associazioni di precari, tutti si sperticano a chiedere che
siano meno possibile i selezionati per i TFA, perché i posti non ci sono (quali
posti? Quelli di organico di diritto? Di fatto? Quelli necessari ad una buona
scuola?), in realtà perché si teme la concorrenza di nuovi abilitati.
Pur riconoscendo gli sfavorevoli rapporti di forza e il fatto che in quasi
tutte le facoltà, da anni, i corsi sono a numero chiuso – io credo che il
principio del diritto allo studio imporrebbe la liberalizzazione dei corsi, la
libertà di tutti coloro che lo desiderano a formarsi, in questo caso come
docenti.
Qualsiasi numero chiuso non può essere che reazionario.
Gli accessi ai TFA dovrebbero essere gratis, anzi con un salario d’
ingresso, altro che tasse da migliaia di euro.
Se il numero dei partecipanti ai TFA è troppo alto si creerebbe altro
precariato e altre illusioni? Ma i precari della scuola dovrebbero saperlo che
il precariato esiste perché l’Amministrazione in questo modo abbassa il costo
del lavoro e che se ci fosse la parità di trattamento tra personale a tempo
indeterminato e determinato, se i precari godessero ad esempio della
progressione di carriera con gli scatti di anzianità, all’Amministrazione non
converrebbe più tenere un così alto numero di precari.
Certo che oggi, con il blocco dell’anzianità anche per il personale di
ruolo, è evidente che si tende a pagare anche quelli di ruolo da precari e che,
giocoforza, è imprescindibile sviluppare la conflittualità per lo sblocco dei
contratti e degli stipendi.
Sempre sulla formazione dei docenti, con le nuove lauree magistrali –
ancora da attivare – e con i TFA, certo i rapporti di forza non lo
consentirebbero, ma non abbiamo nulla da dire?
Un percorso di formazione basato su lauree triennali dove – in solo tre
anni - dovrebbe essere affrontato l’aspetto disciplinare, e lauree magistrali
di specializzazione all’insegnamento, più un anno di Tirocinio Formativo
Attivo, dove – come lo era stato con le SSIS – il tutto sembra più connotarsi
come un addestramento alla didattica dei quiz da imporre poi agli studenti, che
una vera preparazione al processo di insegnamento/apprendimento, secondo noi
basato sulla cooperazione educativa.

E sul reclutamento?
Anche qui è chiaro come oggi i rapporti di forza, forse, ci consentano solo
di lamentarsi su quanti posti debbano andare a noi e quanti agli altri, ma
qualcosa da dire ce l’abbiamo?
Su probabili concorsi che saranno ancora una volta basati su nozionismo,
quizzoni e strumenti per reclutare il futuro docente della scuola azienda,
abbiamo qualcosa da dire? Oltre al fatto di escludere nel modo più assoluto
concorsi a livello di istituzione scolastica che possano solo nascondere l’
assunzione diretta da parte dei presidi? Con tutto quello che potrà significare
non solo in termini di assunzione comprate o nepotistiche, ma soprattutto di
scuole che poi si connoteranno come scuole di diversa tendenza - forgiate ad
immagine e somiglianza dei dirigenti - non più scuole dove il pluralismo, il
confronto e la cooperazione saranno alla base dell’attività didattica … scuole-
azienda private, insomma.
Avremo la forza di imporre che i concorsi non possano essere un valido
strumento di reclutamento, e di imporre invece una graduatoria unica a
scorrimento di tutti gli abilitati per le immissioni in ruolo sui posti che via
si libereranno o che si creeranno per effetto della lotta per la scuola bene
comune?
Oppure dovremmo accontentarci dell’onorevole compromesso del doppio canale
di reclutamento, come si accontentarono i movimenrti di precari di vent’anni
orsono, quando il doppio canale venne introdotto (conquistato?).

(*) ItaliaOggi del 3/1/2012 – Alessandra Ricciardi: “… al dicastero
dell'istruzione risultano per
l'anno in corso oltre 120 mila contratti di supplenza di lunga durata: 38
mila
per il sostegno, gli altri su cattedre ordinarie, di cui 71 mila fino al 30
giugno”. Chi dice ancora che i posti non ci sono? (N.d.R.)

Stefano Micheletti

Cobas – Comitati di Base della Scuola di Venezia

C’È CRISI … E MONTI CANCELLA LA CAUSA DI SERVIZIO!

C’È CRISI … E MONTI CANCELLA LA CAUSA DI SERVIZIO!

Niente più equo indennizzo, spese di degenza e pensione privilegiata al personale che, a causa del servizio, contragga invalidità o infermità di tale gravità da non poter più svolgere le proprie mansioni
Da: http://it.peacereporter.net
IL GOVERNO MONTI CANCELLA I DIRITTI
L'art.6 della manovra cancella causa di servizio, la pensione privilegiata e l'equo indennizzo per chi si ammala al lavoro nel settore pubblico
Nei contratti, di solito, son quelle scritte in piccolo, in fondo al testo. E sono delle fregature. Nel caso della manovra del governo Monti, invece, era in bella mostra, ma sembra che non se ne sia accorto nessuno.
L'articolo 6 del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201 "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici" varato dall'esecutivo recita: ''Ferma la tutela derivante dall'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, sono abrogati gli istituti dell'accertamento della dipendenza dell'infermità da causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell'equo indennizzo e della pensione privilegiata. La disposizione di cui al primo periodo del presente comma non si applica nei confronti del personale appartenente al comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico. La disposizione di cui al primo periodo del presente comma non si applica, inoltre, ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, nonché ai procedimenti per i quali, alla predetta data, non sia ancora scaduto il termine di presentazione della domanda, nonché ai procedimenti instaurabili d'ufficio per eventi occorsi prima della predetta data''.
Di botto vengono cancellate cause di servizio ed equo indennizzo. Che tradotto in soldoni, lascia senza tutela e senza speranza di vedersi riconosciuto in giudizio un equo risarcimento le persone che si sono ammalate al lavoro.
I casi sono tanti, migliaia, in particolare per due categorie: coloro che vengono fatti oggetto di mobbing sul posto di lavoro e coloro che si ammalano per essere stati a contatto con l'amianto.
Sui principali quotidiani nazionali non c'è traccia della norma. Ma la gravità della decisione, che salva solo i dipendenti pubblici del '' comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico'', pare passare inosservata.
Gli istituti tagliati sono tipici del rapporto di pubblico impiego. La causa di servizio è costituita dalla sussistenza di un rapporto di causalità tra la prestazione lavorativa effettuata ed una determinata infermità. Al fine di determinarne l'esistenza viene effettuato un giudizio medico-legale teso ad accertare il nesso tra la minorazione ed il servizio. Scompare anche la pensione privilegiata introdotta nel 1973, attribuita al lavoratore pubblico se in conseguenza dell'infermità o della lesione derivante da fatti di servizio ha comportato l'inabilità assoluta o permanente. Infine svanisce l'equo indennizzo, che è uno speciale emolumento avente natura indennitaria e per tali ragioni cumulabile sia con il risarcimento del danno che con il trattamento di pensione privilegiata, attribuito al dipendente pubblico nel caso in cui questi abbia subito una patologia riconosciuta dipendente da causa di servizio.
''Questa norma colpirà tutti quelli che si ammalano lavorando. Compresi i malati di amianto'', ha commentato l'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto. ''La nostra associazione adirà tutte le sedi competenti, non escludendo una pregiudiziale di illegittimità costituzionale, oltre alle iniziative di mobilitazione già in corso in Italia, e all'appello a tutte le autorità istituzionali e forze politiche affinché non si prestino ad avallare dette modificazioni, contrarie allo stesso principio di uguaglianza, oltre che di equità e giustizia, rispetto a chi è stato già pesantemente pregiudicato in seguito a una patologia per causa di servizio''.
Christian Elia
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La rivoluzione per gli Incidenti in itinere o sul lavoro
C'È CRISI, CANCELLATA LA CAUSA DI SERVIZIO
Niente più equo indennizzo, spese di degenza e pensione privilegiata al personale che si fa male
di Antimo Di Geronimo
I docenti e i lavoratori appartenenti al personale Ata (ausiliari, tecnici e amministrativi) non potranno più fare affidamento su particolari tutele se incorreranno in un infortunio a causa del servizio. L'articolo 6 del decreto Monti (decreto legge 201/2011), infatti, ha cancellato con un colpo di spugna gli istituti dell’accertamento della causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata. É prevista, però, una disciplina transitoria che fa salvi i procedimenti in corso.
Ugualmente salvi i diritti degli infortunati per i quali, al 6 dicembre 2011, data di entrata in vigore del decreto Monti, non siano ancora scaduti i termini per la presentazione della domanda.
Il decreto del governo Monti, che è in corso di conversione alla camera e che potrebbe in questo contesto subire delle modifiche, si inquadra in una serie di provvedimenti che hanno ridotto drasticamente gli strumenti di tutela dei lavoratori della scuola. Si pensi all’inasprimento del regime delle sanzioni disciplinari, all’aggravamento dell’onerosità della prestazione per effetto del sovraffollamento delle classi, al blocco dei rinnovo contrattuali e alla decontrattualizzazione della mobilità interna alle scuole.
Quanto all’art.6 del decreto Monti ecco un breve catalogo delle possibili implicazioni.
Infortunio in itinere
La casistica più frequente circa l’applicazione della causa di servizio e degli istituti ad essa collegati si riscontra in riferimento alle lesioni dell’integrità fisica riportate dai lavoratori a causa di incidenti stradali. Incidenti che si verificano con una certa frequenza nel tragitto da casa a scuole e viceversa.
Si tenga presente che la categoria dei docenti e del personale Ata è ad alto tasso di pendolarità. Perché nella scuola è altissimo il tasso dei trasferimenti d’ufficio. Ciò a causa del calo demografico e soprattutto per effetto dei tagli al personale di questi ultimi anni.
Infortuni durante l’attività
Il corollario del sovraffollamento delle classi è l’aumento del rischio di incorrere in infortuni durante l’attività didattica. Si pensi, per esempio, ai rischi per l’incolumità fisica connessi alla necessità di prendersi cura degli alunni portatori di handicap. In modo particolare nei cosi di disturbi del comportamento ( caratteriali) o di patologie mentali
L’equo indennizzo
Non essendo coperti da alcuna assicurazione Inail i docenti, in caso di infortunio per causa di servizio, fruivano dell’equo indennizzo. Una indennità di modesta entità, che costituiva l’unica forma di ristoro patrimoniale in tali casi.
Assenze per malattia
La cancellazione dell’istituto della causa di servizio, comporterà, inoltre, l’impossibilità per il lavoratore infortunato, di giovarsi della relativa esenzione dalla trattenuta Brunetta sulle assenze per malattia.
E in più, le relative assenze saranno conteggiate anche ai fini del raggiungimento del periodo massimo di assenze per malattia superato il quale scatta il licenziamento (periodo di comporto).
No ai rimborsi
Inoltre, le nuove disposizioni prevedono che il lavoratore infortunato per servizio non potrà più giovarsi dei rimborsi delle spese di degenza.
Fine della pensione privilegiata
Insieme alla cancellazione di tutti questi istituti il decreto Monti ha passato anche un colpo di spugna sulla pensione privilegiata. Si tratta di una particolare forma di pensione che veniva corrisposta ai lavoratori che, sempre a causa del servizio, avessero contratto invalidità o infermità di tale gravità da non poter più svolgere le mansioni. E dunque si applicava nel caso in cui la cessazione dal servizio risultasse necessitata. Non era previsto dunque alcun limite di età o di contribuzione e l’importo veniva calcolato in due modi. Se l’infortunio era talmente grave da essere iscritto nella tabella A allegata alla legge 834/81, la pensione veniva calcolata come se il lavoratore avesse svolto materialmente 40 anni di servizio. Nei casi meno gravi, invece, la pensione veniva in parte decurtata, ma in ogni caso non poteva essere di importo inferiore agli 8/10 dell’importo massimo (art.65 dpr 1092/73).

lunedì 9 gennaio 2012

LISTE COBAS ALLE ELEZIONI DELLE RSU DEL 5/7 MARZO

DOCENTI ED ATA: 
PRESENTATE 
LISTE COBAS 
ALLE ELEZIONI RSU 
DEL 5/7 MARZO ’12
I Cobas hanno partecipato alle precedenti elezioni delle RSU, pur coscienti dei molti limiti di questa forma di rappresentanza sindacale: infatti se gli eletti RSU fanno gruppo intorno al "dirigente manager", possono concorrere ad esautorare gli organi collegiali, rendendo sempre più precarie le nostre condizioni di lavoro e la scuola per gli alunni. Noi al contrario ci siamo sempre battuti contro la frammentazione della scuola pubblica, la sedicente "autonomia scolastica" e la logica aziendale che ha prodotto il proliferare di  "progetti" che hanno svilito la qualità e l'unitarietà dell'istruzione, mettendo in confitto tra loro lavoratori/trici, grazie all'uso ricattatorio del fondo d'Istituto.

Abbiamo lottato per impedire la perdita di potere degli organi collegiali, il dominio e l'arbitrio dei dirigenti scolastici, la contrattazione sindacale frammentata scuola per scuola.

I COBAS partecipano alle RSU per renderle strumento di conflitto e di contrattacco nei confronti della scuola-azienda, consapevoli che solo un'ampia partecipazione da parte della maggioranza dei colleghi/e può farci ottenere vittorie significative

Nella palude diffusa dell'immiserimento culturale del ruolo della scuola pubblica, a tutto vantaggio della scuola privata, nella restrizione dei diritti di tutti/e i lavoratori/trici e nel quadro dell'attacco ai poteri degli organi collegiali, le RSU Cobas hanno:

·                 garantito la diffusione e la trasparenza dell'informazione attraverso incontri assembleari;

·                 arginato il processo di aziendalizzazione della scuola, avviato fin dai tempi di Berlinguer e aggravato dai suoi successori fino alla Gelmini; 

·                 combattuto il diffondersi degli atteggiamenti autoritari dei dirigenti scolastici;

·                 coinvolto i lavoratori/trici nell'organizzazione del proprio lavoro, cercando di garantire a tutti - docenti e Ata - l'accesso a tutte le attività in modo non discrezionale;

·                 permesso in moltissime realtà il recupero salariale attraverso una redistribuzione più equa possibile del Fondo d'istituto e impedito l'espandersi di inutili progetti

Le RSU COBAS debbono:

·       continuare la battaglia per l'abrogazione totale delle leggi Gelmini-Tremonti-Brunetta;

·       contrastare la riduzione degli organici dei docenti e degli Ata e del tempo scuola;

·       tutelare e valorizzare il lavoro del personale docente e ATA;

·       garantire trasparenza ed equità nella gestione del fondo d'istituto;

·       difendere la libertà d'insegnamento e i diritti di docenti e Ata, riguardo a ferie, permessi, fondo d'istituto, supplenze, orari di lavoro, ecc.

·       rilanciare la democrazia sindacale con particolare riferimento al diritto di assemblea
SCADENZE ELEZIONI RSU 2012
20 gennaio inizio raccolta firme per la presentazione delle liste;
30 gennaio insediamento commissione elettorale;
8 febbraio termine presentazione liste;
dal 5 al 7 marzo votazioni;
CONTATTATECI AL 328 6536553, 3475635443, cobastr@yahoo.it

mercoledì 4 gennaio 2012

lettera a docentied ATA per liste cobas alle elezioni RSU 5-7 marzo

Cari/e colleghi/e docenti ed ATA,
dal 5 al 7 marzo si svolgeranno le elezioni per il rinnovo delle RSU in tutto il pubblico impiego, dunque anche nelle scuole.
Se vogliamo che dentro le singole scuole continui la battaglia contro la deriva "quizzarola" e nozionistica e, soprattutto, se vogliamo opporci al tentativo di classificare attraverso un presunto "merito" docenti (pensate in cosa vogliono trasformare le rilevazioni degli apprendimenti degli studenti raccolte dall'Invalsi) e Ata, dobbiamo rafforzare la nostra presenza anche nelle Rsu, visto che siamo stati gli unici in questi anni - qualunque governo ci fosse - a contrastare con coerenza la ridicola presunzione che attraverso i risultati degli studenti si possano "valutare" scuole e docenti. 
Perfino Israel ci avverte: "Evitiamo la solita commedia all'italiana di raccogliere i resti di quello che altrove viene scartato dopo averne sperimentato gli effetti dannosi".

Avevamo pensato di inviarvi questo messaggio più in là, visto che l'avvio della procedura per le elezioni Rsu è fissato per il 20 gennaio. 
Ma lo anticipiamo perché da alcune scuole ci segnalano che qualche furbetto sta già raccogliendo le firme necessarie per presentare le liste, proprio di quei sindacati che impongono agli altri regole che loro non rispettano. Le firme si possono raccogliere solo dal 20 gennaio in poi, quindi chiediamo a tutti voi di vigilare e di farci sapere dove accade qualcosa del genere. 

Con l'occasione facciamo il punto sulle RSU. 
Abbiamo partecipato a tutte le elezioni, ma ogni volta con sempre con maggiore difficoltà perché, se é vero che a livello nazionale i COBAS sono conosciuti da tutti i lavoratori, nelle scuole, nei posti di lavoro dove non c'é una Rsu, un iscritto, un simpatizzante che porta volantini, materiale informativo ecc., diventa difficile far conoscere l'impegno dei COBAS contro la svendita e il degrado a cui le politiche liberiste basate solo su tagli (140.000 posti in meno tra docenti e Ata) e risparmi (8 miliardi negli ultimi anni) stanno portando la scuola pubblica.

Sin dalla prima tornata elettorale abbiamo denunciato l'iniquo meccanismo che oltre ad eleggere nelle scuole le RSU, serve a ottenere la maggiore rappresentatività e quindi godere di tutti i diritti e prerogative sindacali, primo tra tutti il diritto all'assemblea in orario di servizio.
Infatti, se la media tra voti ottenuti nelle singole scuole nelle elezioni delle RSU e il numero degli iscritti a livello nazionale supera il 5%, si ottiene l'importantissima rappresentatività, in caso contrario si rimane per altri anni senza poter incontrare e parlare con i lavoratori, senza poter affiggere un volantino se non hai eletto Rsu o se il DS lo nega.

Non ci pare molto "democratico" impedirci di fare un'assemblea perfino quando partecipiamo ad una competizione elettorale, riteniamo iniquo il meccanismo per il quale se non si trova nella singola scuola qualcuno disponibile a candidarsi, lì la lista non si può presentare e quindi coloro che ne condividono piattaforma e contenuti non la possano votare. 
Capirete bene come diventa difficile raggiungere la famosa media del 5%.

Per questo motivo chiediamo a tutti di sostenerci, di candidarvi in modo da consentire che nelle scuole ci siano le liste COBAS  e che siano votate.
In allegato trovate tutti i documenti necessari alla presentazione delle liste e relative istruzioni.

Elezioni RSU 5/7 MARZO

Il 19 gennaio partono le procedure per eleggere le Rsu, le rappresentanze sindacali nelle scuole

Ai blocchi di partenza in vista delle elezioni per il rinnovo delle rappresentanze sindacali unitarie.
Dal 20 gennaio (e non prima) si raccolgono le firme per le liste.
30 gennaio si insediano le commissioni
8 febbraio termine per la presentazione delle liste
24 febbraio: le liste vengono affisse all'albo.
La tornata elettorale si svolgerà dal 5 al 7 marzo e riguarderà tutti i comparti del pubblico impiego. Dunque anche la scuola.
I termini degli adempimenti sono contenuti in un protocollo stipulato dall'Aran e dalle confederazioni il 14 dicembre scorso.
I COBAS sono sempre stati contro la pseudoautonomia scolastica, il cavallo di troia che ha permesso l'aziendalizzazione della scuola pubblica in Italia. Le RSU sono organismi vuoti. Lo sono per la dinamica elettorale, in cui le assemblee sindacali sono permesse solo a chi si siede al tavolo e firma i contratti capestro e i licenziamenti di massa. Sono vuoti perchè non c'è un regolamento elettorale democratico e trasparente, una lista nazionale su cui converga la rappresentatività dei lavoratori che invece si ottiene con la sommatoria delle liste dei singoli istituti, in un meccanismo che premia esclusivamente i grandi apparati burocratici sindacali. Le RSU sono una trappola poichè gestiscono il FIS che è un fondo che è stato tolto a docenti ed ATA dallo stipendio tabellare e restituito attraverso un'intensificazione dei tempi e dei modi di lavoro.
Sappiamo però che nelle scuole-azienda in cui i dirigenti scolatici sono sempre più menager impositivi la RSU può rappresentare un'argine, una diga allo strapotere dirigenziale.
Per questo alle elezioni che si terranno il 5/7 marzo parteciperemo ed offriamo tutto l'appoggio logistico e sindacale a quei gruppi di docenti ed ATA che nelle singole scuole decidessero di autorganizzare liste dei COBAS, comitati di base. Contattateci al 328 6536553 e 348 5635443


Quanti (pochi) soldi ha ricevuto la tua scuola? – capitolo 2: la nota Miur sul Programma Annuale 2012


Dopo aver fornito alle singole istituzioni scolastiche il 25 ottobre la consistenza dei finanziamenti assegnati per l’anno scolastico 2011/12 (vedi qui il nostro articolo precedente) il 23 dicembre il Ministero ha inviato a tutte le scuole la la nota MIUR.AOODGPFB 0009355 sul Programma Annuale 2012.
E’ abbastanza imbarazzante il ritardo con cui tale documento è stato spedito (il regolamento di contabilità, D.I. n. 44/2001, stabilisce, infatti, che entro ottobre le scuole debbano cominciare a predisporre il Programma Annuale dell’anno successivo, da approvare entro il 15 dicembre); mai negli anni passati si era arrivati alla fine di dicembre!
Nella nota viene confermata una erogazione solamente parziale (gli otto dodicesimi) dei finanziamenti che spettano ad ogni scuola sulla base del DM 21/2007; il testo così recita: “La quota riferita al periodo settembre-dicembre 2012 sarà oggetto di successiva integrazione, per consentire una ordinata gestione dei dimensionamenti“.
Troviamo piuttosto sibillina la tesi del Miur: infatti il dimensionamento riguarderà una percentuale piuttosto bassa di scuole (tutte le scuole della secondaria di secondo grado sono escluse dal dimensionamento e in molte regioni i piani di riorganizzazione riguardano solo una piccola parte delle scuole del primo ciclo).
Riteniamo che, ancora una volta, il tentativo sia quello di rimandare a “tempi migliori” i fondi spettanti alle singole istituzioni scolastiche, in modo particolare quelli relativi al pagamento delle spese per le supplenze, che le scuole normalmente esauriscono quasi integralmente entro il mese di giugno.
In base alle nuove regole una fetta non irrilevante di fondi verrà così erogata solo a partire dal mese di settembre.
La nota ovviamente non spiega come, con meno risorse, le scuole potranno far fronte alla loro “normale gestione”; inoltre, ancora una volta, il Ministero continua a non dire niente sulla questione dei residui attivi che le istituzioni scolastiche vantano nei confronti del Miur stesso da più anni (in media 70-80.000 euro, ma con punte anche di 250.000 euro!).
Il Miur continua a non riconoscere il bisogno estremo delle scuole di avere una disponibilità certa di cassa per pagare tempestivamente le spese obbligatorie. Non finanziare adeguatamente le ore eccedenti per la sostituzione degli insegnanti e degli A.t.a. assenti e non coprire i residui attivi significa spingere le singole istituzioni scolastiche verso il collasso, a cui contribuisce non poco il “congelamento” dei fondi contrattuali che avviene tramite il cedolino unico.
Ulteriori integrazioni potrebbero esserci per i finanziamenti della legge 440/97, l’alternanza scuola lavoro, per la fruizione della mensa gratuita da parte del personale scolastico (art. 21 CCNL), per le misure incentivanti per progetti relativi alle aree a rischio, a forte processo immigratorio e contro l’emarginazione scolastica a.s. 2012/2013 (art. 9 CCNL). Le Direzioni Generali potranno dare altre assegnazioni per altre esigenze (es. “patentino”, PON, ecc.).
La parte della nota che dà indicazione sui finanziamenti della legge 440/97 (autonomia scolastica) è quantomeno risibile se si considera che le scuole ancora non conoscono l’ammontare della quota su cui contare per il 2011.
Per poter leggere “in chiaro” quanti (pochi) soldi ha ricevuto la vostra scuola , tenete presente che:
  1. PA12QUOTASUPPLENZE in euro è l’assegnazione base per le supplenze brevi e saltuarie (tabella 1 Quadro A DM21/07);
  2. PA12QUOTAFISSA in euro è l’assegnazione quale quota fissa per istituto (tabella 2 Quadro A);
  3. PA12QUOTAPERSEDE in euro è l’assegnazione quale quota per sede aggiuntiva (tabella 2 Quadro A);
  4. PA12QUOTAPERALUNNO in euro è la quota per alunno (tabella 2 Quadro A);
  5. PA12QUOTAPERDIVERSAMENTEABILE in euro è la quota per alunno diversamente abile (tabella 2 Quadro A);
  6. PA12QUOTAREVISORI in euro è l’assegnazione solo alle scuole individuate quali capofila all’interno del proprio ambito territoriale di revisione dei conti;
  7. PERS12GENAGO in euro è l’assegnazione, al netto degli oneri riflessi a carico dell’Amministrazione e dell’IRAP (lordo dipendente), attribuita ad ogni scuola quale dotazione finanziaria finalizzata al pagamento degli istituti contrattuali relativi al periodo da gennaio ad agosto 2012 e comprende le voci sotto elencate:
il fondo dell’istituzione scolastica, per il pagamento degli istituti contrattuali di cui all’art. 88 del CCNL 29-11-2007 (ivi compresi, tra l’altro, i corsi di recupero, le indennità per turno notturno, festivo, notturno/festivo, di bi/trilinguismo nonché il compenso spettante per l’indennità di direzione al DSGA e al suo eventuale sostituto, ecc…);
le funzioni strumentali al piano dell’offerta formativa (art. 33 CCNL);
gli incarichi specifici del personale ATA (art. 47 CCNL);
le ore eccedenti per la sostituzione dei colleghi assenti (art. 30 CCNL), compreso l’incremento disposto ai sensi dell’Intesa del 10 novembre 2011;
● per le attività complementari di educazione fisica e per il docente coordinatore provinciale per l’educazione fisica (art. 87 CCNL);
l’incremento del fondo dell’istituzione scolastica, limitatamente alle scuole e ai casi previsti dall’art. 6 dell’Accordo Nazionale del 31 maggio 2011 e dall’Intesa del 10 novembre 2011, che dispongono l’integrazione del FIS per le scuole che devono provvedere alle indennità al personale scolastico per turno notturno, festivo, notturno/festivo, per bi/trilinguismo nonché per l’indennità di direzione al personale che sostituisce il DSGA;
limitatamente agli istituti secondari di secondo grado, l’acconto di 4.000,00 euro lordo dipendente per ciascuna classe terminale, per la remunerazione dei compensi ai componenti le commissioni degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio.
Le somme sono determinate tenendo in considerazione i dati presenti al sistema informativo del Ministero ed utilizzati per l’annuale pubblicazione sull’organico di diritto.
In altre parole, se i dati sono sbagliati e non corrispondono alla situazione delle scuole (cosa che accade sempre più spesso…) il Miur non farà alcuna integrazione!!!
Di seguito potete scaricare:

il testo della nota MIUR.AOODGPFB 0009355 sul Programma Annuale 2012

l’elenco delle attribuzioni per tutte le istituzioni scolastiche d’Italia, in formato Excel (attenzione! l’elenco non è in ordine di regione e provincia, ma dovete cercare con pazienza la vostra)

da comitatonogelmini