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E’ quasi ufficiale: il fondo di istituto sparirà

venerdì 6 settembre 2013 · Posted in , , , ,

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DETTO IN ALTRI TERMINI: QUEST'ANNO EVITATE PROGETTI O ALTRE ATTIVITÀ  EXTRADIDATTICHE PER IL FORTE RISCHIO CHE POI NON CI SARANNO I SOLDI PER PAGARLE...


 di Reginaldo Palermo,da La Tecnica della scuola
I sindacati, Cgil esclusa, chiedono di conoscere l’entità delle risorse derivanti dai risparmi di sistema, in modo da poter decidere qualcosa in merito agli scatti stipendiali. Se il fondo di istituto verrà di nuovo usato per gli aumenti, alle scuole rimarrà ben poco da contrattare.
Ormai è chiaro come andrà a finire anche quest’anno la contrattazione di istituto.
Nella giornata del 3 settembre il Ministero ha comunicato ai sindacati che ci sarà un modesto incremento delle risorse destinate al funzionamento delle scuole (ma solo per alcune voci particolari che non riguardano tutti).
Ci saranno anche un po’ di soldi in più per le supplenzema questo è semplicemente un “atto dovuto” in quanto, come avviene da alcuni anni, anche per il 2013 la previsione iniziale su questa voce era stata sottostimata.
Ma più interessanti di tutte sono le notizie su quanto si è detto in fatto di fondo di istituto.
Sono stati gli stessi sindacati a chiedere al Miur di aspettare a dare delle cifre.
Prima – hanno detto i sindacati, Flc-Cgil esclusa – vogliamo sapere a quanto ammontano i risparmi di sistema derivanti dalla applicazione della legge 133/08 e poi ne parleremo”.
Evidentemente i sindacati hanno in mente di chiedere anche questa volta che i risparmi di sistema vengano utilizzati per pagare gli scatti stipendiali e siccome già si sa che non basteranno l’idea è appunto quella di tagliare ancora le risorse destinate al fondo di istituto.Oltretutto c’è da dire che la legge 133 prevedeva per il 2012 un risparmio di 3miliardi e 188 milioni, superiore di 650milioni esatti a quello calcolato per il 2011.
Ora, se già lo scorso anno i risparmi sono stati risibili, è del tutto evidente che per il 2012 sarà anche peggio.
Ciò significa che gli eventuali scatti stipendiali dovranno gravare pressoché interamente sul fondo di istitutoche, in pratica, si ridurrà a poca cosa.
E, poiché alcune voci non potranno essere eliminate del tutto (per esempio i compensi per i collaboratori del ds o quelli per le ore eccedenti o per il lavoro festivo e notturno) è chiaro che il taglio dovrà essere fatto sul resto.
E’ quindi necessario che le scuole facciano molta attenzione a programmare le proprie attività e forse non sarebbe male se anche docenti e Ata prestassero maggiore attenzione agli incarichi assunti.
A marzo ci si potrebbe trovare di fronte ad un fondo di istituto pressoché azzeratocon tutte le conseguenze del caso.

Scuola: Tagliare le Vacanze? Tra sondaggi di Repubblica e lanci elettorali, il rischio c'è

martedì 29 gennaio 2013 · Posted in ,


Ha creato scalpore la pietra lanciata da qualche ora che ancora una volta ha colpito il settore della scuola.
La questione?
Le vacanze.

Certo, è intervenuta una smentita da parte di quella mano che avrebbe scagliato la pietra.
Infatti, sul sito Agenda Monti si legge testualmente che :
Non è prevista nessuna limitazione a un mese delle vacanze estive delle scuole. La riforma del mercato del lavoro di Scelta Civica, alla quale lavora un gruppo di economisti insieme a Pietro Ichino, sarà presentata nei prossimi giorni e non conterrà alcun taglio delle vacanze scolastiche.

Ma il danno è  fatto.
Repubblica ha lanciato un sondaggio con la seguente domanda: Nella sua nuova bozza sul lavoro, Monti propone solo un mese di vacanze estive "senza che sia aggravato il carico degli insegnanti". Siete d'accordo?
Alle 12.20 su 16015 voti, ben il 42% si è pronunciato a favore.
Ma vi è di più.

Nel sito di Italia Futura, Irene Tinagli, Docente all'Università Carlos III di Madrid, e candidata alla circoscrizione della Regione Emilia Romagna con la lista Monti per queste elezioni, già nel 2010, aveva lanciato, proprio sul sito di Italia Futura, una riflessione sul tema, affermando testualmente chenegli Stati Uniti. Il ministro dell’Istruzione americano, Arne Duncan, ha recentemente citato gli studi del professor Harris Cooper (che dimostrano, guarda un pò, che l’assenza prolungata dai banchi di scuola provoca una perdita di conoscenze rilevante), per supportare programmi di studio estivi. Duncan non ha detto niente di straordinario, ha fatto ciò che ci si aspetterebbe da chi ci governa: usare tutte le migliori fonti d’informazione per prendere decisioni importanti. Ma cosa avrebbe pensato il mondo se il governo americano invece di intensificare l’offerta scolastica e i programmi estivi avesse dichiarato un mese di vacanza in più a settembre “perchè è il mese migliore per andare a Las Vegas?”.

Questa problematica verrà affrontata, le vacanze della scuola saranno destinate ad essere riviste, salvo una ribellione dell'intera comunità scolastica che certamente non mancherà.
D'altronde chi lavora a scuola ben è consapevole delle consistenti condizioni di stress in cui si opera, di tutte le problematiche che caratterizzano la scuola, e due mesi di vacanza sarebbero anche pochi per consentire al personale scolastico di recuperare l'intera integrità psicofisica dopo la conclusione dell'anno scolastico.
Si guarderà probabilmente al modello dei campi estivi americani, forse si proporranno soluzioni di adesione volontaria collegate al concetto della premialità e produttività come già normata in via arbitraria e contrattuale nella scuola con l'accordo firmato da Cisl, Uil, Snals e Gilda il 12 .12.12 alle ore 21.45 presso l'Aran. Marco Barone

ATTACCO AL DIRITTO DI STUDIO: meno studi, meglio vivi

lunedì 9 luglio 2012 · Posted in , ,

di Francesca Coin* - Il Fatto Quotidiano - 8 luglio 2012 
Una campagna pubblicitaria consiglia di andare a lavorare in fabbrica per avere subito un reddito e abitare con la fidanzata: inutile sprecare tempo con l'università che non fa guadagnare

 Qualche giorno fa uno slogan pubblicitario piuttosto originale diceva così: "Licenzia un dipendente, assumi una web agency". L'annuncio ha fatto discutere: ritraeva un uomo in giacca e cravatta fatto uscire dal posto di lavoro con un calcio sul fondo-schiena. Un'altra campagna pubblicitaria ritrae due giovani trentenni, l'uno belloccio con le braccia conserte e lo sguardo sicuro; l'altro impacciato e goffo, giacca e cravatta piuttosto scialbe. Il primo ha "un posto fisso, un ottimo reddito e vive con la sua donna", diceva l'annuncio. Il secondo "è laureato da sei anni, ha un lavoro precario, un reddito basso e vive con i suoi genitori". Quale dei due preferisci? Questa era la domanda. Non si tratta di un sito di appuntamenti ammiccanti, ma della pubblicità dei corsi di formazione permanente del consorzio Enfapi, un centro di formazione professionale di Bergamo, legato a Confindustria e finanziato dalla Regione Lombardia. Preferisci laurearti e divenire l'ennesimo colto precario senza donna, senza reddito e senza lavoro, o divenire capo reparto in fabbrica a sedici anni e vivere "con la tua donna" già a 30, come farebbe un uomo vero?
A prima vista i due spot non hanno molto in comune. L'uno è una volgare rappresentazione visiva dei benefici della novella libertà di licenziamento: vuoi risparmiare? Licenzia, troverai sicuramente qualcuno disposto a fare lo stesso lavoro a minor prezzo. L'altro è un'amara rappresentazione dell'inutilità dello studio. Vuoi sprecare tempo e denaro? Laureati. Entrambi gli slogan sono in tema oggi. Entrambi, infatti, ci dicono precisamente quello che ha detto la Fornero: il lavoro non è un diritto.
Devi guadagnartelo, o qualcuno lo farà al posto tuo. Nemmeno lo studio è un diritto. In fondo, a che serve studiare se poi fai il precario? Insomma la Fornero ha ragione. Con la disoccupazione giovanile al 36,2%, qualcuno realmente credeva che il lavoro fosse ancora un diritto?
Qualche giorno fa un'indagine commissionata da Confindustria Bergamo a Astra Ricerche ha portato alla luce i sogni e le aspettative per il futuro dei giovani bergamaschi, destinatari della campagna del Consorzio Enfapi. "I giovani bergamaschi non si fanno illusioni", riassumeva il trafiletto del Sole 24 Ore intitolato "Perché a Bergamo la laurea non attira". Questi ragazzi "in un prossimo futuro potranno fare i camerieri, i cuochi, i commessi, al massimo gli operai, magari anche specializzati. Ma non certo, e non più, i manager o i consulenti". Insomma: è "inutile alimentare generazioni di laureati frustrati".
Il punto, dunque, non è che i diritti costano. È che è tempo di essere umili. Il problema non è che la Fornero ha detto la verità, quando al Wall Street Journal ha detto che il lavoro non è un diritto. È che ha detto di farsene una ragione. La controprova di tutto questo è il comparto istruzione. Dal 2008 a oggi i tagli hanno consentito ben 8 miliardi di risparmio su scuola e università.
Al momento dell'entrata in vigore del decreto, l'Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica, la Stazione Zoologica Anton Dohrn, l'Istituto Italiano di Studi Germanici, l'Istituto Nazionale di Alta Matematica, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, l'Istituto Nazionale di Astrofisica, il Museo Storico della Fisica e il Centro di studi e ricerche Enrico Fermi saranno soppressi. Dal 2010 al 2011 sono stati tagliati più di mille corsi di laurea. Dal 2008 a oggi più di 20 mila scienziati, post-doc, assegnisti, co.co.co hanno lasciato il lavoro. Il tasso di indebitamento degli atenei è tale che con tutta probabilità sarà difficile ogni sostanziale reclutamento. Se non vengono reintegrati, i docenti saranno dimezzati in meno di dieci anni.
Non contento, il rettore della Iulm Puglisi vuole di più: il 70% degli atenei italiani è inutile, ha dichiarato il 2 luglio. Possiamo finalmente abbattere il sistema universitario pubblico tout court, quale occasione ghiotta. In alternativa, l'ex decreto 437 offre un'altra chance: vuoi sopravvivere? Alza le tasse studentesche. Capito il trucco? Poco importa se gli studenti avranno il minor numero di atenei, docenti, borse di studio e (quasi) posti di lavoro del mondo occidentale. Vuoi un diritto? Paga. Gli altri possono sempre andare in fabbrica e a vivere con la loro donna.
* docente di Sociologia Università di Venezia Cà Foscari

LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO DI MONTI

martedì 3 luglio 2012 · Posted in , , , ,

artiglieriaSolo gli storici ricordano la battaglia del solstizio, del giugno del 1918, combattuta tra le truppe italiane e quelle austro-ungariche. Eppure si tratta forse della più sanguinosa battaglia combattuta in territorio italiano dal periodo postunitario ad oggi.  Circa duecentocinquantamila tra morti, feriti e dispersi in una settimana, una tragedia di proporzioni epocali, di cui quasi centomila italiani. Si vede che la memoria collettiva coltiva processi di selezione degli eventi che non hanno nulla a che vedere con il senso delle proporzioni.  E nemmeno con quello del ridicolo basti dire che una immane tragedia come quella del giugno 1918 è ancora oggi celebrata ufficialmente come festa dell’artiglieria. Nei manuali di storia militare, dove i morti appartengono ad uno score quasi sportivo, la battaglia del solstizio è classificata come uno scontro in campo aperto dove il perdente (in questo caso l’impero austroungarico) aveva attaccato con la certezza della vittoria persino stampando in anticipo il materiale amministrativo per la gestione delle zone italiane occupate.  
 E’ così è andata a Mario Monti nello scorso fine settimana a Bruxelles per quanto riguarda la trattativa sui dispositivi di regolazione dello spread, quelli di futura gestione delle banche e dei fondi di “stabilizzazione” finanziaria europea. Monti è arrivato in Belgio con i tedeschi praticamente convinti di ratificare le loro condizioni di “salvataggio” delle banche ancorato ai tagli dei bilanci pubblici, di fatto imponendo a tre quarti di Europa il taglio radicale dei servizi e degli investimenti pubblici come obbligo per risanare le perdite di qualche lustro di finanza d’assalto delle banche europee. Monti, agendo di concerto con Spagna e Francia, ha imposto alla Germania un’altra strada, che non risolve alcuna questione sociale, che tende a separare il destino delle banche da quello dei bilanci pubblici. Le prime, secondo l’intesa negoziale raggiunta a Bruxelles, saranno direttamente finanziate separando il loro stato contabile da quello dei conti delle nazioni. Almeno nelle intenzioni, perchè far entrare a regime un accordo del genere non è affatto cosa scontata, si tratta un rovesciamento di una politica la cui ratifica era data per fatta dalla Germania. Niente di eccezionale il lavoro di Monti, perchè  a tagliare la spesa sociale ci penserà il mercato finanziario in ogni caso, ma di sicuro utile per far sopravvivere qualche grossa banca.
A differenza di quanto ha detto e scritto la propaganda italiana, drogata dall’effetto Balotelli, sul vertice di Bruxelles Monti non ha vinto “per l’Italia” la sua battaglia del solstizio. Ma per quella parte di sistema bancario europeo messo a crisi dal primato tedesco (politico, economico, finanziario) nella governance europea. Sistema italiano, spagnolo, francese al quale non è certo dispiaciuta l’alleanza con le banche che parlano inglese (anche oltreoceano) le quali gradivano la strategia Monti che, sulla carta, garantisce maggiori immissioni di liquidità nella finanza globale. Ma che la vittoria del solstizio non porti buone notizie per l’economia è praticamente scontato. Per capirlo basta seguire non solo  le statistiche istat ma anche le dichiarazioni del nuovo presidente di Confindustria Squinzi che sembra un capo dell’opposizione (se mai esistesse) al governo Monti.
In definitiva in Italia si sono imposte delle priorità della negoziazione politica direttamente ispirate dalla big finance (trattare sul rifinanziamento delle banche e sul finanziamento degli stati) ad un livello tale da lasciare persino indietro le esigenze del capitalismo industriale. Il mainstream dei media italiani si è semplicemente adeguato per cui oramai la politica viene rappresentata come esistesse solo su quel terreno. Per cui il risultato, la cui tenuta nel tempo è da verificare, ottenuto da Monti a Bruxelles è stato venduto dai media italiani come uno score politico “per l’Italia”. Quando la politica, e meno che mai la politica economica, e “l’Italia” non avevano molto a che vedere con quanto accaduto.  
E’ anche bene ricordare che, come precondizione per partecipare alla battaglia di Bruxelles, l’Italia ha dovuto approvare senza dibattito parlamentare la sostanziale abolizione dell’articolo 18. La battaglia del solstizio di Monti è quindi costata cara agli italiani, dal punto di vista simbolico, quanto quella del 1918. E non è finita: sempre per tenere il livello di combattimento, sul piano finanziario, Monti si sta apprestando a tagliare la spesa amministrativa, deprimendo ulteriormente l’economia (se ne è accorta anche Repubblica), per una decina di miliardi di euro e l’occupazione di qualche decina di migliaia di unità. Le campagne europee di Monti stanno costando a questo paese il benessere o, forse, la sopravvivenza ma che importa: già si sono aperti i giochi per la presidenza del consiglio del 2013 e per l’elezione del presidente della repubblica sempre per il prossimo anno. E, si sa, chi protesta è un populista senza senso di responsabilità.
Allo stesso tempo, fossimo in Monti, eviteremmo di gioire una volta raggiunta Vittorio Veneto (il pareggio di bilancio). E’ proprio quando una guerra è vinta che i regimi cambiano. Ma questo è un insegnamento della storia politica che sembra lontano, tra un’intervista a D’Alema su Corriere sulla composizione del prossimo governo e una a Casini su Repubblica sullo stesso tema. Eppure c’è qualcosa di anomalo, un convitato di pietra per tutti questi giochi che sembra così lontano, così vicino come diceva Wim Wenders.

per Senza Soste, nique la police

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