Democrazia partecipata e cittadinanza attiva nella scuola: Il caso dei Consigli di Istituto

lunedì 20 novembre 2017


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Seminario CESP 13 Dicembre 2017 Firenze

Mercoledì 13 dicembre 2017
Ore 9.00 – 17.30
ITGC Salvemini–D. D’Aosta
Via Giusti 27 - FIRENZE
Da stazione SMN
Autobus 6 - 14 - 23

Programma Seminario CESP 13 Dicembre.pdf 75,01 kB

Modulo d'iscrizione Seminario CESP 13 Dicembre.pdf 42,07 kB

Richiesta Esonero Seminario CESP 13 Dicembre.pdf28,99 kB

Abstract Seminario CESP Consiglio istituto.pdf34,17 kB

Divieto utilizzazione del docente su posto di sostegno per attività di supplenze temporanee.

domenica 19 novembre 2017

L'Ufficio Scolastico Territoriale (AST) di Como in maniera perentoria chiarisce (come noi COBAS affermiamo da sempre) che l'utilizzo di docenti di SOSTEGNO per supplenze temporanee costituisce un vero e proprio inadempimento contrattuale con interruzione di servizio pubblico ai danni dell'alunno disabile. Con la nota, per la prima volta, si ammette la possibilità per i genitori dell'alunno disabile di procedere ad una denuncia per interruzione di pubblico servizio ai sensi dell'art. 331 del codice di procedura penale.
Utilizzazione del docente su posto di sostegno per attività di supplenzetemporanee.   Precisazioni.

La Fedeli a braccetto con gli integralisti catto-fascisti.

lunedì 13 novembre 2017

Linee-guida del MIUR sull' “educazione al rispetto”: 
la ministra Fedeli va a braccetto con gli integralisti catto-fascisti e regala ai genitori il potere di veto sui contenuti dell’insegnamento.

Per il ritiro del documento e una riscrittura coerente con i valori della scuola pubblica, laica e plurale.

Si attendeva da due anni l’uscita delle linee-guida su quanto previsto nel comma 16 della legge 107/15 in tema di educazione alla parità tra i sessi e del contrasto alla violenza di genere. La lunga attesa è dipesa dalla subordinazione del MIUR nei confronti delle contestazioni dei gruppi di integralisti cattolici (Pro Vita, Difendiamo i nostri figli, Generazione Famiglia ecc.), spalleggiati dai neofascisti di Forza Nuova, Casa Pound, Libertà-Azione, che intendono demolire qualunque pratica didattica volta alla promozione della parità di genere e al contrasto all’omofobia e transfobia nella scuola e nella società. I catto-fascisti farneticano di “diabolici piani delle lobby omosessualiste” che, non contente del riconoscimento delle unioni civili, vorrebbero sovvertire l’ordine sociale basato sulla famiglia “naturale” usando la scuola, e diffondendovi “idee pericolose al fine di produrre confusione sessuale e di genere“ in bambine, bambini e adolescenti (la fantomatica “teoria del gender”).

Sulla base di questa surreale convinzione, si sono susseguiti in tutta Italia attacchi e minacce a insegnanti e istituzioni (dallo scontro al liceo Giulio Cesare di Roma per la lettura in una classe di un testo di Melania Mazzucco a tematica omosessuale, alle proteste contro lo spettacolo sul bullismo transfobico “Fa’Afafine”), becere propagande di odio (il bus in giro per l’Italia con la scritta “I bambini sono maschi, le bambine sono femmine. La natura non si sceglie. Stop gender nelle scuole”) e  furbesche pressioni politiche sul MIUR (sit-in dei gruppi no-gender a giugno e incontro con la ministra Fedeli il 31 luglio). Finalmente, il 27 ottobre, sono uscite le linee-guida del MIUR che avrebbero dovuto indicare alle scuole come sostenere una corretta educazione alle differenze di genere, contrastando il clima reazionario e intimidatorio diffuso su questi temi.

E invece…La lettura del documento dimostra inconfutabilmente che i gruppi no-gender sono i principali interlocutori del MIUR ed hanno ragione ad esultare per un documento che viene loro incontro totalmente, affermando che non ci sarà mai alcuna “teoria del gender” nella scuola (e così confermando la fondatezza dei loro deliri), ma si promuoverà un'educazione basata sulla differenza uomo-maschio/donna-femmina quale fondamento “dell'intero orizzonte esistenziale” di ciascuna e ciascuno (in linea con la propaganda del famigerato pullman). Per giunta,  si ribadisce l'attribuzione ai genitori del potere di veto e di intervento sui contenuti della didattica, anche a costo di stravolgere le scelte maturate finora nelle scuole nei piani triennali dell'offerta formativa. Possiamo immaginare che fine faranno progetti rivolti alla prevenzione e al contrasto dell'omofobia e delle discriminazioni.

Altro che il “rispetto” sbandierato nel titolo! Il tema della lotta alla violenza di genere è affrontato nel documento solo nell'ottica, ovviamente condivisibile, della parità uomo-donna. Totalmente ignorata è, invece, la questione dell'omotransfobia, che pure imperversano tra le forme di bullismo più feroce nelle scuole. Così come viene occultato il tema, attualissimo e urgente, dell'educazione alla sessualità e all’affettività. Insomma, va bene l'educazione alla differenza uomo-donna, ma guai a toccare ciò che potrebbe urtare l’iper-sensibilità dell’integralismo catto-fascista, mentre si cerca di distorcere il significato profondo delle lotte femministe per l'uguaglianza, per confermare il più becero binarismo di genere. Eppure altre voci sono nate e cresciute in questi anni, di associazioni e persone che fanno davvero l'educazione al rispetto per le differenze, nella pratica didattica e nella formazione, giorno dopo giorno. Chi crede davvero nel rispetto per tutte e tutti, chi vuole insegnare e imparare senza pregiudizi, chi non ha paura di difendere i diritti dell'altra e dell’altro, non si riconoscerà di certo in queste “linee guida”. Quindi facciamo esprimere con forza queste voci, chiediamo il ritiro di questo  documento e una riscrittura coerente con i valori di una scuola pubblica, laica e plurale: l'educazione alle differenze non si fa a braccetto con gli integralisti; ed il rispetto, quello vero, non esclude.

Esecutivo Nazionale dei COBAS Scuola​

lunedì 6 novembre 2017

NO ALLA SCUOLA AZIENDA
10 novembre
manifestazione nazionale a Roma
Il 10 novembre scioperano la Scuola, i Trasporti, la Sanità, il Pubblico Impiego e il Lavoro Privato contro le politiche economiche e sociali del governo e la sua Finanziaria
Manifestazioni in molte città, a Roma al MIUR (ore 9.30) e al Parlamento (ore 11.30), al Ministero della Salute (ore 9)
Il 10 novembre, indetto dai COBAS e da altre strutture del sindacalismo alternativo, si svolgerà lo sciopero di tutto il lavoro dipendente, dalla Scuola ai Trasporti, dalla Sanità alle Telecomunicazioni, nel Pubblico Impiego e nel Lavoro privato. Si svolgeranno manifestazioni in molte città e in particolare a Roma al MIUR (ore 9.30) con i lavoratori/trici della Scuola e Università e gli studenti; al Ministero Salute (ore 9); e alle ore 11.30 a Montecitorio, davanti al Parlamento, per tutti i lavoratori/trici, studenti e alcuni Centri sociali.
Nella Scuola, lo sciopero si oppone alle intollerabili proposte governative che prevedono per docenti ed ATA, dopo 10 anni di blocco contrattuale, un’elemosina di 50 euro mensili, mentre per i presidi un aumento di 500 euro, sancendo così il loro ruolo “padronale” che dà luogo a soprusi continui verso chi non si piega alle logiche aziendalistiche. Inoltre, i lavoratori/trici sciopereranno contro l’obbligo assurdo di 400/200 ore di Alternanza scuola-lavoro, grottesca forma di addestramento al lavoro gratuito; contro i quiz Invalsi e la chiamata diretta e i “bonus” decisi dai dirigenti per formare una “corte” di succubi; per aumenti che recuperino almeno il 20% di salario  perso nell’ultimo decennio; per l’immediata assunzione dei vincitori del concorso, degli abilitati e dei precari con tre anni di servizio su tutti i posti disponibili in organico; per il potenziamento degli organici ATA, le immissioni in ruolo sui posti vacanti e il ripristino delle supplenze temporanee.
In generale, i lavoratori/trici di tutte le categorie sciopereranno contro le politiche fiscali e previdenziali del governo e l’innalzamento dell’età pensionabile; per dire basta con la distruttiva “austerità”, con la precarietà dilagante del lavoro, i sotto-salari e la piaga delle “esternalizzazioni”, dei tagli e degli appalti nella Sanità, Autonomie locali e servizi pubblici, basta con le privatizzazioni delle strutture pubbliche e dei Beni comuni; per contratti nel Pubblico Impiego che facciano recuperare ai lavoratori/trici almeno quanto perso (il 20%) per il lunghissimo blocco e difendano i diritti dei lavoratori (ferie, malattie, congedi, riposi); per la copertura delle carenze di organico nelle strutture e nei servizi pubblici; per il ripristino della tutela contro i licenziamenti illegittimi  cancellata dal Jobs Act; contro il monopolio della rappresentanza assegnato da tutti i governi ai sindacati concertativi, per il diritto di assemblea per tutti i lavoratori/trici e sindacati e una scheda nazionale alle elezioni RSU per misurare la rappresentatività sindacale nei vari comparti pubblici e privati; per difendere il diritto di sciopero contro tutti i tentativi di annullarlo o ridurlo ulteriormente.

Il 10 Novembre Sciopero Generale della Scuola


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50 euro di elemosina per i docenti e ancor meno per gli ATA e 500 di aumento per i presidi, 10 volte tanto: basta con lo strapotere dei dirigenti scolastici!
Il 10 novembre la scuola sciopera contro la politica scolastica del governo e l’inserimento nel contratto della legge 107, per il recupero almeno del 20% di salario perso in 10 anni
Le notizie riguardanti docenti ed ATA, che giungono dal fronte della Legge di Bilancio che verrà discussa in Parlamento nei prossimi giorni, sono micidiali. Dopo quasi dieci anni di blocco contrattuale, durante i quali hanno perso circa il 20% del salario reale, il governo annuncia che, col prossimo contratto, ad essi/e verrà restituito a mala pena il 3% (45-50 euro netti in media) e per giunta in un biennio, mentre per i presidi si prepara un aumento dieci volte tanto, di 500 euro mensili, per un totale di 11 mila euro lordi annui. Si intende sancire così, anche a livello economico, lo strapotere e il ruolo “padronale” dei presidi che già enormi danni stanno facendo, fin dalla approvazione della legge 107 (la sedicente “Buona Scuola”), poiché tali superpoteri (assegnazione a proprio piacere del “bonus”, chiamata diretta dei docenti, distribuzione arbitraria cattedre e/o potenziamento ecc.) disgregano il tessuto collaborativo nelle scuole, dando luogo a soprusi continui nei confronti dei docenti ed ATA che non si piegano alle sciagurate logiche aziendalistiche. E’ vero che la vittoria giuridica che come COBAS abbiamo ottenuto nel conflitto all’Istituto Boselli di Torino contro il trasferimento illegale di Pino Iaria, membro dell’Esecutivo Nazionale COBAS, e di altri suoi colleghi ha dimostrato, con una sentenza limpidissima, che tali superpoteri non possono comunque annullare le decisioni degli Organi Collegiali: ma è altrettanto vero che in molte scuole soprusi analoghi non trovano purtroppo resistenza e diventano legge “de facto”. Più in generale, dobbiamo impedire che la legge 107 venga “immortalata” nel nuovo contratto, chiudendo definitivamente docenti ed ATA nella “gabbia” della scuola aziendalistica, che fa dilagare una grottesca Alternanza scuola-lavoro, forma sfacciata di addestramento al lavoro gratuito o sottopagato, diseducativa e sottraente centinaia di ore di scolarità; che impone i quiz Invalsi per valutare le scuole, i docenti e gli studenti; che usa il famigerato “bonus” per gli insegnanti più “collaborativi” e la chiamata diretta da parte dei presidi per aumentare la conflittualità tra docenti e formare una sorta di “aristocrazia” che, senza alcun merito, riceve significative integrazioni salariali a patto di fornire sostegno pieno alle logiche aziendalistiche.
Per combattere e invertire tali logiche e in generale l’immiserimento galoppante, materiale (30 anni fa, il 13,2% della spesa statale andava all’istruzione, oggi la quota si è ridotta all’8,6%) e culturale, nel quadro dello sciopero di tutto il lavoro dipendente indetto dai COBAS, dall’USB e dalla CIB-Unicobas, abbiamo convocato per il 10 novembre lo sciopero generale della scuola. Respingiamo l’offensiva elemosina dei 50 euro, vogliamo aumenti che recuperino almeno quel 20% di salario perso nell’ultimo decennio; diciamo NO all'inserimento nel contratto dei distruttivi contenuti della legge 107; SI’ all’eliminazione della “chiamata diretta” e ad una drastica limitazione dei poteri dei presidi; NO all'obbligo esorbitante di 400/200 ore di Alternanza scuola-lavoro, le scuole tornino a decidere se fare l’Alternanza e per quante ore; NO al taglio di un anno del percorso scolastico; NO all’Invalsi come strumento di valutazione delle scuole, dei docenti e degli studenti; SI’ all’immediata assunzione dei vincitori dell'ultimo concorso, degli abilitati e dei precari con tre anni di servizio su tutti i posti disponibili in organico di diritto e di fatto; e per gli ATA, SI’ al potenziamento degli organici, le immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti e il ripristino supplenze temporanee (anche per i docenti). Infine, per ripristinare nelle scuole una accettabile democrazia sindacale, vogliamo il diritto di assemblea per tutti, e una scheda nazionale alle prossime elezioni RSU per misurare chi davvero è rappresentativo.
Manifestazioni si terranno in molte città italiane, a carattere regionale o provinciale; a ROMA la manifestazione scuola si svolgerà alle 9.30 al MIUR (V.le Trastevere) e alle 11.30 a Montecitorio, davanti al Parlamento. Insieme a docenti ed ATA vi parteciperanno anche studenti medi e universitari, nonché lavoratori/trici di altre categorie in sciopero.

Permesso per motivi personali e autocertificazione. Chiarimenti

Nell’art 15/2 del CCNL 2007 viene specificato che i permessi possono essere richiesti anche autocertificandone il motivo, il dirigente non ha il diritto di chiedere ulteriore documentazione ed il dipendente non è tenuto a fornire altro.
Giova infatti ricordare che l’accertamento della verità è uno specifico dovere della magistratura e delle forze di polizia; il dirigente scolastico dovrebbe solo limitarsi a far funzionare la scuola e ad attuare correttamente il contratto di lavoro del personale.
Precisato questo, per “autocertificazione” non può che intendersi che il dipendente è tenuto a dare delle indicazioni giustificative dell’assenza, senza quindi l’obbligo di documentare o certificare i motivi e senza che l’Amministrazione possa richiedergli ulteriori giustificazioni o effettuare delle indagini per verificare la veridicità di quanto dichiarato dallo stesso.
In conclusione, così come specificato anche dall’ARAN, il dirigente si deve limitare ad un controllo sulla correttezza formale della domanda, non avendo alcuna discrezionalità, ma dovendosi limitare soltanto alla mera verifica della sussistenza dei requisiti e delle condizioni prescritti dalla norma.

MIUR / Linee guida per “l’educazione al rispetto”: tra vigilanza cattolica, differenza sessuale e pensiero “anti-gender”

sabato 4 novembre 2017

Venerdì 27 ottobre 2017, la Ministra Valeria Fedeli ha presentato le tanto attese Linee guida Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione, per l’attuazione del famoso e omonimo comma 16 dell’art. 1 della legge sulla “Buona scuola”.
Tralasciando i dovuti richiami a normative nazionali, europee e internazionali presenti nel testo, è utile interrogarsi sul perché il quotidiano “Avvenire” insieme al Comitato Difendiamo i Nostri Figli (CDNF) e il suo leader Massimo Gandolfini salutano con grande entusiasmo i contenuti delle linee guida che, ai loro occhi, rispettano le loro richieste e le loro attese.


Già nel maggio 2016, il CDNF chiedeva che:
“- si leghi il concetto di genere a quello di sesso, onde evitare le derive ideologiche che hanno portato alla moltiplicazione scriteriata di infinite, presunte “identità di genere”; - si richiami espressamente la circolare del 15 settembre 2015, prot. AOODGSIP n. 1972 ove afferma “che tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo”;
E così fu.


È interessante notare la strategia dell’ambiguità secondo la quale le linee guida - che effettivamente richiamano, citandola, la circolare del 15 settembre 2015 (in pieno conflitto “gender”, la circolare intendeva rassicurare i genitori in preda al panico) - stabiliscono che non si tratta di far entrare fantasiose “teorie del gender” o “ideologie” estranee alle pratiche educative nelle scuole - leggi: tutta questa questione del “gender nelle scuole” è una grande e fuorviante “truffa culturale” (cfr. Ministra Giannini) qui si parla di educazione alla parità, alla diversità, al rispetto!
Tuttavia, con queste formulazioni ambigue, si lascia anche intendere che il MIUR è di fatto contrario all’introduzione di pratiche educative “ideologiche” (quindi ci sarebbero pratiche ideologiche da contrastare) ispirate a visioni “ideologiche” del concetto di genere, del maschile e del femminile, ecc. che chiamiamo dunque “ideologie gender” - leggi: Egr. Sig. Gandolfini & Co. abbiamo accolto la sua richiesta, abbiamo scritto nero su bianco che “il gender” non entrerà nelle scuole, adottando in questo senso il punto di vista dei “no-gender”.
Considerato che la lista dei programmi “gender” è realizzata dagli amici di ProVita Onlus, o da quelli di Generazione Famiglia che schedano le attività delle scuole attribuendo semafori rossi, gialli o verdi, è evidente che sarà facile impugnare tali linee guida per bollare tale o tal altra azione come “gender” e dunque dichiararla proibita in nome delle indicazioni del MIUR e, soprattutto, dei gruppi “no-gender”.


Emanuele Di Leo, presidente di SteadFast Onlus e co-fondatore del CDNF

Ma chi ha scritto queste linee guida?

Un tavolo di lavoro istituito dal MIUR presieduto “dal Direttore generale per lo studente, l’integrazione e la partecipazione o suo delegato: Giuseppe Pierro” e composto da “Agnese Canevari, Anna Paola Sabatini, Mario De Caro, Alberto Maria Gambino, Chiara Giaccardi, Alberto Melloni, Stefano Pasta, Graziella Priulla, Cecilia Robustelli, Maria Teresa Russo, Maria Serena Sapegno, Andrea Simoncini”.
Vi troviamo, per la componente di impronta o ispirazione cattolica:
  • Alberto Maria Gambino, Presidente nazionale di Scienza & Vita, prorettore dell’Università Europea di Roma, università della “Congregazione dei Legionari di Cristo” (per chi non lo sapesse);
  • Andrea Simoncini, costituzionalista e leader di Comunione e Liberazione;
  • Alberto Melloni, storico del cristianesimo, cattolico progressista, vicino alle posizioni di Nunzio Galantino (attuale segretario generale della CEI), molto critico nei confronti del Family Day;
  • Stefano Pasta, giornalista per Famiglia Cristiana (tra altre testate), interessato ai temi del razzismo e della discriminazione - che sulla sua pagina Facebook si felicita di questo documento che “che dovrebbe porre fine alle polemiche (strumentali) sulle "teorie gender" di alcuni mesi fa”;
  • e infine, last but not least, Chiara Giaccardi, professoressa ordinaria all’Università Cattolica di Milano, promotrice di un cattolicesimo “gender friendly” contro i radicali “no-gender” e contro i radicali “pro-gender”, che invoca però, allo stesso tempo, sempre sulle pagine di “Avvenire”, un “realismo evangelico” per disinnescare “il gender”.
Per la componente di esperte di parità e di genere, troviamo alcune studiose e teoriche legate al femminismo della differenza, tra cui Maria Teresa Russo e Maria Serena Sapegno. È peraltro abbastanza evidente l’ispirazione “differenzialista” del testo, quando si afferma che “nascere uomini o donne crea appartenenze forti, è la pietra angolare dell’identità, informa di sé l’intero orizzonte esistenziale: è la prima condizione con cui ogni individuo si pone, e ne riceve opportunità e risorse ma anche limiti. Tutti gli aspetti della vita quotidiana ne sono connotati”, o che “dall’esperienza dell’essere tutt’uno con la madre si esce nella lenta necessaria costituzione di una soggettività separata”, o ancora nella sezione relativa al “femminile e al maschile nel linguaggio”.
Non si tratta qui di entrare nel merito della pluralità interna del campo cattolico e del campo femminista, né di discutere delle posizioni dell’uno e dell’altro campo, ma di porre l’accento sugli effetti che produce questo lavoro congiunto tra istanze che si pongono come obiettivo comune (ma per ragioni diverse) il progresso di genere.
L’aspetto interessante di questo incontro tra un cattolicesimo progressista e un progressismo femminista è il comune richiamo a un’accezione moderata del concetto di genere, che punta il dito sulle disuguaglianze di genere restando però ancorata saldamente all’idea che “l’“identità (l’essere) della persona” ha origine nella differenza sessuale (e deve restare all’interno di questo fondamento originario) e che considera dunque che “non c’è alcuna ragione per cui nell’incontro tra differenze, che dà origine alla vita, ci debba essere una gerarchia” (p. 6).
Troviamo cioè la convergenza tra un pensiero cattolico femminista-compatibile e un pensiero femminista catto-compatibile (si veda anche la discussione sulla “differenza sessuale” proposta da Lorenzo Bernini qui o qui sulla contestazione del concetto di genere e dei suoi sviluppi da parte di alcune femministe della differenza sessuale, tra cui la Sapegno stessa per la quale il queer è “un delirio”) che contesta la “deriva” “radicale” delle teorizzazioni sul genere e sulla sessualità dei movimenti e degli studi femministi materialisti, lesbici, gay, trans e queer, che pongono al centro dell’analisi e della critica politica l’ordine sessuato e sessuale, e dunque le norme sociali, spostando il focus dal fondamento biologico del simbolico alla costruzione sociale della “natura”, del “biologico” e delle “identità”.
Un’accezione moderata che rifiuta, per esempio, l’espressione “decostruzione degli stereotipi”, giudicata dallo stesso “Avvenire” (che si fa portavoce della componente cattolica che ha potuto lavorare sulle bozze del testo) come troppo ambigua e, forse, troppo “gender”.
Questa inaspettata (o prevedibile forse?) convergenza di quello che potremmo definire progressismo di genere contesta teorie e discorsi (bollandoli di ideologici) che non vedono nel presupposto epistemologico della differenza sessuale “che dà origine alla vita” (e qui non è possibile non vedere un monito contro il riferimento alle esperienze di omogenitorialità che, come sappiamo, sono oggetto di censura nella scuola pubblica) uno strumento di emancipazione e di lotta contro le disuguaglianze e le discriminazioni, bensì uno strumento che traccia confini eteronormati e eteronormativi, facendo distinzioni tra “buoni” e “cattivi” studi di genere o tra “buone” e “cattive” femministe.
Per concludere, attraverso lo strumento del progressismo di genere, questo documento, introduce una filosofia dell’educazione di genere schiacciata sulla cosiddetta “complementarietà biologica, psicologica e sociale della differenza sessuale”, cara alla teologia vaticana.
Ovvero come pensare il sesso, il genere e la sessualità nei limiti eteronormati della “dualità” e dell’“alterità” maschio-femmina, bambino-bambina, uomo-donna; come pensare la lotta alle discriminazioni senza mai nominare l’omofobia e la transfobia; come pensare il concetto di genere con gentile e cortese rispetto della dottrina cattolica e della differenza sessuale; come pensare il genere con un pensiero “anti-gender”.
Sic.

Una ministra "Nogender"! STOP Agli Integralisti Cattolici E Ai Neofascisti

venerdì 3 novembre 2017

Adesso lo possiamo dire apertamente. Escono le linee guida del Ministero sull' "Educazione al rispetto" e
Il risultato è un documento schizofrenico, assediato nella introduzione e nella conclusione dalle elucubrazioni sulla inesistente "teoria gender" e dalle assurde pretese di queste associazioni.
Trionfo del binarismo di genere e sparizione di ogni riferimento chiaro all'omotransfobia; un calderone ambiguo costruito, con perfetto paraculismo politico, intorno ad un fantomatico "rispetto" e ad un concetto indistinto di "discriminazione" che non si ha il coraggio di chiamare per nome giustificandone, di fatto, l'esistenza.
Il rischio serio, ora, è che il Miur con queste linee guida vada a vanificare quanto, seppur faticosamente, è già stato fatto nelle scuole su questi temi e dia la stura alle ingerenze e agli atteggiamenti persecutori di queste associazioni di cattofascisti.
E' il caso di rimetterci in moto e di farci sentire. A breve nuova riunione della rete. #staytuned
gli integralisti cattolici esultano. E hanno ragione, visto che la loro linea educativa è stata accolta in toto, stravolgendo quello che era stato il lungo percorso di elaborazione di questo documento insieme ad associazioni e intellettuali che si occupano da anni del tema e avevano contribuito a scrivere buona parte del testo.

LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO: L’ “OPZIONE METODOLOGICA DI MINORANZA” VA INSERITA NEL PTOF

giovedì 26 ottobre 2017


Esiste una norma, nella scuola, che garantisce dei principi fondamentali per l'affermazione della libertà d'insegnamento. Nel rispetto della nostra Costituzione, uno su tutti, l'articolo 33, dell' articolo 13 della Carta Europea dei Diritti, dell'articolo 7 comma 2 del DLgs 165/2001, dell'articolo 1 e 395 del dlgs.297 del 1994, esistono le opzioni metodologiche di “minoranza”.

Risultati immagini per libertà insegnamentoLa funzione docente è, a livello ordinamentale, intesa come esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della cultura, di contributo all’elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione umana e critica della loro personalità. E dunque, ai docenti e' garantita la libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente. L'esercizio di tale libertà e' diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni.
La scuola opera, o meglio dovrebbe operare, non solo in modo collegiale, ma soprattutto nel rispetto delle minoranze, ed è anche questo che la differenzia da una tipica gestione aziendalista. Le diverse opinioni, le diverse valutazioni, le diverse posizioni, non sono resistenze da dover demolire, o mettere a tacere, ma la vera forza della scuola, perché sono uno stimolo alla crescita, alla critica, alla formazione culturale.
L'articolo 1 del DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 8 marzo 1999, n. 275 afferma che ogni istituzione scolastica predispone, con la partecipazione di tutte le sue componenti, il piano triennale dell'offerta formativa, rivedibile annualmente. Il piano e' il documento fondamentale costitutivo dell'identità' culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa e organizzativa che le singole scuole adottano nell'ambito della loro autonomia.
Il Comma 14 articolo 1 della legge 107 2015 che modifica l'articolo 3 del DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 8 marzo 1999, n. 275 afferma che : “il piano è coerente con gli obiettivi generali ed educativi dei diversi tipi e indirizzi di studi, determinati a livello nazionale a norma dell'articolo 8, e riflette le esigenze del contesto culturale, sociale ed economico della realtà locale, tenendo conto della programmazione territoriale dell'offerta formativa. Esso comprende e riconosce le diverse opzioni metodologiche, anche di gruppi minoritari, valorizza le corrispondenti professionalità (omissis)”.


Da ciò discende che quando viene fatta valere la detta opzione, questa non potrà che essere inserita obbligatoriamente nel Piano dell'Offerta Formativa Triennale, detto PTOF, senza che si possa esercitare un voto positivo o negativo, purché si tratti di opzioni conformi non contrarie alla Legge, come è ovvio che sia.

testo della diffida ai dirigenti scolastici su opzione di minoranza

al dirigente USR dell'Umbria
al dirigente AT Terni- USR dell'Umbria
ai dirigenti scolastici della Provincia di Terni

sono pervenute alla scrivente OOSS diverse segnalazioni di violazione della espressione della libertà di insegnamento dei docenti, tutelata dall'art 33 della Costituzione, nonché dall'articolo 13 della Carta Europea dei Diritti, dall'articolo 7 comma 2 del DLgs 165/2001, dall'articolo 1 e 395 del dlgs.297 del 1994. 

In particolare in alcune scuole i dirigenti si rifiutano di inserire all'interno dei PTOF, così come previsto dal comma 14 art 1 della legge 107/15, le opzioni metodologiche di gruppo minoritario o addirittura -in pieno contrasto con la legge- qualcuno avrebbe preteso di far votare l'opzione di minoranza dai collegi docenti!
Si diffidano i dirigenti dal violare la legge riguardo alla libertà di insegnamento e nello specifico il comma 14 dell'art 1 della legge 107/15;
si chiede all'USR dell'Umbria e all'AT di Terni di tutelare le norme e la libertà di insegnamento dei docenti, possibilmente con una chiara nota esplicativa.
si pongono distinti saluti

per i cobas della scuola

Franco Coppoli

Formazione docenti: obbligatorietà riguarda i contenuti, non numero delle ore

lunedì 23 ottobre 2017

 Con la legge 107 la formazione dei docenti di ruolo è diventata obbligatoria,  strutturale e permanente ma ad oggi, mancando i decreti applicativi  non esiste alcun obbligo orario per i docenti.

Uno speciale dedicato alle tappe che finora hanno caratterizzato questo percorso.
Obbligatorietà?
Organizzazione
Scuole e reti
Unità formative

Tematiche
PTOF
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