La favola della scuola. Gli insegnanti, gli studenti, le lotte (e il Partito della Nazione)

giovedì 4 giugno 2015

Vietati i don Chisciotte
















di Carmelo Palladino e Girolamo De Michele, feat. Mauro Presini e molti insegnanti e studenti e bidelli (*)
«Fischiate quanto volete, noi andiamo avanti.»
(Matteo Renzi agli insegnanti liguri, 25.05.2015)

«Matteo, fermati: fermati prima che uno dei due, tu o la scuola pubblica, vada a sbattere.»
(l’insegnante Giovanni Cocchi a Matteo Renzi, 16.05.2015)
C’era una volta una SCUOLA: tutti la conoscevano, tutti sapevano dove stava, tutti sapevano che lavoro faceva, tutti la rispettavano. Era una buona scuola!
Un brutto giorno però arrivarono degli esperti di sottrazioni e cominciarono a dire che bisognava risparmiare perché c’era la crisi.
Dissero che nella parola SCUOLA c’erano troppe vocali e troppe consonanti e che bisognava semplificare ed essenzializzare.
Così tolsero la C di “Capire” per regalarla a chi vendeva computer e software per le Classi 2.0.
Con la sottrazione della C, la scuola stava diventando una SUOLA e molti sentivano di poterla mettere sotto i piedi.
Subito dopo arrivarono anche i nostalgici del passato che le presero la U di “Uguaglianza delle opportunità” perché alle elementari volevano reintrodurre il maestro Unico.
La scuola ora si sentiva più SOLA e molti cominciavano a non capire bene a cosa potesse servire.
Di lì a poco ne approfittarono pure i cosiddetti “tecnici” per sottrarle la A di “Accogliere” perché volevano formare dei docenti Automatici che somministrassero test.
La SCUOLA, che era diventata SUOLA e poi SOLA, venne progressivamente ridotta ad un SOL.
Finalmente in diversi cominciarono ad accorgersi che tutte quelle sottrazioni non facevano bene a nessuno.
Si indignarono, si organizzarono, informarono, spiegarono, manifestarono.
Riuscirono faticosamente ad affiancare al SOL il FA di fare.
Fu così che nacque la prima SOLFA.
Suonava così: “Noi siamo speciali, ridateci le vocali“.
Subito dopo inventarono la seconda: “Non siamo tolleranti, rivogliamo le consonanti“.
Quando sembrava che la SOLFA facesse il suo effetto, in pieno giorno si presentò un malfattore che, davanti a tutti, rubò la L di Legalità perché voleva averne una tutta sua.
Fu una grossa delusione perché restò solo la sillaba SO e ormai in pochi rispettavano quel poco che rimaneva della SCUOLA…
2. …e forse c’è ancora
C’è chi definisce la scuola “la Russia di ogni governo” e si stupisce che ogni qualvolta si provi a mettere le mani sulla scuola c’è sempre un’ondata di protesta e di indignazione da parte di insegnanti e studenti: perché finge di ignorare che l’opposizione è costante perché ogni volta si propone – con abito nuovo – la medesima riforma. Il progetto della cosiddetta “buona scuola”, infatti, intende dare “piena attuazione” alla legge sull’autonomia scolastica varata nel marzo del lontano 1997 e citata da tutti i precedenti disegni di legge, siano essi stati approvati o meno: se Giannini e il fu sottosegretario Reggi erano stati espliciti sul tema 1, è l’art. 1 del DDL approvato il 20 maggio scorso alla Camera che lo attesta definitivamente 2. Chi si è opposto prima e continua a farlo ora, si oppone di fatto al medesimo progetto: quello che ha come parola chiave l’autonomia. O meglio, per ridare il significato corretto alle parole: l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che con la legge 59/1997 investe sia il piano lessicale (il preside è diventato dirigente, lo studente utente, gli obiettivi educativiofferta formativa) sia quello pratico (le istituzioni scolastiche, cui è stata conferita personalità giuridica, possono accettare donazioni da privati, stipulare convenzioni con soggetti esterni, partecipare a consorzi per acquisire beni e servizi). Del resto, con la privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici (dlgs 29/1993) l’insegnante era già stato equiparato al produttore generico che riceve dalla società uno scontrino da cui risulta la quantità di lavoro prestato, e sulla base del quale ritirerà dal fondo sociale una equivalente quantità di mezzi di consumo: l’essenza del contratto di diritto privato non è il fine del lavoro da compiere (insegnare, educare, formare, istruire: cose così), ma il mutuo scambio (do ut des) tra ore lavorative e salario.
Le finalità educative si sono di fatto trasformate in finalità di mercato. Il privato che investe nell’Istruzione pubblica non lo fa certo per scopi filantropici ma, come il suo ruolo richiede, per motivi di lucro e/o pubblicitari (basti pensare ai buoni scuola Conad, dove la catena di supermercati dona beni agli istituti i cui componenti abbiano fatto la spesa presso i propri punti vendita). La banca che sponsorizza la digitalizzazione delle aule non insegna ai ragazzi a essere innovativi, ma suggerisce loro dove andare a firmare il primo debito. E quell’industriale che finanzia nuove attrezzature, vorrà in cambio una competenza forgiata ad hoc, privando così i futuri lavoratori di una compagine di conoscenze più ampie che potrebbe servire loro per aumentare la propria professionalità. Lo studente viene trattato come consumatore persino nel luogo in cui dovrebbe formarsi come cittadino, apprendere il sapere critico, svilupparsi appieno come persona. Piegare l’istruzione alle esigenze di mercato non significa dunque essere innovatori, ma reazionari, vuol dire dimenticare i diritti del Novecento per ritornare ai privilegi dell’Ottocento. Ecco perché del DDL n. 2994 (n. 1934 al Senato) non è possibile chiedere semplici modifiche, ma va preteso il ritiro: il suo problema è l’impianto complessivo, non i singoli provvedimenti.
Ne è dimostrazione uno tra i punti al centro del dibattito mediatico di questi giorni, vale a dire la figura del cosiddetto dirigente-sindaco – perché, come dice Renzi, autonomia non significa autogestione 3: o meglio, dal momento che a differenza del sindaco non è eletto dagli insegnanti (come accade, ad esempio, in Germania), ma nominato dall’alto (come ai tempi del fascismo), il dirigente-podestà. Che avrà la possibilità diindividuare (come ai tempi del fascismo 4) all’interno di un albo territoriale gli insegnanti a cui assegnare incarichi triennali, eventualmente riconfermabili.
art. 27
La cosiddetta “chiamata diretta”, conferendo maggiori poteri al dirigente scolastico, rappresenta un vero stravolgimento sia del sistema di reclutamento, sia di quello afferente la libertà d’insegnamento e non solo: non a caso, considerando gli evidenti rischi di favoritismi e discriminazioni cui si presta, ha suscitato un certo scalpore anche tra i non esperti del mondo della scuola. Stefano Rodotà, ad esempio:
«Si riproduce la logica della centralizzazione del potere con questa creazione di una figura nuova del preside come “governante della scuola”. Ma la scuola è un corpo, nel quale ci sono gli insegnanti, ci sono gli studenti… Io ho fatto il professore per tanti anni, non ho mai pensato di avere del potere: il preside della mia facoltà si doveva confrontare con tutti. Ma questa non è solo una regola di democrazia, è una regola di funzionalità: io penso che l’accentramento di potere nella scuola aumenterà i conflitti, aumenterà la difficoltà di gestire la scuola».
E ancora: Tullio De Mauro e Carlo Galli, e Adriana Lodi, la “mamma” bolognese degli asili nido. Si ha la netta impressione – e la cosa non stupisce – che il “partito del fare” stia attuando una secessione dal pensiero, dalla riflessione, dalla critica, dalla capacità di giudizio. Che i neuroni-specchio del Partito della Nazione si stiano scindendo: il neurone unico da un lato, gli specchi dall’altro.
Ciò che stupisce, invece, è che persino la posizione critica assunta dalla minoranza interna al PD si concentri sul tema dell’autoritarismo, visto che esso è pienamente in linea con la scuola dell’autonomia che quel partito (nelle sue diverse versioni) di propone da anni. A pensar male non si sbaglia, diceva qualcuno: lo dimostra la parabola di Mila Spicola, l’ex-barricadera che ora, passata dalla parte comoda della barricata ed entrata nella segreteria di Faraone al ministero, si produce in tripli carpiati e risibili slittamenti linguistici in difesa dell’indifendibile connubio fra la bontà della riforma e l’intatta purezza della di lei coscienza – ad esempio, sostenendo che non di “chiamata diretta” ma di “assegnazione” o “scelta confermata” di deve parlare 5. Viene il sospetto che i Fassina del caso utilizzino il punto più mediaticamente spendibile per governare la protesta (nel PD ci sono anche i buoni), per fare emendare il DDL (vedete che noi serviamo) e alla fine fare passare comunque il testo di legge (le due anime si ricompattano e sono felici), la cui aberrazione non risiede affatto tutta lì.
Al dirigente-podestà si collega il tema delle assunzioni: il messaggio dominante è che, affinché esse siano possibili, è necessario attuare l'”organico funzionale” o “organico dell’autonomia”.
Falso: i posti stabilizzati non saranno nemmeno sufficienti a coprire il fabbisogno del prossimo anno, ci sarà senz’altro bisogno di ulteriori supplenze. Tra l’altro il tanto sbandierato (anche alla lavagna) ampliamento formativo è vero solo in parte, perché non modifica il quadro orario ridotto nel 2008: non ripristina ex lege il maltolto, ma pone l’eventuale incremento didattico come atto volontario di ogni singola istituzione scolastica; non riduce il numero di alunni per classe tout court, ma dà solo la facoltà ai dirigenti di contravvenire – “nell’ambito dell’organico dell’autonomia assegnato e delle risorse, anche logistiche, disponibili” (art. 9 c. 7), cioè senza aumentare le spese – alla norma qualora si ritenga necessario; non rende le scuole punti di riferimento nel territorio perché, ancora una volta, non aumenta il monte-ore settimanale.
E allora a cosa servono insegnanti non più legati alle cattedre (il contratto nazionale, garanzia di uguali condizioni di lavoro per tutti, viene ipso factostracciato 6) ma sempre disponibili a muoversi dove occorre?
A comandarli meglio, caro Cappuccetto Rosso: a gestirli come se la scuola, invece di un bene comune che deve educare equamente, fosse “cosa nostra”; a far sì che le relazioni all’interno dell’istituto siano sempre più deboli, così i lupi saranno sempre più lupi e quelli come te, mio Cappuccetto, sempre più carne per i loro denti; a trasformare il mondo nel quale si attua o meno il diritto all’istruzione, al sapere, a una vita degna di essere vissuta in un ghetto popolato da piccoli, ingrigiti Shylock quotidiani che si guardano l’un l’altro chiedendosi «non avrò per caso lavorato mezz’ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro?» 7.
Come sappiamo bene, il potere si comprende dal punto di vista di chi gli resiste. La resistenza al disegno autoritario esemplificato dai pieni poteri del dirigente-podestà – grottesca proiezione in ambito scolastico del premierato d’investitura senza limiti parlamentari, del leader unico del Partito della Nazione senza opposizione – fa segno a un processo di centralizzazione del potere e di decostituzionalizzazione e privatizzazione dei diritti. Anche la motivazione un filino forcaiola del dirigente che se sbaglia va a casa – peccato che nel testo di legge non sia scritto, ma tant’è,il nobile Renzi è uomo d’onore… – è indicativa dei bassi istinti a cui si fa appello: l’importante è che lo Schettino di turno (e ce ne sono, fra i dirigenti scolastici ben tutelati dai loro sindacati gialli, di schettini e schettine) vada in galera dopo il disastro cui ha portato la nave governando da solo e senza ascoltare alcuno, non che la nave sia preservata col concorso di tutti.
Dopo anni di culto della personalità, di leaderismo, di pseudo-decisionismo – giunti al culmine quando il 40% del 52% dei votanti (cioè il 21% scarso dell’elettorato) è stato spacciato per voto plebiscitario –, dopo tanti anni si affaccia sulla scena politica un movimento di lotta che non vuole essere governato, perché si sente legittimato a governarsi da sé. E perché mai non dovrebbe poterlo fare? Sugli insegnanti è stato scaricato da decenni l’intero peso della gestione senza mezzi e risorse adeguate della scuola di massa, e poi di tagli e costi dell’istruzione; gli insegnanti hanno dimostrato, in questi anni, di saper dire non solo i giusti NO, ma (con buona pace di chi, per malafede o ignoranza, parla di «assenza di proposta costruttiva»8, di articolare analisi critiche – ad esempio sulla valutazione, ad altezze teoriche rilevanti 9 – e addirittura una proposta di Legge di Iniziativa Popolare: perché mai non dovrebbero co-gestire la scuola? Perché mai autonomia non dovrebbe essere sinonimo di autogestione?
La protesta dei governati resistenti della scuola è indice di un legittimo desiderio di non essere governati, o essere governati il meno possibile.
Resta che per la prima volta dopo molti anni un movimento di protesta sociale ha avuto la capacità di mettere in discussione anche gli equilibri parlamentari: che, se non era il suo scopo principale, è però segno della sua forza. Vada come vada, chi oggi si oppone moderatamente sarà costretto a scegliere tra smettere di opporsi e rientrare nei ranghi (magari attraverso una poltrona governativa: scommettiamo che il nervosismo di Giannini deriva dai rumors che circolano nei corridoi?), e opporsi fino in fondo, arrivando alla rottura con la maggioranza.
E, per la prima volta, la strategia mediatica di Renzi ha fatto flop: la sualezione alla lavagna è stata un clamoroso doppio autogol degno di Comunardo Niccolai – che però aveva a sua discolpa un bellissimo nome, e al fianco un allenatore-filosofo e il compagno Gigi Riva. In primo luogo, come ha evidenziato nella sua analisi Giovanna Cosenza, Renzi ha sbagliato a usare la lavagna:
«1. Mettendosi alla lavagna, Renzi fa come se fosse un insegnante, si mette al posto degli insegnanti. Se io fossi una insegnante di scuola, penserei: come si permette? Oppure: mi sta prendendo in giro? Sta scimmiottando il mio lavoro?
2. Mettendosi alla lavagna, cioè nella posizione del maestro o del professore di scuola, Renzi si mette up e colloca il suo uditorio – gli insegnanti – down. Lui sopra, gli insegnanti sotto, lui con più autorità e autorevolezza, gli insegnanti con meno. In una situazione in cui – è Renzi stesso a dirlo nel video – bisogna restituire autorità e autorevolezza agli insegnanti, bisogna tornare a quando le famiglie li collocavano allo stesso livello dei notabili del paese, trattarli invece come scolaretti non è certo un bel modo per fare il primo passo nel lavoro di restituzione.
3. Mettendosi alla lavagna per dare una spiegazione, è come se Renzi ribadisse – ancora! – il concetto che i vari rappresentanti del suo governo hanno ripetuto come un mantra nei giorni scorsi: gli insegnanti non capiscono, non hanno capito la riforma, non capiscono le buone intenzioni del governo, non capiscono Renzi. Non capiscono, punto. E allora io mi metto alla lavagna – implica Renzi – con la santa pazienza del maestro di fronte agli allievi più zucconi, e glielo rispiego.
4. Usando una lavagna “all’antica” (non una LIM e nemmeno una lavagna a fogli mobili), Renzi – che da sempre si vuole innovatore, rottamatore, digitale e twittatore – implica che il suo uditorio sia all’antica e che lui vi si adatti. Doppiamente sbagliato: da un lato conferma nella posizione rétro gli insegnanti che stentano a usare strumenti più innovativi, dall’altro non riconosce gli insegnanti più digitalizzati e connessi (che ci sono, eccome).»
In secondo luogo, ha dato modo agli insegnanti di rispondergli mettendosi al suo stesso livello: e la lavagna e le parole e le telecamere gli insegnanti (e anche gli studenti) hanno dimostrato di saperle usare bene:
Se il video di Giovanni Cocchi vi sembra troppo lungo (perché ci vogliono tempo e pazienza, per parlare di cose serie come il futuro di una generazione: non si può sempre andar correndo da uno spot all’altro, comeRaffaella Paita in Liguria), ascoltate almeno le ultime parole (dal minuto 23:55):
«Se passa questo, la cosa inevitabile è che ci saranno molte scuole private, poche scuole bellissime nei centri storici di alcune grandi città, molte scuole brutte e povere nelle periferie. E succederà quello che avevamo superato da decenni, quello che diceva don Milani: e cioè che il figlio del dottore farà il dottore, il figlio dell’operaio o dell’impiegato farà l’operaio o l’impiegato. È un salto all’indietro mostruoso».
Quello che diceva don Milani… Il nobile Renzi diceva invece, elogiando Paola Mastrocola, che bisogna mettere in discussione modelli come don Milani e Gianni Rodari. E il nobile Renzi è uomo d’onore…
sally
3. La morale della storia
Quando tutto sembrava perduto, ai diversi rimasti (o ai “rimasti diversi”, come gli piaceva farsi chiamare) venne un’idea: quella di mettere insieme quel poco che era restato.
Ognuno avrebbe dovuto mettere un po’ del suo “SO” per tentare di ricostruire faticosamente la SCUOLA.
“È un’idea SOvversiva”, replicò qualcuno; ma tutti gli altri accettarono ed iniziarono a condividere.
“SOggetto”, disse uno.
“SOcializzare”, continuò un altro.
“SOlidarietà”, aggiunse un terzo.
“SOrpresa, SOstenere, SOrgente, SOrridere, SOstanza, SOluzione, SOgno”, dissero in rapida successione i diversi rimasti.
Dopo le parole vennero le idee e dopo le idee arrivò anche la consapevolezza che per ricostruire sarebbe servito tempo.
Però la motivazione e l’energia non gli mancava di certo
Fu proprio comprendendo che il mettere insieme può diventare una moltiplicazione di saperi e di speranze, che i diversi rimasti iniziarono a riprendersi, ad una ad una, le vocali e le consonanti.
Le prime furono la U di Unire e la L di Linguaggi.
I diversi rimasti avevano messo insieme il SO superstite, la U e la L ed avevano, lentamente e faticosamente, composto: SOUL (anima).
Ora erano davvero sicuri che quella era la strada giusta per andare a…SCUOLA.
(*) Il contributo di Carmelo Palladino è tratto da un testo (La favola dell’autonomia) di prossima pubblicazione, quello di Mauro Presini daL’anima della scuola (15 settembre 2013).

Malgrado gli schiaffoni elettorali, Renzi vuole portare a compimento il disastroso progetto di “cattiva scuola”. Imponiamo il ritiro del Ddl con uno sciopero plebiscitario degli scrutini


 No al preside-padrone, no ai quiz, sì all’assunzione stabile dei precari
 Il 5 giugno manifestazioni in tutta Italia. 
 Gli schiaffoni elettorali affibbiati a Renzi, al suo governo e al PD hanno molte motivazioni, ma quella prevalente attiene, a parere generale, alle politiche neoliberiste del governo nei confronti del lavoro e ancor più all’attacco sferrato stoltamente contro tutto il mondo della scuola: un attacco così violento da aver provocato il 5 maggio il più grande e unitario sciopero generale della scuola di sempre, evento che si ripeterà nei prossimi giorni con il plebiscitario sciopero degli scrutini che, partito dai COBAS, ha coinvolto tutte (anche questo senza precedenti) le organizzazioni sindacali. E tra questi due eventi gi scioperi contro i quiz Invalsi, da noi promossi, hanno visto la straordinaria partecipazione dei genitori (che hanno lasciato a casa i propri figli alle Elementari il 6 e il 7 maggio) e degli studenti il 12 maggio ed hanno annullato un terzo delle prove a base di indovinelli.
Di fronte a questa plebiscitaria opposizione e ai negativi risultati elettorali (che poi sono la vera preoccupazione per chi ha il Potere come unica bussola dell’agire politico), qualsiasi leader politico o governo farebbe marcia indietro e nello specifico abbandonerebbe la catastrofica idea di consegnare le scuole a dei presidi-padroni secondo il pessimo modello aziendale alla Marchionne, con “un uomo solo al comando”: ma per il momento non sembrerebbe che questa elementare “saggezza” stia emergendo nel governo Renzi. Dunque, sarà decisiva l’estensione unitaria della protesta che bloccherà gli scrutini in tutta Italia, richiedendo il ritiro del Ddl e l’emanazione di un decreto per l’assunzione stabile dei precari, secondo quanto indicato dalla Corte di giustizia europea. 
Come COBAS abbiamo convocato lo sciopero degli scrutini (escludendo le classi “terminali”) per due giorni consecutivi, a partire da quello seguente la fine delle lezioni, l’11 e il 12 giugno per l'Umbria. Ogni docente potrà scioperare la prima ora di ogni suo scrutinio e sarà sufficiente lo sciopero di un solo docente per farlo rinviare. La trattenuta sarà oraria ed i Comitati e Assemblee di sciopero unitari, che si sono costituiti, faranno in modo che l’onere sia ripartito tra il maggior numero di docenti. Va tenuto conto, però, che in alcune scuole i presidi hanno preso l’illegittima e antididattica decisione di fare scrutini prima della conclusione delle lezioni. Stante che le vie legali non avrebbero la tempestività necessaria per intervenire, anche in questo caso lo sciopero è comunque coperto, grazie alla modalità di convocazione dello sciopero di Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda che consente lo sciopero orario, in ogni classe, nei primi due giorni di effettuazione degli scrutini nella singola scuola.
Infine, il 5 giugno in tutta Italia il blocco degli scrutini verrà accompagnato da manifestazioni, cortei, spettacoli, feste, giochi e intrattenimenti contro la “cattiva scuola” renziana, i presidi padroni, i quiz, e per il ritiro del Ddl. 
A Roma un corteo unitario, indetto da alcune RSU e con la partecipazione di tutti i sindacati che hanno promosso gli scioperi, partirà alle 17.30 dal Colosseo e si recherà a P. Farnese ove si svolgerà (fino alle 24) una “notte bianca”con interventi, spettacoli, teatro, balli e musica di strada, intrattenimenti vari, pizze e gelati per grandi e piccini.

INDICAZIONI OPERATIVE SCIOPERO DEGLI SCRUTINI

mercoledì 3 giugno 2015

1.Quando si può scioperare?   
Ogni docente può scioperare secondo l'indizione Cobas: sciopero breve orario limitato alle operazioni degli scrutini nei primi due giorni dopo il termine delle lezioni stabilito dal calendario regionale (l’11 e il 12 giugno per l'Umbria).     Ma può scioperare anche utilizzando l’indizione di sciopero  di CGIL,CISL,UIL,SNALS e GILDA: sciopero degli scrutini nella prima ora di ciascun scrutinio nei primi due giorni di scrutini  del calendario di ciascuna istruzione scolastica.
2. Ci sono scrutini di classi in cui  non si può scioperare?
 SI. In base alla normativa vigente non si può scioperare  durante gli scrutini delle classi terminali di terza media e quinta superiore.
3. Può il docente scioperare nella prima ora di ciascuno scrutinio nell’ambito della stessa giornata?
SI perché lo sciopero indetto è di un’ora per ciascuno degli scrutini in calendario nelle due giornate consecutive di sciopero. Ogni docente può scioperare nella prima ora di attività programmata relativa a ciascuno degli scrutini delle classi che lo riguardano nella giornata, quindi anche a più scrutini nello stesso giorno. Dunque non c’è un problema di ultrattività che comporterebbe la trattenuta dell’intera giornata di lavoro. Solo che non serve che si scioperi la prima ora di “tutti gli scrutini” (con relativa ritenuta in base alle ore di sciopero) perché basta che ci si metta d’accordo e che lo faccia un docente soltanto per 1 ora per ciascuno degli scrutini della giornata in cui è coinvolto. Ciò comporta la trattenuta di 1 ora  (circa 12 euro netti) per ogni ora di sciopero fatto nella giornata. Ricordiamo che per bloccare uno scrutinio, basta che scioperi un docente dovendoci essere, per la validità dello scrutinio, il collegio “perfetto” e non potendo il preside sostituire un docente in sciopero in ciascuno scrutinio. 
4. Se lo scrutinio è stato programmato per più di un'ora il preside può cominciare lo scrutinio al termine della prima ora?
NO. La mancanza del “Collegio perfetto” rende impossibile l'apertura delle operazioni e quindi il suo regolare svolgimento. A questo fine non rileva il fatto che il consiglio sia stato programmato per più di un’ora. Va comunque rinviato.
5.  Se la prima ora programmata per le operazioni di scrutinio riguarda le classi terminali, il docente può scioperare nella prima ora dello scrutinio relativo alle altre classi?
Sì! Può scioperare alla prima ora programmata per ciascuno scrutinio delle classi non terminali. 
6. Se il calendario degli scrutini di una scuola prevede che nella prima giornata si svolgano solo gli scrutini delle classi terminali (3° media o V superiore), considerato che non si può scioperare negli scrutini delle classi terminali, è possibile scioperare nei due giorni successivi?
SI, è possibile, utilizzando l’indizione di sciopero dei 5 “per le prime due giornate consecutive di scrutini secondo il calendario di ciascuna scuola”, con esclusione degli scrutini delle classi terminali che hanno gli esami finali. In questo caso le due giornate di sciopero decorrono dalla prima giornata utile successiva.
7.  Se un docente è assente allo scrutinio ma non ha comunicato l’adesione allo sciopero il dirigente scolastico può sostituirlo?
No perché anche nel caso dello sciopero degli scrutini non è prevista dalla normativa nessuna preventiva comunicazione. Ma dal momento che l’ANP ha dato ai dirigenti scolastici la seguente indicazione “Se qualcuno manca e non ha comunicato preventivamente l’adesione allo sciopero, attendere un quarto d’ora e poi sostituirlo (non è comportamento antisindacale, se la comunicazione non perviene una volta che la seduta è aperta)” è opportuno che anche il docente scioperante sia presente allo scrutinio  e comunichi “seduta stante”, all’inizio della seduta, la propria adesione allo sciopero. Il preside, preso atto della dichiarazione di sciopero, e quindi dell’impossibilità di procedere (per quanto sopra detto) allo scrutinio, provvede (e DEVE PROVVEDERE ) al suo rinvio a una data che deve essere successiva alle due giornate consecutive di sciopero: non può fissarlo nella stessa giornata né nel giorno dopo.  
Come comportarsi nei giorni di sciopero?
In merito alla partecipazione allo scrutinio anche se si è in sciopero su quello scrutinio, riteniamo che, sia molto importante essere presenti a scuola nei giorni di sciopero, sia per controllare che i presidi non compiano abusi e/o irregolarità sia per “presidiare” la scuola in un momento di grande ed incisiva mobilitazione (e in cui ci potrebbe essere grande attenzione dei media su cosa succede, che “clima” ci sia all’interno delle scuole) e infine per contattare/convincere anche i colleghi più “tiepidi” ed avviare ulteriori momenti di discussione sulla mobilitazione da portare avanti.
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A TERNI FLASH MOB CONTRO LA RIFORMA DELLA SCUDEL GOVERNO RENZI

venerdì 29 maggio 2015




Il 28 maggio dalle 19 alle 20 si è Tenuto a largo Villa Glori, a Terni il flash mob “vestiti di rosso e con un libro sul cuore” contro la riforma della scuola del governo il cui DDL verrà discusso nei prossimi giorni in Senato.
Hanno partecipato all’evento un nutrito gruppo di docenti, lavoratori della scuola e cittadini che, disposti in cerchio hanno osservato 5 minuti di silenzio e, al suono di una campanella, hanno effettuato in contemporanea, la lettura di un brano dal libro che ciascuno di loro aveva portato. Un successivo suono della campanella ha sancito un secondo momento di silenzio  durante il quale i partecipanti hanno tenuto i loro libri sul petto. L’iniziativa si è sciolta con l’appello ai partecipare allo sciopero degli scrutini. La manifestazione si è collegata ad analoghe iniziative promosse nelle principali città italiane e rientra nelle molteplici iniziative indette contro la nefasta riforma della scuola del governo Renzi.
I partecipanti chiedono con forza il ritiro della riforma, l’assunzione immediata di tutti i precari, investimenti reali per la scuola pubblica e si oppongono alla deriva autoritaria del preside-podestà.
Terni 18.05.15

DAT- Docenti Autorganizzati Terni

Giorgio Israel: «L’errore di Renzi sulla scuola: non ha capito la trasversalità dell’opposizione»

martedì 19 maggio 2015 · Posted in , , , ,


by Roberto Ciccarelli
 «Il preside-manager viene istituito per una ragione di controllo politico-
il preside podestà della controriforma Renzi
ideologico e per creare un ceto di dirigenti che faccia da cinghia di trasmissione con i precetti del Miur
». «La scuola forma persone libere, non individui confezionati da un’ideologia tecnocratica» Intervista. Giorgio Israel, storico della scienza e matematico, intervistato da Roberto Ciccarelli, critica lo storytelling messo a punto dal governo sul Ddl scuola. La Buona Scuola? «Spe­riamo che non sia appro­vata. Altri­menti, que­sto insieme di prov­ve­di­menti scon­nessi, incoe­renti, pro­dotti da chi non ha alcuna auten­tica com­pe­tenza sul tema dell’istruzione oppure ha idee deva­stanti, pro­durrà sem­pli­ce­mente terra bru­ciata».
Gior­gio Israel, pro­fes­sore di mate­ma­tica alla Sapienza di Roma, è un fine ana­li­sta dell’ideologia neo­li­be­rale della valu­ta­zione e della cer­ti­fi­ca­zione buro­cra­tica che da vent’anni governa l’istruzione e la ricerca. Il blog, gli arti­coli e gli scritti di Israel sono stru­menti per deco­struire il rac­conto imba­stito dal governo sulla «Buona Scuola» e per spie­garne le finalità.
Lo sto­ry­tel­ling di Renzi sostiene che l’opposizione alla riforma della scuola è ispi­rata da forze con­ser­va­trici. Pro­fes­sore, lei si sente un conservatore?
Que­sto è il punto. Quello che il nostro pre­mier non ha capito è che chi si oppone alla «Buona scuola» lo fa per lo più in nome della difesa di una visione uni­ver­sa­li­stica dell’istruzione, che mira non alla fab­bri­ca­zione di indi­vi­dui con­fe­zio­nati in base a un’ideologia tec­no­cra­tica bensì alla for­ma­zione di per­sone libere, dotan­dole degli stru­menti cono­sci­tivi adatti a una libera scelta del loro futuro. Una simile visione è pre­sente in chi, a sini­stra, è legato a una visione di tipo gram­sciano, e in chi invece si ricol­lega a una visione con­ser­va­trice di tipo libe­ral­de­mo­cra­tico. Non aver capito il carat­tere di tra­sver­sa­lità dell’opposizione è stato un errore poli­tico colos­sale. Quanto a me, quel che conta è quel che penso e se ricordo certi lin­ciaggi estre­mi­sti cui sono stato sot­to­po­sto rifiuto cate­go­ri­ca­mente di farmi met­tere etichette.
Nello spot alla lava­gna il pre­mier ha riven­di­cato la con­ti­nuità con la riforma di Luigi Ber­lin­guer. Qual è il suo giu­di­zio sul ven­ten­nio di riforme dell’istruzione pubblica?
Meglio sten­dere un velo pie­toso. Le riforme ber­lin­gue­riane della scuola e dell’università sono state quanto di più deva­stante si sia dato in que­sto ven­ten­nio. Dagli anni in cui Ber­lin­guer difen­deva acca­ni­ta­mente la visione gram­sciana di una scuola disin­te­res­sata, basata sulle cono­scenze e il rigore, con cri­ti­che severe degli andazzi della buro­cra­zia euro­pea, egli è pas­sato all’adesione com­pleta a una visione tec­no­cra­tica senza la minima giu­sti­fi­ca­zione di tale rove­scia­mento salvo l’invettiva quo­ti­diana con­tro Gen­tile, fonte di qual­siasi male anche di quelli con­tro cui com­bat­teva e che, in fin dei conti, ha avuto scarsa influenza sulle poli­ti­che sco­la­sti­che del fasci­smo rispetto a un Bot­tai. Un altro sto­ry­tel­ling com­ple­ta­mente falso.
Qual è la ragione che spinge il governo a imporre la figura del pre­side mana­ger nella scuola?
Una ragione di con­trollo politico-ideologico in modo da disporre di un ceto di diri­genti che fac­cia da cin­ghia di tra­smis­sione dei pre­cetti mini­ste­riali. Basti pen­sare all’ultimo con­corso per diri­genti. La bat­te­ria di quiz era com­po­sta da un gran numero di domande sba­gliate e poi da una massa di domande che richie­de­vano da parte del can­di­dato la cono­scenza di una let­te­ra­tura psico-pedagogica di tipo costrut­ti­vi­sta. E per­ché mai per essere un buon diri­gente debbo essere esperto e con­sen­ziente con certa let­te­ra­tura e non altra? Qui viene messa fuori gioco non solo la libertà d’insegnamento ma quella di pen­sare libe­ra­mente. Se poi un diri­gente viene dotato anche del potere di assu­mere e con­trol­lare la car­riera dei «suoi» inse­gnanti siamo al regime. Si ricordi che la Carta della Scuola fasci­sta del 1940 ride­fi­niva il pre­side come «capo dell’Istituto», una figura mono­cra­tica che ora viene dotata di altri pesanti poteri.
Com’è cam­biato il mestiere dell’insegnante in que­sti venti anni?
È stato pro­gres­si­va­mente tra­sfor­mato nella figura di un mero ese­cu­tore delle pre­scri­zioni mini­ste­riali espresse in un con­ti­nuo dilu­vio di cir­co­lari, regole, cer­ti­fi­ca­zioni spesso deli­ranti e scritte in un ita­liano incre­di­bile. Gli è stata sot­tratta gran parte del tempo della sua atti­vità come «mae­stro». Del resto, è da un pezzo che certo peda­go­gi­smo che ha larga influenza tra i buro­crati del mini­stero pre­dica che biso­gna can­cel­lare la parola inse­gnante per sosti­tuirla con quella di «faci­li­ta­tore», in nome di una dema­go­gica idea della scuola come «auto­for­ma­zione», senza ren­dersi conto che una scuola senza auten­tici «mae­stri», capaci di sta­bi­lire un rap­porto intenso e costrut­tivo con gli allievi non è tale, è una fab­brica di addetti all’impresa, quel che per­se­gue la Con­fin­du­stria nella sua solita prassi di otte­nere quel che le serve a spese dello Stato.
Il governo ha cri­ti­cato il boi­cot­tag­gio dei test Invalsi. Come sono nati e qual è il loro ruolo nel nuovo sistema di valu­ta­zione della scuola e degli studenti?
Sarebbe lungo fare una sto­ria dell’Invalsi. All’inizio doveva essere un isti­tuto che con metodi sta­ti­stici cam­pio­nari doveva ten­tare di costruire un’immagine dello stato della scuola ita­liana. Si è tra­sfor­mato in un isti­tuto cen­sua­rio cui è stato dato il potere addi­rit­tura di imporre una prova a quiz che inter­viene e altera il pro­cesso di valu­ta­zione facendo parte delle prove per l’uscita dalle scuole medie. Siamo in molti ad aver svolto cri­ti­che det­ta­gliate della prassi dell’ente senza alcuna rispo­sta per­ché esso è chiuso, auto­re­fe­ren­ziale ed esente da qual­siasi controllo.
Appro­vata la riforma, che cosa diven­terà la scuola?
Spe­riamo che non sia appro­vata. Altri­menti, que­sto insieme di prov­ve­di­menti scon­nessi, incoe­renti, pro­dotti da chi non ha alcuna auten­tica com­pe­tenza sul tema dell’istruzione oppure ha idee deva­stanti, pro­durrà sem­pli­ce­mente terra bru­ciata. I migliori inse­gnanti non vedranno l’ora di andar­sene – come già accade – e la scuola diven­terà una mera pro­pag­gine della buro­cra­zia e di chi vuol ser­vir­sene sol­tanto a scopi mera­mente stru­men­tali. Addio cul­tura e cono­scenze, in un paese che ha una delle più ric­che tra­di­zioni cul­tu­rali del mondo e aveva costruito un’ottima scuola.

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