ferie spettanti al personale docente ed Ata assunto a tempo determinato

lunedì 11 giugno 2018





 Oggetto:  ferie spettanti al personale docente ed Ata assunto a tempo determinato

In riferimento all'oggetto si rammenta quanto previsto dalla normativa vigente.
1. La legge 135/12 all'art. 5, comma 8 prevede che i giorni di ferie del personale statale debbano necessariamente essere fruiti in servizio e non possano essere retribuiti in nessun caso.
2. La legge 228/12, art. 1, comma 55 modifica il comma precedente prevedendo la retribuzione per il personale della scuola “limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie”.
Da quanto sopra si evince che i giorni di ferie del personale docente e Ata debbano essere fruiti nei giorni di sospensione dell'attività didattica con eccezione di quelli destinati “agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative” (Legge 228/12 art. 1 comma 54) ma vadano retribuiti in caso di impossibilità di fruizione.
Inoltre il Codice Civile all'art. 2109 prevede l'obbligo di comunicazione preventiva del periodo stabilito per il godimento delle ferie nel caso di giorni decisi dal datore di lavoro.
Pertanto ogni comunicazione successiva di periodi di ferie imposti al personale (sospensione dell'attività didattica a Natale, Pasqua, ecc.) è da ritenersi illegittima e in palese violazione dei diritti dei lavoratori.
Con la presente si invitano le SS.LL. ad agire nel rispetto della normativa vigente al fine di evitare l'apertura di contenziosi in merito.
Certi di aver contribuito a chiarire la questione in oggetto, porgiamo distinti saluti.






Gli obblighi dei docenti terminate le lezioni

giovedì 7 giugno 2018

Gli artt. 28 e 29 del CCNL/2007 definiscono puntualmente gli obblighi di lavoro del personale docente articolati in attività di insegnamento ed in attività funzionali all’insegnamento.
Quando le lezioni sono terminate l’attività obbligatoria di insegnamento (art. 28) non è più dovuta, per l’ovvia constatazione che mancano gli allievi a cui insegnare (l’art. 1256 del c.c. libera il docente da ogni obbligo).
Le attività funzionali all’insegnamento (art. 29) sono così suddivise: 40 ore annue per la partecipazione alle riunioni del collegio docenti e ulteriori 40 ore annue per la partecipazione ai consigli di classe, di interclasse, di intersezione.
I due tipi di impegni non possono essere sommati. Le ore non vanno confuse o considerate “intercambiabili”. Si fa dunque riferimento a 40+40 ore (distinte) e non ad 80.
A queste si aggiungono ovviamente le attività obbligatorie in riferimento agli scrutini ed esami, compresa la compilazione degli atti relativi alla valutazione (tali attività non sono ricomprese nelle 40+40 ore).
Ricordiamo che se il docente ha già raggiunto le 40 ore annue per la partecipazione alle riunioni del collegio docenti e sono previsti altriincontri, ha titolo o al pagamento delle ore aggiuntive o all’esonero dalla partecipazione.
Nel contratto non si rinviene obbligo alcuno a carico dei docenti quando le lezioni sono sospese (mese di giugno compreso), salvo che per la parte residua degli obblighi relativi alle attività collegiali, sopra citate, di cui all’art. 29 del contratto.
Le uniche prestazioni che possono essere richieste nel periodo di sospensione delle lezioni sono dunque le attività funzionali all’insegnamento relative a scrutini ed esami, riunioni di collegio docenti e consigli di classe, ma solo se programmate, cioè comprese nel piano approvato dal collegio a inizio d’anno, e nella quantità fissata dal CCNL/2007.
Il Piano annuale delle attività del personale docente viene adottato all’inizio dell’anno scolastico su proposta del dirigente e può essere aggiornato in corso d’anno sulla base delle esigenze che a mano a mano si presentano.
L’aggiornamento del Piano ed eventuali impegni aggiuntivi deve comunque coinvolgere il collegio docenti, organo rappresentativo di coloro che poi a quel Piano devono dare coerente attuazione
I docenti, dunque, nel periodo in cui non vi è lezione ed escludendo ciò che prevede il Piano delle attività non possono essere obbligati (neanche con un ordine di servizio):
·Alla presenza a scuola secondo il loro normale orario d’insegnamento;
·A recarsi tutte le mattine a scuola per firmare il registro delle presenze;
·Ad attività di riordino della biblioteca o altre attività normalmente “estranee” all’insegnamento;
·Ad adempiere a qualsiasi attività prevista in un “elenco” di impegni stilato autonomamente dal Dirigente e non previsto nel Piano delle attività.
Ciò vale per qualsiasi ordine di scuola a lezioni terminate.
L’unica eccezione è per i docenti di II grado non impegnati negli esami.
L'art. 11 dell'OM. n. 41 dell'11 maggio 2012 prescrive: “Il personale utilizzabile per le sostituzioni, con esclusione del personale con rapporto di lavoro di supplenza breve e saltuaria, deve rimanere a disposizione della scuola di servizio fino al 30 giugno, assicurando, comunque, la presenza in servizio nei giorni delle prove scritte..
“Rimanere a disposizione”non vuol dire però obbligo della presenza o della firma per tutti i giorni che vanno dal termine delle lezioni al 30/6. Non a caso il comma poi specifica “assicurando, comunque, la presenza in servizio nei giorni delle prove scritte”.
Ricordiamo inoltre a tutti i Dirigenti la Nota ministeriale prot. n. 1972 del 30 giugno 1980, che già all’epoca chiariva la questione: “Appare in contrasto con il sistema previsto dai Decreti Presidenziali 31 maggio 1974, numero 416 e 417, l’imposizione di obblighi di semplice presenza nella scuola che non siano dipendenti da iniziative programmate e attive e rispondenti a reali esigenze delle singole scuole. Si tratterebbe infatti di presenza permanente formale che, in tal caso, non terrebbe conto della peculiare caratteristica dell’istituzione scolastica, che si differenzia della prevalente attività (quella di insegnamento destinato agli alunni) prevista dal calendario scolastico.”
Gli stessi concetti sono stati ribaditi con successive note e sentenze. Tra queste ultime ricordiamo quella del Consiglio di Stato n. 173/1987 in cui si decretava: “…Né è ipotizzabile l’imposizione dell’obbligo della semplice presenza nella scuola indipendentemente dall’impegno in attività programmate, non trovando ciò corrispondenza nel sistema delineato dal D.P.R. n. 417/1974”.

NASpl, indennità di disoccupazione per i precari della scuola. Tutte le inf

lunedì 4 giugno 2018

Presso la sede Cobas scuola di Terni, in via del lanificio 19, si può contattare il PATRONATO CIA per chiarimenti e per le pratiche utili al conseguimento delle indennità. 

Vedere qui al link o telefonare al 328 6536553

La NASPI che cos’è
Si tratta di una prestazione economica, istituita dal 1° maggio 2015, che sostituisce l’indennità di disoccupazione denominata Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI). È una prestazione a domanda, erogata a favore dei lavoratori dipendenti che abbiano perduto involontariamente l’occupazione, per gli eventi di disoccupazione che si verificano dal 1° maggio 2015.

Chi può richiederla
Possono richiedere la disoccupazione NASpl i lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che abbiano perduto involontariamente l’occupazione, ivi compresi:
  • gli apprendisti;
  • i soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato;
  • il personale artistico con rapporto di lavoro subordinato;
  • i dipendenti a tempo determinato delle Pubbliche Amministrazioni (fra cui ovviamente, i supplenti)

I requisiti
La NASpI è riconosciuta ai lavoratori che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione e che presentino congiuntamente i seguenti requisiti:
siano in stato di disoccupazione; possano far valere, nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, almeno tredici settimane di contribuzione contro la disoccupazione; possano far valere trenta giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.
L’indennità NASpI è corrisposta mensilmente e per fruire dell’indennità i lavoratori aventi diritto devono, a pena di decadenza, presentare apposita domanda all’INPS, esclusivamente in via telematica, entro il termine di decadenza di 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Quanto dura
La NASpI viene corrisposta mensilmente per un massimo di 24 mesi ovvero per il numero delle settimane pari alla metà delle settimane contributive lavorate degli ultimi 4 anni; dal calcolo sono esclusi i periodi contributivi che hanno già dato luogo alle prestazioni di disoccupazione.

Domanda
La domanda per il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione NASpI deve essere presentata all’INPS, esclusivamente in via telematica, attraverso uno dei seguenti canali:
  1. WEB: servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN attraverso il portale dell’Istituto;
  2. Contact Center integrato INPS – INAIL: n. 803164 gratuito da rete fissa oppure n. 06164164 da rete mobile;
  3. Enti di Patronato: attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.
Inoltre, la domanda deve essere presentata entro il termine di decadenza di sessantotto giorni, che decorre:
  • dalla data di cessazione dell’ultimo rapporto di lavoro. Qualora nel corso dei sessantotto giorni si verifichi un evento di maternità indennizzabile, il termine rimane sospeso per un periodo pari alla durata dell’evento e riprende a decorrere al termine dello stesso per la parte residua. Nell’ipotesi in cui si verifichi un evento di malattia comune indennizzabile o di infortunio sul lavoro/malattia professionale indennizzabile dall’INAIL, insorto entro i sessanta giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro, il termine rimane sospeso per la durata dell’evento;
  • dalla data di cessazione del periodo di maternità indennizzato, quando questo sia insorto nel corso del rapporto di lavoro successivamente cessato;
  • dalla data di cessazione del periodo di malattia indennizzato o di infortunio/malattia professionale, quando questi siano insorti nel corso del rapporto di lavoro successivamente cessato;
  • dalla data di definizione della vertenza sindacale o dalla data di notifica della sentenza giudiziaria;
  • dalla data di fine del periodo corrispondente all’indennità di mancato preavviso ragguagliato a giornate;
  • dal trentesimo giorno successivo alla data di cessazione per licenziamento per giusta causa.

Importo dell’indennità
La misura della prestazione è quantificata, come riporta la circolare 94 del 12/5/2015,
  1. al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni, se questa è pari o inferiore ad un importo stabilito dalla legge e rivalutato annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT (per l’anno 2015 pari ad € 1.195,00);
  2. al 75% dell’importo stabilito (per l’anno 2015 pari ad € 1.195,00) sommato al 25% della differenza tra la retribuzione media mensile imponibile ed euro 1.195,00 (per l’anno 2015), se la retribuzione media mensile imponibile è superiore al suddetto importo stabilito.
L’importo della prestazione non può comunque superare un limite massimo individuato annualmente per legge. All’indennità mensile si applica una riduzione del 3% per ciascun mese, a partire dal primo giorno del quarto mese di fruizione (91° giorno di prestazione).

Decorrenza
L’indennità di disoccupazione NASpI spetta:
  • dall’ottavo giorno successivo alla data di cessazione del rapporto di lavoro, se la domanda viene presentata entro l’ottavo giorno;
  • dal giorno successivo a quello di presentazione della domanda, nel caso in cui questa sia presentata dopo l’ottavo giorno;
  • dall’ottavo giorno successivo al termine del periodo di maternità, malattia, infortunio sul lavoro/malattia professionale o preavviso, qualora la domanda sia presentata entro l’ottavo giorno; dal giorno successivo alla presentazione della domanda qualora sia presentata successivamente all’ottavo giorno ma comunque nei termini di legge;
  • dall’ottavo giorno successivo al licenziamento per giusta causa, qualora la domanda sia presentata entro l’ottavo giorno; dal giorno successivo a quello di presentazione della domanda, qualora sia presentata oltre l’ottavo giorno successivo al licenziamento.
L’eventuale rioccupazione nel corso degli otto giorni che seguono la cessazione non può dare luogo a sospensione della prestazione, ai sensi dell’art. 9 del D.lgs. n. 22 del 2015.

Arretrati scuola, tutte le cifre a seconda delle fasce di anzianità: dai 400 ai 600 euro netti

lunedì 28 maggio 2018

Lunedì 28 maggio, arriveranno gli arretrati derivanti dagli incrementi previsti dal nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (C.C.N.L.) per il periodo da gennaio 2016 a maggio 2018.
Si ricorda che l’effettiva disponibilità delle somme sui conti correnti può avvenire nell’arco dell’intera giornata, in relazione alle diverse modalità operative degli istituti bancari.
Per i tre mesi marzo/maggio 2018 ci saranno da 85 a 110 euro in più per ciascun mese, a seconda della fascia stipendiale. In pratica da 255 a 330 in più rispetto alle “vecchie” tabelle.
Si parla, come sempre, di cifre al lordo delle ritenute erariali che incidono, mediamente, per un terzo circa. Complessivamente gli arretrati netti potranno variare dai 400 ai 600 euro.
La tabella con tutte le cifre

Privacy: ogni scuola deve nominare Responsabile. Requisiti e corso di formazione di nove ore, nota Miur

venerdì 25 maggio 2018

– Il Miur ha emanato la nota 0000563 del 22 maggio 2018 per fornire prime indicazioni alle istituzioni scolastiche
per la nomina del Responsabile della protezione dei dati personali.
Ogni scuola deve avere un Responsabile della protezione dei dati personali
Ciascun istituto scolastico, in virtù della propria autonomia, deve dotarsi in via prioritaria del Responsabile della protezione dati personali. Tale figura, interna o esterna.
E’ consentito a più scuole di avvalersi di un unico Responsabile.
Requisiti
Si legge nella nota “tale figura deve essere connotata dai requisiti di autonomia e indipendenza, operare senza conflitto di interessi e possedere specifiche competenze in materia di trattamento dei dati personali”
Corso di formazione di 9 ore
Il MIUR provvederà a rendere accessibile entro la prossima settimana a tutto il personale scolastico il corso di formazione on line, della durata di nove ore, in questi giorni fruito dal personale del Ministero.
Nelle prossime settimane verrà, poi, definita l’organizzazione di un sistema di formazione a rete, prevedendo degli incontri formativi interregionali indirizzati in via prioritaria ai dirigenti scolastici e ai direttori dei servizi generali ed amministrativi (DSGA).
Infine, per supportare ulteriormente le istituzioni scolastiche, al fine di assicurare la creazione di un corretto sistema di protezione dei dati personali, sarà trasmesso nelle prossime settimane un modello standard di Registro delle attività di trattamento dei dati personali come previsto dall’articolo 30 del succitato Regolamento
Regolamento europeo privacy, in vigore dal 25 maggio. Alcuni punti chiave
Il 25 maggio p.v., com’è noto, entrerà in vigore il Regolamento europeo riguardante la protezione dei dati personali, al quale devono adeguarsi anche le scuole.
L’Anquap, in prossimità della scadenza, ha sintetizzato alcuni punti fondamentali del Regolamento, che riportiamo di seguito.
Il Regolamento:
  • disciplina la contitolarità del trattamento dei dati (art. 26) e impone ai titolari di definire specificamente (con un atto giuridicamente valido ai sensi del diritto nazionale) il rispettivo ambito di responsabilità e i compiti con particolare riguardo all’esercizio dei diritti degli interessati;
  • stabilisce più dettagliatamente (rispetto al Codice Privacy, di cui al d.lgs. 196/2003) le caratteristiche dell’atto con cui il titolare designa un responsabile del trattamento attribuendogli specifici compiti: deve trattarsi, infatti, di un contratto (o altro atto giuridico conforme al diritto nazionale) e deve disciplinare tassativamente almeno le materie riportate al paragrafo 3 dell’art. 28 al fine di dimostrare che il responsabile fornisce “garanzie sufficienti” quali, in particolare, la natura, durata e finalità del trattamento o dei trattamenti assegnati, e categorie di dati oggetto di trattamento, le misure tecniche e organizzative adeguate a consentire il rispetto delle istruzioni impartite dal titolare e, in via generale, delle disposizioni contenute nel regolamento;
  • consente la nomina di subresponsabili del trattamento da parte di un responsabile (art. 28, paragrafo 4), per specifiche attività di trattamento, nel rispetto degli stessi obblighi contrattuali che legano titolare e responsabile primario; quest’ultimo risponde dinanzi al titolare dell’inadempimento dell’eventuale sub-responsabile, anche ai fini del risarcimento di eventuali danni causati dal trattamento, salvo dimostri che l’evento dannoso “non gli è in alcun modo imputabile” (art. 82, paragrafo 1 e paragrafo 3);
  • prevede obblighi specifici in capo ai responsabili del trattamento, in quanto distinti da quelli pertinenti ai rispettivi titolari. Ciò riguarda, in particolare, la tenuta del registro dei trattamenti svolti (ex art. 30, paragrafo 2); l’adozione di idonee misure tecniche e organizzative per garantire la sicurezza dei trattamenti (ex art. 32 regolamento); la designazione di un RPD-DPO nei casi previsti dal regolamento o dal diritto nazionale (art. 37 del regolamento).
  • definisce caratteristiche soggettive e responsabilità di titolare e responsabile del trattamento negli stessi termini di cui alla direttiva 95/46/CE e, quindi, al Codice Privacy, d.lgs. 196/2003 attualmente in vigore.
  • non prevede espressamente la figura dell’“incaricato” del trattamento (ex art. 30 Codice Privacy), ma non ne esclude la presenza in quanto fa riferimento a “persone autorizzate al trattamento dei dati personali sotto l’autorità diretta del titolare o del responsabile” (art. 4, n. 10, del regolamento).
Indicazioni informali Miur
Il 18 maggio u.s., si è svolto un incontro al Miur, nel corso del quale l’Amministrazione ha comunicato ai sindacati che avrebbe emanato una nota al fine di fornire apposite indicazioni alle scuole. Pubblicazione ancora non avvenuta.
Nella nota (da pubblicare), secondo quanto riferito dalle OO.SS., l’amministrazione dovrebbe fornire indicazioni in merito a:
  • procedure di nomina dei RDP che saranno coordinate dagli Uffici Scolastici e porteranno alla designazione di un solo RPD per le scuole della stessa area territoriale;
  • percorso di formazione di dirigenti scolastici e direttori dei servizi (una piattaforma di formazione sarà disponibile tra un paio di settimane e sono previste iniziative in presenza con utilizzo dei fondi PON).
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Esame di terza media: NO ai docenti di religione cattolica

lunedì 21 maggio 2018

DISCRIMINAZIONE: 
un decreto legislativo del 2017 espone gli allievi a modalità diverse di valutazione
Per prima cosa chiariamo che la normativa di riferimento su questo tema è la seguente:
a. Decreto Legislativo numero 62/2017 (articolo 8 comma 2),
b. Decreto Ministeriale numero 741/2017 (articolo 4 comma 2)
c. Articolo 2 cc 3 e 6 del Decreto legislativo 13 aprile 2017, numero 62
d. Nota Ministeriale numero 1865/2017.
La riforma dell’Esame di Stato conclusivo del primo ciclo di studi, quello di terza media per intenderci, «apre» la Commissione d’esame alla presenza degli insegnanti di religione cattolica poiché in luogo dell’elenco delle materie oggetto d’esame, la normativa di riferimento cita solamente che detta commissione dev’essere composta da tutti i docenti del Consiglio di Classe, Consiglio cui partecipano anche i docenti di religione cattolica e quelli delle attività alternative per quanto attiene alla valutazione delle alunne e degli alunni che se ne avvalgono. Forse è bene ricordare che l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) non è materia obbligatoria, non è soggetta a esami e l’insegnante che se ne occupa non può influire con il suo voto nel determinare l’ammissione alla classe successiva. Nell’ambito del Consiglio di classe, l’insegnante di religione cattolica non esprime valutazioni ma solo giudizi motivati iscritti a verbale laddove il suo voto sia determinante nello scrutinio finale.
Obbligare le scuole a inserire il docente di Irc nella Commissione d’esame significa poi complicare l’organizzazione dei lavori della stessa, poiché bisognerà prendere in considerazione tutte le classi terze in cui l’Irc è impartito dal medesimo insegnante, spesso in più scuole, e cercare di trovare orari diversi per ogni attività della commissione. Ancora più complicato, se possibile, risulta garantire la presenza dell’insegnante dell’attività alternativa (a.a.) che, nella maggior parte dei casi, non è un docente della classe e si occupa dell’insegnamento di altra materia in altre classi. E fin qui abbiamo solo fatto cenno alle difficoltà organizzative che le scuole dovranno affrontare, senza far riferimento alle eventuali situazioni di illegittimità che potrebbero perfino compromettere l’esito stesso dell’esame.
Con questo provvedimento, anche nel contesto della scuola secondaria di primo grado, come già accade in quella di secondo grado con il sistema dei crediti, si va ad attribuire un peso differente alle opzioni scelte da chi non si avvale dell’insegnamento dell’Irc, poiché non vi è nessuna rappresentanza per chi sceglie lo studio assistito (opzione B) o la non-presenza a scuola (opzione D), opzioni che dovrebbero godere di pari dignità con l’attività didattica formativa (opzione A) scelta in alternativa all’Irc.Proprio per segnalare tutte queste difficoltà e disparità di trattamento, il Comitato nazionale «Scuola e Costituzione» ha inviato al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) la richiesta urgente di fare chiarezza sull’inserimento dei docenti di Irc nella Commissione d’esame. Docenti Irc commissari d’esame? è il titolo del documento cui anche il Consiglio della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia Fcei) ha aderito, unitamente a molte realtà nazionali e locali impegnate nella promozione della laicità delle istituzioni e in particolare della scuola.
Sottolineando che «l’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo – iniziato con il rinnovo del sistema concordatario – per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di ”materia obbligatoria” con diritto all’esonero», nel documento si ricorda che «solo con difficoltà sono state introdotte norme e istituti per rendere effettiva la nuova facoltatività con la formulazione delle quattro alternative fra cui la frequenza di una reale materia alternativa. Nessuna promozione è stata fatta per informare le famiglie su tali alternative sulle quali, anche per la difficoltà a superare certe prassi e il timore di esporre i figli a discriminazioni, sono state esercitate, in particolare nella scuola primaria, ben poche opzioni».
I firmatari «rivolgono pertanto al MIUR la richiesta urgente di chiarimenti indispensabili per insegnanti e famiglie di alunni e alunne in procinto di affrontare la prova del citato Esame:
– l’Irc sarà materia d’esame? Se non lo sarà, a qual fine la presenza del docente? L’eventuale presenza di un docente di a. a. non si configura come discriminante nei confronti di coloro che hanno scelto attività di studio o di ricerca individuali o la non presenza a scuola durante l’Irc?
– nella prova d’esame, a differenza di quanto avviene nelle operazioni di scrutinio, i voti sono soltanto numerici: è quindi prevedibile una valutazione numerica dell’Irc?
– il docente di R.C. nella votazione per promozione o bocciatura si comporta come previsto nel DPR 202/1990, ossia non vota se il suo voto fosse determinante?».
         A oggi il Miur non ha evidentemente ritenuto di dover intervenire per porre rimedio a quella che tutto può apparire tranne che una decisione assennata, e pertanto il documento termina con una più ampia proposta di riflessione: «denunciare l’incongruenza di tale nuova norma diventa un’occasione per riproporre la necessità di rivedere l’intera normativa concernente l’Irc e di riproporne la collocazione fuori dell’orario ordinario delle lezioni».

Erano i tempi del secondo governo Berlusconi, con ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. La legge 186 del 18 luglio 2003 diede il via all’assunzione in ruolo degli insegnanti di religione cattolica. Un esercito di 13.880 docenti scelti dal vescovo venne così assunto con contratto statale a tempo indeterminato. Uno schiaffo ai precari delle materie obbligatorie, un (ennesimo) schiaffo alla laicità della scuola. Nel 2011 lo Snadir, Sindacato degli insegnanti di religione, rivendicò per i suoi assistiti il diritto di essere nominati presidente di commissione per gli “esami di terza media”, ossia gli esami di Stato conclusivi del primo ciclo di istruzione. Possibilità forse mai messa in pratica: non c’è la fila per far domanda per un incarico privo di retribuzione aggiuntiva e da svolgere ad anno scolastico concluso. Più allettante, e in alcuni casi percorsa con successo, la strada di diventare preside: nel 2012 una sentenza del Tar Liguria aprì la strada al ruolo dirigenziale degli istituti scolastici anche agli insegnanti di religione, sacerdoti inclusi. Arriviamo all’ultima prodezza del nostro Stato clericale. Finora gli insegnanti col vangelo in mano contribuivano alla valutazione dei loro studenti senza voti numerici, con un generico giudizio. Erano esclusi dalla commissione d’esame. Il D.Lgs. 62/2017 ha scombinato le carte e conferito loro una sedia nella commissione esaminatrice di terza media.
Ci troviamo di fronte a una situazione surreale: il prossimo giugno un docente scelto dal vescovo giudicherà anche studenti i cui genitori hanno espressamente chiesto di tenerli alla larga dal suo insegnamento confessionale? Oppure si aprirà un balletto di insegnanti a seconda degli studenti da esaminare per l’esame di terza media? Dentro l’insegnante di religione, poi dentro quello di “alternativa”, poi fuori entrambi e commissione temporaneamente con un componente in meno se lo studente non ha seguito né l’una né l’altra materia?
L’Uaar ha più volte scritto alle scuole a agli uffici scolastici territoriali per arginare l’increscioso fenomeno della discriminazione infantile legata alla mancata attivazione delle attività didattiche alternative all’insegnamento della religione cattolica. Una piaga segnalata anche dalle organizzazioni che vigilano sul rispetto delle convenzioni internazionali per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che vede il nostro Paese messo sotto accusa in rapporti delle Nazioni Unite. L’ennesima tegola clericale rappresentata dagli insegnanti di religione cattolica nelle commissioni d’esame di terza media ha spinto ora l’Uaar a sottoscrivere un appello, condiviso da diverse realtà laiche, affinché il Miur ritorni sui suoi passi rettificando l’interpretazione del D.Lgs. 62/2017.
Il quadro è preoccupante. Al posto di una scuola pubblica inclusiva, laica e all’avanguardia si sta consolidando il modello scuola-parrocchia, sostenuto sia dal centro destra che dal centro sinistra, con un insegnamento «impartito in conformità della dottrina della Chiesa» che occupa ben due ore settimanali nell’età scolastica più vulnerabile, quella della scuola primaria. I relativi docenti, pagati dallo Stato ma scelti dai vescovi, stanno incrementando la capacità di controllo della vita della scuola della Repubblica. Si deve sventare questo recente colpo di mano sugli esami di terza media, senza abbassare la guardia su altri fronti, come quello dei finanziamenti pubblici alle scuole private paritarie e quello dell’alternanza scuola-lavoro affidata, guarda un po’, anche agli insegnanti di religione cattolica.


L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA PRESIDIO 18.05, ore 11 largo Villa Glori TERNI

giovedì 17 maggio 2018


L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA

PRESIDIO 18.05, ore 11 largo Villa Glori TERNI
Venerdì 18 maggio dalle ore 11:00 alle ore 13 presso largo Villa Glori a Terni  la Rete ternana contro la guerra organizza un presidio contro lo sperpero di risorse economiche, i contenuti e la retorica militare della festa dell’esercito, per una iniziativa che riteniamo un’inutile e preoccupante operazione di esaltazione retorica della guerra, in uno scenario internazionale preoccupante.
La retorica militare del 102° anniversario della “battaglia degli Altipiani”, esaltando la logistica e i trasporti di mezzi e soldati, nasconde che dietro i “trasporti” c’erano uomini. L’esaltazione della “battaglia degli Altipiani”, nasconde che fu un massacro con più di 230.500 morti. Un massacro voluto dalla volontà di potenza dei Governi e dagli interessi economici.

Una battaglia, quella degli altipiani che vide anche la barbara pratica della decimazione applicata dall’esercito italiano contro i fanti della “Brigata Catanzaro che, all’atto della mobilitazione del 24 maggio 1915 […], fu inviata in Friuli, dove fu inquadrata nella Terza Armata, la famosa “Armata del Carso”, agli ordini di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta. La decimazione avvenne come conseguenza di uno “sbandamento” della 4^ compagnia del 141^ reggimento, durante la battaglia sul monte Mosciagh nel maggio del 1916 sul fronte degli Altipiani di Asiago e Folgaria, dove la Brigata era stata trasferita per rafforzare la difesa contro la Strafexpedition austriaca. Lo sbandamento avvenne a seguito di «una azione di guerra senza esiti positivi causata anche dalla confusione generata da un improvviso temporale che fece disperdere i soldati nel bosco nei pressi del monte Mosciagh» (p. 9). Ma il codice penale militare prevedeva la punizione esemplare ed inflessibile – come preteso da Cadorna – dello sbandamento delle truppe in battaglia e pertanto «il colonnello Attilio Thermes […] ordinò l’esecuzione sommaria senza processo per un 1 sottotenente, 3 sergenti e 8 militari di truppa da estrarre a sorte nella ragione di 1 a 10» (p. 13), esecuzione che avvenne il 29 maggio 1916.”. G. Costantini, E. Stamboulis, Officina del macello. 1917 la decimazione della Brigata Catanzaro, Eris, Torino, 2014.

Oggi, considerando la gravità dell’attuale scenario internazionale, la Rete contro la guerra ternana invita i cittadini a partecipare al presidio pacifista per ribadire il senso dell'art. 11 della Costituzione “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e denuncia il pericolo di un coinvolgimento del nostro paese in azioni militari, anche attraverso l’uso delle basi NATO, disseminate nel nostro territorio e nei porti. Ribadiamo il nostro secco NO alle guerre imperialiste organizzate dalla NATO con la complicità dell'UE e chiamiamo i cittadini ad una battaglia politica contro l'austerità, contro i trattati europei e per l’uscita dell'Italia dalla Nato.

RETE CONTRO LA GUERRA TERNI- aderiscono:
 Centro sociale Germinal Cimarelli, Confederazione Cobas, USB, Potere al Popolo!, PCI, PRC, PCDL

Una proposta COBAS alle maestre/i diplomate magistrali Una accampata permanente a Montecitorio fino alla soluzione positiva della vertenza

mercoledì 16 maggio 2018


Fin dalla emanazione dell’inaudita e inaccettabile sentenza del Consiglio di Stato che1) la conservazione del posto in “ruolo” o nelle GAE per le maestre/i DM che vi si trovano; 2) la riapertura delle GAE per le altre maestre DM e per tutti/e i precari/e abilitati; 3) l’immissione immediata “in ruolo” per i precari/e con 3 anni di servizio. Questa piattaforma ha riscosso un vasto consenso tra le maestre/i DM ma anche tra gli altri precari/e che vi hanno visto  finalmente un programma di possibile unità generale. Purtroppo non altrettanto consenso ha ricevuto invece la seconda nostra proposta, altresì rilevante per vincere la vertenza: e cioè una procedura unitaria del movimento di lotta che, attraverso Assemblee provinciali/ regionali, producesse una Assemblea nazionale in grado di decidere una piattaforma unitaria e forme di lotta condivise. Per responsabilità di forze sindacali ma anche di un “gruppettarismo social” in cerca di protagonismo, si sono ingigantite differenze e divisioni, e non si è raggiunta quella sede decisionale unitaria che avrebbe evitato la frammentazione, la ripetitività e il calo di partecipazione delle varie iniziative.
intende annullare i diritti acquisiti dalle maestre/i DM (diplomate/i magistrali), i COBAS hanno sostenuto con la massima forza le decine di migliaia di docenti che, utilizzati/e per tanti anni a stipendi miserabili (in media 10 euro l’ora), si vorrebbe ora respingere nella precarietà più totale. Lo abbiamo fatto proponendo due elementi a nostro avviso fondamentali per il successo della lotta: una piattaforma che non dividesse ulteriormente il mondo del precariato, e una struttura decisionale unitaria del movimento di lotta. I punti programmatici da noi proposti sono stati:
Comunque, abbiamo sostenuto, promosso e organizzato le tre giornate di sciopero sulle quali si era registrata la maggior convergenza, l’8 gennaio, il 23 febbraio e il 23 marzo, mettendo a disposizione le nostre strutture organizzative, logistiche, pullman gratuiti, contatti con le questure, materiale tecnico e l’impegno assiduo di tanti/e nostri militanti. Non abbiamo chiesto nulla in cambio, né posto condizioni né cercato applausi e riconoscimenti. Ma proprio per questo ci sono sembrate ingenerose e offensive le esternazioni formulate da una parte – che ci auguriamo molto limitata – delle maestre DM nel “vademecum per lo sciopero del 23 maggio”, con frasi minacciose come la seguente “sindacati che non proclameranno lo sciopero saranno attaccati duramente dai DM e anche dai loro iscritti”. Che una divergenza su un singolo passaggio di una lotta che dura da cinque mesi diventi motivo di rottura e di scontro è già deprecabile: ma ancor peggio è che non si voglia neanche entrare nel merito di tale divergenza. Le maestre/i DM nell’arco di 4 mesi hanno sostenuto, unite o divise, 5 giorni di sciopero (oltre ai tre scioperi citati, altri due si sono svolti il 2 e 3 maggio). La ripetizione per la sesta volta della stessa modalità di lotta, per giunta mentre un nuovo governo è in faticosissima formazione e c’è un evidente vuoto di poteri, ci è sembrato un rischioso passo falso, tenendo conto del calo delle partecipazioni agli scioperi e alle manifestazioni nazionali, dovuto all’eccesso di ripetitività nelle modalità di conflitto.
Proprio sulla base di queste considerazioni, riteniamo che vada fatto un salto di qualità nelle forme di lotta e nella loro possibile incidenza nei confronti del governo in formazione che, a meno di clamorose sorprese (nel qual caso partirebbe comunque il "governo del presidente"), dovrebbe essere operativo a giugno: e vi proponiamo di decidere per qualcosa di ben altro impatto di un ennesimo giorno di sciopero, per qualcosa di duraturo, 24 ore su 24, costante, incalzante, “asfissiante” nei confronti dei parlamentari e del governo che verrà. Visto che le forze che dovrebbero comporre il nuovo governo nelle “chiacchiere elettorali” si sono espresse a favore di una soluzione positiva della vertenza, dobbiamo creare un evento che sbatta loro la cosa in faccia. In tal senso ci soccorre l'esempio di una splendida lotta che i COBAS aiutarono a far vincere: quella degli "inidonei/e" (docenti con gravi patologie impiegati in biblioteca o in progetti). Il contributo decisivo a tale vittoria, che evitò loro la "deportazione" nei ruoli ATA, fu l'accampata/presidio permanente che nel luglio-agosto 2012, essi/e, pur in condizioni fisiche mediamente disastrose, riuscirono a sostenere per tre settimane davanti a Montecitorio. Ogni giorno tutti i/le deputati/e dovevano sbattere il muso contro gli “inidonei”,  pur stremati dalle loro malattie, dal caldo e dalla fatica: e alla fine si vinse. Dunque, la proposta è questa: dal giorno dell'insediamento del nuovo governo (approvazione alle Camere), accampata permanente, 24 ore su 24 e fino alla vittoria, a Montecitorio. Se la proposta verrà accettata,  metteremo a disposizione i contatti con la questura per le autorizzazioni, un camper completamente attrezzato e una tenda da campo e tutta la logistica e sostegno pratico necessario, oltre a favorire il più possibile i contatti con i gruppi parlamentari. Ovviamente a giugno,  durante il periodo di lavoro delle maestre DM, bisognerà fare i turni, chiedere permessi, usare i giorni liberi, darsi il massimo ricambio, contando molto sulle maestre/i romane e delle sedi più vicine. Poi, se la partita a luglio dovesse essere ancora aperta, l'impegno riguarderà tutte/i alla pari.

Fermiamo la trasformazione della scuola in impresa

giovedì 10 maggio 2018

appello 9 maggio 2018


La scuola italiana ha bisogno di maggiori risorse per rendere sicuri gli edifici che
ospitano i nostri ragazzi, servizi più avanzati, per recuperare l’evasione che consegna tanti giovani alla marginalità, talora alla criminalità. La scuola italiana ha bisogno di un arricchimento dei programmi disciplinari, di una loro più avanzata e originale cooperazione, di nuovi rapporti tra docenti e alunni, nuove modalità di insegnamento, in grado di trasformare la classe in una comunità di studio e dialogo.
La scuola italiana ha bisogno diformare ragazze e ragazzi emotivamente e psicologicamente equilibrati, culturalmente ricchi, consapevoli dei problemi del Pianeta, muniti di sguardo critico sulla societàoggi inghiottita entro una bolla pubblicitaria. Ma chi decide il destino della nostra scuola è sordo a questi bisogni irrinunciabili del presente e del futuro. Impone ai nostri ragazzi – ad esempio con l’alternanza scuola-lavoro – un apprendistato per un lavoro che non troveranno, competenze per mansioni che saranno rese obsolete dall’innovazione tecnologica incessante.
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Ebbene, dal prossimo giugno maestri e docenti della scuola elementare e media dovranno certificare le competenze dei loro allievi, utilizzando i nuovi modelli nazionali predisposti dal Ministero dell’istruzione.
Per i ragazzini delle medie, la scheda di certificazione conterrà una parte dedicata a 8 «competenze europee» redatta dai loro insegnanti e una parte a cura dell’INVALSI. Per i bambini delle elementari, la scheda di certificazione riferita alle otto competenze europee, riguarda anche quella denominata «spirito di iniziativa e imprenditorialità», che in Italia è diventata semplicemente «spirito di iniziativa», pur mantenendo in nota il riferimento originario all’entrepreneurship, l’imprenditorialità. I consigli di classe delle varie scuole del Paese dovranno adoperarsi per «testare» la capacità di «realizzare progetti», essere «proattivi» in grado di «assumersi rischi», «assumersi le proprie responsabilità» fin da piccoli. 
Si stenta a credere, ma è proprio così: le istituzioni europee chiedono agli insegnanti di fare violenza ai nostri bambini, di plasmarli in una fase delicatissima della loro formazione emotiva e spirituale, incitandoli alla competizione, alla realizzazione di cose, all’intraprendenza «rischiosa».
Verrebbe da ridere di fronte all’enormità di tale pretesa. Ma essa fa parte ormai di una gabbia fittissima di imperativi a cui è sottoposta la scuola, diventata luogo di ubbidienza di comandi ministeriali.
Dopo anni di ciarle sull’autonomia, sulle libertà di scelta, su tutte le chimere della letteratura neoliberistica, appare evidente che la scuola è assoggettata a un progetto di centralismo neototalitario. 
Una pianificazione dall’alto mirata a sottrarre libertà agli insegnanti, obbligandoli a compiti subordinati ai miopi interessi del capitalismo attuale.
Passo dopo passo, la scuola cessa di essere il progetto educativo di una comunità nazionale per diventare il luogo dove si riproduce un solo tipo di individuo, l’uomo economico ossessionato da finalità produttive. Chiediamo a tutte le forze politiche, agli intellettuali, ai cittadini italiani ed europei di dire un no definitivo a questi ciechi legislatori, che vogliono trasformare la scuola in un gigantesco apprendistato senza anima e senza futuro.
Anna Angelucci, Rossella Latempa, Piero Bevilacqua, Alberto Asor Rosa, Salvatore Settis, Ilaria Agostini, Serge Latouche (Università Paris-Sud), Enzo Scandurra, Tomaso Montanari, Paolo Favilli, Tonino Perna, Ignazio Masulli, Lina Scalisi, John Dickie(Universiity College, London), Carlos J. Hernando Sanchez (Universidad de Valladolid), Adolfo Carrasco Martinez (Universidad de Valladolid), Francesco Benigno, Francesco Vigliarolo (Università di Buones Aires)Tiziana Drago, José Antonio Guillen Berrendero (Università Rey Juan Carlos, Madrid), Manfredi Merluzzi, Elisa Novi Chavarria, Lavinia Gazzé, Cinzia Recca , Carlo Bitossi, Stefania de Vincentis ,Giorgio Inglese, Marta Petrusewicz, Giorgio Nebbia, Luigi Vavalà, Cristina Lavinio, Armando Vitale, Lucinia Speciale, Giuseppe Aragno, Alberto Ziparo, Francesco Santopolo, Battista Sangineto, Piero Caprari, Giuseppe Saponaro, Franco Toscani, Franco Novelli, Velio Abati, Carla Maria Amici, Gregorio De Paola, Laura Marchetti, Francesco Trane, Fabio Bentivoglio, Franco Blandi, Amalia Collisani, Rossano Pazzagli, Ugo M. Olivieri, Giovanni Carosotti, Francesco Cioffi, Lidia Decandia, Andrea Battinelli, Alessandro Bianchi, Dario Bevilacqua, Robert Lumley, (University College London) Rafael J.Gallé Cejudo (Universidad de Càdiz), Massimo Baldacci, Luisa Marchini, Carlo Freccero.,Francesco Sylos Labini, Donatelo Santarone, Joseph John Viscomi (Center for European and Mediterranean Studies New York University)Piotr Laskowski (Istituto di scienze sociali, Università di Varsavia) Roberto Budini Gattai, Alfonso Gabardella

Esame di stato I e II grado: i presidenti di commissione, criteri e nodi da sciogliere. Le novità

– La composizione della commissione d’esame per la scuola Secondaria I grado viene stabilita nell’art.8 del Decreto legislativo n.62/2017, nel DM n.741/2017 e ribadita nella nota ministeriale n.1865/2017.
Una novità prevista per il corrente anno scolastico riguarda il Presidente della commissione d’esame che, fino allo scorso anno era nominato dall’Ufficio Scolastico Provinciale, mentre le nuove disposizioni prevedono che tale funzione debba essere svolta dal Dirigente scolastico della scuola.
Questa disposizione, indicata dalla citata normativa, come abbiamo segnalato nel nostro articolo, è stata causa di proteste soprattutto da parte dell’ANP (Associazione Nazionale dei Dirigenti scolastici) e questo ha determinato una modifica importante stabilita in un specifica nota ministeriale.
Analizziamo, quindi, i diversi aspetti della questione per arrivare a sottolineare quali sono le regole e i criteri definitivi per l’attribuzione dell’incarico di Presidente di commissione nell’esame di Stato della scuola Secondaria I grado.
Presidente commissione esame I grado
Fino allo scorso anno scolastico il Presidente della commissione d’esame della Secondaria I grado veniva nominato, nell’ambito della provincia, dall’Ufficio Scolastico Provinciale, tra le seguenti categorie:
  • Dirigenti scolastici degli Istituti Comprensivi
  • Docenti di ruolo incaricati come Dirigenti scolastici in scuola Secondaria I grado
  • Docenti di ruolo nella scuola Secondaria II grado, laureati e, possibilmente, con almeno cinque anni di servizio di ruolo ordinario, che preferibilmente insegnino in classi di collegamento o del biennio delle scuole anzidette
  • Docenti di ruolo nella scuola Secondaria I grado, diversa da quella dove sono chiamati a svolgere le funzioni di Presidente di commissione, non impegnati nell’insegnamento nelle terze classi, purché laureati e, possibilmente, con almeno cinque anni di servizio di ruolo ordinario
I Dirigenti scolastici e i docenti incaricati a svolgere la funzione di Presidente della commissione d’esame dovevano provenire da scuola diversa da quella in cui erano chiamati a svolgere le funzioni di Presidente.
Nel DM n.741/2017, riguardante l’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione, a conferma di quanto previsto nell’art.8 del Decreto legislativo n.62/2017, sono state fornite precise indicazioni relative alla composizione delle commissioni d’esame nella scuola Secondaria I grado.
Nell’art.4 del succitato DM n.741/2017 si precisa che “Presso ciascuna istituzione scolastica è costituita una commissione d’esame composta da tutti i docenti del Consiglio di classe in coerenza con quanto previsto dall’ articolo 2, commi 3 e 6, del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62
Per ogni istituzione scolastica statale, chiarisce il comma 3 dello stesso art.4, svolge le funzioni di Presidente della commissione il Dirigente scolastico preposto.
Si specifica, inoltre, nel comma 4, che in caso di assenza o impedimento o di reggenza di altra istituzione scolastica, svolge le funzioni di Presidente della commissione un docente collaboratore del Dirigente scolastico, individuato ai sensi dell’articolo 25, comma 5, del Decreto legislativo n.165/2001, appartenente al ruolo della scuola secondaria.
Questa disposizione automaticamente impedisce ai Dirigenti scolastici delle scuole Secondarie I grado di poter essere nominati Presidenti di commissione per gli esami di Stato della scuola Secondaria II grado.
Tale impedimento viene esplicitato nella nota ministeriale prot. n.4537 del 16 marzo 2018, relativa alla formazione delle commissioni di esame nella Secondaria II grado, dove, nel paragrafo 2.d.b. si precisa che
è preclusa la facoltà di presentare domanda in qualità di Presidente di commissione ai Dirigenti scolastici preposti a istituti comprensivi e scuole secondarie di primo grado, ai sensi dell’art. 8, comma 2, del d.lgs. n. 62 del 2017, in quanto già impegnati come Presidenti di commissione per gli esami di Stato conclusivi del primo ciclo, mentre è data facoltà di presentare istanza ai Dirigenti scolastici in servizio preposti esclusivamente ad istituti statali di istruzione primaria, provvisti di abilitazione all’insegnamento negli istituti di istruzione secondaria di secondo grado, come esplicitato nel paragrafo 2.c.b della succitata nota ministeriale.
Dirigenti scolastici I grado possono essere Presidenti di Commissione esame II grado?
Il divieto stabilito nella succitata normativa ha causato proteste da parte degli stessi Dirigenti scolastici, con interventi dell’ANP (Associazione Nazionale dei Dirigenti scolastici), che, come abbiamo evidenziato nel nostro articolo, ha richiesto al MIUR di “eliminare il divieto di nomina alla presidenza delle commissioni degli Esami di Stato del secondo ciclo per i dirigenti delle istituzioni scolastiche del primo ciclo
Tale richiesta è stata accolta dal MIUR che ha eliminato tale divieto e, come segnalatodalla nostra redazione, ha dato la possibilità ai Dirigenti scolastici delle scuole Secondarie I grado di presentare la domanda di partecipazione in qualità di Presidenti delle Commissioni degli esami di Stato nella scuola Secondaria II grado in modalità cartacea all’USR competente per territorio.
Nella specifica nota prot. n.6078/2018 si stabilisce, infatti, quanto segue:
“ [….] A seguito di un riesame della questione e tenuto conto dei quesiti pervenuti, l’Amministrazione ha ritenuto di poter consentire anche ai dirigenti scolastici del primo ciclo di istruzione, per il corrente anno scolastico, di presentare istanza di partecipazione come Presidente di Commissione per l’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione [….]”
I Dirigenti scolastici delle scuole Secondarie I grado, nominati quali Presidenti delle Commissioni degli esami di Stato nella scuola Secondaria II grado, dovranno, quindi, essere sostituiti negli esami conclusivi del primo ciclo di istruzione e saranno loro a dover garantire lo svolgimento degli esami di Stato del I grado nella propria istituzione scolastica  indicando il sostituto cui affidare la Presidenza della Commissione
Precisazioni
Precise indicazioni relative alla presentazione della domanda cartacea da parte dei Dirigenti scolastici della scuola Secondaria I grado e ai requisiti necessari per presentare domanda, sono state fornite nella succitata nota ministeriale n.6078/2018, avente come obiettivo quello di fornire precisazioni relative alla nomina dei Presidenti di commissione agli esami di Stato secondo ciclo. Nella succitata nota vengono esplicitati anche i requisiti che devono avere i docenti che saranno nominati come sostituti del Dirigente scolastico per svolgere la funzione di Presidente di commissione nell’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione
Requisiti richiesti ai DS del I grado per presiedere commissione esame II grado
 l Dirigente scolastico di un Istituto Comprensivo o di scuola Secondaria I grado può presentare istanza cartacea per svolgere la funzione di Presidente della commissione per l’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione, in presenza di specifiche condizioni:
  1. possesso dell’abilitazione all’insegnamento per la scuola Secondaria II grado
  2. dichiarazione con la quale garantisce il regolare svolgimento degli esami di Stato di primo ciclo nella scuola di titolarità o di reggenza, individuando un docente collaboratore che soddisfi tutte le condizioni richieste per svolgere l’incarico
oppure, in alternativa
  1. dichiarazione con la quale garantisce di poter concludere tutte le operazioni relative allo svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo nella scuola di titolarità o di reggenza prima dell’avvio delle procedure relative all’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione
Il Direttore generale dell’USR, chiarisce la nota del MIUR, non potrà nominare quale Presidente di commissione dell’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo il Dirigente scolastico preposto a istituti comprensivi e scuole secondarie di primo grado che non presenti tali dichiarazioni.
In ogni caso, si sottolinea che è fatto divieto di presiedere contemporaneamente due commissioni d’esame, anche se di diverso grado scolastico.
Requisiti del docente incaricato come sostituto del DS per presiedere commissione esame I grado
I requisiti necessari che deve possedere il docente individuato dal Dirigente scolastico come suo sostituto per svolgere la funzione di Presidente nella commissione d’esame dell’istituto scolastico di titolarità o di reggenza, sono i seguenti:
  1. essere docente di scuola Secondaria
  2. non essere docente di classe terza di scuola Secondaria di primo grado, perché già componente di diritto della commissione d’esame
  3. aver già svolto la funzione di Presidente di commissione per l’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione

Orizzonte Scuola, 7.5.2018

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