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mercoledì 31 ottobre 2012

DOSSIER 24=18

Quello che segue è un lavoro documentario utile a chiarire a tutti coloro che sono sopraffatti dal gran ciurlare nel manico di partitoni, sindacatoni, giornalistoni e amiconi del giaguaro sulle 24 ore nella legge di stabilità.

DOSSIER 24=18 PRESENTAZIONE – Chiavi di lettura


a cura di Piero Castello - Cobas Scuola di Roma
Quello che segue è il testo integrale del Dossier (Una sorta di sintesi di vari documenti parlamentari: Testo del Disegno di Legge, Relazione Tecnica, prospetto riepilogativo) predisposto dai Servizi Parlamentari della V Commissione che accompagna il testo della legge di stabilità al momento in cui il Consiglio dei Ministri ha trasmesso alla stessa V Commissione . La parte riprodotta è quella relativa all’articolo 3 del disegno di legge e specificatamente i commi da 29 a 48 relativi ai tagli disposti per la scuola pubblica. Rispetto al testo approvato dal Consiglio dei Ministri sono stati tolti i commi relativi al blocco dei Contratti Nazionali di Lavoro e del blocco degli scatti di anzianità. Il ministro Profumo ne darne notizia alla stampa ha precisato che si tratta di uno stralcio di provvedimenti che è più proprio inserire in un provvedimento legislativo ad hoc che verrà presentato da Governo quanto prima dopo l’approvazione della legge di stabilità. Rispetto all’aumento dell’orario di lavoro settimanale dei docenti delle scuole medie e superiori il Ministro Profumo aveva annunciato uno stralcio analogo a quello annunciato per il blocco dei contratti e scatti di anzianità. Ma come si può ben vedere ai commi 42-45 invece, il testo è rimasto identico a quello varato dal Consiglio dei Ministri, senza alcuno stralcio. Particolare valore predittivo ha però la dichiarazione rilasciata alla stampa per motivare lo stralcio che poi non c’è stato. Anche in questo caso non sarebbe stato proprio il Disegno di Legge per la stabilità la modifica dell’orario di lavoro anche perché è provvedimento non è adatto ad essere approvato nel momento a ridosso delle elezioni, quando i partiti sono già in fase preelettorale e relative fibrillazioni. Un provvedimento del genere dovrà essere presentato all’inizio della nuova legislatura quando i partiti sono ancora lontani dalle campagne elettorali. Risulta, quindi, chiaro che non c’è nessuna volontà a rinunciare ai tagli anzi, gli stralci annunciati e effettuati, hanno solo motivazioni di tempistica ed opportunità. Rimane confermata più che mai la volontà ad effettuare i tagli. D’altronde conferma dell’intenzione del governo di procedere ai tagli si può dedurre anche dai numeri che accompagnano i provvedimenti dei commi 42/44 relativi all’aumento dell’orario di insegnamento dei docenti. I numeri minimizzano gli effetti del provvedimento sia per l’importo delle risorse risparmiate, sia per il numero di precari che vengono “rottamanti” in seguito all’aumento di orario dei docenti già in servizio. L’ordine di grandezza dei risparmi si misura tra i 4 e 5 miliardi annui, il numero di posti tagliati, e quindi precari estromessi, si aggira intorno alle 150.000 unità. All’aumento di un terzo dell’orario di lavoro (6 ore in più rispetto alle attuali 18 ore settimanali) corrisponde ad un terzo degli attuali 500.000 docenti in servizio nei due ordini di scuola più i 95.000 insegnanti di sostegno. Questo limitandoci agli effetti quantitativi e la sciando ad altra sede l’ulteriore degrado della scuola pubblica.

lunedì 29 ottobre 2012

Grillo è il gatto che può mangiare il topo

cina_libretti_rossiSi comincia sempre volentieri dalle frasi celeberrime di Mao. Frasi famosissime ma dotate di una tale grazia che  non sembrano logorarsi nonostante l’uso e lo scorrere del tempo. Eppure la frase utile per spiegare quanto accaduto in Sicilia è di Deng Xiao Ping e compie giusto mezzo secolo: “non importa di che colore sia il gatto purché mangi il topo”. La frase di Deng va collocata nel contesto della durissima lotta, apertasi nel partito comunista cinese, dopo la tremenda carestia a cavallo degli anni ’50 e ’60 causata dal disastroso processo di industrializzazione forzata promosso proprio da Mao. Deng, con quella frase, suggeriva un approccio prudente e maggiormente pragmatico ai problemi dell’economia cinese rispetto al modello maoista di mobilitazione totale. Si tratta in fondo dell’approccio che lo ha portato a governare la Cina dopo l’esaurirsi della rivoluzione culturale. La frase di Deng, come quelle di Mao, va però anche intesa come un’allegoria, un qualcosa che trascende potentemente il suo primo significato. Nel nostro caso quindi possiamo interpretare benissimo nell’allegoria del topo la persistenza italiana di un ceto politico istituzionale fatto prevalentemente di disperati, pronto a vendere il paese all’incanto secondo le regole della governance liberista continentale. Il gatto, quello che può mangiare il topo, sembra essere il movimento 5 stelle con dei risultati elettorali semplicemente impensabili, almeno per i non avvertiti, pochi mesi fa. La storia italiana sembra così prendere le sembianze della filosofia di Deng: ci suggerisce un corso degli eventi nel quale il gatto può davvero mangiare il topo. Oltretutto l’approccio maoista del “grande balzo in avanti”, quello che criticava proprio Deng, negli anni, tralasciando la storia degli ultimi decenni, in Italia ha ripetutamente mancato la possibilità di mangiarsi il topo. Ma perchè i risultati siciliani ci danno questa indicazione, sulla possibilità concreta di Grillo di paralizzare e sinistrare il ceto politico istituzionale?
Cominciamo da una realtà che, come d’abitudine, si trova esattamente al contrario delle frasi di Pierluigi Bersani. Il segretario del Pd ha parlato di voto siciliano come qualcosa di anomalo, difficilmente ripetibile. E’ evidente il tentativo di esorcizzare la presenza di Grillo, ormai materializzatasi in voti.  Ma i riti sciamanici possono poco contro l’accumularsi dei fatti: per il Movimento 5 stelle la prova siciliana era quella più difficile. Non solo perché un flop, o persino un mezzo successo, del Movimento 5 Stelle in Sicilia avrebbe depotenziato in qualche modo la campagna per le politiche. Ma proprio perché le condizioni di riproduzione di quel movimento sono tipiche di un genere di società che è meno radicata al sud: alta ed efficiente penetrazione tecnologica, uso della rete su temi di opinione pubblica, presenza di un ceto, anche precario, di tecnici di ogni tipo che si politicizzano con temi da società civile del nord. A questa evidente mancanza, che aveva portato a maggio l’M5S a un 5% a Palermo ben diverso dal successo di Parma, ha sopperito lo stesso Grillo. Che ha colmato questo gap con un tour siciliano impressionante per numero di date, capacità performativa sul terreno e partecipazione di massa. La vittoria siciliana di Grillo è quindi frutto di una doppia capacità performativa: sul terreno e in rete. Dove la prima compensa i difetti strutturali locali della seconda. E nonostante che i media nazionali abbiamo ridotto ai minimi termini, salvo la traversata dello stretto, la campagna di Grillo.
E così è arrivato il risultato dell’M5S primo partito della Sicilia con un forte peso simbolico e politico a livello locale e nazionale. L’astensionismo, come si è visto in Sicilia, non frena poi il grillismo. Al contrario, come a Parma, oggi ne rappresenta una delle condizioni per la vittoria. Sta infatti accadendo questo: una parte consistente della società esce dalla politica istituzionale, dai suoi nessi clientelari ormai impoveriti o dalle sue subculture di riferimento,  e si rifugia nel sonno nell’astensione. Mentre una parte significativa dell’elettorato, ormai trasformato in informed citizenry dalle rivoluzioni tecnologiche e dalle mutazioni delle culture politiche, erode spazio alla propaganda tradizionale dei partiti. Finendo così per pesare in un doppio modo: perchè fa convergere i voti verso le liste “contro la casta” e  perchè questo spostamento viene amplificato, in termini di percentuali di voto,  dall’assenza di voti ai partiti tradizionali causa astensione. Insomma l’attuale informed citizenry italiana non solo soprattutto vota Grillo ma, per come si sta spostando l’elettorato italiano, è come se ogni suo voto valesse due. Naturalmente Pdl e Pd sono liberissimi di pensare che l’astensione rappresenti una sorta di parcheggio di voti che poi possono tornare. Ma per adesso è lecito presupporre il contrario: l’astenuto rappresenta un’identità politico elettorale in mutazione che, una volta assimilata la nuova tendenza generale del voto, può tornare ad essere elettore persino contro l’ex partito di riferimento. E oggi la tendenza generale parla con un nome solo: Grillo.
Si è aperto così un scenario greco per la Sicilia: entro una crisi sociale ed economica fortissima i partiti istituzionali del passato hanno visto, in percentuali diverse, perdere il proprio potere tradizionale di attrazione. E’ emersa così una forza elettorale dirompente, come Syriza in Grecia, capace di mettersi in primo piano ma non ancora di vincere del tutto. Vista la situazione siciliana, per Grillo, meglio così: può fare propaganda quanto vuole sulle prossime convulsioni di centrodestra e centrosinistra in Sicilia e usare i risultati di queste campagne sia a livello locale che nazionale.
Bersani ha parlato di “risultato storico in Sicilia”: intendeva la vittoria elettorale di Crocetta. Per quanto possa essere considerato un risultato storico, vincere avendo agganciato l’Udc siciliana, già incubatrice dei Cuffaro e dei Saverio Romano, ed ancora oggi espressione del peggiore, inquinato e più retrivo potere clientelare dell’isola. Ma c’è anche un’altra dimensione storica che Bersani deve considerare: la possibilità di un risultato siciliano che serva da detonatore per evidenziare, al grosso dell’elettorato italiano, le continuità tra il Pd e il peggio della vecchia politica. Già oggi Pd e M5S sono separati, a livello nazionale, da soli 3 punti secondo sondaggi della stessa Swg di centrosinistra. E oggi i  sondaggi tendono a prenderci oppure ad orientare il voto: non a caso ne circolava uno, nei giorni scorsi, con Grillo primo partito della Sicilia. Visto quanto è cresciuto l’M5S nei sondaggi a livello nazionale con l’effetto Parma, dal 5% dell’aprile al venti delle settimane scorse, il fenomeno è di quelli da tenere in considerazione. Il consenso a politiche montiane o postmontiane, che sono la stessa cosa, all’Europa dei “sacrifici” alle prossime elezioni generali può effettivamente mancare proprio sul piano della volontà popolare. Ben sapendo che non siamo nell’ottocento e che la volontà popolare fa poi sempre i conti con la governance continentale.
Le conseguenze politica siciliana su quella nazionale sono poi storicamente consolidate dal punto di vista della politica istituzionale. Basti pensare alla giunta Lombardo, presidente poi inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa, che ad un certo punto ha goduto dell’appoggio del Pd. Stavolta le conseguenze possono essere diverse: la Sicilia può anche dare al gatto una spinta importante per mangiarsi il topo. Avendo dato a Grillo quel tipo di spinta proveniente dal movimento dei forconi che non è stata capitalizzata dalla lista locale che ne faceva direttamente riferimento.  Certo, d’ora in avanti può veramente accadere di tutto, come accade in Italia quando in Sicilia cambiano gli equilibri politici, e non sono da escludere colpi di scena di ogni genere. Si possono anche scatenare forze che ribaltano lo scenario nazionale così come si prospetta dal voto siciliano. Ma Grillo, se visto con gli occhi dell’oggi, ha la capacità di catalizzare tutta la protesta contro il decadente ceto politico neoliberista che si è saldato dentro le istituzioni del paese. E qui non si deve aver timore di non contribuire  a sabotare un qualcosa che può arrivare alla giugulare dei partiti della seconda repubblica.
Anzi, a questo punto rispunterebbe Mao, quello della rivoluzione culturale avversata proprio da Deng: nel mezzo della lotta intestina al Pcc, che era uno scontro tra differenti facce della società cinese, alla fine della prima metà degli anni ’60, quando ci furono le condizioni per far scattare l’indicazione: “bombardate il quartier generale”. La terribile saggezza del Grande Timoniere finisce infatti per avere l’ultima parola anche sul più intelligente revisionismo. Dietro l’immagine di Deng, rispunta così il volto di Mao. E così deve essere perchè, in Italia, una eventuale missione compiuta del gatto nei confronti del topo aprirebbe un caos tale, nella politica istituzionale, da rendere necessario uno sforzo politico di portata ben superiore rispetto ai suggerimenti dettati dal pragmatismo. Nel frattempo, senza ambiguità o senza snaturarsi oppure dissolversi fa bene seguire l’indicazione di Mao: “dobbiamo sostenere tutto ciò contro cui il nemico combatte, e combattere contro tutto ciò che il nemico sostiene”. C’è un vecchio terrore nella politica comunista: quello che vuole che il solo esercizio della tattica neghi la possibilità del distendersi della strategia. E’ invece nel migliore esercizio della tattica che  la strategia comincia sia a far sentire il peso delle proprie esigenze che a far intravedere la possibilità di un futuro. Che il gatto mangi quindi il topo, se ce la fa. E lunga vita alla memoria del compagno Mao.

Per Senza Soste, nique la police

domenica 28 ottobre 2012

Corteo No Inceneritori, un successo senza precedenti



Scendono in piazza a centinaia per ribadire il loro No all’inceneritore Terni Ena.

Il corteo No Inceneritori è partito alle ore 16.30 dal Piazzale della Rivoluzione Francese di Terni dando vita così, ad uno dei cortei più partecipati mai visti in città. Una manifestazione sentita da tutti i cittadini che in questi giorni hanno appoggiato il Comitato No Inceneritori Terni: dalle iniziative ai flash mob organizzati spontaneamente dai cittadini, dal Web alla grande manifestazione di oggi. “I tempi stringono”, fanno sapere dal Comitato, “da qui a poco l’inceneritore riprenderà la sua funzione, l’amministrazione comunale sa tutto il male che produce questo tipo di smaltimento ma non fa niente per salvaguardare i suoi cittadini. A quanto pare gli interessi dei privati valgono più della salute. Noi pensiamo che prima dei profitti ci sia la dignità, la salvaguardia dell’ambiente, della vita e il rispetto della volontà popolare”.

Adulti, bambini, giovani e meno giovani. I partecipanti al corteo riescono a rappresentare gran parte del tessuto sociale della città. “In un modo o nell’altro, tutti i partiti di questa città hanno voluto o avallato questo piano di gestione dei rifiuti. Per questo motivo ci teniamo ad essere un Comitato composto da liberi/e cittadini/e, senza secondi fini e senza chissà quale sotterfugio. Questa manifestazione rappresenta il momento collettivo in cui insieme potremo per un verso esigere maggiore trasparenza da parte di ACEA, a cui in questi giorni abbiamo recapitato una lettera in cui chiediamo dati chiari rispetto a ciò che brucerà nei prossimi anni e quali i profitti che farà grazie agli incentivi statali CIP6, e dall’altro imporre all’amministrazione un cambio decisivo di rotta: basta incenerimento, di qualunque tipo, nella conca ternana. Oggi abbiamo dimostrato di non essere una voce isolata, siamo tanti e determinati. Impossibile ignorarci dopo il successo di questa manifestazione.”

Il lungo e colorato fiume del popolo No inceneritore, armato della sola tenacia  partendo dalla stazione degli autobus si è snodato per le vie della città, attraversando tutto Corso Tacito fino ad arrivare sotto il Comune. Nel corso del tragitto tante le dimostrazioni di solidarietà dal resto della cittadinanza, tanti gli applausi delle persone affacciate alle finestre e molti passanti che si sono uniti al corteo.

Ma non finisce qui” -fanno sapere del comitato- “la lotta per la salvaguardia della salute e dell’ambiente nel nostro territorio è appena iniziata. Continueremo con la nostra mobilitazione, con incontri, dibattiti, monitorando e denunciando qualsiasi passo falso di Terni Ena e Comune, che vada ad aggravare ancora di più la nostra sempre più compromessa salute”. Danno appuntamento ad un presidio sotto la sede di ARIA spa (ACEA) perché ancora non è arrivata risposta alla lettera che oltre al Comitato No Inceneritori anche WWF e CittadinanzAttiva hanno inviato.
Ora la patata bollente passa nelle mani delle istituzioni, che dopo un’iniziativa del genere non possono di certo far finta di niente, ci si aspettano risposte certe e provvedimenti concreti.

Comitato No Inceneritori Terni  


                                                                                                                                                  

Verso il 27 ottobre, qualche riflessione sul 15 dello scorso anno

  
 Sebbene un po' schematico, è un punto di vista assolutamente legittimo. La lunga tradizione di quest* compagn*, dalle solide fondamenta leniniste e anti-staliniste (infatti, insieme a Trotsky e agli anarchici, furono i primi a denunciare l'inversione dei fini della Rivoluzione di Ottobre, operata da Stalin e dai suoi sgherri) garantisce che certi comportamenti di piazza non sono appannaggio di «minoranze estremiste e avventuriste», formula con cui si occulta il problema reale dell'impiego della forza (che facilmente sconfina nella violenza), ineludibile invece per chiunque voglia seriamente fuoriuscire da questo finalmente comatoso modo di produzione capitalistico. E' questa eccedenza (talvolta paradossalmente biasimata) che costituisce il motore della costruzione del comune!
cobasterni
 
 
La manifestazione del 15 ottobre '11 a Roma uno spaccato del malcontento e delle divisioni sociali. Il militarismo poliziesco trincera il "Centro" e a Piazza San Giovanni subisce il contrattacco della gioventù arrabbiata. Chi si indigna contro le banche e le cricche parlamentari, ma non si batte per rovesciare il regime borghese, lustra le scarpe al capitalismo tossico. Ricomporre l'unità del proletariato italiano europeo mondiale. Accelerare il collegamento e la cooperazione tra tutte le organizzazioni marxiste. Esigere nell'immediato l'aumento del salario, la riduzione dell'orario, il salario minimo garantito di 1.250 euro mensili intassabili per disoccupati sottopagati pensionati con assegni inferiori, l'abolizione dell'IVA sui generi di largo consumo, la cancellazione del debito pubblico. Guerra sociale e rivoluzionaria contro la guerra statale totale.
 
 
Quanto è avvenuto in pomeriggio [15 ottobre 2011] e sta avvenendo in serata a Roma nel corso della manifestazione contro la "dittatura della finanza" e per la "democrazia reale" merita una nostra immediata presa di posizione anche se i dati di cui disponiamo sono al momento quelli di cronaca.
 
 Un fiume di manifestanti invade Roma dal Sud e dal Nord
 
 La manifestazione, che si svolge a livello nazionale, è stata promossa dal "coordinamento 15 ottobre" e si ispira ai motivi che nella stessa giornata vengono agitati in centinaia e centinaia di città del mondo (1). I motivi si compendiano nel rifiuto dello "strozzinaggio finanziario" e nella richiesta di una "democrazia pulita" contro l'affarismo corrotto del personale politico di governo e di opposizione.
Nella capitale affluiscono decine e decine di migliaia di giovani e giovanissimi, da ogni parte d'Italia; di donne, di lavoratori, di studenti e ricercatori, di disoccupati e pensionati, di immigrati. Alle 14.30 P.za della Repubblica, punto di concentramento del corteo, è gremita di manifestanti (singoli o in gruppo); di formazioni centri sociali comitati territoriali; di antagonisti radicali, autonomi, pacifisti; di giovani a viso coperto e di giovani avvolti nel tricolore (2). Nella piazza si ritrovano, accomunate dalla volontà di protestare contro il governo le banche lo Stato, forze sociali e politiche alquanto differenti e tra di loro conflittuali. Il concentramento è già imponente quando continua ancora l'afflusso dei nuovi arrivati. Si parla di 200.000-300.000 manifestanti.
La piazza è uno spaccato del malcontento sociale e delle divisioni politiche. La massa dei manifestanti è mossa al suo interno da orientamenti eterogenei e non può esprimere che gli umori e i comportamenti propri di ogni spezzone o componente. Il corteo non può quindi avere alcuna unità di movimento né tanto meno una pratica comune.
 
 Il corteo si spacca nel punto di confluenza in direzione della "zona rossa"
 
 Il percorso del corteo concordato dal coordinamento col questore aveva per tragitto via Cavour - Fori Imperiali - Labicana - P.za San Giovanni. E doveva passare a debita distanza dalla cosiddetta "zona rossa"; cioè da Comune - Palazzo Chigi - Presidenza della Repubblica - Banca d'Italia (Palazzi del potere). Si sapeva che su questo tragitto non c'era accordo tra le maggiori forze partecipanti. L'area "democratica pacifista" mirava a condurre la manifestazione in modo festoso e a terminarla con un comizio finale a P.za San Giovanni per offrire una sponda anti-berlusconiana al "Pd" e compari. L'area "antagonista radicale" mirava invece a canalizzare la protesta verso la zona rossa e a manifestare contro i "Palazzi del potere". Il questore, che aveva collocato il grosso delle forze di polizia a protezione della zona rossa, temendo che l'ala antagonista del corteo prendesse questa direzione, sbarrava tutti gli accessi ai manifestanti per costringerli a seguire la testa del corteo in direzione del Colosseo e di P.za San Giovanni. Quindi il percorso previsto è un tragitto obbligato contro ogni possibile"deviazione".
Ma, come sempre avviene quando entrano in campo forze incontrollabili, gli schemi saltano. Appena il corteo si muove iniziano i primi dissidi e scontri interni tra manifestanti mascherati che intendono compiere azioni di forza e manifestanti contrari. In via Cavour gruppi di giovani rompono le vetrine di alcuni negozi e di qualche banca e danno fuoco ad alcune auto parcheggiate. I manifestanti contrari lanciano epiteti offensivi contro di loro e invocano l'intervento della polizia che procede ai primi arresti (3). Quando il corteo giunge in Largo Corrado Ricci l'ala antagonista cerca di forzare gli sbarramenti di polizia per tentare di raggiungere la "zona istituzionale". Tutte le vie laterali sono sbarrate e la zona si rivela impenetrabile. La polizia carica e spinge i manifestanti a seguire il corteo di testa per P.za San Giovanni. Il corteo si spacca e si frantuma in tanti pezzi. In via Labicana un troncone di decine di migliaia di manifestanti si dirige al Circo Massimo e poi a San Lorenzo. Quindi a circa metà del tragitto cambia l'assetto e la composizione del corteo.
 
 Un corteo così vasto ed eterogeneo non può darsi alcun servizio d'ordine
 
 La spaccatura del corteo se è esplosa con le cariche della polizia non è dipesa da queste cariche bensì dalla contrapposizione tra antagonisti e pacifisti. Non è che mancassero i servizi d'ordine. Ogni spezzone aveva il suo servizio d'ordine, che spesso è intervenuto per scacciare i giovani mascherati. Ma dietro ogni spezzone - più o meno organizzato - si interpongono migliaia di manifestanti senza alcun legame con quelli che li precedono e li seguono. Un corteo come questo del 15 ottobre non poteva avere, per la sua eterogeneità e ampiezza, alcun proprio servizio d'ordine; e i servizi d'ordine delle componenti organizzate non hanno potuto attuare alcun coordinamento. Quindi la forza complessiva dell'antagonismo, e in particolare la sua radicalità, non poteva essere controllata dall'interno; e peraltro le cariche della polizia hanno agito da moltiplicatore.
Per ciò che sta avvenendo in queste ore nessuno può fustigare i giovani, che hanno rotto vetrine, bruciato cassonetti o vetture lungo il percorso del corteo (anche se queste azioni non sono propedeutiche al processo rivoluzionario), in quanto espressioni di rivolta incontrollabile. Vanno per converso biasimati e condannati proprio quei manifestanti che hanno rampognato questi giovani al grido "vergogna vergogna", applaudendo poi alle cariche della polizia (4).
 
 La battaglia di P.za San Giovanni
 
Alle 16.30 comincia la fase più intensa e più dura di scontri. La parte del corteo che giunge in P.za San Giovanni viene attaccata da poliziotti carabinieri finanzieri. Le forze dell'ordine caricano e indietreggiano a replica pressando i manifestanti contro gli edifici. I manifestanti reagiscono alle cariche e contrattaccano coi cubetti del selciato (5). Un blindato dei carabinieri che ritarda a indietreggiare viene accerchiato e incendiato. I due militari che lo occupano vengono fatti uscire e mandati via.
Dopo l'incendio del blindato le forze dell'ordine impiegano gli idranti ed effettuano spaventosi caroselli in mezzo alla folla dei manifestanti. È tutta la piazza che insorge e che ha il sopravvento sulle forze dell'ordine. Alla battaglia partecipa non solo l'antagonismo radicale ma la gioventù rivoltosa italiana presente in gran numero (6). La calma torna in piazza alle 18.30; mentre gli scontri si prolungano in via Merulana per spegnersi alla Stazione Termini.
Terminiamo la cronaca della manifestazione col bilancio degli scontri. Al momento si contano più di 100 feriti ricoverati in ospedali, di cui una trentina agenti. Ci sono circa 20 fermati, in gran parte meridionali. La polizia ha imposto ai "pronto soccorso" di identificare i ricoverati. Ed ha avviato il setaccio attraverso schedari e immagini di "antagonisti" presenti e assenti. Passiamo ora a valutare il significato degli avvenimenti.
 
 Considerazioni conclusive
 
 Salvo ulteriori approfondimenti degli avvenimenti in corso possiamo trarre le seguenti considerazioni operative e insegnamenti.
1°) La manifestazione, risultato di svariate iniziative mobilitative, è per la sua ampiezza varietà estensione territoriale uno spaccato del malcontento sociale. È, altresì, nella sua componente "radicale" un indice di sviluppo della guerra sociale contro la guerra statale totale, in particolare contro le ultime misure banditesche prese dal governo a protezione delle banche. È, ancora, per il livello di scontro che ha dimostrato l'episodio politico più importante del 2011 (e della giornata sul piano internazionale).
2°) I giovani e giovanissimi "antagonisti", che si sono concentrati a Roma, e non solo loro, sono consapevoli non solo di "non aver futuro" (acquisizione questa raggiunta agli inizia degli anni novanta) bensì di avere un futuro di "schiavizzazione militarizzata". Essi interpretano l'antagonismo come lotta, combattimento, scontro armato; e pensano giustamente che senza raggiungere questo livello l'azione pratica non può avere alcuna incidenza sui rapporti sociali. Per cui manifestare contro la dittatura finanziaria ha senso solo se si colpiscono le banche, il potere, l'apparato di violenza statale; e la loro legalità.
3°) Il corteo è collassato perché era un miscuglio di opinioni e di pratiche eterogenee e, per gli aspetti sostanziali, contrapposte. Se esso non ha tenuto non ha tenuto perché la guerra tra le classi ha eliminato ogni possibilità di conciliazione; e perché la pratica dello scontro e delle azioni violente dissolve ogni ambivalenza.
4°) La battaglia di P.za San Giovanni è l'episodio per ora più grande di guerra di classe. Esso ha messo a nudo il dato di fatto che, nella complessità delle relazioni e dei rapporti sociali, i campi sono due: o si sta col proletariato, o si sta con la borghesia. E che le vie "intermedie" o "alternative" sono maschere del sistema esistente.
5°) Alla spaccatura di vetrine, incendi di vetture, scontri con le forze dell'ordine, hanno cooperato migliaia di manifestanti. Gli "incapucciati", i giovanissimi vogliono una prospettiva visibile altrimenti sfasciano tutto. Il potere ha paura delle nuove generazioni, paura che il loro spirito di rivolta si traduca in violenza rivoluzionaria e ne minacci le basi economiche e politiche (7).
6°) In conclusione il 15 ottobre romano non è un preludio di rivoluzione; è un momento elevato di guerra di classe nei confronti del governo e dello Stato, nonché di guerra civile nei confronti delle componenti pacifiste e legalitarie del movimento. Esso innalza dunque l'asticella del livello di organizzazione politica e del contenuto del programma rivoluzionario che bisogna approntare in questa fase.
Fuori i manifestanti fermati e arrestati!
Solidarietà ai manifestanti feriti!
Vigilanza contro lo scatenamento repressivo!
Abbasso i delatori!

 (1) Il 15 ottobre è una giornata di mobilitazione mondiale in quanto si sono svolte o sono in svolgimento in circa 800 città di 80 Stati manifestazioni contro l'indebitamento finanziario e le politiche di rigore da parte di disoccupati lavoratori indignati della "debit generation".
(2) Partecipano alla manifestazione i gruppi anarco-insurrezionalisti; i collettivi napoletani di "Insurgencia" e i "Disoccupati organizzati"; una frazione dei centri sociali romani, fiorentini, genovesi, milanesi; il movimento "Uniti per l'Alternativa" (di Landini e Casarini) che cerca di captare gli "indignati"; l'USB e i Cobas; più tanti altri gruppi e soggettività di orientamento marxista.
(3) Il primo assalto a una struttura commerciale scatta alle 14.35 allorquando una cinquantina di giovani fa irruzione nel supermercato "Elite" rifornendosi di viveri. Alle 16.15 gruppi mascherati di assaltatori fanno irruzione all'Agenzia delle Entrate e al Ministero della Difesa; nonché alla chiesa dei santi Marcellino e Pietro.
(4) Ancora più biasimevole e stigmatizzabile la reazione di quel manifestante anziano che prende a calci un ragazzo che in via Labicana ha assaltato l'agenzia interinale "Manpower"; e la cacciata dal corteo di quei ragazzi che nella stessa via hanno messo i piedi in una edicola di oggetti sacri.
(5) Nel contesto degli scontri un autocarro dei Cobas invita "i ragazzetti coi caschi a farla finita" e per dare l'esempio 200 manifestanti sfilano a mani alzate.
(6) Dalla scritta "Acab", impressa su automezzi e muri, che è la sigla dello slogan "tutti gli sbirri sono bastardi", si deduce la presenza degli "ultras" delle curve.
(7) La polizia aveva un quadro aggiornato delle varie formazioni antagoniste che sarebbero arrivate a Roma, ma non aveva adeguate cognizioni sul movimento dei giovanissimi. Ora cercherà di colmare la "sorpresa" con un avvitamento del controllo repressivo.
 
 
Milano ottobre 2011
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Edizione a cura di:
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it

CONSIDERAZIONI SU FORZA E VIOLENZA



Il saggio di Marco Bascetta che qui pubblichiamo è contenuto nel secondo numero della rivista “Outlet- per una critica dell’ideologia italiana”, in edicola con gli Altri…

Nel dibattito pubblico italiano il tema della violenza, quella politica o politicamente motivata, è andato incontro a un singolare destino: tanto più se ne evocava l’incombenza quanto meno trovava riscontro nella realtà dei fatti. Non vi è episodio, per quanto banale e insignificante, dalla scritta murale al lancio di uova e ortaggi, che i media e le forze politiche tutte non dichiarassero messaggero di un imminente ritorno del terrorismo, la bestia nera degli anni Settanta. L’assenza di una inclinazione significativamente violenta del conflitto sociale creava, per così dire, una sorta di disorientamento, di vuoto nel rapporto di potere tra governanti e governati, che i primi si sarebbero ingegnati a colmare con un notevole  sforzo di fantasia, talvolta assecondato dal narcisismo di parte dei movimenti.
Da tutti i pulpiti istituzionali si incitava ossessivamente a “non sottovalutare”, a “non abbassare la guardia” e dunque a oliare e accrescere gli strumenti di controllo e di repressione in attesa di un nemico che stava affilando i coltelli in un’oscurità tanto fitta da non vedersene nemmeno l’ombra. Qualche plico esplosivo di provenienza “informale” (il che la dice lunga sulla consistenza e stabilità strategica dei bombaroli postali) non cambia in alcun modo il quadro di una situazione di conflittualità sociale tenuta sostanzialmente entro solidi argini. Quanto alle parole che sarebbero diventate pallottole, neanche le menti più labili sono mai riuscite a prendere sul serio i truculenti proclami dei guerrieri padani e di altri commedianti di diverso orientamento.  Così, a una pedagogia di Stato che trasformava temperini in scimitarre e vetrine sfasciate e cassonetti incendiati nel reato di “saccheggio e devastazione”, con relative mostruose pene detentive, (povero Attila surclassato da tifosi e manifestanti turbolenti) si accompagnava una totale censura sulla questione della violenza in termini politici, storici, sociologici o filosofici. L’interrogazione stessa sulle cause della violenza veniva interpretata come una sostanziale complicità con chi la esercitava.
All’origine di tutto questo la guerra senza quartiere condotta negli anni Ottanta, a partire dagli Stati Uniti, contro le analisi sociologiche del crimine al grido di “non è la società, sono i criminali i soli responsabili del crimine”. Parola d’ordine che, transitando agevolmente dalla criminologia alla politica, si adattava perfettamente tanto alla tradizione puritana d’oltre Atlantico quanto alla crisi fiscale dello Stato e che avrebbe ispirato, dilagando per ogni dove, la teoria e la pratica della “tolleranza zero”, con un vasto dispiego di violenza poliziesca e giudiziaria, accompagnata dal massiccio taglio delle politiche sociali.
I bastoni, si sa, sono sempre inversamente proporzionali alle carote e assai meno dispendiosi. Quanto al pensiero di una dimensione politica della violenza che istituisca o destabilizzi assetti e rapporti di forza, che incida in qualche modo sulla trasformazione della società, qualunque tentativo di accostarsi anche prudentemente al tema veniva sdegnosamente respinto come un rigurgito del “secolo  del male”, il Novecento, sintomo di arretratezza  e di incomprensione della immensa forza trasformatrice della non violenza, da una parte, e con la sacralizzazione della legalità e l’insostituibilità dei principi liberisti dall’altra.
Questo clima di interdizione e di censura comincia, tuttavia, a mostrare qualche crepa. I grandi movimenti pacifici, di opinione o di lotta poco importa, non hanno avuto consistenti risultati da esibire nel primo decennio del nuovo secolo, fatta eccezione per qualche dote profetica di cui compiacersi, l’asimmetria crescente tra poteri forti e soggetti indeboliti non ha indotto alcun ripensamento, gli strumenti di ricatto e di controllo sulla forza lavoro precaria non si sono accresciuti e inaspriti e la violenza degli Stati e dei mercati non incontra più nessun argine. Si fa allora strada l’idea che questa vocazione giurata alla non violenza non sia concretamente in grado  di  contrastare l’arbitrio del potere e la sua arroganza, che l’asimmetria (come scelta non come circostanza storica) non sia propriamente una virtù. Molti indizi rivelano che l’autopercezione vittimaria, la reazione trattenuta, rinviata o delegata all’intervento di un potere salvifico, fosse anche il mito della società civile o la riscossa giudiziaria, finiscono coll’alimentare, nella forma classica del ressentiment, populismi, nazionalismi e politiche identitarie. L’idea della violenza combinata con quella della delega, posta alle origini dello Stato moderno, contiene in sé tutti i veleni rinunciatari e subalterni distillati dal risentimento. Il quale nella deriva autoritaria delle democrazie contemporanee si rivela assai più potente della paura o dell’insicurezza che la dottrina poneva alle origini del contratto sociale.
Ed è proprio a partire dalla rottura di questo contratto e dall’esaurirsi della sua secolare narrazione, che Luisa Muraro, ripropone coraggiosamente in un recentissimo saggio (Dio è violent, Nottetempo) il tema della violenza al dibattito pubblico. Il ritorno della guerra come arbitrio regolatore dei rapporti internazionali, lo svuotarsi di quella promessa di progresso che aveva determinato la tenuta del contratto sociale moderno e il numero crescente degli esclusi dai suoi benefici, legittimano i contraenti a revocare la propria adesione. E a questo punto, di fronte a un potere con cui si è reciso il filo della delega e della rappresentanza, che si è sottratto o ci ha escluso dal contratto sociale, non ha senso presentarsi spogli di ogni forza o privi della consapevolezza che ogni esercizio della forza non può non contemplare lo sconfinamento nella violenza.
Qualche istantanea tratta dal mondo della grande crisi può introdurci a un altro modo, forse ancora più radicale, di guardare alla fine del contratto sociale e all’ipocrisia dei continui appelli perché tutti “facciano la loro parte” nel salvare il Paese, l’Europa, l’euro o addirittura l’economia planetaria. Distinti signori che rovistano nei cassonetti, famiglie sfrattate accampate in automobile, malati condannati a morte da un tracollo finanziario, licenziati arrampicati per ogni dove nella speranza di rendere almeno visibile la propria sorte, artigiani e piccoli imprenditori  suicidi per debiti.
Sono i numerosi  fuoriusciti dal basso dal contratto sociale. Ma quelli che contano di più, e determinano a proprio arbitrio la vita di tutti, sono i fuoriusciti dall’alto: i fondi d’investimento, le élite finanziarie, i banchieri, i cosiddetti mercati, il cui millantato automatismo maschera soggetti e ideologie, cultura e volontà di potenza che scorazzano in piena libertà nello spazio e nel tempo dell’economia globale. Impongono condizioni e non scendono a patti con nessuno, non vi è regola che non abbiano dato a sé stessi, non vi è giurisdizione o governo in grado di intaccarne gli interessi e contrastarne lo strapotere e la pervasività. Gli armatori greci, seconda industria del Paese, 16 per cento della flotta mondiale, hanno garantita per legge la detassazione degli immensi profitti accumulati in acque globali e dispongono di formidabili armi di ricatto che non hanno mancato di agitare quando Syriza minacciava di vincere le elezioni e abolire il privilegio. Ma ad Atene sono i pensionati, i salariati, i disoccupati a dover “fare la propria parte”, quelli che “hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi”.
In breve, i poteri economici globali agiscono al di fuori da ogni contratto sociale o semplice compromesso, mentre il resto dell’umanità viene obbligato ad onorare il contratto stipulato, per via diretta o indiretta, pubblica o privata, con il capitale finanziario. Quanto più immateriali sono le fonti della rendita, tanto più materiali sono le condizioni imposte per garantirla. Ma perché mai un potere che agisce fuori dalla legge dei comuni mortali dovrebbe esserne protetto? Non dovrebbe forse essere la forza di una minaccia a determinare il rapporto tra gli esodati dal contratto sociale verso il basso e coloro che vi si sono sottratti dall’alto?
L’esclusione dalla comunità, dalla legalità e dalla sicurezza costituiva quella sorta di condanna a morte differita che, nell’antico diritto germanico, prendeva forma nella “messa al bando”e faceva del bandito la preda per eccellenza. Qui la sottrazione delle élite finanziarie al contratto sociale istituisce invece un potere predatore, che conserva tuttavia la prerogativa della sicurezza. La messa in questione di questa prerogativa è al centro di ogni ragionamento sulla violenza. Non si tratta di un impossibile ripristino del patto sociale, ma, al contrario, di rifiutare ogni obbedienza dovuta alla sua rappresentazione. Anche i messi al bando dallo stato sociale, i fuoriusciti dal basso, hanno tutte le ragioni di farsi “banditi” e tentare di raccogliere le forze per riappropriarsi della ricchezza sottratta. Da prede possono sempre farsi predatori. Chiamiamola pure  senza timore guerriglia di classe.
Gli ottimisti di epoca paleo liberale profetizzavano che gli affari avrebbero sostituito le guerre. Non è andata proprio così, anche se, all’apparenza, la guerra fredda è stata vinta con le armi della competizione economica (che comprendeva comunque diverse guerre guerreggiate nonché il cosiddetto equilibrio del terrore e i suoi costi spropositati), con un enorme dispiegamento di violenza, il cui risultato, fra altri, è il regno di Putin e un discreto numero di orrende Satrapie. Fatto sta che nel mondo contemporaneo nessuna distinzione è più possibile tra violenza economica e violenza fisica e politica, tra quale sia venuta prima e quale sia venuta dopo, quale il mezzo e quale il fine, questione che fu al centro della lontana polemica tra Engels e Duehring. Quest’ultimo sosteneva che all’origine della nostra storia vi è un atto violento di asservimento dal quale i rapporti economici sarebbero poi discesi (per spiegarcelo il professore ricorre a Robinson e Venerdì), mentre Engels sosteneva il contrario, e cioè che l’asservimento politico non era che una funzione strumentale dei rapporti economici che precedono come premessa e seguono come risultato l’esercizio della violenza. La quale non  ha svolto alcun ruolo nell’istituzione della proprietà privata. Mentre per Duehring la violenza si presentava dunque come un male assoluto ad esclusivo uso del potere e a fondamento di un ordine sociale iniquo (cosa che non pochi continuano a pensare), Engels si lasciava aperta la strada ad un uso rivoluzionario della violenza, chiamata a sovvertire quell’ordine iniquo, liberando quanto si era prodotto nel suo grembo.
Il fatto è che la violenza non è né un atto fondativo, né un mezzo, né la teleologica “levatrice della storia”( più intrigante sarebbe chiedersi se non sia ciò che tutti escludono e cioè un fine) ma una relazione  in buona misura indipendente dalla coscienza, dalla scelta e dalla definizione teorica dei soggetti che vi sono coinvolti. Se vogliamo è un linguaggio che, per il solo fatto di essere inteso anche da chi non lo vuole parlare, pur disponendo degli strumenti per farlo, determina profondamente l’instaurazione, la natura e l’intensità del rapporto. Un ambiente, insomma, entro cui è necessario orientarsi  e che non può essere cancellato con un atto di volontà. Il diritto stesso, con l’ammissione della legittima difesa, autorizza l’uso privato della violenza in un determinato contesto relazionale. E’ propriamente questo aspetto di relazione quello che la dottrina della non violenza non riesce a percepire e i corifei della legalità repressiva  si sforzano di occultare. Ed è ancora questa natura relazionale che ostacola, come numerose esperienze storiche testimoniano, quella ricerca di una giusta misura nell’impiego della forza/violenza a cui Muraro invita. In questo misconoscimento sta anche quella concezione identitaria cui dobbiamo l’ invenzione dei “violenti” per vocazione e le interpretazioni  più fantasiose del black bloc, un fenomeno radicato, non in una qualsivoglia dottrina o inclinazione, ma nella precarietà come forma di vita da cui consegue un vissuto “informale” della militanza.
La crisi mostra in altorilievo, nel cortocircuito immediato tra economia e violenza, la natura sopraffattrice dei rapporti sociali, e non più solo o essenzialmente per il dispositivo di sfruttamento che li sottende, ma per il governo diretto delle  vite che la violenza economica esercita e in cui lo sfruttamento si articola. Laddove il braccio repressivo dello Stato non ha alcun bisogno di intervenire. E il termine stesso “violenza” è bandito. Nessuno annovererebbe tra le morti violente, la morte di qualcuno privo o privato dei mezzi per farsi curare dalla perdita di un lavoro o di una polizza.  Nessuno ha mai fatto il conto di quante esistenze vengano quotidianamente annientate, con fredda cognizione di causa, per garantire la rendita dei capitali finanziari, i profitti dell’industria chimica o farmaceutica e perfino quelli della proprietà intellettuale. Si parlerà di iniquità, di ingiustizia, di inefficienza, perfino di reati, ma molto difficilmente di violenza. Se la narrazione del contratto sociale volge al termine, quella del contratto tra debitori e creditori gode di ottima salute e ne ha preso il posto come garanzia che il mondo civile non esca dai suoi cardini. L’indebitamento, in quanto servitù volontaria, è esentato da ogni riferimento alla violenza. Il tabù è decisivo, la distinzione irrinunciabile. Se infatti fossero identificate come violenza la privazione e lo strangolamento economico di soggetti deboli o indeboliti, di intere società, si riconoscerebbe una sorta di ius resistantiae, un diritto di opporsi con l’uso della forza agli atti che minacciano le nostre condizioni di esistenza. Lo sfrattato di Karlsruhe che ha accolto a fucilate il fabbro e l’ufficiale giudiziario troverebbe un suo posto nella storia della resistenza sociale, come lo ha trovato il ragazzo tunisino datosi alle fiamme, esasperato da un arbitrio di polizia, innescando con il suo gesto le rivolte arabe. Per questo il concetto stesso di violenza economica e l’idea che il potere del denaro possa costringere e assoggettare, come qualsiasi altra forma di violenza fisica, politica e non, devono essere banditi a ogni costo. Chi dovesse infrangere questo divieto sarebbe subito accusato di ideologia, di non riconoscere l’ “oggettività” delle leggi di mercato e infine di essere un nostalgico della novecentesca lotta di classe. E non è certo il caso di prendersela a male
E, tuttavia, l’inasprirsi della crisi ha cominciato a sdoganare il concetto di violenza economica e l’idea che ad essa potesse opporsi una violenza sociale che, almeno simbolicamente, ne aggredisse i dispositivi, i linguaggi, i dogmi. La Grecia è stata per un tempo interminabile teatro di scontri violenti e guerriglia urbana, i minatori spagnoli hanno catalizzato la rabbia dei cittadini di Madrid, le rivolte metropolitane si sono moltiplicate in Europa e in America, e in certi momenti gli uomini della City o di Wall Street hanno dovuto strisciare lungo i muri mimetizzati da anonimi cittadini. Ma di queste insorgenze c’è da dire che non hanno conseguito maggiori risultati dei grandi movimenti ispirati alla non violenza. Non sono state considerate una minaccia abbastanza seria da doverci venire a patti. Il campanello di allarme non ha suonato abbastanza forte e la catena di corruzione, condizionamenti e ricatti che dalle élite sovranazionali discende ai governi nazionali, fino al pallido spettro delle forze politiche e delle loro clientele (soprattutto quelle dell’Europa mediterranea) ha sostanzialmente tenuto.
Poteri grandi e piccoli si sentono relativamente al sicuro. E tuttavia il tabù è seriamente incrinato,  il contenuto di violenza insito nei rapporti sociali si è fatto sempre più evidente e l’esperienza dell’ingiustizia si è estesa a livello di massa, così come il suo rifiuto. Tanto impotente resta, però, una violenza senza forza, quanto una forza troppo trattenuta dal tabù della violenza, illusa di potersi sottrarre, nel suo autismo etico, alla relazione violenta che ci sta schiacciando, mentre dovremmo, invece, trovare l’efficacia necessaria per affrontarla. Se possibile, con misura. Altrimenti, dovremo farlo in ogni caso.


Con l’Europa che lotta I COBAS indicono lo sciopero generale il 14 novembre

Il governo Monti prosegue nella demolizione di redditi, servizi pubblici e Beni comuni, triturando implacabilmente salari e pensioni, scuola e sanità, posti di lavoro e diritti, giovani e precari. Come se non fosse bastata la manovra “salva-Italia” e il furto delle pensioni, la legge Fornero e la spending review, Monti colpisce ancora con la “legge di in-stabilità” che accelera l’ingresso dell’Italia nella “spirale greca” di tagli e recessione, a cui seguono altri tagli fino alla catastrofe. Tocca di nuovo alla scuola, alla sanità, al Pubblico impiego e ai servizi sociali fare da agnelli sacrificali, malgrado l’evidente inutilità dei sacrifici visto che il debito pubblico continua ad aumentare così come la disoccupazione, la chiusura delle fabbriche e i licenziamenti; mentre spread e interessi sui titoli di Stato proseguono il saccheggio delle casse pubbliche, già devastate da una corruzione istituzionale senza freni né pudori e dalla dilagante evasione fiscale. I contratti del PI, della scuola e della sanità, già fermi dal 2009, restano bloccati fino al 2014 senza neanche l’indennità di vacanza contrattuale; la spesa per la salute pubblica sarà ancora tagliata (tra i 600 e i 1500 milioni annui), l’IVA verrà aumentata di un altro punto. E, come schiaffo brutale alla scuola pubblica, il governo vorrebbe aumentare per legge di un terzo l’orario dei professori delle medie e delle superiori a parità di salario, cosa mai successa in Italia (né altrove) per nessuna categoria, cancellando altre decine di migliaia di posti di lavoro dopo che il governo Berlusconi ne aveva già eliminati 150 mila, con un’ulteriore espulsione in massa di precari, già derisi con il “concorsaccio”. E ora di dire basta!! E oltre ad invitare ad essere con noi in piazza il prossimo 27 ottobre nella manifestazione nazionale a Roma contro il governo, le sue politiche e i partiti che lo appoggiano, convocata dal Comitato No Monti Day, i COBAS raccolgono l’invito internazionale a protestare insieme all’Europa che lotta il 14 novembre prossimo, giorno di sciopero generale in Spagna, Portogallo e Grecia e di mobilitazione europea della CES. Dunque, i COBAS indicono per il 14 novembre lo sciopero generale dell’intera giornata per tutte le categorie, invitando a parteciparvi, oltre a tutti i lavoratori/trici, gli studenti, i disoccupati, i giovani senza lavoro e coloro che vogliono impedire al governo di continuare a colpire chi ha sempre pagato, salariati, pensionati, precari, disoccupati, settori popolari, piccolo lavoro "autonomo". Nulla pagano gli evasori fiscali, i grandi patrimoni, banche, gruppi finanziari e industriali, mentre le ruberie delle caste politiche raggiungono il parossismo. E' ora che la crisi sia pagata da chi l'ha provocata e che ha continuato ad arricchirsi anche in questi anni!
Scenderemo in piazza insieme all’Europa che lotta per dire NO al governo, alla distruzione di scuola, sanità e  servizi sociali, alla chiusura delle fabbriche, ai licenziamenti, alla cancellazione dei diritti del lavoro, al blocco dei contratti e degli scatti, all’aumento dell’orario per i docenti, al concorsaccio per i precari, alla deportazione degli insegnanti “inidonei”; SÌ a massicci investimenti nei Beni comuni e ambiente, all'assunzione dei precari, ad una politica economica pagata dalle finanze dei ricchi, dal taglio delle spese militari e dalla cancellazione delle missioni di guerra, dalla soppressione della corruzione e dei privilegi delle caste politiche e manageriali; NO all'Europa dei patti di stabilità, del Fiscal Compact, dell'austerità, dell'attacco alla democrazia, SÌ ad una democrazia vera nel paese e nei luoghi di lavoro.

Lettera aperta a Cisl scuola, Gilda, Snals e Uil scuola

Perché non anticipare sciopero e manifestazione al 14 novembre?
 
Come sapete, alcuni giorni fa vi abbiamo comunicato con una lettera di aver raccolto il vostro invito a scioperare nella scuola il 24 novembre, convocandolo anche noi e proponendovi un incontro per   trovare un accordo per un’unica manifestazione nazionale a Roma. Non abbiamo ricevuto risposte ma, ciò malgrado, vi scriviamo nuovamente facendoci carico della generale volontà di docenti ed Ata di avere a disposizione una giornata di sciopero e di manifestazione massimamente unitari in difesa della scuola pubblica e delle condizioni di lavoro dei suoi protagonisti. Vi abbiamo segnalato nella precedente lettera che la data scelta non ci sembrava proprio la migliore, sia perché essendo di sabato impedisce a tantissimi/e docenti di scioperare sia perché arriverebbe dopo l’approvazione della “legge di in-stabilità”alla Camera (voto finale il 15 o il 16 novembre). Pur tuttavia, aggiungevamo che non volevamo dividerci scegliendo una data diversa. Però nel frattempo sono successe tre cose rilevanti: 1) da tutte le scuole in agitazione (e sono moltissime) è venuta la stessa richiesta: “ottimo che 5 dei 6 sindacati più rilevanti della scuola convochino uno sciopero insieme, e anzi che ci si aggiunga anche la Cgil; ma anticipate la data e soprattutto non di sabato”; 2) a livello europeo i sindacati spagnoli, portoghesi e greci hanno deciso per il 14 novembre lo sciopero generale coordinato nei loro tre paesi contro le politiche liberiste che colpiscono la scuola come i salari, le pensioni e i servizi pubblici, i lavoratori/trici e i disoccupati; e la CES, riferimento europeo di Cisl e Uil come della Cgil, ha invitato i sindacati degli altri paesi a far confluire nella data del 14, se possibile, le azioni di lotta  già programmate; 3) sotto la pressione delle massicce proteste dei protagonisti della scuola e del timore di un grandioso sciopero che delegittimi il governo e soprattutto i partiti che lo sostengono (e che vanno verso le elezioni), il ministro Profumo sta annunciando la marcia indietro sulle 24 ore, che però deve essere concretizzata in Parlamento nei prossimi giorni e che comunque lascia aperti gli altri fronti di conflitto, dai contratti e scatti bloccati, ai precari e inidonei, fino (per quel che ci riguarda) alla legge Aprea-Ghizzoni.
E allora perché non raccogliere tutte queste spinte ed anticipare tutti insieme lo sciopero e la manifestazione nazionale al 14 novembre? Ci sembra la scelta che la categoria che sta lottando ci chiede di fare: e vorremmo farla insieme. Ci auguriamo di ricevere da voi una risposta ragionevolmente rapida e pubblica, visto che riguarda l’intero popolo della scuola. Vi diciamo fin d’ora, comunque, che nel caso non siate d’accordo per l’anticipo, noi manterremmo comunque il nostro impegno per il 24 anche se intendiamo dare la possibilità di scioperare anche a quei docenti ed Ata che non potranno farlo il 24, nonché a tutti i lavoratori/trici delle altre categorie che vorranno essere in piazza il 14 insieme all’Europa che lotta. E quindi vi reiteriamo la richiesta di incontrarci per arrivare, oltre che allo sciopero unitario, anche ad una manifestazione nazionale unica, con pari dignità. Perché sulla partecipazione agli scioperi si apre sempre un balletto di cifre con il MIUR, mentre i numeri delle manifestazioni non sono occultabili e incidono direttamente sul Parlamento, sul governo e sui partiti che lo sostengono, sui mass-media. E noi tutti insieme (invitando anche la Cgil ad aggiungersi) possiamo mettere in campo una manifestazione che potrebbe essere per la scuola la più grande del decennio. Restiamo in attesa di una vostra risposta.
 

Cambiano organi collegiali e assemblee le scuole avranno Statuto e Regolamento

Il Consiglio d'istituto diventa Consiglio dell'autonomia, viene ridimensionata la presenza dei docenti. Gli istituti potranno ricevere contributi da associazioni no-profit e fondazioni e dovranno dotarsi di un nucleo di autovalutazione

di SALVO INTRAVAIA

CAMBIANO gli organi collegiali delle scuole e le assemblee degli studenti, gli istituti dovranno dotarsi di uno Statuto e di un Regolamento e potranno ricevere contributi da fondazioni e associazioni no-profit. Ecco alcune delle novità introdotte dalla norma sull'autogoverno delle scuole, ex ddl Aprea, votata pochi giorni fa dalla commissione Cultura della Camera in sede legislativa. Ora il provvedimento passerà al Senato e potrebbe trasformarsi in legge in pochissime settimane.

La riforma degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche, vecchi di quasi quarant'anni, era ormai necessaria dopo l'ultimo ventennio di riforme che hanno modificato profondamente tutti i cicli scolastici e il governo delle scuole. Il provvedimento, dopo diverse modifiche nell'arco di quattro anni, è passato a stragrande maggioranza: 24 voti favorevoli, un astenuto e quattro contrari. E mentre il Pd e l'Associazione genitori scuole cattoliche difendono il testo varato ieri dalla Camera, gli studenti e la Gilda degli insegnanti lo bocciano senza appello.

Ma di cosa si tratta? Con le nuove "Norme per l'autogoverno delle istituzioni scolastiche statali", gli istituti dovranno dotarsi di uno Statuto e di un Regolamento che regolino tutta la vita scolastica. Più precisamente, "gli statuti regolano l'istituzione e la composizione degli organi interni, nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica. Per quanto attiene il funzionamento degli organi interni le istituzioni scolastiche adottano
i regolamenti". Così i vecchi organi collegiali cambieranno nome e fisionomia.

Il Consiglio d'istituto prenderà il nome di Consiglio dell'autonomia, sarà formato da genitori, insegnanti e studenti, nelle scuole superiori. Inoltre da un rappresentante del personale non docente, dal dirigente scolastico, dal Direttore dei servizi amministrativi e, se deliberato dai due terzi dei componenti, anche da un massimo di due rappresentanti esterni. In tutto, da nove a 13 membri. La componente docente viene fortemente ridimensionata e resa paritetica a quella dei genitori - o dei genitori più gli studenti, nelle scuole superiori. Attualmente è doppia rispetto a quella dei genitori.

Il Consiglio rimarrà in carica tre anni e, per la prima volta, si aprirà alle forze politiche, sociali e professionali del territorio. Di fatto, sarà il cuore organizzativo e gestionale della scuola: "Ha compiti di indirizzo generale dell'attività scolastica", recita il testo. E come, avveniva per il vecchio Consiglio d'istituto, sarà presieduto da un genitore. Il dirigente scolastico avrà il compito di "gestire le risorse umane, finanziarie e strumentali". E risponderà "dei risultati del servizio agli organismi istituzionalmente e statutariamente competenti".

Il Consiglio dei docenti prenderà invece il posto dell'attuale Collegio e continuerà - anche nelle eventuali articolazioni in dipartimenti e commissioni - a curare gli aspetti della didattica e della programmazione dell'azione educativa. I consigli di classe continueranno a svolgere le funzioni svolte finora. Mentre le assemblee studentesche alle superiori cambieranno pelle: saranno "le istituzioni scolastiche, nell'ambito dell'autonomia organizzativa e didattica riconosciuta dalla legge" a prevedere "forme di partecipazione alle attività della scuola degli studenti e delle famiglie, di cui garantiscono l'esercizio dei diritti di riunione, di associazione e di rappresentanza".

Una delle novità introdotte dal disegno di legge è l'obbligatorietà per le scuole di dotarsi di un Nucleo di autovalutazione "dell'efficienza, dell'efficacia e della qualità complessive del servizio scolastico" che redigerà annualmente un rapporto da rendere pubblico. Il nucleo - che avrà da cinque a sette membri - dovrà prevedere la presenza di almeno un insegnante, un genitore, uno studente (per le scuole superiori), un esperto esterno. Infine, il Consiglio dell'autonomia "promuove annualmente una conferenza di rendicontazione, aperta a tutte le componenti scolastiche ed ai rappresentanti degli enti locali e delle realtà sociali, economiche e culturali del territorio".

Per portare avanti le proprie attività, le scuole potranno avvalersi anche di contributi ricevuti da fondazioni, associazioni e organizzazioni no-profit. E verranno ridisegnati anche gli organismi collegiali a livello territoriale: il Cnpi (il Consiglio nazionale della pubblica istruzione) diventerà Consiglio nazionale delle autonomie scolastiche, mentre le regioni potranno "istituire la Conferenza regionale del sistema educativo, scolastico e formativo", determinandone "la composizione e la durata". La Conferenza svolgerà attività consultiva e di supporto sulle materie di competenza regionale.