Öcalan, un quarto di secolo in prigione

martedì 27 febbraio 2024

 Raúl Zibechi

Nel febbraio di venticinque anni fa veniva sequestrato Abdullah Öcalan. Per dieci anni è stato l’unico prigioniero nel carcere di massima sicurezza dell’isola turca di İmralı, presidiata da mille soldati turchi. Dal 2011 al 2019 gli è stato impedito ogni contatto con i suoi avvocati. La crudeltà di chi detiene in potere in Turchia è motivata dal loro timore di chi resiste con dignità. Temono il popolo che rappresenta, la sua lotta per la libertà collettiva e temono le donne curde portatrici di memoria e di esperienza. La critica al patriarcato, su cui Öcalan ha molto scritto nei testi dedicati al “confederalismo democratico”, ha favorito i movimenti delle donne. Secondo Raúl Zibechi, quello che venticinque anni fa era un popolo poco noto oggi, insieme allo zapatismo, è la più grande speranza per i popoli del mondo, “una speranza ancorata a un’etica differente da quella degli oppressori e anche da quella dei rivoluzionari che lottano allo stesso modo contro il capitalismo…”

Foto di Gabriel McCallin su Unsplash

Questo 15 di febbraio si sono compiuti venticinque anni dal sequestro del leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan in Kenya e del suo trasferimento in Turchia dove è stato confinato a İmralı, una piccola isola nel Mar di Marmara. Il 4 Aprile compirà 75 anni.

Per dieci anni Öcalan è stato l’unico prigioniero nel carcere di massima sicurezza di İmralı, presidiata da mille soldati turchi. Come si segnala nel prologo del libro La libertà vincerà. Una breve biografia di Abdullah Öcalan pubblicata nel 2021, “l’isola di İmralı in questo modo è diventata un precursore del famigerato centro di detenzione di Guantanamo”. 1.

Nella prima decade del secolo Öcalan ha scritto testi e libri di storia, filosofia e scienze sociali che hanno rivoluzionato la politica curda, e ha teorizzato la proposta del “confederalismo democratico” come sistema politico non statale.

Da luglio 2011 gli è stato impedito ogni contatto con i suoi avvocati fino a maggio 2019, a seguito di un enorme sciopero della fame che chiedeva la fine del suo isolamento.

Tra gennaio 2013 e aprile 2015 ci sono state trattative tra Öcalan, il PKK e lo stato turco per raggiungere un accordo, trovare una soluzione alla questione curda e favorire un’uscita negoziata dal lungo conflitto. Ma nel 2015 si sono interrotti, la Turchia ha messo in atto una nuova ondata di violenza contro il popolo curdo e Öcalan è tornato ad essere completamente segregato.

Durante l’isolamento del suo leader, dall’8 novembre 2018 il popolo curdo ha intrapreso uno sciopero della fame iniziato da Leyla Güven, deputata del partito HDP che fu arrestata in violazione della sua immunità parlamentare e di un provvedimento giudiziario. Circa 250 prigionieri politici si sono uniti a lei in uno sciopero a tempo indeterminato, chiedendo la fine dell’isolamento di Öcalan. Allo sciopero della fame hanno partecipato in diversi modi 8.000 persone in tutto il mondo, inclusi prigionieri politici in tutta la Turchia e personalità della politica, accademici e attivisti in Europa, Regno Unito, America e Medio Oriente. Di fronte all’entità dello sciopero della fame, a gennaio 2019 è stata concessa una breve visita di Öcalan a suo fratello Mehmet, il primo contatto di qualsiasi tipo da settembre 2016, e a maggio il primo incontro con gli avvocati, che non vedeva dal 2011. Il 22 maggio 2019 Öcalan ha rilasciato una dichiarazione chiedendo di porre fine all’enorme sciopero della fame contro il suo isolamento.

Quando ci interroghiamo sulle ragioni che portino uno stato come quello turco a imporre una misura di isolamento tanto atroce e senza possibilità di comunicazioni con l’esterno, la riflessione ci porta alla nostra storia di popoli latinoamericani, per provare a trovarvi risposte. La storia ci riporta allo sterminio dei leader delle più grandi rivolte anticoloniali, Túpac Amaru e Túpac Katari, da parte degli spagnoli. Allora non si trattava solo di dare una lezione ai ribelli insorti nel 1780, ma di darla a tutti i popoli andini.

Il 14 novembre 1871 Túpac Katari fu squartato da quattro cavalli a Peñas, nel suo paese natale, davanti ad altri indigeni. Come monito misero la sua testa in Plaza Mayor de La Paz, la sua mano destra fu inviata ad Ayo Ayo e a Sica Sica, la mano sinistra ad Achacachi, fu Chulumani a ricevere la sua gamba destra e Caquiaviri ricevette la sinistra. Il tronco fu bruciato fino a ridurlo in cenere che fu sparsa al vento, perché non restasse più traccia di Túpac Katari e affinché nessun indigeno si ribellasse più all’oppressore.

Penso che dietro al sequestro e all’isolamento di Öcalan ci sia lo stesso obiettivo. Intimidire il popolo curdo e impedire che si arrivi a un accordo di pace. Come si legge nella sua biografia politica, “la prigionia continua di Abdullah Öcalan è diventata il simbolo di un Medio Oriente che affoga in tempi bui, e la sua liberazione è diventata il simbolo della libertà”.

In generale, la crudeltà degli oppressori è motivata dal loro timore di chi resiste con dignità. Temono i popoli che rappresentano, la loro volontà di persistere nella lotta per la libertà collettiva e temono le donne portatrici di memoria e di esperienza. Su questo punto, ampiamente sviluppato negli scritti di Öcalan, dobbiamo ricordare che il patriarcato è oggi fortemente messo in discussione della donne di tutto il mondo e che reagisce in maniera violenta proprio perché spaventato dal loro processo di emancipazione.

Dal suo isolamento nella prigione di İmralı, Öcalan è diventato una notevole personalità politica e intellettuale che è riuscita, nella seconda metà degli anni Novanta, a “liberarsi” dal pensiero dogmatico ereditato (in riferimento al marxismo-leninismo). In decine di libri Öcalan realizza una profonda autocritica del pensiero dogmatico, e apre la sua mente a nuove idee tra cui spicca il confederalismo democratico. La sua critica al patriarcato ha dato impulso anche al pensiero femminista curdo, la Jineology, sviluppato dalle donne del movimento.

Come evidenzia la sua biografia, il confino di Öcalan e la tenacia del popolo curdo hanno contribuito a diffondere le caratteristiche di un movimento che venticinque anni fa era poco conosciuto e che oggi rappresenta, insieme allo zapatismo, la più grande speranza per i popoli del mondo. Una speranza ancorata a un’etica differente da quella degli oppressori e anche da quella dei rivoluzionari che lottano allo stesso modo contro il capitalismo. Come afferma questa frase di La libertà vincerà: “Non hanno trattato la loro prigionia per mano di alcune potenze occupanti come una fonte di risentimento, ma, al contrario, l’hanno usata per dimostrare che l’unica via d’uscita dal pantano esistente è la solidarietà e la libertà delle donne e dei popoli; la libertà dell’uno è contemporaneamente la libertà dell’altro”.


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