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NO AL REFERENDUM

martedì 3 marzo 2026 · Posted in ,

 I COBAS SCUOLA PER IL NO AL REFERENDUM

Negli ultimi 5 anni solo lo 0,82% dei Pubblici Ministeri sono passati alla funzione giudicante e addirittura solo lo 0,2% di giudici sono diventati PM! Già la riforma Cartabia del 2022 ha ridotto a uno solo passaggio possibile da una funzione all’altra entro i primi 10 anni. Per cui, la separazione delle carriere di fatto c’è già e il divieto assoluto di passaggio riguarderà un numero esiguo di magistrate/i e non influirà minimamente sui problemi strutturali della giustizia: la lentezza dei processi penali e civili, la carenza di risorse e organici, il sovraffollamento delle carceri, in cui sono detenuti soprattutto coloro che non hanno le risorse economiche per difendersi (migranti, tossicodipendenti..). Né tantomeno renderà più equa la giustizia!

  • Il cuore nascosto della riforma è la scissione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, e il sistema del sorteggio. Le/i magistrate/i non potranno più eleggere i loro rappresentanti nel CSM, cioè il loro organo di autogoverno che ne deve gestire la carriera. Un effettivo autogoverno della magistratura è indispensabile per garantirne l’indipendenza. Ma con la riforma i due terzi dei membri dei due CSM non saranno più eletti, ma scelti per sorteggio!

  • L’assurdità di tale meccanismo svela l’obiettivo politico del governo, più volte dichiarato da Nordio e Meloni: colpire la Magistratura spaccando il CSM in due organi, di fatto più deboli e delegittimati, per arginare quella che il governo considera l’ingerenza dei giudici nella sfera della politica, cioè le sentenze non gradite a tutela dei lavoratori, dei migranti, della libertà di espressione del dissenso o quelle di condanna dei politici.

  • Il potere di decidere sugli illeciti disciplinari viene sottratto al CSM e affidato ad una nuova Alta Corte disciplinare, i cui membri – salvo i 3 nominati dal PdR – sono anch’essi scelti tramite sorteggio. La riforma delega alla legge ordinaria la ridefinizione degli illeciti disciplinari, delle relative sanzioni e del procedimento disciplinare. Se vincessero i SÌ aumenterebbero i rischi di una legge di carattere punitivo nei confronti delle/i magistrate/i e l’Alta Corte potrebbe diventare a tutti gli effetti un tribunale speciale, come paventato dall’Associazione Nazionale Magistrati!

La riforma si colloca in un disegno politico internazionale di costruzione anche in Italia di una Democrazia autoritaria o Democraturain cui la democrazia si riduce alle votazioni ogni 5 anni e il Governo opera senza contrappesi ed equilibrio nella divisione dei poteri. Da decenni governi sia di centro sinistra che di destra hanno già concentrato il potere legislativo nelle mani dell’esecutivo Il Premierato rafforza ulteriormente la personalizzazione del potere politico, aumentando a dismisura i poteri del Presidente del Consiglio e riducendo drasticamente quelli del Parlamento e del PdR. L’Autonomia differenziata – introdotta dalla sciagurata riforma del titolo V del centro sinistra nel 2001- con la competenza legislativa esclusiva delle Regioni in 23 materie aumenta a dismisura il potere personale dei c.d. governatori. In tale quadro, la riforma costituzionale della Magistratura punta non solo a ridurre il controllo di legalità sull’operato dei politici, ma anche ad un esercizio della funzione giurisdizionale in linea con il disegno politico del governo.

In conclusione, il referendum non riguarda solo i magistrati, ma tutti/e: anche i diritti sociali saranno valutati da magistrati spinti ad operare secondo i desiderata del governo di turno. Sia in campo civile che penale i diritti devono esser giudicati da magistrati indipendenti dal potere politico!

PER TUTTI QUESTI MOTIVI INVITIAMO A VOTARE NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE SULL’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA E SULLA DEMOCRAZIA!

Cobas scuola Torino, Padova, Venezia, Milano, Genova, Bologna, Lucca, Grosseto, Arezzo, Cagliari, Ancona, Macerata, Terni, Perugia, Viterbo, Bari, Lecce, Taranto, Palermo, Catania, Siracusa, Trapani.


DIFENDIAMO LA SCUOLA DELLA COSTITUZIONE: COME AGIRE NEGLI ORGANI COLLEGIALI

COME DIFENDERE LA SCUOLA DELLA COSTITUZIONE

LE OPZIONI DI MINORANZA A TUTELA DELLA LIBERTA' DI INSEGNAMENTO

Quando è stato scritto l’art. 33 della Costituzione “L’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento”, era chiarissimo il ruolo decisivo che la scuola aveva avuto nella fascistizzazione della società italiana; con questo articolo non si consegnava un’individuale libertà al/la docente come lavoratore/trice, ma si poneva il pluralismo e la libertà di insegnamento a garanzia della democrazia di un’intera società: principale obiettivo e responsabilità del/la docente. 

Che fine ha fatto oggi la libertà di insegnamento? Certo non è stata abolita per legge (né sarebbe possibile, visto che è inscritta nella Costituzione) e nemmeno si sta tornando al libro unico di epoca fascista, ma è indubbio che da diversi anni stiamo assistendo ad un’omologazione decisa e voluta dall’alto che è calata sul mondo della scuola sotto la spinta del pensiero unico neoliberista; essa non è stata sostenuta da provvedimenti normativi stringenti, ma è stata implementata da pressioni forti e costanti che hanno trasformato giorno dopo giorno l’azione didattica e le finalità della scuola pubblica.

MA COSA SUCCEDE DALL’A.S. 2023/2024

Dall’a.s. 2023/2024 però – con i soldi del PNRR – molte novità rischiano di accelerare gli effetti di queste pressioni e modificare profondamente l’assetto della nostra Scuola pubblica.

Oltre all’intromissione di Tutor e Orientatore [d.m. n. 63/2005] nelle classi III, IV e V di ogni istituto di istruzione secondaria superiore, in tutti gli ordini e gradi di scuola – oltre a quanto già previsto dall’art. 1, comma 124, della l. n. 107/2015 – dovranno essere avviate le attività di formazione obbligatoria “in servizio”,“deliberate dal collegio dei docenti” [art. 36, commi 1 e 3 e art. 44, comma 4, CCNL 2023] previste dalle leggi n. 79 e n. 142 del 2022, per la realizzazione delle figure del “docente incentivato” e del “docente stabilmente incentivato”. Formazione quest’ultima obbligatoria per i/le neoassunti/e e facoltativa per chi è già di ruolo.

Collegio docenti e Consiglio d’istituto saranno quindi chiamati a deliberare sia le attività della formazione sia per individuare “le figure necessarie ai bisogni di innovazione previsti nel PTOF, nel RAV e nel PdM” [art. 16-ter, d.lgs. n. 59/2017 come modificato dalla l. n. 142/2022].

Insieme a queste delibere bisognerà avviare la contrattazione d’istituto tra DS e RSU per definire “i criteri generali di ripartizione delle risorse per la formazione del personale nel rispetto degli obiettivi e delle finalità definiti a livello nazionale con il Piano nazionale di formazione dei docenti” “i criteri di utilizzo delle risorse finanziarie e la determinazione della misura dei compensi di cui al decreto del MIM n. 63 del 5 aprile 2023” [art. 30, comma 4, lett. c7) e c11) del CCNL 2023], cioè la parte dei compensi relativa al PNRR per “docenti tutor”e ”docente orientatore”.

Attraverso le ingentissime risorse del PNRR, con una strategia che ancora una volta si può avvalere della fattiva collaborazione dei dirigenti scolastici – “protagonisti del nuovo” [Gui] – e dei loro staff [basta leggere i compensi cui possono ambire], vengono introdotte profondi cambiamenti che non si fanno assolutamente carico delle urgenze che quotidianamente viviamo nella Scuola [classi sovraffollate, carenze edilizie, mancanza di fondi per svolgere attività di recupero, ecc.], anzi le aggravano poiché le risorse vengono destinate principalmente alla nuova tumultuosa emergenza “innovazionista” rappresentata dalla “digitalizzazione” [ben 2,1 miliardi fino al 2026 che si aggiungono ai circa 2 miliardi spesi dal 2007 al 2019 anche col PNSD, senza contare il centinaio di milioni investito durante l’emergenza COVID-19] e dalla nascita dal nulla di nuovi compiti e figure per il personale docente di cui non si sentiva alcun bisogno: tutor e orientatore, “docente incentivato” e “docente stabilmente incentivato”.

Figure queste ultime che minano l’unità del collegio docenti incentivando la logica della competitività, in un ambiente che invece richiede forme di collaborazione e continuo confronto. Tutor che minano la libertà di insegnamento e di valutazione, intromettendosi nel rapporto con gli alunni; delegittimano il ruolo dei consigli di classe esautorandoli dai compiti affidati dal Testo Unico; mutano il ruolo dell’insegnante, trasformandolo in orientatore, certificatore di competenze, “psicologo”, consigliere delle famiglie, ecc.; per di più con incarichi sottopagati che svalutano ulteriormente la nostra professionalità e mostrano la misera considerazione che al Ministero hanno del nostro ruolo. E mutano anche il ruolo della scuola trasformandola sempre più in luogo di accudimento e babysitteraggio.

Per altro, non convince l’idea di una Scuola che abbia come principale scopo il presunto orientamento verso future professioni che si modificano in modi e a velocità imprevedibili.

LA SCUOLA TRA DIGITALIZZAZIONE E MERCATO DEL LAVORO

Le risorse del PNRR incentivano un’idea di Scuola il cui orizzonte è quel tecno-ottimismo [mai effettivamente dibattuto all’interno delle nostre scuole] che già tanti danni ha prodotto nei sistemi scolastici dei paesi industrializzati. Tanto che, la stessa OCSE è costretta ad ammettere che – ancor prima della pandemia – i risultati in comprensione del testo scritto, in matematica e scienze erano in regressione negli ultimi anni e addirittura che:

“ • Le risorse investite nelle TIC per l’istruzione non sono collegate al miglioramento dei risultati degli studenti in lettura, matematica o scienze.

• Nei paesi in cui è meno abituale per gli studenti utilizzare Internet a scuola per i compiti, le prestazioni degli studenti nella lettura sono migliorate più rapidamente, rispetto ai paesi in cui tale uso è, in media, più frequente.

• Nel complesso, la relazione tra l’uso del computer a scuola e il rendimento è illustrata graficamente da una forma a collina, che suggerisce che un uso limitato dei computer a scuola può essere preferibile al non utilizzo, ma che livelli di utilizzo del computer superiori all’attuale media OCSE sono associati con risultati significativamente inferiori”.

E sempre l’OCSE sottolinea che: “Mentre gli investimenti in hardware, software e connettività sembrano aumentare con le risorse spese per l’istruzione, è anche chiaro che questi investimenti competono per le risorse con altre priorità”.

Risultati e dati confermati anche dalle specifiche ricerche effettuate in Italia da Ranieri, Gui e Salmieri che hanno posto in risalto due tipi di limiti della digitalizzazione per l’educazione:

1. limiti di tipo cognitivo: l’utilizzo del digitale nella vita quotidiana presenta per molti utenti un rischio di iperstimolazione, i cui effetti problematici si registrano a livello di abilità e prestazioni cognitive, ma anche di benessere soggettivo;

2. limiti di tipo sociale: un uso sostitutivo della relazione mediata apre il rischio di una perdita di profondità, sia nella comprensione reciproca sia nella comprensione dei concetti.

Inoltre, anche un documento approvato dalla VII Commissione permanente Istruzione del Senato il 9.6.2021 afferma che: “Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri.”

IL PIANO SCUOLA 4.0 

L’elaborazione dei progetti è stata vincolata a tempi ristrettissimi che hanno di fatto escluso la piena partecipazione della comunità scolastica e da un rigido format elaborato secondo un’ottica economicista ed efficientista che poco ha a che vedere con la Scuola e l’Istruzione. Progetti spesso elaborati nelle segrete stanze e poi frettolosamente approvati da Collegi docenti e Consigli d’istituto non sempre informati e consapevoli.

I finanziamenti legati al PNRR, che transitano dalle scuole per poi arricchire i già miliardari profitti dei colossi informatici [che spesso neanche pagano le giuste tasse], sono in grandissima parte soldi già nostri [il bilancio UE è alimentato dai trasferimenti degli Stati membri] che ci vengono prestati ricattandoci per introdurre riforme e realizzare progetti decisi a livello europeo da organismi economici [in primis l’OCSE]. 122,6 miliardi dei 191,5 previsti per l’Italia dovranno essere restituiti con gli interessi con un incremento del nostro debito pubblico che lascia presagire futuri tagli a beni e servizi.

Per finire, condividiamo le accorate conclusioni di un recente saggio di A. Angelucci e G. Barracco [I mezzi determinano i fini. Sul rapporto tra infrastruttura digitale e scuola – 2022]: “Davanti ai risultati mai pervenuti della cosiddetta rivoluzione digitale della scuola – che millenaristicamente viene evocata dalla fine degli anni Ottanta – e davanti ai risultati chiari che suggeriscono una relazione tra crollo delle facoltà degli studenti (memoria, attenzione, concentrazione, precisione, capacità di strutturare il pensiero e di dargli forma in una sintassi articolata e circostanziata, ecc.), caduta dei livelli di conoscenza e competenza degli studenti medi, e diffusione dei mezzi digitali, occorrerebbe chiedersi se davvero sia questa l’unica strada che vale la pena percorrere, se davvero siamo consapevoli della strada che abbiamo deciso di percorrere, delle implicazioni che questa scelta reca con sé e della destinazione cui ci condurrà”.

STANDARDIZZAZIONE E LIMITAZIONE DEL PLURALISMO

Così, con le risorse del PNRR [che in gran parte dovremo restituire con tagli ai servizi e alle pensioni] e l’acquiescente accettazione di queste logiche nell’Ipotesi di CCNL 2023, gli stravolgimenti “a bassa intensità”di questi ultimi anni stanno acquisendo ben altra velocità di trasformazione in direzione di una sempre maggiore standardizzazione e una limitazione del pluralismo, che si concretizzano nei:

1. quiz Invalsi, i cui effetti sulla standardizzazione della didattica sono ormai patrimonio critico comune tra la maggioranza dei/lle docenti e non solo; 

2. un’ossessiva spinta verso l’utilizzo didattico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione – TIC, quando ormai molti studi stanno rilevando come esso abbia abbassato i livelli e la qualità dell’apprendimento. 

3. corsi di formazione che spingono i/le docenti ad allontanarsi sempre più dai contenuti delle loro discipline a favore di una didattica incentrata esclusivamente sulle metodologie, come se la conoscenza profonda degli argomenti fosse diventata secondaria e quasi facoltativa;

4. programmazioni di “dipartimento” e d’istituto che pretenderebbero di sostituirsi alle programmazioni per le singole classi, come se queste non fossero composte da individui portatori di singole potenzialità e/o difficoltà che dovrebbero essere al centro dell’attività di programmazione del/lla docente con le sue peculiarità pedagogiche; 

5. ossessive griglie di valutazione standardizzate per materie, come se l’atto valutativo fosse un semplice atto meccanico, nel quale il percorso soggettivo dello/a studente/ssa e del/la docente scompaiono completamente; 

6. svolgimento di prove per classi parallele, ormai inserite in moltissimi PTOF, con un effetto deleterio molto simile ai quiz Invalsi, spingendo cioè verso una competizione sterile tra docenti che non tiene conto delle effettive differenze presenti tra le singole classi e tra i diversi approcci didattici; 

7. uniformità dei libri di testo che sono ormai praticamente tutti sovrapponibili: che distanza dalla libertà di insegnamento che fino a 15-20 anni fa si esprimeva scegliendo il manuale da adottare, quando i testi erano diversificati per metodi e contenuti della materia di insegnamento; 

8. libri di testo, dirigenti scolastici, indicazioni ministeriali spingono sempre più verso una didattica delle competenze che stravolge senso, direzione e finalità dell’atto educativo, tanto che chi continua a fare scuola concentrandosi sulla trasmissione profonda dei saperi viene giudicato un passatista;

9. burocratizzazione delle difficoltà di alunni/e attraverso sterili e spesso dannose certificazioni BES, che mettono da parte la questione centrale [le risorse economiche necessarie per aiutare fattivamente questi/e alunni/e] e che pretendono di considerare le difficoltà come patologie; 

10. percorsi di PCTO [ex alternanza scuola-lavoro] che stanno imponendo alla scuola italiana il paradigma del “capitale umano”, trasformando gli alunni da cittadini in formazione a lavoratori [precari] in addestramento.

In questi ultimi anni tutto questo è avanzato nelle singole scuole quasi senza imposizioni forzate, come se fosse una libera scelta della scuola stessa; i dirigenti, longa manus del “cambiamento”, sottoposti a sistematici condizionamenti ideologici da parte dei loro superiori e a logiche imprenditoriali, hanno indirizzato i PTOF verso queste metodologie e attività, portando queste questioni nei Collegi docenti nei quali, complice la passività di tanti/e insegnanti, si è approvato di tutto determinando così un progressivo stravolgimento dell’attività didattica quotidiana, stravolgimento spesso accompagnato da una serie infinita di incombenze burocratiche che tali pratiche portano con sé. 

Paradossalmente la scuola italiana, dopo il periodo fascista, non era stata mai così uniformata e centralizzata se non all’apparire dell’Autonomia: non sarebbe stato il Ministero ad imporre il “cambiamento”, ma le scuole stesse avrebbero sposato le linee centralizzanti che i dirigenti scolastici erano incaricati di far passare nelle scuole. E così oggi le scuole “autonome” sono praticamente tutte uguali, i PTOF sono spesso sovrapponibili e le “mission” della scuola rispondono sempre più chiaramente ai desiderata di Confindustria. 

COME AGIRE NEGLI ORGANI COLLEGIALI: MOZIONI E “OPZIONI DI MINORANZA”

Ma la libertà di insegnamento non si può abolire, perché è inscritta appunto nella Costituzione. E infatti tutti i Governi, nonostante abbiano tentato continuamente di limitare il ruolo degli Organi Collegiali, non sono [ancora?] riusciti a esautorare il Collegio docenti dalle proprie esclusive competenze sulle scelte didattiche e per di più sono stati costretti ad inserire una norma che lascia aperta la possibilità anche per il/la singolo/a docente o per gruppi minoritari di docenti di dissentire rispetto a quanto deciso dalla maggioranza dei/lle colleghi/e e inserito nel PTOF. 

Si tratta della cosiddetta “opzione di minoranza” o “opzione di gruppi minoritari” [qui un approfondimento] che fu introdotta in seguito a un ricorso avviato contro l’antenato del PTOF che allora si chiamava PEI [Progetto Educativo d’Istituto, d.P.C.M. 7/6/1995 e art. 39, CCNL Scuola 1994/1997]: il giudice riconobbe, proprio in virtù dell’articolo 33, che nessuna decisione maggioritaria di un Collegio docenti poteva sopprimere la libertà di insegnamento del/la singolo/a insegnante e dunque, da allora, compresa la famigerata legge n. 107/2015, i “riformatori” della scuola sono stati costretti ad inserire una clausola che salvaguardasse la libertà d’insegnamento. Infatti anche il comma 14 dell’unico articolo della l. n. 107 a proposito del PTOF, recita: “Esso comprende e riconosce le diverse opzioni metodologiche, anche di gruppi minoritari”.

Dunque ogniqualvolta si presenteranno in Collegio delle proposte che non condividiamo nel merito e/o nel metodo – se non riusciamo a bocciarle – possiamo/dobbiamo utilizzare questa clausola, facendo mettere a verbale la nostra contrarietà sui singoli punti e facendo valere questo comma 14 che altro non è che l’eredità lasciata dai nostri Costituenti al libero lavoro dei docenti italiani nella libera scuola della nostra Repubblica.

* * *

Di seguito i primi testi [mozioni o opzioni di minoranza da presentare in Collegio] che, con gli opportuni adattamenti, possono essere utili per difendere la Scuola pubblica e opporsi a questa ulteriore forzata intromissione nella scuola di logiche imprenditoriali estranee ai compiti che la Costituzione le affida.

MOZIONE SU “DOCENTI TUTOR” E “DOCENTE ORIENTATORE”

MOZIONE e/o OPZIONE DI MINORANZA SU FORMAZIONE OBBLIGATORIA

MOZIONE e/o OPZIONE DI MINORANZA SULL’USO DIDATTICO DELLE TECNOLOGIE DELL’INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE – TIC

MOZIONE e/o OPZIONE DI MINORANZA SU PROVE COMUNI PER CLASSI PARALLELE

MOZIONE e/o OPZIONE DI MINORANZA SULLA DIDATTICA PER COMPETENZE



 

Il personale supplente ha diritto alle ferie

– Anche il personale supplente ha diritto, come i colleghi assunti a tempo indeterminato, alla maturazione e alla fruizione delle ferie. Ricordiamo che per maturare un giorno di ferie, bisogna aver prestato almeno 12 giorni di servizio.

Calcolo dei giorni di ferie spettanti

Per il personale docente a tempo determinato il calcolo delle ferie viene effettuato in proporzione ai giorni di servizio. Bisogna però distinguere tra docenti che hanno maturato tre o più anni di servizio e chi ne ha meno; infatti la proporzione per chi ha maturato almeno tre anni di servizio si basa su 32 giorni, per chi ne ha meno invece su 30 giorni. La distinzione sul numero totale dei giorni di ferie spettanti vale anche per il personale docente assunto a tempo indeterminato: 30 giorni per chi non ha maturato tre annualità di servizio e 32 per chi ha maturato almeno tre anni di servizio, anche da supplente. A questi vanno aggiungersi quattro giorni per festività soppresse.
Ma come possono essere utilizzati i giorni di ferie spettanti?
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Fruizione dei giorni di ferie

I docenti supplenti, come i docenti di ruolo, hanno diritto fino asei giorni di feriedurante il periodo didattico ma esclusivamente previa sostituzione senza alcun onere per l’amministrazione. Gli altri giorni vengono fruiti, su richiesta del dipendente, durante i periodi di sospensione delle lezioni.

Monetizzazione dei giorni di ferie per il personale supplente

Per i docenti che hanno una supplenza breve o fino al giorno 30 di giugno, le ferie sono monetizzate solo per i giorni rimasti dopo aver detratto i giorni di sospensione delle lezioni e i giorni di ferie di cui già si è eventualmente usufruiti. La monetizzazione delle ferie avviene anche quando il docente non ha potuto usufruire dei giorni di ferie per casi non a lui imputabili, quali malattia, maternità, etc.

SEMINARIO NAZIONALE A TERNI: LA SCUOLA AI TEMPI DELLA 107

 AULA MAGNA LICEO SCIENTIFICO “R.DONATELLI” via della vittoria – Terni


SEMINARIO NAZIONALE DI FORMAZIONE E  DI AGGIORNAMENTO
PER IL PERSONALE DELLA SCUOLA PUBBLICA STATALE
PRESENTE SU PIATTAFORMA SOFIA
LA SCUOLA AI TEMPI DELLA LEGGE 107/15
           
ore  8.30 – 9.00  Accoglienza e registrazione delle/dei partecipanti
ore  9.00 – 11.30  Interventi:
·        Catia Coppo (docente, CESP nazionale): introduzione ai lavori
·         Franco Coppoli (docente, CESP nazionale): “La scuola liquida e il docente flessibile: effetti della 107 sulla didattica e sulla funzione sociale della scuola pubblica”
·        Elisabetta Grimani (docente, CESP TR): “Alternanza Scuola Lavoro ai tempi del Jobs Act, nuovi obblighi ed esami di stato”;
·         Nino De Cristoforo (docente, CESP Catania): “organi collegiali e democrazia nella scuola”
·        Mario Sanguinetti (insegnante di scuola elementare,CESP Roma):i docenti a tempo determinato nella scuola elementare: quali prospettive?”.
ore 11.30-12,00 pausa
ore 12,00-13.00 Dibattito
ore 13,00-14,00 Pausa pranzo
ore 14,00-16,00 Gruppi di lavoro, sintesi
Al termine dei lavori verrà rilasciato l’idoneo attestato di frequenza ai sensi della normativa vigente.



Il CESP è Ente Accreditato/Qualificato per la formazione del personale della scuola   (D M 25/07/06 prot.869)
ESONERO DAL SERVIZIO PER IL PERSONALE ISPETTIVO, DIRIGENTE, DOCENTE E ATA CON DIRITTO ALLA SOSTITUZIONEin base all’art.64 comma 4-5-6-7 CCNL2006/2009 - CIRC. MIUR PROT. 406 del 21/02/06


il comma 5 dell’art.64 del CCNL qualifica la fruizione di 5 gg per la partecipazione dei docenti come un diritto non subordinato a condizioni ostative da parte dei  Dirigenti Scolastici, salvo l’applicazione di criteri predeterminati di fruizione, previsti nella contrattazione integrativa.
Per la iscrizione: tramite piattaforma SOFIA o inviare la domanda via mail a catiacoppo@yahoo.it.

E’ possibile iscriversi anche la mattina stessa.

SCARICATE 
IL PROGRAMMA DEL SEMINARIO
IL MODULO PER L'ESONERO DAL SERVIZIO DA PRESENTARE AL PROTOCOLLO;
IL MODULO PER L'ISCRIZIONE AL SEMINARIO (EFFETTUABILE ANCHE DALLA PIATTAFORMA SOFIA)

Il “maestro” Renzi bocciato senza appello

lunedì 18 maggio 2015 · Posted in , , ,

Il “maestro” Renzi bocciato senza appello: molto meglio dietro la lavagna (con le orecchie d’asino) che davanti. In suo soccorso corre Roberto Alesse, presidente della Commissione di garanzia. Da quando decide lui le precettazioni?
 Proposte agli altri sindacati e a tutto il popolo della scuola pubblica: dopo le declamazioni, convochiamo  lo sciopero durante gli scrutini, del tutto legittimo almeno per i primi due giorni? 
E tutti in piazza domenica 7 giugno?

 L’annuncio di uno sciopero degli scrutini e lo straordinario successo dello sciopero anti-quiz Invalsi (malgrado gran parte dei mezzi di informazione, e anche Giannini-Faraone, ne nascondano gli autori  COBAS) stanno provocando considerevoli sbandamenti nelle file governative. Ha iniziato il Grande Imbonitore che ha provato a vendere la sua mercanzia sul modello del famigerato Patto con gli italiani di Berlusconi. Davanti ad una lavagna ha dimostrato che vi starebbe meglio dietro, magari con il cappellino da somarello “d’antan”. Perché voleva spiegare la bontà della sua misera e cattiva scuola-azienda ma non ha manco tentato di farci capire: 1) come potrebbe un preside con centinaia di docenti nei vari plessi della sua scuola - che vede, se va bene, due o tre volte l’anno in collegio docenti - giudicarne le capacità didattiche; 2) come lo potrebbero fare addirittura i genitori e gli studenti che, al più, potrebbero dire qualcosa su quelli della propria classe ma ai quali verrebbe addirittura dato il potere di assegnare aumenti salariali ad un dieci per cento di “migliori” docenti dell’istituto; 3) con quali doti medianiche un preside potrà “ingaggiare” dagli albi territoriali, per la propria scuola, docenti mai visti e mai conosciuti, 4) perché precari con la stessa anzianità di servizio dei possibili centomila stabilizzati, invece di essere anch’essi assunti stabilmente come richiesto dalla sentenza della Corte di Giustizia europea, verrebbero gettati fuori dalla scuola come limoni spremuti; 5) perché dovrebbero essere i cittadini, e non lo Stato, a finanziare la scuola pubblica con il 5 per Mille, favorendo le scuole delle famiglie ricche a discapito di quelle disagiate, e aumentando ancora i finanziamenti alle scuole private  con i 400 euro di detrazioni alle famiglie. Piuttosto che esibirsi in TV senza contraddittorio, come faceva il suo maestro Berlusconi, sfidiamo Renzi ad un confronto pubblico in una delle tante trasmissioni TV che lo ospitano quotidianamente. Le domande/quiz gliele abbiamo già anticipate, avrebbe tutto il tempo di prepararsi.
Nel frattempo, però, il governo ha mosso tutte le sue batterie sparando contro lo sciopero degli scrutini come se esso, e non già il progetto disastroso della cattiva scuola, mettesse a repentaglio gli interessi di studenti e famiglie. Ed oggi è intervenuto a sproposito anche il presidente della Commissione di garanzia sugli scioperi Roberto Alesse che ha pre-annunciato la precettazione dei docenti in caso di sciopero degli scrutini. Ricordiamo ad Alesse che il suo compito è solo quello di giudicare la congruità degli scioperi convocati con la legge-capestro 146/90, a suo tempo definita anti-COBAS e anti-sciopero: le precettazioni, eventualmente, spettano ai Prefetti. Ma ricordiamo anche, a lui e a tutti, cheè perfettamente lecito scioperare per due giorni consecutivi durante gli scrutini, a patto di non coinvolgere le classi “terminali” dei corsi di studio. Se poi si dovesse andare oltre i due giorni, la legge 146 prevede sanzioni pecuniarie ma non precettazioni.
Dunque, ci rivolgiamo ai sindacati che sembrano convenire con noi sulla necessità dello sciopero degli scrutini e diciamo loro: facciamo seguire alle parole i fatti, a meno che voi non riteniate che basteranno annunci eclatanti a far fare al governo marcia indietro. E convochiamo intanto, insieme, i due giorni di sciopero consentiti, i primi dopo la fine delle lezioni, articolati regionalmente. Poi, sulla base delle decisioni governative e delle volontà di docenti ed Ata, valuteremo se e come proseguire, sfidando eventuali precettazioni grazie ad un sostegno plebiscitario alla lotta. Discutiamone con i lavoratori/trici in lotta nelle giornate di mobilitazione unitaria tra il 18 e il 20, in occasione del voto alla Camera: e si ci sarà, come crediamo, grande consenso, effettuiamo congiuntamente la prima convocazione di sciopero.  E in più, smontiamo il tentativo del governo di contrapporre i docenti e gli Ata agli studenti e alle famiglie. La nostra opposizione è in nome della scuola Bene comune, degli studenti e dei cittadini tutti/e, e non solo degli “addetti ai lavori”, contro l’immiserimento materiale e culturale provocato dall’insulsa scuola-quiz aziendalistica. Quindi, offriamo a tutti/e un’occasione per manifestare in una giornata in cui la stragrande maggioranza dei cittadini non lavora: una manifestazione nazionale, enorme, di domenica, per il ritiro del Ddl e per la scuola Bene comune (7 giugno?); o in alternativa decine di manifestazioni cittadine nella stessa domenica. In Italia non esiste una tradizione di manifestazioni domenicali: ma proprio per questo risalterebbe quanto elevata è la preoccupazione generale per la disgregazione della scuola pubblica contenuta nella sciagurata idea dell’”uomo solo al comando”. Una domenica con tutti/e in piazza sarebbe un segnale fortissimo, che anche il Grande Imbonitore non riuscirebbe a nascondere.

Piero Bernocchi   portavoce nazionale COBAS

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