Ludovico Arte è da tre anni preside dell’istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Firenze. Negli ultimi tempi si è opposto a interventi con i cani antidroga nel suo istituto, lanciando l’allarme sulle possibili ripercussioni psicologiche degli studenti sottoposti al controllo. Insieme a un ristretto numero di colleghi, sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione per valutare un approccio meno repressivo per combattere l’uso di droghe leggere degli adolescenti.
I controlli nelle scuole si concludono spesso con sequestri di hashish e marijuana. Ci sono poi inchieste da cui emerge il consumo di sostante stupefacenti tra i giovanissimi. Allora perché opporsi ai cani antidroga nelle classi? «Perché i cani a scuola sono un fatto innaturale, è un modo sbagliato di affrontare la questione. È chiaro che il consumo di droghe e lo spaccio sono intollerabili, ma non si può usare solo la repressione e in particolare non nelle classi, luoghi di formazione ed educazione. In certi casi i controlli finiscono per mettere a disagio e umiliare lo studente, che subisce il controllo davanti a tutti gli altri compagni. Può essere un trauma devastante»
La maggior parte dei dirigenti delle altre scuole fiorentine la pensa diversamente. Sono loro a chiedere di intervenire.
«Esistono due fronti, è inutile negarlo. Da una parte chi come me chiede un uso limitato della forza e punta sulla prevenzione, dall’altra i presidi che preferiscono usare il pugno di ferro. Credo che uno dei problemi maggiori sia proprio la mancanza di comunicazione tra questi due blocchi, quando invece servirebbe un punto di equilibrio per cercare un percorso condiviso in nome del benessere degli studenti. Senza una vera discussione finiscono per crearsi incomprensioni, tra colleghi ma anche con le stesse forze dell’ordine. È accaduto alcuni mesi fa, quando mi hanno chiesto di far entrare i cani antidroga. C’è stato un confronto per alcuni aspetti anche duro».
Ha alzato le barricate.
«Ho solo fatto presente che se avessero deciso di fare comunque il controllo avrei chiamato i giornali, per dire che si trattava di un intervento contro la mia volontà. Ma nessuno alla fine ha voluto forzare la mano. Apprezzo la sensibilità della gran parte dei poliziotti e carabinieri che si occupano di droga tra i giovani, so quale impegno e professionalità richieda un lavoro simile. Ma è chiaro che un intervento diretto nella scuola, sotto gli occhi degli altri studenti, è un’altra cosa. Si perde di vista l’obiettivo principale, la prevenzione. Noi abbiamo ottocento studenti, e ben cinque psicologi che ascoltano le loro preoccupazioni e anche quelle dei genitori. Forse conviene investire di più proprio su questo versante».
Ma, in passato, anche il Marco Polo è finito al centro di controlli.
«In realtà è proprio l’esperienza diretta che mi spinge a chiedere azioni meno invasive. Un anno fa gli investigatori si nascosero fuori dalla scuola all’ora di ricreazione per verificare l’esistenza di un giro di spaccio. Appena visto il passaggio di droga, fermarono due studenti e li misero a terra, davanti a centinaia di compagni. Sono situazioni che non aiutano il recupero di un giovane, e che rischiano di alimentare quella diffidenza che purtroppo molti ragazzi hanno per le forze dell’ordine. In questo caso, i due hanno entrambi lasciato la scuola a fine anno, non so quanto questo abbia influito ma l’esperienza non ha di certo aiutato».
Cosa suggerisce?
«Mi rifaccio a un altro episodio accaduto di recente. Una studentessa che era stata sospettata sempre di spaccio. Quando gli investigatori mi hanno avvisato, ho chiesto di evitare di fermarla a scuola e di aspettare che la chiamassi in presidenza. Nel mio ufficio hanno potuto controllare la sua borsa, senza provocarle alcun trauma e senza trovare niente di niente. Così però si è potuto combinare le esigenze investigative alla tutela del percorso di crescita. Perché, ripeto, un ragazzo che usa stupefacenti non deve essere solo punito ma al tempo stesso ricevere aiuto. E in ogni caso va rispettato».
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L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE SCEGLIE LA SCUOLA-RIFORMATORIO: SOSPESO 12 GIORNI DALL’INSEGNAMENTO E DALLO STIPENDIO IL DOCENTE CHE HA SCELTO DI CONTINUARE AD INSEGNARE OPPONENDOSI AI CONTROLLI ANTIDROGA DURANTE L’ORARIO DI LEZIONE.
venerdì 12 settembre 2014
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Sospendere un insegnante perché
si rifiuta di interrompere la lezione sembra un paradosso degno di Lewis Carroll,
l’autore di Alice nel paese delle
meraviglie, ma a Terni succede proprio questo: il dirigente dell’Ufficio Scolastico
Regionale, Domenico Petruzzo, irroga il provvedimento disciplinare della
sospensione per 12 giorni dal servizio e dallo stipendio a un docente per essersi
rifiutato di interrompere la lezione per
controlli con cani antidroga in classe. L’insegnante è Franco Coppoli,
referente provinciale della Confederazione Cobas. L’esecutivo nazionale dei
Cobas della scuola ha deciso di patrocinare il ricorso davanti al giudice che
verrà presentato al Tribunale di Terni al termine del periodo di sospensione. A
fine marzo 2014 il docente, all’irruzione dei poliziotti in classe, senza alcun
mandato del magistrato, si era rifiutato di interrompere la lezione minacciando
gli agenti di denuncia per interruzione di pubblico servizio. L’U.S.R. a luglio
ha formalizzato il provvedimento che decorre dall’inizio dell’a.s.. dal 15 al
27 settembre.
Quello di interrompere la normale
attività didattica da parte della polizia (senza alcun mandato di magistrati)
per controlli con cani antidroga è un atto grave, indice del clima sociale e
politico nel nostro paese. Vengono alla mente gli stati di polizia, le
irruzioni nelle scuole dopo il colpo di stato in Cile o in Argentina o in quei
luoghi dove le forze di polizia si arrogano prassi autoritarie che ledono
profondamente i diritti civili, la libertà di insegnamento, le prerogative
democratiche, nonché la persona degli studenti. Infatti interrompere le lezioni
per imporre umilianti controlli
antidroga non porta risultati quantitativi tali che possano far pensare
che l’operazione serva a debellare spaccio o consumi. In realtà queste sono operazioni
repressive con connotazioni mediatico-intimidatorie: servono a “insegnare” agli
studenti che sono tutti potenziali criminali, controllabili e perquisibili in
ogni momento. Educare al controllo ed alla subalternità ecco l’intento, neppure
troppo nascosto, di queste operazioni-spettacolo che attaccano profondamente
l’essenza stessa del fare scuola: dell’educare in modo critico e non certamente
reprimere, sorvegliare e punire. Se infatti ci fossero (e non c’erano in questo
caso) comportamenti collegati all’uso di sostanze psicotrope, che fanno parte
dei processi comportamentali dell’adolescenza, quale dovrebbe essere la
risposta della scuola? Intervenire, anche tramite esperti, cercando di
affrontare il problema in un’ottica educativa oppure riempire gli istituti di
polizia e cani arrestando o prelevando adolescenti in possesso di qualche
spinello? E’ quello che Susanna Ronconi di Forum Droghe chiama un suicidio educativo: la scuola ed i
docenti così abdicano al proprio ruolo, alla propria professionalità per passare
dall’educazione alla repressione. Che senso ha proporre la scuola-carcere, la
scuola- riformatorio (come avviene già negli USA) in un momento in cui
alcuni
stati liberalizzano o legalizzano l’uso terapeutico o ricreativo delle droghe
leggere, in cui alcune sentenze della Corte costituzionale attaccano la ormai
ventennale e fallimentare “lotta alla droga” e hanno smantellato la legge
Fini-Giovanardi che ha solo riempito le carceri di tossicodipendenti garantendo
ampi profitti alle mafie. I COBAS si mobilitano a fianco di Franco Coppoli, patrocinano
il ricorso in tribunale, organizzeranno iniziative di formazione dei docenti, auspicano
la solidarietà dei colleghi, operatori del settore e genitori e la
mobilitazione degli studenti per il rispetto dei loro diritti.
La scuola è un contesto
educativo, non è un riformatorio dove si possono interrompere le attività
didattiche per il triste ed inutile spettacolo delle repressione.
COBAS, COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA UMBRIA
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