OCCUPARE LA SCUOLA NON E' REATO !



 In tempo di crisi e problematiche sociali e politiche di varia natura, le scuole sono in pieno movimento.
Un movimento che spesso apre la porta all'occupazione del plesso scolastico, in altri casi alla semplice autogestione o cogestione.

Sorgono spontanei dei dubbi, ovvero le azioni di protesta, in particolar modo quella dell'occupazione della scuola, se non consentono il raggiungimento della soglia minima dei 200 giorni per lo svolgimento delle lezioni, come previsto dall'articolo 74 comma 3 del Testo Unico della Scuola, pongono a rischio la validità dell'anno scolastico? Ed il personale della scuola è tenuto a recuperare i giorni di attività lavorativa non pienamente prestati a causa dell'occupazione? Come è ben noto il diritto è interpretabile, a volte in modo restrittivo a volte in modo estensivo, non sempre ciò che è legale è legittimo, così come non sempre ciò che è legittimo è legale. Ma in realtà legalità e legittimità potrebbe coincidere.

La legge base di riferimento è l' art. 74 D.Lgs 297/1994, che regola la durata dell'anno scolastico e le norme che attribuiscono alle regioni (art. 138 D.Lgs 112/98) la competenza di determinare il calendario scolastico e alle scuole (art.5 D.P.R. 275/99) la competenza di stabilire gli eventuali adattamenti del calendario rispetto al POF. Alle quali si devono aggiungere l'articolo 1218 e 1256 del C.c ed in particolar modo l'articolo 21 della Costituzione italiana, l'articolo,9,10 e 11 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali Firmata a Roma il 4 novembre 1950 (Testo coordinato con gli emendamenti di cui al Protocollo n. 11 firmato a Strasburgo l’11 maggio 1994, entrato in vigore il 01 novembre 1998 ). Cosa emerge dal combinato disposto di queste norme?

1)Legittimità dell'occupazione scolastica e validità anno scolastico
 Dal punto di vista penale, i reati configurabili, o che di norma vengono contestati, in questi casi,  sono l' "invasione di terreni o edifici", art. 633 c.p., l' "interruzione di un ufficio o servizio pubblico  o di un servizio di pubblica necessità", art. 340 c.p..Con  sentenza del 30 marzo 2000 la II sezione della Corte di cassazione è intervenuta sul punto  rilevando  che:    Non è applicabile l'art. 633 alle occupazioni studentesche perché tale norma  ha lo scopo di punire solo l'arbitraria invasione di edifici e non
 qualsiasi occupazione illegittima.  Affermando in particolar modo che L'edificio scolastico, inoltre, pur appartenendo allo Stato, non costituisce una realtà estranea agli studenti, che non sono dei semplici frequentatori, ma soggetti attivi della comunità scolastica e pertanto non si ritiene che sia configurato un loro limitato diritto di accesso all'edificio scolastico nelle sole ore in cui è prevista l'attività scolastica in senso stretto. Sulla questione dell'interruzione del Pubblico Servizio il Tribunale di Siena, che recepisce l'orientamento che sembra essere maggioritario sul punto rileva che "Se la c.d. "occupazione" della scuola da parte degli studenti avviene senza modalità invasive,  e cioè consentendo lo svolgersi delle lezioni e l'accesso degli addetti, non è configurabile  il reato di interruzione di pubblico servizio , neanche se l'attività didattica si svolge con difficoltà ed in mezzo a confusione. Tribunale Siena, 29 ottobre 2001".   Ma giunge notizia, a conferma di come il diritto sia volubile sul punto, che  il 13 novembre 2012 alle ore 9,30, al Tribunale dei minorenni di Palermo, si è tenuta l’udienza n.245/12 R.G.U.P.  che vedeva imputato uno degli studenti che avevano guidato l’occupazione di un istituto superiore  di Palermo nei mesi di novembre e dicembre 2010.  Lo studente sarebbe stato condannato a “due mesi di giustizia riparatrice” presso l’Azienda Sanitaria  Provinciale, per lo svolgimento di attività socialmente utili.  

Dunque i rischi sussistono, ma essendo l'occupazione, l'autogestione o la cogestione, strettamente correlate ad un malessere sociale, finalizzate al conseguimento della realizzazione di diritti costituzionalmente previsti, ma non sempre garantiti, compatibili  con la formazione del processo educativo e formativo dello studente, riconducibili alla libera manifestazione del pensiero, essendo lo studente parte attiva e non soggetto esterno od estraneo alla realtà scolastica, queste forme di lotta sono legittime ed anche legali. Infatti, i periodi di occupazione, autogestione o cogestione, pur mutando le modalità  con cui si esplicano le forme di protesta partecipata, ma non l'essenza, possono essere  computabili ai fini delle assenze scolastiche salvaguardando anche il regime dei 200 giorni  ex lege per la validità dell'anno scolastico qualora l'occupazione rientri anche nei canoni della  causa di forza maggiore. Ricordo che ai sensi della C.M. n. 20 del 4 marzo 2011, che definisce i criteri di calcolo delle assenze al fine della validità dell’anno scolastico per la valutazione degli studenti, il numero massimo  di giorni di assenza consentiti (1/4 della durata dell’anno scolastico come previsto dal DPR 122/2009) non viene calcolato sul generico riferimento della durata media dell’anno scolastico (200 giorni) ma viene “personalizzato”.
  
E' vero che delle note di vari Uffici scolastici Regionali riportano il seguente principio: Infatti, pur emergendo l’inderogabilità della disposizione circa i 200 giorni di scuola effettivi da osservare come“offerta formativa” delle Istituzioni Scolastiche del Primo e Secondo Ciclo di Istruzione. Ne consegue che in caso di esaurimento completo dei giorni obbligatori ed eccedenti i 200 minimi, le singole scuole dovranno deliberare in merito alla possibilità di recuperare i giorni necessari per il raggiungimento dei 200 giorni prescritti, o sottraendoli ai periodi di vacanza o prolungando le lezioni oltre il termine delle lezioni previsto dal Calendario Regionale.   Ma nel caso in cui i giorni di occupazione non verranno reputati come giorni di assenza, cosa fattibile in sede di autonomia scolastica, realizzando il principio  della piena partecipazione dello studente ai processi democratici fondanti la comunità scolastica,  riconoscendo valenza formativa ai detti giorni, il problema del recupero non si pone.    

D'altronde emerge anche un problema strettamente lavoristico.  
2) Il personale scolastico deve recuperare i giorni ove la prestazione di lavoro non è stata pienamente possibile a causa dell'occupazione?  
Se l'occupazione della scuola configura da un lato una diversa esplicazione di servizio pubblico, e nello stesso tempo il personale scolastico, per causa di forza maggiore, non dipendente dalla propria
volontà, non ha potuto prestare la propria prestazione lavorativa, così come contrattualmente prevista, questo, in base all'articolo 1256 del CC che recita “L’obbligazione si estingue quando,  per una causa non imputabile al debitore [il lavoratore], la prestazione diventa impossibile. Se l’impossibilità è solo temporanea, il debitore, finché essa perdura, non è responsabile  del ritardo dell’adempimento”, ebbene non è tenuto ad alcun recupero, principio rafforzato anche dall'articolo 1218 del CC, ove in base anche allo stato di acquiescenza della situazione da parte dell'Istituzione Scolastica verso l'occupazione, si desume che se l'impossibilità della prestazione non dipende da causa imputabile al debitore, l'obbligazione è estinta e il debitore( lavoratore) è liberato . Dunque rischierebbero di essere illegittime ma anche illegali quelle delibere del Consiglio d'Istituto, su proposta o indicazione del Collegio docenti, che disciplinano il recupero dell'attività  lavorativa non pienamente prestata o prestata in modo alternativo, durante il periodo dell'occupazione, allungando la durata dell'anno scolastico o da esercitate durante il periodo della ordinaria sospensione dell'attività didattica. A tal proposito è necessario ricordare che l'eventuale rimodulazione  dei giorni di sospensione dell'attività didattica,ove si potrebbe deliberare il recupero dell'attività come sopra considerata, andrà condivisa con gli enti locali interessati, considerato l'evidente riflesso che tale decisione ha sull'organizzazione dei trasporti e sul funzionamento degli edifici scolastici .

L' USR EMILIA ROMAGNA così si pronunciava in merito al problema neve ed interruzione dell'attività didattica. "In relazione agli eventi naturali che hanno comportato la perdita di giorni di lezione per la più parte delle Istituzioni scolastiche della regione, si ricorda che per consolidato orientamento già espresso da questa Direzione (vedi note prot. 18967 del 18.11.2002 e n.1743 del 15.2.2010) “L’anno scolastico resta valido anche se le cause di forza maggiore hanno comportato la discesa del totale al disotto dei 200 giorni”. Anche Il MIUR, con la circolare numero 1000 del 22 febbraio 2012, forniva indicazioni alle scuole sulla validità dell'anno scolastico e sugli eventuali adeguamenti dei calendari scolastici a seguito degli eccezionali eventi atmosferici considerati, ribadendo, come hanno già fatto diversi Uffici Scolastici Regionali, che "è fatta comunque salva la validità dell'anno scolastico" anche in caso di "discesa dei giorni di lezione al di sotto del limite dei 200" in conseguenza di "cause di forza maggiore".

Conclusione.
L'occupazione può non essere considerata come assenza dello studente ed essere anche  computata valida ai fini dei 200 giorni di lezione se fatta rientrare nell'ipotesi di causa di forza maggiore, può essere ritenuta come attività formativa ed educativa dello studente, come diversa ed alternativa esplicazione del processo formativo dello studente, senza pregiudicare la validità dell'anno scolastico, e le singole Istituzioni scolastiche possono, in base ai principi dell'autonomia, poiché nulla osta in tale senso, deliberare in questa direzione in armonia con le competenze Regionali in materia.
Il personale scolastico, essendo l'occupazione considerabile come causa di forza maggiore che rende non pienamente eseguibile la prestazione del lavoratore, essendosi manifestata, nel caso specifico lì ove non è stato attuato "sgombero", anche accettazione da parte dell'Istituzione scolastica della situazione in essere, non è tenuto a recuperare alcun tipo di prestazione lavorativa, poiché sono pienamente estendibili in questo caso in via analogica le ipotesi riconducibili al non recupero della prestazione lavorativa per la chiusura della scuola causa neve, od altra forza maggiore, non esistendo d'altronde una tipizzazione della causa di forza maggiore nulla osta che anche l'occupazione scolastica possa essere ritenuta tale.
Infine sarebbe una conquista sociale e politica non da poco conto e basilare per ogni democrazia, riconoscere valenza formativa al processo di occupazione.

LA COOP NON SIAMO NOI

Le dipendenti della Coop, appartenenti al sindacato Usb, hanno deciso di scrivere una lettera a Luciana Littizzetto, testimonial dello spot della nota catena di supermercati, per denunciare la loro situazione. 
Ecco il testo della lettera:



“Cara Luciana, lo sai cosa si nasconde dietro il sorriso di una cassiera che ti chiede di quante buste hai bisogno? Una busta paga che non arriva a 700 euro mensili dopo aver lavorato sei giorni su sette comprese tutte le domeniche del mese. Le nostre famiglie fanno una grande fatica a tirare avanti e in questi tempi di crisi noi ci siamo abituate ad accontentarci anche di questi pochi soldi che portiamo a casa. Abbiamo un’alternativa secondo te?
Nei tuoi spot spiritosi descrivi la Coop come un mondo accattivante e un ambiente simpatico dove noi, quelle che la mandano avanti, non ci siamo mai. Sembra tutto così attrattivo e sereno che parlarti della nostra sofferenza quotidiana rischia di sporcare quella bella fotografia che tu racconti tutti i giorni. Ma in questa storia noi ci siamo, eccome se ci siamo, e non siamo contente. Si guadagna poco e si lavora tanto. Ma non finisce qui.
Noi donne siamo la grande maggioranza di chi lavora in Coop, siamo circa l’80%. Prova a chiedere quante sono le dirigenti donna dell’azienda e capirai qual è la nostra condizione. A comandare sono tutti uomini e non vige certo lo spirito cooperativo.
Ti facciamo un esempio: per andare in bagno bisogna chiedere il permesso e siccome il personale è sempre poco possiamo anche aspettare ore prima di poter andare. Il lavoro precario è una condizione molto diffusa alla Coop e può capitare di essere mandate a casa anche dopo 10 anni di attività più o meno ininterrotta. Viviamo in condizioni di quotidiana ricattabilità, sempre con la paura di perdere il posto e perciò sempre in condizioni di dover accettare tutte le decisioni che continuamente vengono prese sulla nostra pelle. Prendi il caso dei turni: te li possono cambiare anche all’ultimo momento con una semplice telefonata e tu devi inghiottire. E chi se ne frega se la famiglia va a rotoli, gli affetti passano all’ultimo posto e i figli non riesci più a gestirli.
Denunciare, protestare o anche solo discutere decisioni che ti riguardano non è affatto facile nel nostro ambiente. Ci è capitato di essere costrette a subire in silenzio finanche le molestie da parte dei capi dell’altro sesso per salvare il posto o non veder peggiorare la nostra situazione. Tutte queste cose tu probabilmente non le sai, come non le sanno le migliaia di clienti dei negozi Coop in tutta Italia.
Non te le hanno fatte vedere né te le hanno raccontate. Ed anche a noi ci impediscono di parlarne con il ricatto che se colpiamo l’immagine della Coop rompiamo il rapporto di fiducia che ci lega per contratto e possiamo essere licenziate. Ma noi non vogliamo colpire il marchio e l’immagine della Coop, vogliamo solo uscire dall’invisibilità e ricordare a te e a tutti che ci siamo anche noi.
Noi siamo la Coop, e questo non è uno spot. Siamo donne lavoratrici e madri che facciamo la Coop tutti i giorni. Siamo sorridenti alla cassa ma anche terribilmente incazzate. Abbiamo paura ma sappiamo che mettendoci insieme possiamo essere più forti e per questo ci siamo organizzate. La Coop è il nostro posto di lavoro, non può essere la nostra prigione. Crediamo nella libertà e nella dignità delle persone. Cara Luciana ci auguriamo che queste parole ti raggiungano e ti facciano pensare. Ci piacerebbe incontrarti e proporti un altro spot in difesa delle donne e per la dignità del lavoro.
Con simpatia, un gruppo di lavoratrici Coop”.

Progetto “Dovete morire”. Conto alla rovescia


Progetto “Dovete morire”. Conto alla rovesciaMonti esterna sul servizio sanitario: “Senza finanziamenti potrebbe non essere più garantito”. Le polemiche costringono Palazzo Chigi all'ennesima rettifica ma la minaccia rimane ed incombe sul futuro di questo paese. Dobbiamo fermarli.

''Il nostro Sistema sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalita' di finanziamento''. Questo è quanto è stato affermato dal premier Mario Monti a Palermo. ''Il momento e' difficile - ha aggiunto il premier - la crisi ha colpito tutti e ha impartito lezioni a tutti''.  Le sue dichiarazioni, come prevedibile, hanno suscitato un vespaio di reazioni e polemiche perchè indicavano piuttosto implicitamente una destrutturazione del Sistema Sanitario Nazionale pubblico. Il vespaio ha fatto sì che con una nota Palazzo Chigi e' tornato sulle considerazioni del Presidente del Consiglio precisando che ''Contrariamente a quanto riportato dai media, il Presidente ha voluto attirare l'attenzione sulle sfide cui devono far fronte i sistemi sanitari per contrastare l'impatto della crisi. Cio' vale, peraltro, per tutti i settori della pubblica amministrazione. Le soluzioni ci sono, e vanno ricercate attraverso una diversa organizzazione piu' efficiente, piu' inclusiva e piu' partecipata dagli operatori del settore. Le garanzie di sostenibilita' del servizio sanitario nazionale non vengono meno. Per il futuro e' pero' necessario individuare e rendere operativi modelli innovativi di finanziamento e organizzazione dei servizi e delle prestazioni sanitarie''. ''In sintesi - specifica Palazzo Chigi -, il Presidente non ha messo in questione il finanziamento pubblico del sistema sanitario nazionale, bensi', riferendosi alla sostenibilita' futura, ha posto l'interrogativo sull'opportunita' di affiancare al finanziamento a carico della fiscalita' generale forme di finanziamento integrativo. Inoltre, egli ha voluto sollecitare la mobilitazione di tutti gli addetti ai lavori, cosi' come degli utenti e dei cittadini, per una modernizzazione e un uso piu' razionale delle risorse''.

Fin qui la cronaca che oggi troviamo sui giornali o sulle agenzie. Ma la sostanza dell'esternazione di Monti, l'ennesima, resta e soprattutto rimane l'inquietudine sul modello sociale che il Presidente del Consiglio, i suoi ministri e la troika Bce,Ue.Fmi hanno in mente.
Non è un mistero che Monti, i montisti e la troika intendano procedere con l'accetta sulla spesa sociale. Lo hanno fatto su quella previdenziale e sui servizi sociali locali, vogliono farlo sul sistema sanitario. In questo vengono coadiuvati da studi e previsioni improbabili e falsati che dovrebbero servire a spianargli la strada secondo i quali nel 2060 (!?) la spesa sanitaria in Italia potrebbe raggiungere l'8% del Pil, meno di Francia, Germania, Austria, Danimarca, Repubblica Ceca, Portogallo, Slovacchia e Inghilterra.

sanità confronto italia europa

La realtà ci dice che nel 2012 la spesa sanitaria è stata di 113 miliardi pari al 7,3% del Pil (dall'anno prossimo con i tagli previsti dovrebbe scendere a 107 miliardi). Un dato perfettamente compatibile ed anzi al di sotto di quanto spendono altri paesi europei. Secondo alcune stime la spesa potrebbe crescere nel 2015 a 116 miliardi, anche qui niente di straordinario per un paese di 60 milioni di abitanti con un Pil di 1.500 miliardi di euro e una ricchezza privata di circa 9mila miliardi.
La realtà ci dice ancora che ogni anno lo Stato spende tra gli 85 e i 97 miliardi all'anno per pagare gli interessi sul debito pubblico ai proprietari dei titoli del debito (che per l'84% coincidono con banche, assicurazioni,società finanziarie e fondi di investimento stranieri e italiani). Con questo trend nel 2060 la spesa per far ingrassare banche e mercati finanziari arriverà, a spanne, a 4.300 miliardi tenendo conto dei su e giù dello spread.. E allora? Vogliamo mettere!!



In pratica Monti, i montisti e la troika ci stanno dicendo che dobbiamo pagarci le spese sanitarie tramite assicurazioni private e minori prestazioni perchè questi soldi servono per pagare le banche e i gruppi finanziari. Ci dicono in sostanza: dovete morire!! Dunque dovremo lottare per sopravvivere, il che assegna al conflitto una dimensione completamente diversa dalla battaglia di opinioni.

di  Sergio Cararo

Lettera aperta degli insegnanti dopo l'intervento di Monti alla trasmissione “Che tempo che fa”.

Caro Fabio Fazio,
non basta prevedere che le dichiarazioni di Monti avrebbero provocato un bel po' di polemiche. Quando qualcuno mente spudoratamente, in modo plateale, come Monti ha fatto, non si può sorridere immaginando il putiferio che seguirà. Si controbatte, si chiede un chiarimento. Questo mi sarei aspettata, almeno da Lei.
Non le risulta che la proposta del ministro Profumo era di aumentare le ore di lavoro frontale dei docenti da 18 a 24? Non 2 ore come sostenuto da Monti. Fino a prova contraria i ministri dovrebbero conoscere le percentuali.

1) 6 ore in più rappresentano il 33% di 18 ore.
2) Di fatto, le ore in più richieste non erano 6, ma almeno il doppio perché ad ogni ora di lavoro frontale corrisponde un lavoro sommerso che è almeno pari se non maggiore.
3) Senza essere dei tecnici della scuola, è facile capire che se con un orario di 18 ore un docente ha, in media, 4 classi, con 24 ore ne avrebbe 6, il che rappresenta non un incremento del 33% ma del 50%.
4) Si continua impunemente a misurare il lavoro dei docenti in termini di presenza a scuola, come se si misurasse il lavoro degli avvocati solo con la loro presenza in tribunale oppure degli ingegneri soltanto con la loro presenza in cantiere, oppure il suo lavoro, caro Fabio Fazio, con la sua presenza in studio.
5) Chi può credere che un incremento di ore, classi e studenti, potrebbe migliorare la qualità della formazione? Non avendo il coraggio di risparmiare apertamente su una conquista fondamentale dello stato sociale si cerca di far passare come un miglioramento un evidente taglio delle risorse disponibili. Tant’è vero che il problema è stato risolto facendo tagli su altri capitoli di spesa della scuola statale (ma non di quella delle scuole
paritarie).
6) Strumentale è stato Monti nel ridurre l'opposizione sociale che cresce nel mondo della scuola soltanto alla questione delle ore.
7) Monti, quello che straparla sempre di crescita, ha avuto anche il coraggio di presentare come conservatore il rifiuto dei docenti di incrementare l’orario di lavoro. Un incremento che produrrebbe un importante taglio di posti di lavoro (ai precari). Certo che c’è stata una indisponibilità dei docenti a questa stupidaggine economica. Non dico le percentuali, ma l’ABC dell’economia?
Ci aspettiamo diritto di replica. Cordiali saluti

SEGUONO CENTINAIA DI FIRME DI DOCENTI

MONTI: LA VOCE DEL PADRONE

Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, a "Che tempo che fa" di Fazio di lunedì 26 novembre 2012 interviene, tra l'altro, sulle vergognose dichiarazioni del cosiddetto premier Monti, alla stessa trasmissione del giorno precedente, sul corporativismo degli insegnanti sulle 2 (dice proprio due, non sei) ore d'aumento d'orario proposte per le/gli insegnanti e sull'uso dei giovani fatto dai "corporativismi per perpetuarsi e non adeguarsi ad un mondo più moderno".

Dal minuto 6.20 del link che segue potete sentire la parte specifica.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b9eb906a-4eda-400b-a783-e92c0e0d7a7c.html
Al link seguente potete, invece, sentire le parole del cosiddetto premier Monti dal minuto 27.20.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-05098222-c06f-4948-99de-6e39b96d1e42.html

La Cultura è la Linfa Vitale del Domani

martedì 27 novembre 2012

Sono un docente precario di discipline giuridiche ed economiche presso un istituto professionale statale superiore della provincia di Vicenza. Sono al sesto anno di insegnamento, e scrivo questa lettera aperta perché dopo aver assistito all'intervista che l'attuale Presidente del Consiglio ha rilasciato alla trasmissione televisiva di RAI 3 “Che Tempo che Fa” del 25 novembre 2012 ho perso ogni speranza e ho fugato i pochissimi flebili dubbi che avevo rispetto a quale sia il progetto che il professor Monti e i gruppi che egli rappresenta hanno in mente al fine di “risanare” la difficile situazione del nostro Paese. Innanzitutto, quando un Primo Ministro, tanto più ammantato dell'aura imparziale del “tecnico”, mente sapendo di mentire di fronte ad una platea di milioni di telespettatori, credo sia in atto una crisi etica e culturale prima che politica. Nel minuto scarso all'interno dell'intervista in cui il Presidente Monti ha affrontato il tema della scuola, ha enunciato almeno tre evidenti bugie. La prima ha riguardato il fatto che il Primo Ministro ha dichiarato che ad un possibile aumento dell'orario di lavoro di due ore settimanali avanzato dal Governo nella recente proposta legge di stabilità si sarebbe scatenato il rifiuto da parte della classe docente. La proposta del Governo poi fatta cancellare a suon di scioperi e manifestazioni riguardava un aumento di sei ore di lezione frontale, che sarebbe naturalmente corrisposto ad aumentare l'orario di lavoro non di sei ore ma di molte di più, visto che le sei ore di lezione vanno preparate aggiornandosi e studiando, e comportano in seconda battuta tutto ciò che consegue l'avere due o tre classi in più (verifiche e compiti da preparare e correggere, attività d'istituto obbligatorie pomeridiane eccetera). A parte questa enorme bugia pronunciata in diretta senza battere ciglio, lo stesso Presidente del Consiglio ha parlato di conservatorismo e corporativismo da parte del personale docente della scuola. Balla numero due. Monti sa bene che il conservatorismo e il corporativismo in Italia imperano da sempre, ma le corporazioni e le caste non sono certo quelle costituite da lavoratori del settore dell'istruzione che guadagnano 1,300 euro al mese dopo avere conseguito lauree, master e a volte dottorati di ricerca. Basta leggere un qualsiasi articolo o libro del professor Michele Ainis o di giornalisti quali Sergio Rizzo o Gian Antonio Stella per capire dove si annidano i privilegi e gli sprechi dell'Italia contemporanea. Purtroppo, essendo il professor Monti il vero conservatore di gruppi di interesse e corporazioni, a partire da quelle finanziarie dalle quali proviene (vedi Commissione Trilaterale, Gruppo Bildeberg, Goldman Sachs e via a seguire), non si permetterà mai di toccare o scalfire le rendite di posizione, i privilegi e le vergognose leggi (presenti anche in Europa e nel Mondo in generale) che fanno dell'Italia del 2012 una specie di feudo medievale dove la maggior parte delle persone fa una vita di sacrificio fino ad arrivare ad una pensione da miseria per permettere a pochi speculatori, affaristi, intoccabili di fare la bella vita in barba a quel minimo di meritocrazia che vanno tanto decantando il nostro Presidente del Consiglio e il Governo da lui presieduto. Aggiunge lo stesso Presidente Monti che un'apertura sulle proposte di ridimensionamento del quadro orario da parte dei docenti avrebbe liberato risorse e permesso una migliore qualità didattica. Balla numero tre. Purtroppo lo sa anche un ragazzino delle scuole medie che più ore per insegnante equivalgono a meno posti di lavoro per i docenti (e ancora una volta sono i giovani docenti precari a pagare) oltre che a peggior qualità della didattica per gli alunni. La mimica facciale e gestuale del Primo Ministro infine sono da osservare preoccupandosi. Col dito alzato ha intimato questa raffica di bugie al conduttore e alla platea, volendo in realtà subliminarmente dare un messaggio di stampo autoritario e reazionario ben preciso a chi era davanti al televisore: “Questi docenti si sono permessi di non volersi piegare alle nostre richieste, e questo fatto è intollerabile”. Questi sono contenuti e modi da monarca medievale che si rivolge ai suoi sudditi. Non avevo mai scioperato né fatto assemblee sindacali in 6 anni di carriera, oltre che non avere mai votato a sinistra in vita mia. Da quest'anno non ho mancato una manifestazione, pur perdendo almeno 140 euro di stipendio questo mese, visto che la legge italiana è così “coerente” da prevedere allo stesso tempo che scioperare è sì un diritto del lavoratore, ma che per ogni giorno in cui si sciopera si debbano lasciare allo Stato 70 euro dalla busta paga. Tuttavia il problema fondamentale è in realtà un altro. Il Professore è fermo ai concetti arcaici del liberalismo economico che ha portato il Pianeta alla crisi ambientale e sociale in cui attualmente versa. Il presidente del Consiglio è anziano dentro come fuori, e non si è mai evoluto né aggiornato rispetto a queste tematiche. Non sa di cosa si parla veramente quando si studia il concetto di capitale sociale di un'economia. La linfa vitale di un Paese è la cultura che permea le persone, e tagliare le risorse alla cultura come si sta facendo ormai da anni in Italia (ma non solo), in primo luogo nei confronti della scuola, è come tagliarsi le gambe da soli. La cultura dominante che guiderà la società di domani è quella che viene minata e svilita quotidianamente dai continui tagli all'istruzione e alle scuole, le quali hanno in realtà il compito principe di formare le teste dei cittadini di domani. Una cattiva qualità della didattica a scapito dei giovani oggi è il danno peggiore che si possa compiere per il futuro della società. Questo principio cardine di tutte le civiltà non passa minimamente per la testa dei grandi capi dei gruppi finanziari che governano il Pianeta, e i risultati di tali convincimenti sono sotto gli occhi di tutti. A furia di applicare i dettami delle oligarchie finanziarie che rappresenta e per cui lavora il Professor Monti migliora i nostri conti pubblici del presente, ma mette in rosso i conti culturali, ambientali e sociali che il Pianeta e la società dovranno affrontare di qui a breve. I trentenni di oggi non hanno futuro, ma agli studenti coi quali sfiliamo fianco a fianco nelle piazze oggi è stato tolto anche il presente.


prof. Steven GHEZZO

Mercoledì 28 novembre presso il Tribunale di Torino ha inizio il processo d'Appello ThyssenKrupp

lunedì 26 novembre 2012

Mercoledì 28 novembre presso il Tribunale di Torino ha inizio il processo d'Appello ThyssenKrupp in seguito al ricorso presentato dai 6 imputati contro le condanne, da 10 a 16 anni, inflitte in primo grado per il rogo del 6 dicembre 2007 in cui persero la vita 7 compagni di lavoro.

L'impianto del ricorso si basa sul fatto che la morte dei nostri compagni di lavoro non è imputabile a mancanze o colpevolezze aziendali, peraltro ampiamente dimostrate in aula, ma alla distrazione dei ragazzi: un'accusa ignobile detta da chi, oltre ad aver causato a quei ragazzi una morte atroce per far fare profitti ad una fabbrica già chiusa, non ci ha pensato due volte a convocare i testimoni di parte e fornirgli preventivamente domande e risposte! Per “rinfrescare la memoria” è stata la giustificazione. Uno scarica barile ignobile che vorrebbe far ricadere le responsabilità di questa strage sui lavoratori stessi. Per capire chi sono Espenhahn, Salerno, Cafueri e soci basta ricordare le parole del Procuratore R. Guariniello ("Abbiamo agito come se si trattasse di una società a delinquere"). Se in Italia esistesse davvero la giustizia questi assassini dovrebbero GIA' essere in galera! 

7 morti atroci non hanno insegnato niente perchè non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire: nulla è cambiato, le morti per profitto continuano senza sosta nei cantieri, nelle fabbriche e sulle strade, ora anche nei luoghi di divertimento (solo per fa soldi chiedendo 50-60 e più euro per un concerto), con la crisi che non fa altro che peggiorare le già deprecabili condizioni di lavoro per giovani e non, donne, precari e immigrati.

Ripetiamo da tempo che l'unica misura per uscire dalla crisi è quello di rilanciare il LAVORO, sicuro e dignitoso per tutti, utile (produrre solo ciò che serve e non che fa arricchire qualcuno) e rispettoso dell'ambiente (emblematico, e purtroppo per nulla isolato, il caso Ilva a Taranto: se si vuole il lavoro bisogna essere disposti anche a morire...) e delle persone.

Se non sono i padroni a volere la sicurezza dei lavoratori non può che essere la società civile ad imporla. Per questo occorre lavorare tutti insieme per creare, sulle ceneri di questo sistema ormai in disfacimento, un sistema nuovo in cui siano al centro le persone e non i profitti a partire dal rilancio di un lavoro utile e dignitoso: potenziando trasporti, scuola pubblica, assistenza sanitaria e cultura a prezzi popolari e bonificando l'ambiente da vecchi e nuovi rifiuti disseminati ovunque da persone senza scrupoli che si sono arricchite seminando morte e malattie (Eternit, Marzotto, Ilva, Petrolchimico di Marghera, ecc.).

Saremo davanti al Tribunale dalle ore 9,00 per portare solidarietà alle famiglie delle vittime e pretendere verità e giustizia per questa ignobile strage!

Invitiamo tutti i lavoratori, gli studenti, appartenenti a forze politiche e sindacali e i cittadini solidali a partecipare numerosi all'udienza: per pretendere giustizia per questa ignobile strage.

Al fianco dei lavoratori in lotta per un lavoro sicuro e dignitoso!
Basta morti sul lavoro!

Torino, 26 novembre 2012                                                                           Ex lavoratori ThyssenKrupp Torino

Si riparla di riduzione di un anno della durata delle superiori


Mentre a Palazzo Chigi, a latere della discussione sull’atto di indirizzo per gli scatti di anzianità, si parlava anche informalmente di riforma del percorso scolastico, a viale Trastevere al Miur si riuniva nuovamente la commissione voluta dal ministro Profumo per approfondire le varie ipotesi sull’argomento. La concomitanza della ripresa della discussione su una riforma molto cara a Profumo per verificare la praticabilità della riduzione del percorso scolastico degli studenti (in gergo burocratico, l’itinerario scolastico), lascia intendere che il ministro non intende demordere e probabilmente vuole lasciare al suo successore un progetto completo per tracciare una proposta di possibile fattibilità per ridurre il percorso scolastico da tredici a dodici anni.
Scartata l’ipotesi di anticipare a cinque anni l’avvio dell’obbligo scolastico per il possibile effetto della doppia annualità di partenza e della determinazione di un’onda anomala lunga dodici anni con l’aumento del 20% dell’organico di scuola primaria; scartata anche l’ipotesi di ridurre di un anno la parte centrale del percorso, proposta con insuccesso dodici anni fa dal ministro Berlinguer e non gradita a buona parte della categoria, è rimasta soltanto l’ipotesi di accorciare di un anno l’attuale quinquennio della secondaria superiore.
E sembra proprio che di questa ipotesi si sia parlato informalmente a Palazzo Chigi.
Ridurre di un anno la durata della secondaria superiore appena riformata potrebbe essere, dunque, l’obiettivo su cui sta lavorando il ministro che ha dichiarato come si stia pensando alla “scuola del futuro per arrivare - ha affermato - al 2014 con un lavoro preliminare alle spalle”.    
Il progetto è tecnicamente il più facile da attuare (“basta” fermare il percorso al quarto anno con doppio esame di maturità), ma avrebbe conseguenze pesantissime, perché porterebbe alla riduzione del 20% delle 220mila cattedre attualmente esistenti. Si perderebbero circa 44 mila posti di docente.
Dopo lo scampato pericolo dell’aumento di sei ore settimanali a retribuzione invariata, per i professori delle superiori si affaccia una nube ancora più minacciosa. 

UFFICIO DI PRESIDENZA della 7ª COMMISSIONE (Istruzione) del Senato SUL DISEGNO DI LEGGE N. 3542 E ABBINATI - ORGANI COLLEGIALI SCUOLA

Il DdL C. 953 è diventato l’Atto Senato n.3542 così come trasmesso dalla Camera dei Deputati.
All'audizione erano presenti i senatori Possa (PdL, presidente), Asciutti (PdL, relatore), Garavaglia,Sogliani, Rusconi (tutti Pd). I Cobas sono stati auditi subito dopo Cgil, Cisl, e Uil nell’ordine.
Le posizioni Cgil, Cisl, Uil. La Cgil e la Cisl si sono sperticati nelle lodi del testo “tanto migliorato” dal precedente ramo del parlamento, entrambe le OOSS hanno elencato un bel numero di emendamenti,“importanti” precisi, puntuali e, a nostro giudizio, assolutamente inutili a modificare l’impianto della legge. Anzi sembrano limature e maquillage che rischiano di renderla più presentabile, i migliori:
– garanzie (presunte) per le azioni disciplinari nei confronti dei docenti;
– regolamento del Collegio dei Docenti redatto e approvato dallo stesso C.d.D.;
– pagamento spese vive per gli eletti negli organi regionali e nazionali.
Concludono con un appello ad approvare nei tempi brevi la legge perché non se ne può più di Organi Collegiali vecchi di 38 anni ed una mezza autonomia che va al più presto completata.
La Uil ha manifestato meno entusiasmo e più confusione.
La posizione dei Cobas. Il nostro intervento si è articolato secondo la traccia seguente:
1. Apprezzamento per la commissione e il suo presidente che non hanno chiesto la sede legislativa diversamente da come è avvenuto alla Camera. Premessa che su 130 mozioni di Collegi dei Docenti tutte si esprimevano contro il DdL 953, che in una gran parte delle mozioni veniva denominato “Ghizzoni - ex Aprea”. Premettiamo, inoltre, che i Cobas ritengono il testo della legge non emendabile, essendo la prosecuzione e conclusione dichiarata dell’Autonomia
berlingueriana, che tanti danni ha procurato e sta procurando alla scuola pubblica.
2. Autonomia statutaria. L'art. 1, a partire dal comma 3, che decreta l’autonomia statutaria delle singole scuole, frantuma e polverizza il sistema scolastico pubblico, rende possibile la
cancellazione del valore legale dei titoli di studio e l’assunzione diretta da parte dei DS, obiettivi decennali di Confindustria e sindacati concertativi. (Interruzione del Presidente che assicura che su richiesta del Ministro Profumo ad inizio mandato, la VII commissione del Senato si è espressa decisamente contraria).
Nello stesso articolo 1, il concetto di Autonomia statutaria viene rafforzato in più commi, ma
addirittura (Art.1, comma 2, secondo periodo) Stato, regioni, autonomie locali diventano ancillari delle singole scuole autonome, riconosciute tali anche dal modificato art. 117 della Costituzione.
Prosegue un elenco di commi e articoli che rafforzano l’autonomia statutaria, tutti che rendono
impossibile ogni forma di controllo dello Stato, visto anche la dismissione di programmi e
l’impegno di risorse, suggeriscono il valore zero dei titoli di studio conseguito nelle scuole
pubbliche.
3. Organi Collegiali, articoli da 2 a 6. In questa legge gli OO.CC. non esistono più, la collegialità degli organi non era riferita solo ad una loro modalità di funzionamento, ma anche alla potestà dim deliberazione. Citazione art. 7 D.Lvo 297/94 sul collegio e materie nelle quali delibera. Gli organismi scolastici diventano solo consultivi dei DS o del Ministro, e i D.S. Non sono vincolati dai loro pareri o consigli. Spesso i DS rappresentano l’ultimo anello della catena di comando tra Miur e singole scuole, e agiscono impunemente al di fuori delle norme. (Abbiamo dettagliatamente portato l'esempio dei tre presidi recentemente condannati dal Tribunale di Roma per la loro attività antisindacale contro i Cobas, che non hanno pagato in nessun modo).
La liberà di insegnamento non può essere garantita solo sul piano disciplinare, ci sono mille
modi diversi in cui i DS possono condizionare, minacciare, e compiere ritorsioni nei confronti sia dei singoli docenti sia degli stessi Collegi.
4. Ossessione valutativa. L’Invalsi viene inserito in tutte le istanze delle scuole autonome anche
quando non dovrebbe proprio avere nessun ruolo: nella valutazione e nella relazione educativa
con gli studenti, in una valutazione degli apprendimenti contestualizzati rispetto all’ambiente e alla persona.
In quanto alla valutazione di sistema l’Invalsi, ente di ricerca alle totali dipendenze del ministro,
senza alcuna autonomia né indipendenza di ricerca è il meno adatto a ricercare e valutare
alcunché nella scuola. L’Invalsi in questi anni non ha ottenuto altri risultati che impoverire
l’insegnamento, promuovere il conformismo, svilire il ruolo della scuola italiana, di studenti, alunni e insegnanti.
Conclusioni. Al termine del nostro intervento, il Presidente (Possa) ha fornito una lunga spiegazione sui tempi della legge, della Commissione e dei lavori del Senato: adesso proseguono le audizioni delle associazioni, poi cominceranno i lavoro d’aula per i vari decreti, poi l’approvazione della legge di stabilità, così rimarrebbero sì e no una quindicina di giorni di gennaio che potrebbero non essere sufficienti per l’approvazione del DdL.
Ad esplicita domanda se la Commissione avrebbe fatto richiesta della sede legislativa, dà risposta decisamente negativa e conclude chiedendo ai sindacati di esprimersi chiaramente, come hanno fatto i Cobas, se ritengono auspicabile l’approvazione della legge così come è uscita dalla Camera. Uil, Snals, Gilda e Usb rispondo che NO la legge così non può essere approvata.L’allineamento dello Snals e dalla Uil al NO alla legge è avvenuto solo dopo il nostro intervento, infatti non ce n’è traccia nelle note scritte presentate prima dell’audizione.
Cgil e Cisl non hanno risposto direttamente alla domanda del presidente, ma sembravano insoddisfatti e preoccupati dall’atteggiamento della Commissione.
L’Ugl non era presente ma aveva mandato una nota.
È evidente che l’imponente mobilitazione in atto ha influenzato direttamente l’atteggiamento della VII commissione del Senato.


La mappa efficace che spiega la questione palestinese

La cartina che spiega l'evoluzione della situazione palestinese è ancora presa di mira per dissolverne il significato e ribadire la propaganda israeliana. In realtà, dimostra le ragioni di un popolo che si batte ancora per il proprio destino
palestina_mappa_storicaQualche giorno fa il sito “Il Post” pubblicava un articolo di Giovanni Fontana (“La mappa bugiarda su Israele e Palestina”) che contestava la correttezza politica e storica della famosa mappa della perdita di terra palestinese dal 1946 ad oggi.
L’analisi di Fontana è insidiosa perché fa finta di schierarsi con la “verità” e quindi dalla parte delle ragioni dei palestinesi per poi mettere nero su bianco una serie di affermazioni prese pari pari dall’ideologia sionista e contribuire così alla disinformazione e alla confusione riguardo il “conflitto israelo-palestinese”.
Un conflitto politico allo stesso tempo semplice da capire (si tratta della resistenza di un popolo alla sua progressiva esclusione dalla terra dove ha sempre vissuto e all’impossibilità di autodeterminazione e indipendenza) e che racchiude definizioni complesse e coppie concetti di non immediata comprensione e con significati ambigui: nazione/popolo, ebrei/israeliani, arabi/palestinesi, arabi/musulmani ecc.
Ma in fondo spiegare questo conflitto “è la semplicità, che è difficile a farsi”.
Proviamo a seguire il suo ragionamento.
Dice Fontana che “…in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito “terra palestinese” a variare ogni volta al fine di suggerire l’idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale”.
È evidente a chiunque voglia capirlo che la cartina è simbolica e ha un carattere di spiegazione storico-politico, non di verità geografica. Da questo punto di vista si definisce “terra palestinese” in maniera differente ogni volta perché cambia lo scenario e il contesto: da una situazione di mancanza di stati (Mandato britannico), a quella conseguente ad un piano politico dell’Onu (quindi mai realizzato), alla situazione di occupazione dopo la guerra del 1947-1949 (meglio definibile come la Nakba, o occupazione israeliana del ’48) a quella di Territori formalmente amministrati e/o abitati dai palestinesi dal 1992 ad oggi (in via di diminuzione).
Qualsiasi persona in buona fede capisce il senso di questa mappa – e contestarla su un piano formalmente “scientifico” o geografico è una bugia truffaldina.
Ma possiamo seguire ancora di più il ragionamento di Fontana. Riguardo la prima immagine (1946) egli dice che “considera “territorio palestinese” tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato”
La realtà è un po’ diversa. In primo luogo il Negev non era e non è disabitato, ma territorio di famiglie beduine che sono poi state sfollate in altre zone dallo stato di Israele (del quale sarebbero formalmente cittadine) per le esigenze di colonizzazione sionista (vedi Be’er Shiva, Dimona ecc). Pratica che continua ancora ora - come mostra la vicenda dei villaggi non riconosciuti e della battaglia che queste famiglie beduine continuano a portare avanti per difendere la loro presenza sulla “terra palestinese”.
In secondo luogo si definisce “terra ebraica” quella degli insediamenti dove vivevano le comunità sioniste e gli storici abitanti ebrei in Palestina. I dati del periodo sono molto chiari: nel 1946 vivevano nel territorio della Palestina storica 1.270.000 arabi e 610.000 ebrei; nel 1947 gli ebrei possedevano circa il 6-8 % del territorio, che rappresentava il 24% della terra coltivabile (anche se il movimento sionista ne aveva già occupati circa il doppio).
In questo senso l’immagine spiega questo fatto: un movimento politico (il sionismo) rivendicava il diritto nazionale di occupare terra in Palestina per costruirvi un proprio stato – e lo faceva con una presenza minoritaria in quel territorio, sia sul piano della popolazione che delle “terra”.
Veniamo all’immagine del 1947, definita gentilmente “onesta”: “È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre ’47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele”.
Ora, sappiamo bene che gli stati arabi non accettarono quella risoluzione per motivi che nulla hanno a che fare con diritti e benessere della popolazione palestinese. Ma sappiamo anche bene che quel piano era inapplicabile proprio perché si riferiva a “territori” senza prendere in esame la realtà delle popolazioni che li abitavano.
Quel piano prevedeva la creazione di uno stato ebraico sul 56% del territorio (per una popolazione di circa il 35%) di fonte al 44% per uno stato arabo (il 65% della popolazione complessiva. Ma che fine avrebbe fatto la popolazione araba che abitava il territorio assegnato al nascente stato ebraico? Il piano dell’Onu non era chiaro su questo, e lì sta il dramma futuro della nascita dello Stato di Israele e della cancellazione di qualsiasi stato palestinese indipendente e autonomo.
Movimenti sia arabi che ebraici non-sionisti proponevano altre soluzioni – uno stato democratico bi-nazionale, per esempio – ma il sionismo si affermò sul piano politico all’interno e su quello militare all’esterno.
E qui veniamo alla terza immagine della quale Fontana scrive che illustra “semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all’indomani della guerra, siamo già in questa situazione”.
Com’è ancora storicamente possibile parlare di guerra dichiarata dai paesi arabi, dopo i libri scritti dagli stessi storici israeliani?
Quella guerra – chiamata “di indipendenza” dagli israeliani, la Nakba (catastrofe) per i palestinesi – fu una scelta del movimento sionista e delle sue formazioni armate (comprese quelle terroristiche che operavano da diversi anni, contro la popolazione palestinese e la presenza britannica) per “ripulire” il territorio del futuro stato ebraico del maggio numero possibile di palestinesi, attraverso operazioni militari, vere e proprie stragi (es. Deir Yessin), connivenze internazionali (lasciamo stare sciocchezze tipo “creazione dell’imperialismo”, ma è evidente che le potenze occidentali, e l’Urss stessa, avevano interesse alla nascita di uno stato ebraico, quindi più “simile” a loro, in quella regione – per evitare qualsiasi autonomia e indipendenza araba).
L’immagine fotografa quella realtà: alla fine di quella guerra, Israele occupava il 78% del territorio della Palestina storica, cacciando da quello stesso territorio circa 700.000 palestinesi – l’origine di quei profughi a cui ancora oggi viene negato il diritto al ritorno sancito dall’assemblea dell’Onu e dal diritto internazionale).
La quarta immagine è la più importante e interessante, e non a caso Fontana la definisce “la più bugiarda di tutte”, perché “… gioca sull’equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a “cosa è terra palestinese” o “cosa la comunità internazionale considera terra palestinese”, addirittura “cosa gli israeliani considerano terra palestinese”, cioè “un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell’immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David. Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l’unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant’anni, e l’unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi”
In questa parte Fontana rivela tutta la sua volontà di confondere le acque e la lettura della realtà. Questa immagine rappresenta esattamente quello che gli israeliani vorrebbero fosse la futura “entità palestinese”, forgiata sui territori dove vivono i palestinesi stessi – ridotti di tutte le parti dove sono in progetto altri insediamenti illegali (come tutti gli insediamenti).
Nessuno di coloro che utilizza quell’immagine ne vuole fare la “speranza” dei palestinesi, quanto una descrizione politica della realtà odierna – frutto anche degli errori e dei crimini del dopo-Oslo (e di quello stesso accordo).
Ma di quale “concessione” stiamo parlando? Ma di quale “autogoverno”?
Israele non deve “concedere” proprio nulla: sulla base delle risoluzioni dell’Onu e del diritto internazionale deve immediatamente ritirarsi dai territori occupati nel 1967 e riconoscere il diritto al ritorno e l’indennizzo ai profughi palestinesi. Su quella base si potrà poi discutere di una soluzione politica.
Gli accordi di Oslo non sono il punto di arrivo di niente e nessuno, se non della situazione sul terreno: i governi israeliani tollerano un’Autorità nazionale palestinese finché garantisca i loro interessi e la pacificazione dei territori “autogovernati”. E quando non può tollerarla e controllarla, gli scatena contro una guerra distruttiva – è stato così per l’Anp del presidente Arafat nel 2002 (con l’arresto di Marwan Barghouti che sembrava diventare il dirigente di una nuova resistenza palestinese) e poi per la Gaza di Hamas nel 2008 e ancora oggi. Con l’obiettivo non di “distruggere” queste entità politiche – ma di renderle compatibili con i loro progetti (è ciò che Baruch Kimmerling definiva “politicidio” – cioè la distruzione di una vita politica autonoma e indipendente dei palestinesi).
La data del 2000 non confonde proprio nulla: è la data della realtà di una progressiva sottrazione di terra ai palestinesi da parte di tutti i governi israeliani, attraverso il Muro dell’Apartheid, gli insediamenti illegali, le strade by-pass, le infrastrutture di collegamento ad uso dei coloni e così via. Un progetto prima politico che militare.
Questo è chiaro a chiunque non voglia confondere la discussione – di fatto facendo un servizio alla stessa ideologia israeliana, ci pare. Concludere con una specie di cinico scherzo per cui chi utilizza quella cartina potrebbe alla fine sostenere “una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato". Non è così: e non c’è bisogno di mentire per aggiungere “purtroppo”, significa fare torto all’intelligenza di migliaia di attiviste/i che si battono sinceramente in solidarietà con il popolo palestinese e che utilizza uno strumento che continua ad essere utile per spiegare la fasi dell’occupazione israeliana.
Un cartina davvero efficace, se c’è qualcuno che si prende la briga di cercare di distruggerne l’utilità.
tratto da http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it

Boicotta i prodotti israeliani! Non finanziare l’apartheid e le bombe su Gaza

Qualcosa si può fare. Qualcosa nel nostro piccolo possiamo sempre fare: e son piccoli gesti che dobbiamo trasmettere ai nostri figli, ai nostri amici, ai nostri familiari.
Boicottare i prodotti israeliani è ora più che mai un dovere vero e proprio; deve diventare un gesto automatico e quotidiano, da collettivizzare e diffondere in ogni luogo, supermercato, negozio d’abbigliamento, aula universitaria, farmacia.
E’ difficile trovare un elenco di prodotti soddisfacente per costruire una lista completa, ma almeno alcune cose impariamole a riconoscere al volo, come il loro codice a barre, che inizia con 729.
Link: Ecco due articoli che spiegano nel dettaglio i motivi del boicottaggio e analizzano le principali marche da boicottare
Boicotta i prodotti israeliani: codice a barre 729 (con lista di tutti i prodotti)
La lista (in inglese)con dettaglio marca per marca


 
Iniziando a chiedere la provenienza di certi prodotti, a pretendere che il supermercato dove siamo soliti rifornirci non li acquisti proprio.
Si può fare tanto per boicottare l’economia israeliana ed è ora di farlo.
Tutte e tutti, boicottare in primis tutti i prodotti provenienti dalle colonie (vedi il sito BDS Italia), tutti quelli con questo codice a barre, tutte quelle aziende e multinazionali colluse con l’industria israeliana.
E quindi con la loro guerra permanente.
Non finanziate le bombe su Gaza, non finanziate il cemento del Muro dell’Apartheid, non finanziate le loro divise, i loro anfibi, le pallottole dei loro cecchini, i cingoli dei loro carriarmati.
BOICOTTA ISRAELE, IN OGNI TUO GESTO.

tratto da
http://baruda.net/2012/11/21/boicotta-i-prodotti-israeliani-non-finanziare-lapartheid-e-le-bombe-su-gaza/

I COSTI PUBBLICI DELLA SCUOLA DI TUTTI E QUELLI DELLA SCUOLA PRIVATA

domenica 25 novembre 2012 · Posted in , ,




Sono passati dodici anni dalla legge 62/2000, voluta dall’allora premier Massimo D’Alema e dal ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer. Con quel provvedimento clericale, le scuole private – a maggioranza cattoliche – ottennero la parità scolastica ed entrarono a far parte di un unico sistema di “scuola pubblica”. E cominciarono immediatamente a spacciarsi per “scuola pubblica”, minimizzando il fatto che chi si iscrive deve aderire al loro “progetto educativo” (quasi sempre cattolicista) e occultando pressoché completamente la propria natura privata.
Di pubblico, nella loro attività, ci sono quasi soltanto i cospicui contributi che ricevono. Contributi che gravano su tutta la comunità, ma che sono destinati a finanziare progetti di parte. Ciononostante, con sempre maggior frequenza i sostenitori delle scuole private si lamentano che tali fondi non bastano, e che bisogna aumentarli. L’aumento che chiedono deve per di più essere consistente, perché l’amministrazione pubblica “ha tanto da risparmiare, finanziando le scuole cattoliche”. E diffondono inchieste che sosterrebbero tale tesi.
Ma è tutto oro quello che luccica?
Finanziare la scuola privata è un risparmio per l’amministrazione pubblica?
In prima fila a sostenere la tesi del risparmio c’è il movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. In Lombardia, dove negli ultimi vent’anni si è fatto regime, in nome della sussidiarietà ha applicato estesamente il “dogma” del sostegno economico alle scuole private. E proprio sul sito ciellino del Sussidiario, a febbraio, è stata quantificata in sei miliardi la somma che lo Stato risparmia ogni anno devolvendo circa seicento milioni alle scuole private. La stima era stata effettuata da Maria Grazia Colombo, presidente dell’Agesc (Associazione GEnitori Scuole Cattoliche), secondo la quale “lo Stato per ogni studente della scuola statale paga 5.200 euro l’anno contro i 530 euro per ogni studente della scuola paritaria”.
Tale stima saltava fuori proprio nel momento in cui il governo cominciava a minacciare (assai blandamente, come poi si è visto) di imporre l’Imu anche sugli immobili di proprietà ecclesiastica utilizzati per impartire l’istruzione cattolica a pagamento. L’Agesc però ci ha dato dentro, e il mese dopo diffondeva un dossier (prontamente enfatizzato dal sussidiato quotidiano dei vescovi Avvenire) con l’intento di confermare la veridicità delle affermazioni della sua presidente. Il dossier è stato poi aggiornato a ottobre, presentando un semplice riepilogo. Un altro dossier è stato a sua volta presentato a settembre dal sussidiato Messaggero di Sant’Antonio, come rilanciato dall’altrettanto sussidiato settimanale Tempi. Le basi di calcolo sono sempre diverse ma il totale si aggira sempre sui sei miliardi. Una cifra curiosamente simile ai Costi della Chiesa calcolati dall’Uaar.
A maggio era stato presentato su Avvenire un altro dossier ancora, questa volta circoscritto alla Regione Lombardia. Il risparmio – nel solo regno di Cielle - ammonterebbe a un miliardo e trecentomila euro. Il calcolo è stato effettuato da Giuseppe Colosio: “non un membro della Chiesa, ma il «rappresentante» del ministero dell’Istruzione in questo territorio da sempre motore del Paese”. Un rappresentante, scrive la voce dei vescovi con tono trionfalistico, che “sconfessa quanti accusano tali istituti di sottrarre risorse alla comunità civile”.
Un ragionamento sbagliato
In realtà Colosio, nominato direttore dell’ufficio scolastico dall’allora ministro dell’istruzione, la clericale Mariastella Gelmini, è tutto fuorché un uomo imparziale: insegna all’Università Cattolica e collabora attivamente con la Compagnia delle Opere. In poche parole, è solo l’ennesimo ingranaggio del kombinat clerico-imprenditoriale lombardo.
E tuttavia non è il fatto che le argomentazioni provengano soltanto da uomini di parte a inficiare la tesi del risparmio. Innanzitutto, la cifre presentate dal mondo cattolico sono incomplete, perché si limitano al solo contributo annuo statale, dimenticando quelli provenienti da altre amministrazioni pubbliche. Che, come ha mostrato l’Uaar nell’inchiesta I Costi della Chiesa, sono ingenti e superiori al contributo statale stesso: almeno ottocento milioni di euro. A questa cifra occorre poi aggiungere l’imposta sugli edifici delle scuole cattoliche che, com’è per l’appunto emerso quest’anno in seguito alle loro lamentele, gli enti ecclesiastici risolutamente non pagano: almeno altri duecento milioni. Abbiamo così una cifra inferiore di un miliardo, che si potrebbe ulteriormente ridurre se calcolassimo il risparmio che si otterebbe eliminando l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali: un altro miliardo e mezzo ogni anno.
Il vizio nel ragionamento cattolico sta tuttavia ancora più a monte. Perché se, per ipotesi, il contributo pubblico alle scuole paritarie cattoliche si riducesse a zero, il risparmio per lo Stato – calcolato come lo calcola il mondo cattolico – aumenterebbe ancor di più: di circa un miliardo e mezzo.
Non è infatti dimostrato che, qualora le amministrazioni pubbliche cessassero i loro munifici versamenti alle scuole paritarie cattoliche, i loro studenti tornerebbero in massa alle vere scuole pubbliche. In fin dei conti, quando alle scuole private non finiva un solo euro, tali scuole esistevano e sopravvivevano ugualmente grazie alla rette e agli sponsor privati, e da quando ci sono i contributi pubblici l’aumento degli studenti privati c’è sì stato, ma in misura limitata (+10% spalmato su sei anni) e senza intaccare il numero di studenti della scuole statali. I genitori che iscrivono i figli alle scuole cattoliche non lo fanno per ragioni di convenienza economica, viste le profumatissime rette che devono pagare (e che non risultano calate da quando esistono i sussidi pubblici), ma per preferenze educative, per avere un più rigido controllo, per garantire ai figli maggiori possibilità di promozione, per scelte legate al censo o al ceto sociale o per evitare che si “contaminino” con le idee che circolano in scuole ben più pluraliste.
Non solo: ammesso e non concesso che tali studenti tornino in massa alle vere scuole pubbliche, l’impatto sarebbe minimo. Perché gran parte dei costi pubblici sono fissi (stipendi degli insegnanti e mantenimento degli edifici) e non variabili. Qualche studente in più ripartito razionalmente non farebbe aumentare in maniera significativa i costi. Si tratta di semplici economie di scala, e la “scala” adeguata per ottenere tali economie ce l’ha soltanto la scuola statale.
Come si vede, la tesi cattolica si riduce a un concetto molto semplice: se lo Stato non investe nella scuola, risparmia. Elementare, Watson. Otterrebbe lo stesso esternalizzando tutti gli uffici pubblici in Albania, o eliminando del tutto i trasporti pubblici: tanto esistono le auto private, no? Soltanto cancellando la scuola pubblica il ragionamento tutto economicista del mondo cattolico fila. E sarebbe perfettamente coerente dal punto di vista dottrinale: era esattamente quanto voleva anche il beato Pio IX, contrario a ciò che definiva “il flagello dell’istruzione obbligatoria”.
Sostenere tesi del genere è ovviamente lecito, e i cattolici non sono gli unici a farlo: in prima fila vi sono infatti gli ultra-liberisti. I cattolici sono ultra-liberisti?
Contro la scuola privata anche molte ragioni non economiche
Curioso che ad argomentare in modo così “materiale” siano proprio i sostenitori del primato “spirituale”. Se non esistessero gli ospedali pubblici, non tutti potrebbero accedere ai servizi sanitari (come per esempio le interruzioni volontarie di gravidanza). Le discriminazioni aumenterebbero, anziché ridursi. Se ciò non accade, è proprio perché la nostra è (ancora) una democrazia. Un sistema che in Europa solo lo Stato della Città del Vaticano, che concentra tutto il potere nelle mani di una sola persona, rifiuta esplicitamente di applicare.
Lo strano argomentare cattolico non finisce qui. La Chiesa  rivendica il valore coesivo della religione, ma non si premura di spiegare quale coesione vi sarebbe in un sistema scolastico diviso in tante comunità quante sono le confessioni religiose. Si avrebbe sicuramente una coesione (forzosa) all’interno di tali ghetti identitari, ma la società esterna, più che un gruppo coeso, ricorderebbe il Libano.
La Chiesa rivendica peraltro anche il diritto alla libertà religiosa. Lo fa senza sosta, ma viene spesso il sospetto che pensi esclusivamente alla propria, di libertà. Cosa fare in quei Comuni dove, “grazie” all’applicazione del principio di sussidiarietà, l’unica scuola disponibile è una paritaria caratterizzata da un progetto educativo esplicitamente cattolico? Dove finisce, in questi casi — che, in piccoli paesi,  sono già adesso realtà — la libertà di coscienza e il tanto sbandierato diritto dei genitori all’educazione dei propri figli?
Non sono, queste, le uniche sostanziali assenze nel discorso cattolico. Un silenzio tombale è per esempio riservato alla qualità dell’insegnamento. Eppure tutti gli studi effettuati, siano essi opera di organismi internazionali (l’Ocse), realtà indipendenti (la Fondazione Agnelli) o lo stesso ministero dell’istruzione, sono convergenti: la qualità dell’insegnamento privato è scarsa, assai più scarsa di quella impartita nella scuola di tutti.
Le cause di questo spread qualitativo sono del resto note. Gli insegnanti delle scuole private sono sottopagati: anche perché viene fatta loro tintinnare, in contropartita, l’acquisizione di un punteggio utile a scalare le graduatorie pubbliche. Secondo l’Istat, una fetta consistente di tali docenti lavora in nero. Molti non hanno neppure l’abilitazione prevista dalla legge, e non sono addirittura mancate le segnalazioni circa l’utilizzo di obiettori di coscienza.
È noto inoltre come le scuole private siano spesso la soluzione di ripiego per gli studenti bocciati in quelle statali, e le classifiche dei “diplomifici” (cfr. Corriere della Sera e Messaggero) confermano come le scuole cattoliche siano “ripieghi” assai seguiti. Difficile in ogni caso non essere generosi verso clienti chi pagano rette da capogiro: non stupiscono percentuali del 100% di promossi, come al liceo privato di cui è preside la fervente cattolica Elena Ugolini, nominata sottosegretario all’Istruzione dal premier Monti.
La mancanza di inclusività della scuola privata è infine confermata anche dai numerosi esempi di diniego di accesso ai disabili, come hanno mostrato le inchieste delle Iene o, per restare sull’attuale, il caso della bambina di due anni cacciata perché sorda. Né va meglio con bambini e ragazzi stranieri, la cui presenza nella scuola paritaria è minoritaria.
La scuola di tutti ha molti limiti, ma continua a essere la scelta migliore
Sia chiaro: non stiamo difendendo gli sprechi presenti nel sistema statale. Che persistono nonostante gli interventi degli ultimi anni, forse perché si è preferito tagliare con l’accetta la didattica, anziché eliminare burocrazie e inefficienze. Tuttavia, come abbiamo mostrato, spostare fondi dalla scuola di tutti a quella privata costituisce uno spreco assai maggiore. Nonostante decenni di ministri clericali abbiano fatto di tutto per picconare l’istruzione pubblica, e nonostante i partiti (Pd in testa) sostengano ormai “tutti insieme appassionatamente” la scuola privata cattolica, quest’ultima è ancora molto lontana dal rappresentare la migliore soluzione per la maggioranza dei cittadini.
Le scuole private non potranno mai, per definizione, essere la scuola di tutti. Rappresenteranno invece sempre progetti educativi di parte: la cui esistenza è garantita dalla Costituzione, purché “senza oneri per lo Stato”. I cittadini che lo vogliono sono liberi di destinare soldi a istituti meno competitivi di quelli statali. Ma non chiedano soldi alle tasche, sempre più vuote, di tutti gli altri.
UAAR

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