L’articolo, pubblicato il 15 marzo scorsosul Fatto Quotidianoha fatto rumore, perché controcorrente rispetto all’onda di piena della “didattica per competenze”, tanto di moda negli ultimi decenni. «La didattica», afferma Settis, «tende così a diventare (…) unasorta di super-disciplina che pretende di superare o contenere tutte le altre. Di conseguenza, si può insegnare solo a patto di sapere come, non che cosa. (…) A furia di parlare del come e non del che cosa si deve insegnare a scuola,i contenuti si perdononel nulla, e quel che resta è ilburocratico ritualedi uninsegnamento-scatola vuota. La sapienza specifica dell’insegnante diventa un bagaglio ingombrante, se “sapere la matematica” (o la storia) conta poco o niente, se vale solo unatecnica dell’insegnare che è parente stretta della “scienza della comunicazione” e della pubblicità commerciale. (…) Agli studenti si chiede di spostare l’accento dalla elaborazione della conoscenza all’acquisizione di abilità,competenze, skills. La scuola così intesa può forse ancora (stancamente) trasmettere nozioni, ma non la passione di sapere.Le nozioni(…) nonservirannoa pensare il futuro creativamente, maa eseguirequesto o quel lavoro lungo binari prestabiliti. Da una scuola così concepitarestaovviamentefuori lo spirito critico(…). Restano fuori le virtù essenziali di un buon cittadino».
Contro Settis si scaglia Antonio Brusa, Professore di Didattica della Storia all’Università di Bari. «Settis lancia una crociata che i suoi colleghi hanno già ampiamente vinto. L’insegnante italiano esce dalle nostre università sapendo qualcosa delle discipline che ha studiato, ma non conoscendo quasi nulla della didattica di queste discipline. Quindi, la scuola italiana è già come la vuole lui”.
“Può diventarne a buon diritto, come titolano alcune riviste, il prossimo ministro. (…) Nemmeno lui – Settis – sa che cos’è la didattica disciplinare. Parla di un qualcosa che ha vagamente sentito, ma che non conosce. (…) Non sa che la didattica storica è una delle discipline storiche (…). Non ho mai trovato un collega (…) che abbia sostenuto quello che Settis imputa ai didatti: che non importano i contenuti, importano solo i metodi. Anzi: la totalità dei manuali di didattica storica (…) iniziano appunto elencando le conoscenze (…) che occorre possedere, per avviarsi al mestiere dell’insegnante».
Forse, come sempre, la verità tra due visioni opposte sta nel giusto mezzo. È vero: non si può prescindere, nella trasmissione del sapere, dalla riflessione didattica sul come trasmetterlo. Il problema però è che, negli ultimi decenni, l’interesse per il come insegnare sembra prevalere sull’interesse per il cosa: quest’ultimo sembra sempre più dato per scontato, tanto che nelle scuole troppi docenti si preoccupano più di certificare le proprie competenze didattiche (ossia i corsi di aggiornamento seguiti)che non diriqualificare e approfondire le proprie conoscenze disciplinari e (perché no?) pluridisciplinari. Il risultato è che alcuni insegnanti (persino di lettere) sanno tutto della didattica per competenze, ma non hanno mai letto Tolstoj.
Non si tratta, dunque, di contrapporre la didattica ai contenuti, la metodologia al sapere. Urge semmai una profonda riflessione sulla direzione verso la quale la voga della “didattica per competenze” sta conducendo la Scuola.
Inutile negarlo: secondo questo approccio didattico, i contenuti culturali non hanno più il valore di un tempo. La “competenza” è intesa esplicitamente come performance, ovvero come prestazione e comportamento osservabile (“il bimbo sa fare il compito”). Ecco perché la didattica per competenze rischia di trasformare l’educazione e l’insegnamento in addestramento. Basterà, per esempio, addestrare gli alunni ad usare con grandissima “competenza”, tutte le appdi uno Smartphone in ogni situazione, senza però possedere le minime nozioni di base di informatica, elettronica, fisica, matematica: diventando perciò appendici di una macchina progettata da ristrettissime élitedi tecnici.
E qui Settis ha perfettamente ragione: senza un bagaglio culturale adeguato non avremo una società di cittadini liberi, ma un allevamento di polli, pronti e formati per eseguire compiti stabiliti da altri. E questi altri sarannoi pochissimi forniti di conoscenze teoriche approfondite e multidisciplinari. Se non è un progetto autoritario e oligarchico, poco ci manca.
La legge che rende inutile insegnar
di FILIPPOMARIA PONTANI da il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2018.
Il potere dominante non vuole che si formino persone dotate di un pensiero critico, che sappiano individuare ciò che non va bene e suggerisca i modi per cambiarlo: vuole dei servitorelli dal sistema dato
«Le lezioni frontali ormai sono considerate un optional, ora i docenti devono anche valutare i tirocini, con voti che alzeranno la media. Così i ragazzi capiscono quanto poco è considerato lo studio»
Perché mai rispettare
dei beni che non danno utilità?
Non ha senso! Mio caro, in verità,
vi ritenete un grande: ma, alla prova,
a quanta gente date da mangiare
A che vi serve leggere? A chi giova?…
Lo Stato non sa proprio cosa farsenedi gente che non spende
Così, in una fortunata favola di La Fontaine (L’avantage de la Science), un ricco decantava il lavoro utile facendosi beffe della dottrina di un suo concittadino sapiente - salvo poi, dinanzi a un imprevisto rivolgimento della storia, essere spazzato via per mancanza dei minimi strumenti culturali. Questo è il sistema che la “Buona scuola” renziana (legge 107/2015) ha introdotto sotto il nome altisonante di “Alternanza scuola-lavoro”, provando goffamente a mettere a sistema alcune splendide esperienze che non avevano alcun bisogno di diventare obbligatorie per tutti: se un istituto elettrotecnico toscano o un avanzato convitto del Friuli avevano avviato da anni benemerite collaborazioni con imprese interessate a formare da subito i propri futuri lavoratori, bastava tutelare quelle esperienze e promuoverle nei giusti limiti, non imporre a un liceo classico campano o a uno scientifico del trevigiano d’inventare improbabili convenzioni con aziende che finiscono per “fare un favore” alle scuole prendendo dei giovani a fare, gratis, lavori di contorno. Il tutto - lo ha denunciato abilmente Christian Raimo - senza che sia chiaro a nessuno il disegno pedagogico sotteso, sepolto in formule burocratiche del peggior gergo, e in griglie in cui si valuta l’ “imparare a imparare”, l’assimilazione della “cultura d’azienda” e simili amenità.Non ha tratto insegnamenti da questo apologo il legislatore che ha obbligato tutti gli studenti d’Italia a devolvere un numero assai elevato di ore (200 nei licei, 400 negli istituti secondari d’altro tipo) ad attività professionali non retribuite: attività che in molti casi non solo distraggono energie e concentrazione, ma, svolgendosi durante l’orario di lezione, portano i giovani a perdere ore d’insegnamento, configurando classi “à la carte” in cui di giorno in giorno si vede chi c’è (il lunedì 3 studenti sono dal tornitore, il martedì tornano quelli ma mancano i 5 che sono in biblioteca, e il mercoledì invece altri 2 che vanno in aeroporto). Con quale profitto per l’insegnamento frontale (ormai ritenuto un optional, non teso alla formazione di cittadini consapevoli, ma giustificabile solo in quanto propedeutico a un – peraltro fantomatico – lavoro specializzato), è facile immaginare.
Dopo aver sancito ufficialmente la svalutazione dell’apprendimento tramite lo studio (ove mai, in una società come la nostra, qualche giovane ancora vi credesse), e aver indotto l’illusione di un contatto con il mondo del lavoro laddove in realtà inculca da subito il principio del lavoretto a gratis, l’Alternanza scuola-lavoro non ha finito di far danni: in queste settimane, infatti, in previsione della chiusura dell’anno scolastico e con particolare riferimento alle classi terminali, i Consigli di classe devono stabilire le modalità della valutazione di questa attività “on the job” (sic), che non ha una casella a sé stante (non è, per intenderci, una “materia” in più), ma deve rifluire e influire sulla valutazione disciplinare complessiva dello studente.
La Guida operativa del ministero in materia è, come spesso, poco chiara: prevede in sostanza che si acquisiscano le valutazioni in itinere dei tutor esterni (di norma, ovviamente, assai benevole: in molti casi tutti gli allievi hanno il massimo, così non si creano problemi), le autovalutazioni degli studenti (ovviamente positive, anche se poi, in via confidenziale, molti confessano di non aver fatto assolutamente nulla in quelle ore), e che poi il Consiglio di classe metta in opera strumenti di verifica (una presentazione di 10 minuti? una relazioncina di due pagine?) per giudicare e certificare un’attività che si è svolta per intero fuori dalle mura della scuola.
Accade così che alcune scuole decidano di formulare un voto (di norma alto) che andrà a far media con quelli della disciplina o delle discipline più “affini” al tema dell’attività lavorativa; altre, di spalmare il voto addirittura su tutte le discipline curricolari (non senza motivo: in molte griglie si prevedono voti su “competenze sociali e civiche”, “economia”, “lingua italiana”, “lingua straniera”, “scienza e tecnologia”, anche se - per dire - uno fa fotocopie o frigge patatine da McDonald’s); e in percentuali - per quanto riguarda il “far media” con i voti sudati nei compiti in classe o nelle interrogazioni - che ogni scuola decide a suo modo (50 e 50? 60 e 40?).
Anche per quanto riguarda l’esame di Stato, la valutazione delle esperienze di Alternanza scuola-lavoro finisce per innalzare la media con cui gli studenti vengono ammessi alla maturità, anzi il loro “credito scolastico”, come si dice oggi.
In una scuola in cui - come sa chiunque abbia insegnato un solo giorno – studenti e genitori spesso si alleano contro i docenti per rivendicare voti alti anche a fronte di uno scarso impegno, l’Alternanza scuola-lavoro rappresenta una svolta ideologica che mina alle fondamenta, anche in sede di valutazione dello studente, la credibilità di un sistema di trasmissione del sapere serio e non (posticciamente) orientato sulla sua presunta caratura professionalizzante.
Che qualche docente di italiano, di greco o di matematica, già sballottato fra mille moduli, registri elettronici e vessazioni burocratiche, continui a insegnare con passione in un contesto del genere, è ormai un vero miracolo.
José Saramago, figlio del popolo, diceva sempre di dovere la sua vena di scrittore al fatto di aver trovato nell’istituto tecnico che frequentava, in un angolo remoto del Portogallo, un professore di lettere serio, severo e preparato. Chissà se oggi gli avrebbe prestato altrettanto credito.
Minacce e 7 in condotta per un cartellino di dissenso all’alternanza scuola-lavoro. Ma veramente#FAI?
Domenica 25 marzo è giornata FAI, musei aperti e volontari a far da guida. C’è qualcuno, però, che non lo fa per passione o per libera scelta, e siamo noi, studenti e studentesse dell’#alternanzascuolalavoro. Noi della VB del Vittorio Emanuele II sabato, tornati dal viaggio d’istruzione, abbiamo comunicato che quasi nessuno il giorno dopo sarebbe andato all’alternanza, per la stanchezza, perché abitiamo lontano dal centro, per studiare, per pranzare in famiglia. Il problema della coincidenza con il ritorno dal viaggio lo avevamo già fatto notare un mese prima, ma il giorno non era stato cambiato. Subito sono arrivate, tramite i professori, minacce di seri provvedimenti disciplinari da parte della dirigenza, così abbiamo deciso di andare, ma portando con noi un simbolo di protesta. Mentre svolgevamo il nostro lavoro di guide, al posto del cartellino FAI con su scritto che siamo degli studenti volontari, ne abbiamo messi alcuni fatti da noi per denunciare il fatto che fossimo non volontari ma obbligati per l’alternanza scuola-lavoro. Abbiamo scoperto che è un metodo di protesta eccezionale e molto comunicativo: le persone, interessate, chiedevano ulteriori spiegazioni e quasi sempre si complimentavano. La delegata del FAI invece non la pensava allo stesso modo: ha provato a strappare il cartellino ad una ragazza, ci ha minacciati addirittura di non ammissione all’esame, dicendo che stavamo infangando le giornate FAI, che sarebbe stato meglio se ce ne fossimo andati, che quello non era sfruttamento. Ha chiamato la preside e i nostri professori, che si sono precipitati al museo e così le discussioni sono diventate sempre più accese. Intanto i visitatori ci davano ragione e hanno anche lasciato commenti positivi sui registri. Mentre domenica la cosa è finita con un paio di minacce, oggi lunedì la stessa delegata FAI è venuta a scuola a raccontare l’accaduto e a pretendere provvedimenti disciplinari. Alla docente tutor è stato detto di essere un’incapace e di non aver saputo gestire la situazione, e che i cartellini avrebbe dovuto farceli togliere subito. I nostri professori sono stati chiamati dalla preside e ci è stato comunicato che tutta la classe avrà una nota disciplinare e il 7 in condotta a fine anno. Oltre al danno, insomma, anche la beffa: costretti la domenica in un museo e pure sanzionati per aver espresso dissenso. Ci sentiamo di fronte ad una gravissima negazione della libertà di espressione e soprattutto abbiamo finalmente constatato sulla nostra pelle cosa voglia dire che gli enti privati entrino nella scuola pubblica. Adesso gli enti con cui facciamo alternanza hanno diritto di pretesa sulle sanzioni disciplinari, di parola su un percorso formativo di cinque anni. Al liceo classico insegnano a pensare, si dice, ma ora penalizzeranno una classe intera che con il pensiero critico si è opposta al lavoro non riconosciuto e non retribuito. Adesso ci puniscono e vogliono farci pentire della nostra azione. Noi invece siamo consapevoli che in quel museo non solo abbiamo portato a termine il nostro lavoro ma abbiamo anche sensibilizzato le persone riguardo un problema che vivono tutti gli studenti e le studentesse, quindi non possiamo che esserne fieri. L’alternanza non ci piace, non ci è mai piaciuta e dopo tre anni di esperienza ne siamo solo più convinti. Sanzioni e minacce non ci fermeranno dal gridarlo sempre più forte.
I docenti se ne lamentano nei corridoi: questa alternanza svuota le aule, non ha quasi mai costrutto, non è pertinente agli indirizzi di studio dell’istituto, mette a serio rischio la continuità e la sedimentazione delle nozioni disciplinari indispensabili a costituire una qualunque professionalità e una coscienza critica. I presidi se ne lamentano nel chiuso degli uffici: questa alternanza costringe la scuola a fare la questua tra le aziende e gli studi professionali perché prendano i ragazzi, fa perdere soldi e tempo, mette a rischio studenti e personale, dà rogne burocratiche infinite…
Eppure, in collegio, i docenti “approvano” incondizionatamente e i presidi minacciano sistematicamente provvedimenti e ritorsioni a chi non approvi o dica in palese quel che si sussurra nei corridoi. Il risultato qual è? Che gli adulti pavidi e conformisti hanno lasciato agli studenti e alle studentesse l’onere della denuncia di una pratica che sta stretta a tutti. Uno studente di Carpi che dice “il re è nudo” sui social, viene minacciato di punizione esemplare, sottoposto a interrogatorio, imputato di “reato di opinione”; studenti impiegati di Domenica come guide turistiche protestano per il danno e per la beffa di essere rappresentati come allegri “volontari” che fanno entusiasticamente un lavoro che dovrebbe essere affidato a laureati e diplomati, e per loro si profilano tribunali scolastici, voti bassi in “condotta”, manganellate sul profitto atte a rieducare i “ribelli”…
Nell’esprimere ancora una volta massima solidarietà agli studenti, consapevoli che la nostra vicinanza di docenti in lotta può avere solo un blando potere di deterrenza rispetto alle restrizioni e punizioni annunciate, vogliamo dire ad alta voce che la nostra adulta incapacità di dire il vero e di batterci per quel che ci sta a cuore ci scredita più delle umiliazioni e delle diffamazioni inflitteci dal ministero. La 107 ci ha tolto gli strumenti e i tempi per educare i nostri ragazzi: il coraggio e l’esempio, però, ce li siamo negati e glieli abbiamo negati noi, per autocensura, per viltà, per paura (di che, poi? Abbiamo la Costituzione, dalla nostra!). Vogliamo solo sperare che i ragazzi ci perdonino, o cominciamo a schierarci dalla loro parte e combattiamo questa battaglia al loro fianco, fino a riprenderci la “nostra” Scuola?
COBAS Scuola Napoli
CPS NapoliDocenti in lotta contro la Legge 107
SOLIDARIETA’
Solidarietà agli studenti del liceo Vittorio Emanuele II di NapoliI docenti se ne lamentano nei corridoi: questa alternanza svuota le aule, non ha quasi mai costrutto, non è pertinente agli indirizzi di studio dell’istituto, mette a serio rischio la continuità e la sedimentazione delle nozioni disciplinari indispensabili a costituire una qualunque professionalità e una coscienza critica. I presidi se ne lamentano nel chiuso degli uffici: questa alternanza costringe la scuola a fare la questua tra le aziende e gli studi professionali perché prendano i ragazzi, fa perdere soldi e tempo, mette a rischio studenti e personale, dà rogne burocratiche infinite…
Eppure, in collegio, i docenti “approvano” incondizionatamente e i presidi minacciano sistematicamente provvedimenti e ritorsioni a chi non approvi o dica in palese quel che si sussurra nei corridoi. Il risultato qual è? Che gli adulti pavidi e conformisti hanno lasciato agli studenti e alle studentesse l’onere della denuncia di una pratica che sta stretta a tutti. Uno studente di Carpi che dice “il re è nudo” sui social, viene minacciato di punizione esemplare, sottoposto a interrogatorio, imputato di “reato di opinione”; studenti impiegati di Domenica come guide turistiche protestano per il danno e per la beffa di essere rappresentati come allegri “volontari” che fanno entusiasticamente un lavoro che dovrebbe essere affidato a laureati e diplomati, e per loro si profilano tribunali scolastici, voti bassi in “condotta”, manganellate sul profitto atte a rieducare i “ribelli”…
Nell’esprimere ancora una volta massima solidarietà agli studenti, consapevoli che la nostra vicinanza di docenti in lotta può avere solo un blando potere di deterrenza rispetto alle restrizioni e punizioni annunciate, vogliamo dire ad alta voce che la nostra adulta incapacità di dire il vero e di batterci per quel che ci sta a cuore ci scredita più delle umiliazioni e delle diffamazioni inflitteci dal ministero. La 107 ci ha tolto gli strumenti e i tempi per educare i nostri ragazzi: il coraggio e l’esempio, però, ce li siamo negati e glieli abbiamo negati noi, per autocensura, per viltà, per paura (di che, poi? Abbiamo la Costituzione, dalla nostra!). Vogliamo solo sperare che i ragazzi ci perdonino, o cominciamo a schierarci dalla loro parte e combattiamo questa battaglia al loro fianco, fino a riprenderci la “nostra” Scuola?
COBAS Scuola Napoli
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Prove Invalsi 2018, bocciate dai docenti: pc insufficienti e connessione internet inadeguata
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bocciate dai docenti: pc insufficienti e connessione internet inadeguata,
no invalsi 2018,
Prove Invalsi 2018
Insufficienti, la connessione internet inadeguata: sono i risultati del sondaggio de La Tecnica della Scuola, aperto lo scorso 23 marzo, in merito alle prove Invalsi 2018 riservate alle scuole medie, che da quest’anno, si effettueranno in modalità computer based. La rilevazione ha confermato un generale sentimento negativo degli insegnanti nei confronti dei test, che vengono considerati inutili e gravosi, specie per le ripercussioni nella didattica nel periodo compreso fra il 4 e al 21 aprile.
Il sondaggio
La rilevazione ha coinvolto 1506 lettori, che erano chiamati a rispondere con SI o NO a 3 domande
Le prove Invalsi sono inutili per i docenti
Il campione si è espresso negativamente in merito all’utilità dei test Invalsi: infatti, per il 77,2% dei lettori le prove Invalsi sono inutili e privi di senso, perchè non andrebbero realmente a valutare la preparazione degli studenti. Inoltre, un fatto da non trascurare è quello relativo allo sconvolgimento della didattica, che per tutto il periodo dal 4 aprile per i successivi 15 giorni, subirà dei non indifferenti problemi, dovuti alle sostituzioni, alle sorveglianze.
Invece, per il 22,4% le prove hanno un senso e un valore ai fini della valutazione.
Invece, per il 22,4% le prove hanno un senso e un valore ai fini della valutazione.
Pc insufficienti e obsoleti
L’altro quesito si riferiva all’adeguatezza delle postazioni pc nelle scuole che dovranno essere utilizzati per le prove. Ebbene, per l’85,6% degli insegnanti intervenuti nel sondaggio i pc non bastano per i test Invalsi. Inoltre, in molti casi, come riferito in precedenza, tali pc risultano spesso obsoleti.
Solo il 14,4% ha riferito di non avere problemi di questo tipo.
Solo il 14,4% ha riferito di non avere problemi di questo tipo.
Rete Internet inadeguata
Infine, l’altro problema emerso dalla rilevazione è quello legato alla connessione internet, punto molto importante perchè le prove saranno svolte dagli alunni al computer, in modalità online.Per l’81,5% degli intervenuti, la connettività non è adeguata, perchè troppo lenta e quindi esposta a problemi continui che rischierebbero, come avvenuto nelle simulazioni, di bloccare i test Online.
Invece, solo il 18,5% dichiara di non riscontrare problemi alla rete internet della scuola.
Invece, solo il 18,5% dichiara di non riscontrare problemi alla rete internet della scuola.
Le date e le novità
Ricordiamo che le prove Invalsi 2018 si svolgeranno dal 4 al 21 aprile, secondo calendari specifici per ciascuna istituzione scolastica, che comprenderanno le prove nazionali di italiano, matematica e inglese, valide come prove Invalsi per la terza media.
Inoltre, ricordiamo che fra le novità più importanti per questo anno scolastico, c’è senza dubbio la somministrazione delle prove al PC, ovvero in modalità computer based. Infatti, i test si svolgeranno al computer, interamente on line e in più sessioni organizzate autonomamente dalle scuole.
Bisogna anche ricordare il nuovo rapporto tra le prove INVALSI e l’esame di Stato conclusivo del primo ciclo d’istruzione. Infatti, è stata rafforzata la distinzione tra la valutazione interna, di piena ed esclusiva competenza della scuola, e la valutazione esterna che persegue finalità differenti e che, affinché sia tale, deve essere assegnata a un soggetto terzo rispetto alla scuola.
Pertanto, da quest’anno lo svolgimento delle prove INVALSI, ma non il loro esito, rappresenta per l’allievo uno dei requisiti di ammissione all’esame di Stato e il risultato di ciascun allievo nelle prove, espresso in livelli descrittivi, è riportato in un’apposita sezione della certificazione finale delle competenze.
La prova d’Inglese, articolata in una sezione rivolta alla comprensione della lettura e una alla comprensione dell’ascolto.
Tale prova d’Inglese sarà una prova bilivello: A1 e A2. In questo modo è possibile restituire gli esiti degli allievi nella certificazione delle competenze anche per coloro che non raggiungono il livello A2.
Come saranno le prove
Per quanto riguarda i contenuti della prova d’italiano e di matematica, essi saranno in perfetta continuità con quelli delle prove degli anni passati, mentre quelli della prova d’inglese sono in linea con quanto previsto dal Quadro comune europeo di riferimento delle lingue.
Per questo non potranno più avvenire nello stesso giorno e alla stessa ora e di conseguenza non potranno più essere uguali per tutti ma varieranno da studente a studente.
I quiz si comporranno di domande estratte da un vasto repertorio di quesiti tutti uguali per livello di difficoltà e struttura.
I tre avranno inoltre il 10 per cento di domande in meno rispetto alle edizioni precedenti (in cui il numero di domande cambiava ogni anno) e verrà concesso più tempo: 15 minuti in più. In altre parole, per risolvere i diversi item gli studenti avranno a disposizione 90 e non più 75 minuti.
Le prove Invalsi per la seconda classe delle superiori, Italiano e matematica, saranno proposte ed effettuate online, tramite computer.
ISTRUZIONE, MERCATO E LOGICA DEL PROFITTO: IL CASO ITALIA
domenica 1 aprile 2018
Relazione letta all’incontro Students are not consumers. Challenging marketization and the logic of profit in higher education, Bruxelles, Parlamento Europeo, 8 marzo 2018, organizzato dal gruppo parlamentare europeo GUE/NGL.
Un recente caso mediatico è stata la scoperta, nei Rapporti di AutoValutazione– vale a dire: nell’autopresentazione delle scuole alle famiglie – di alcuni licei di affermazioni che descrivono come un vantaggio l’assenza di migranti, di studentesse e studenti provenienti da zone svantaggiate o di condizione socio-economica e culturale non elevata, di portatori di disabilità.1
I dirigenti di questi istituti hanno, in modo diverso, attribuito la responsabilità di queste parole alla struttura dei documenti, la cui responsabilità ricade sul Ministero. Una toppa peggiore del buco, perché si tratta di espressioni inserite in uno spazio che richiedeva un commento descrittivo e sintetico – dunque rileva a maggior ragione quel che c’è. Ma che mostra la realtà materiale del processo di produzione di queste presentazioni, e chiama in causa quello stesso ministro che si è affrettato a stigmatizzare questi RAV evocando l’art. 3 della Costituzione. Queste griglie, e le parole che le riempiono, sono il frutto di anni nei quali le scuole sono state spinte a farsi concorrenza, a rendersi appetibili agli occhi della cosiddetta utenza valorizzando determinateperformance– una fra tutte: i risultati dei test di valutazione degli apprendimenti, che valorizzano le scuole con pochi studenti stranieri. Nella logica delmarketinge della valutazione quantitativa, è inevitabile che prevalga la considerazione del punteggio più alto alla scuola frequentata da studenti socialmente ben selezionati, piuttosto che la valorizzazione del lavoro qualitativo della scuola che opera in favore dell’inclusione, dell’apprendimento dei fondamenti linguistici e cognitivi del diritto alla cittadinanza: la scuola che si sporca le mani con i migranti di prima e seconda generazione.
I dirigenti di questi istituti hanno, in modo diverso, attribuito la responsabilità di queste parole alla struttura dei documenti, la cui responsabilità ricade sul Ministero. Una toppa peggiore del buco, perché si tratta di espressioni inserite in uno spazio che richiedeva un commento descrittivo e sintetico – dunque rileva a maggior ragione quel che c’è. Ma che mostra la realtà materiale del processo di produzione di queste presentazioni, e chiama in causa quello stesso ministro che si è affrettato a stigmatizzare questi RAV evocando l’art. 3 della Costituzione. Queste griglie, e le parole che le riempiono, sono il frutto di anni nei quali le scuole sono state spinte a farsi concorrenza, a rendersi appetibili agli occhi della cosiddetta utenza valorizzando determinateperformance– una fra tutte: i risultati dei test di valutazione degli apprendimenti, che valorizzano le scuole con pochi studenti stranieri. Nella logica delmarketinge della valutazione quantitativa, è inevitabile che prevalga la considerazione del punteggio più alto alla scuola frequentata da studenti socialmente ben selezionati, piuttosto che la valorizzazione del lavoro qualitativo della scuola che opera in favore dell’inclusione, dell’apprendimento dei fondamenti linguistici e cognitivi del diritto alla cittadinanza: la scuola che si sporca le mani con i migranti di prima e seconda generazione.
Viene così alla luce un radicato classismo che la scuola italiana eredita dalla società, e che non ha la forza, perché non ne ha i mezzi, per contrastare. È un dato che la società italiana sia, fra quelle occidentali, seconda alla sola Gran Bretagna per rigidità sociale, sia in relazione alle professioni, sia albackgroundsocio-culturale. Al di là della retorica sugli ascensori sociali, l’Italia è un paese classista, dove il figlio del notaio studia legge come il padre, poi va a fare praticantato dai compagni di burraco del sabato sera del padre, e una volta acquisita la professione aggiunge un “& figli” alla targa dell’ufficio del padre. E il figlio del proletario resta proletario, come il bambino povero della celebre gag di Giorgio Gaber: quello al quale il padre, davanti a un paesaggio, non diceva: «guarda, un giorno tutto questo sarà tuo», ma soltanto: «guarda…».
Consapevole del fatto che la relativa riduzione della disuguaglianza che si attua negli anni dell’istruzione sarà riaperta dalla società, la scuola si adegua: studi accurati dimostrano che le attività di orientamento scolastico, che dovrebbe aiutare studenti e famiglie nella migliore scelta per l’istruzione superiore, lungi dal facilitare il conseguimento di titoli di studio elevati a quei gruppi sociali tradizionalmente poco presenti nei livelli più alti del sistema educativo, finiscono per rafforzare il peso delle appartenenze sociali sui destini educativi degli studenti [Marco Romito,Una scuola di classe, Guerini scientifica, 2016, p. 12].
Analizzando i rapporti Indire sull’abbandono scolastico, che nell’arco del quindicennio del percorso d’istruzione raggiunge in Italia il 30%, si trovano evidenze che
Analizzando i rapporti Indire sull’abbandono scolastico, che nell’arco del quindicennio del percorso d’istruzione raggiunge in Italia il 30%, si trovano evidenze che
L’abbandono scolastico è statisticamente legato al titolo di studio conseguito dalla famiglia di appartenenza. I figli di coloro che hanno al massimo il diploma di terza media hanno un tasso di abbandono scolastico del 58,1%, che si riduce al 30,1% tra i ragazzi i cui genitori hanno un titolo di maturità e al 13,2% quando i genitori hanno la laurea. La tendenza si incrocia con il profilo professionale della famiglia, perché di nuovo un terzo dei ragazzi che abbandonano appartiene a famiglie in cui i genitori sono disoccupati o svolgono un lavoro non qualificato, mentre il dato tende a diminuire al salire del grado di occupazione familiare [Roberto Contessi,Scuola di classe, Laterza, 2016, pp. 16-17].
In definitiva, il tempo-scuola non è in grado di colmare le disuguaglianze di partenza: quando va bene, si limita a certificarle, altrimenti contribuisce ad acuirle. Le stesse conclusioni posso essere ricavate dal recente rapporto OCSEAcademic resiliens. What schools and countries do to help disavantaged students succeed in PISA[OECD Education Working Papers n. 167, 22 gennaio 2018; cfr.Table 3.1. Percentage of resilient students among disadvantaged students, p. 12], che misura in uno smagrito 20,4% la percentuale di studentiresilient, che cioè “ce la fanno” a dispetto delle condizioni di partenza (“students are academically resilient if they achieve good education outcomes despite their disadvantaged socio-economic background“).
Le disuguaglianze non riguardano solo le classi sociali, ma l’intero spettro delle differenze: centro-periferia, città-campagna, settentrione-meridione, indigeno-migrante. Il divario fra nord e sud Italia si riverbera in modo sistematico nei livelli di istruzione, e nei dati sulla condizione lavorativa:
Tranne che nella partecipazione alla scuola dell’infanzia, dice il rapporto [UrBes 2015], per tutti gli indicatori si registra un netto svantaggio del Mezzogiorno rispetto al Nord e al Centro. La quota di diplomati è del 51,4% nel Mezzogiorno rispetto al 63,1% del Centro e al 60% del Nord. Allo stesso modo, la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario è del 26,4% al Centro, del 23,9% nel Nord e solo del 20,5% nel Mezzogiorno. Il divario più forte si riscontra però per la quota di giovani che non studiano e non lavorano (Neet) che si attesta, nel 2011, al 31,4% nel Mezzogiorno rispetto al 15,2% del Nord e al 19,2% del Centro [fonte:Istruzione, cresce il divario Nord-Sud, “Il sole 24 ore”, 24/04/2015].
Qui mi sia consentito far riferimento a una fondamentale attestazione di metodo di un valente studioso, Luciano Ferrari Bravo, che ha saputo come pochi comprendere i rapporti fra sviluppo e sottosviluppo. Scriveva dunque il ricercatore padovano che:
Il sottosviluppo non è soltanto il “non-ancora” sviluppo; ma non è neppure solo il “prodotto” dello sviluppo. Esso è una funzione dello sviluppo capitalistico: una sua funzione materiale e politica. Sviluppo è infatti quello del potere capitalistico sulla società nel suo insieme, del suo “governo” della società [Luciano Ferrari Bravo,Forma dello stato e sottosviluppo, in L.F.B., Alessandro Serafini,Stato e sottosviluppo(1972), ombre corte, Verona 2007, p. 29].
La questione dell’eguaglianza che attraversa la scuola nasce dall’uso politico, sotto forma di strumento di governo, di controllo, di disciplinamento e di assoggettamento, della segmentazione sociale.
Una segmentazione messa in luce da una pluralità di rapporti sulla povertà in Italia, che attestano l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri, con un «peggioramento addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, gli operai, e i membri di “famiglie miste”» [Marco Revelli,Italia, a che punto è la notte, “il manifesto”, 16.07.17]. Aumenta la povertà assoluta fra i minori – fra i quali la povertà è quadruplicata in 10 anni; fra iworking poor, «dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro»; e fra «le “famiglie miste”, quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), con buona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale “Perché a loro e non a NOI” la propria bandiera e considera privilegio lojus soliin nome della propria miseria». In altri termini, i dati della lieve ripresa economica attestano che il motore di questa ripresa è lavampirizzazionedella ricchezza sociale dei poveri, ai quali viene tolto persino il necessario per dare ai ricchi. Ci sarebbe da stupirsi se non si manifestasse la tendenza a una segmentazione educativa – per dirla con franchezza: licei per i figli della borghesia, istruzione professionale per i proletari, i migranti, i poveri, – che si riflette in quei Rapporti di AutoValutazione sopracitati.
Una segmentazione messa in luce da una pluralità di rapporti sulla povertà in Italia, che attestano l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri, con un «peggioramento addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, gli operai, e i membri di “famiglie miste”» [Marco Revelli,Italia, a che punto è la notte, “il manifesto”, 16.07.17]. Aumenta la povertà assoluta fra i minori – fra i quali la povertà è quadruplicata in 10 anni; fra iworking poor, «dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro»; e fra «le “famiglie miste”, quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), con buona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale “Perché a loro e non a NOI” la propria bandiera e considera privilegio lojus soliin nome della propria miseria». In altri termini, i dati della lieve ripresa economica attestano che il motore di questa ripresa è lavampirizzazionedella ricchezza sociale dei poveri, ai quali viene tolto persino il necessario per dare ai ricchi. Ci sarebbe da stupirsi se non si manifestasse la tendenza a una segmentazione educativa – per dirla con franchezza: licei per i figli della borghesia, istruzione professionale per i proletari, i migranti, i poveri, – che si riflette in quei Rapporti di AutoValutazione sopracitati.
È su questo piano che la mercificazione del sapere e delle conoscenze si concatena alla mercificazione dell’essere umano e alla sua trasformazione in forza lavoro. Lo si comprende bene mettendo a confronto i processi di valutazione dell’utenza e la nefasta utopia delle piattaforme digitali.
La piattaforma è un mediatore evanescente: la sua azione di connessione e direzione sembra svolgersi in maniera impersonale al servizio degli interessi dei consumatori che acquistano un pasto (Deliveroo, Foodora), si muovono in auto in città (Uber, Lyft), affittano un appartamento (Airbnb). Ai consumatori è riconosciuta la libertà di valutare il servizio ricevuto, perché così dimostrano uno stile di vita a partire dal prodotto scelto [Roberto Ciccarelli,Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, Derive e Approdi, 2018, pp. 163 sgg].
Allo stesso modo, il gradimento dell’utenza, cioè il giudizio delle famiglie che si traduce nei numeri delle iscrizioni, delle rilevazioni, ecc. fa balenare la libertà di scelta della migliore educazione possibile, ritagliata sui bisogni e desideri dell’utenza. In entrambi i casi, l’accessibilità universale diventa una metafora di efficienza perché cancella il ruolo degli intermediari: «In fondo questo è l’obiettivo anche della cittadinanza manageriale: fare a meno dell’impresa e dello Stato, e “fare da sé” diventando padroni di se stessi». Tuttavia, come la piattaforma «impone alla forza lavoro una forma e uno scopo predeterminati», producendo una serie di «nuovi intermediari: manager, ingegneri, valutatori e certificatori di professione, pubblicitari,influencer, giornalisti-guru, esperti di innovazione, imprenditori o politici rabdomanti»; così la scuola della valutazione nell’epoca dell’Audit society, la società della consultazione permanente, impone forma e scopo all’utente, cioè a studentesse e studenti, dai quali discendono nuove figure professionali il cui ruolo, nella macchina burocratica della scuola, va ben oltre la loro effettiva competenza educativa, sia nel merito soggettivo che nei contenuti appresi.
Non è un caso se, sin dalla scuola superiore, agli studenti oggi è insegnato a gestire un «portfolio delle competenze», insieme alcurriculum vitae. Il compenso per un apprendimento lungo una vita non è il salario o l’onorario, ma il riconoscimento del merito in quanto tale [R. Ciccarelli, cit.].
In concreto, questi processi si realizzano all’interno del sistema scolastico mediante la tenaglia della valutazione degli apprendimenti e della didattica per competenze. Le pratiche di “valutazione degli apprendimenti” rilanciano il carattere atomistico e privatistico che si vuole far assumere alla scuola con l’esclusione dai test di valutazione di qualsivoglia aspetto qualitativo, cooperativo e collaborativo che non sia riconducibile a un dato quantitativo misurabile all’interno di una gerarchia numerica – come afferma con involontaria comicità un documento ministeriale, unposizionamento argomentato in relazione ai dati. Ma anche, la riduzione del sapere a unità discrete, valutabili singolarmente attraverso l’uso pervasivo dei test a risposta multipla piuttosto che attraverso pratiche che implicano l’uso della ragione critica.
Al tempo stesso, la cosiddetta didattica per competenze, pervertendo l’intuizione di privilegiare le abilità all’interno dei contenuti in favore di unatesta ben fattapiuttosto che di unatesta ben piena, spezzetta la complessità degli apprendimenti in tanti mattoncini che rappresentano quelle abilità pratico-operative richiesteoggidal mercato, a dispetto della rapida obsolescenza di queste abilità pratiche. Non sembra casuale che l’ultimo ritrovato di questa didattica sia la proposta di unSillabo di basedei saperi, o quantomeno della filosofia, alla quale si chiede di rinunciare alla propria vocazione di apertura verso l’imprevisto e di farsicouncelingfilosofico, facilitatore delmarketingdelle conoscenze e arte retorica della persuasione.
Peraltro, che le competenze abbiano una reale consistenza e un apprezzabile statuto epistemologico è una petizione di principio, dal momento che, come attesta una vasta letteratura, una competenza in quanto tale non è osservabile allo stato puro: sono osservabili pratiche, comportamenti, vissuti e prestazioni dai quali si dovrebbe desumere quella proprietà che, come il flogisto o l’etere, esisterebbe senza essere osservabilein vitro–ma come diceva Donnie Brasco, forget about it.
Peraltro, che le competenze abbiano una reale consistenza e un apprezzabile statuto epistemologico è una petizione di principio, dal momento che, come attesta una vasta letteratura, una competenza in quanto tale non è osservabile allo stato puro: sono osservabili pratiche, comportamenti, vissuti e prestazioni dai quali si dovrebbe desumere quella proprietà che, come il flogisto o l’etere, esisterebbe senza essere osservabilein vitro–ma come diceva Donnie Brasco, forget about it.
In realtà, al di là dell’inconsistenza epistemologica, valutazione e didattica per competenze si inseriscono in quel campo degli “investimenti in forme” (Laurent Thévenant) che assumonoipso factoun’autorità che non può essere messa in discussione, in nome della quale coordinano l’azione delle collettività, dopo averla spogliata di ogni valenza politica e averla transustanziata in procedure tecniche i cui elementi-chiave eccedono la capacità di critica del singolo; trasformano l’autonomia dell’individuo in una forma di autocontrollo; minano la possibilità di un’azione collettiva comunicativa e critica contro le esperienze di ingiustizia sociale, erodendo la stessa ragione sociale della cooperazione. In definitiva, si realizza unagovernance attraverso i numericon la quale è inibita la possibilità che un individuo possa ricondurre la propria esperienza singolare a criteri generali.
Si afferma così un paradigma economicistico che pensa il futuro degli studenti in base a un ipotetico futuro inserimento nelle dinamiche produttive. Questi processi trovano la loro saldatura nell’Alternanza Scuola-Lavoro, consistente nella sottrazione di un monte ore equivalente a una o due materie per l’intero triennio superiore in favore di attività definitestage, che si riducono spesso – salvo qualche caso fortunato, in genere afferente a quei licei che possono vantare una clientela selezionata, e dunque selezionate relazioni con la società imprenditoriale – in attività di lavoro gratuito, talvolta al di fuori delle norme sul lavoro, con casi di sfruttamento vero e proprio, molestia sessuale, infortunio subiti dagli studenti. Uno sdoganamento del lavoro minorile, senza alcun reale aggancio al mondo dell’occupazione: tanto è vero che la stessa Confindustria, per bocca di un suo dirigente (Bruno Scuotto), tiene a sottolineare che «L’alternanza scuola-lavoro è un modello didattico che poco ha a che fare con l’occupazione, essendo un veicolo importante di occupabilità».
Ma è poi vero che l’occupabilità è una condizione preliminare, e quindi ineluttabile, della futura occupazione, per quanto precaria? Il mondo del lavoro attuale vede una coesistenza fra un capitalismo basato su intelligenze e linguaggi artificiali, algoritmi, messa a valore di stili di vita e relazioni umane, creazione di reti e piattaforme connettive; e un capitalismo che trae valore da forme sempre più sofisticate e violente di controllo sociale, di frammentazione dei tempi lavorativi, di catene sempre più lunghe della logistica. Si tratta di due modelli che coesistono e si appoggiano l’uno sull’altro, come due facce della stessa moneta. Due mondi solo in apparenza distanti, ma correlati fra loro, come il sottosopra diStranger Things. Per il mondo di sotto non è necessaria alcuna occupabilità, alcuna formazione, alcun apprendistato in entrata: è un mondo per il quale l’ASL non ha alcuna funzione formativa, se non per l’educazione all’assoggettamento. Per il mondo di sopra è invece richiesta quella fantasia, creatività, capacità critica che la scuola dovrebbe contribuire a sviluppare. Ma come sviluppare le logiche divergenti in luogo di esperienze ripetitive, in una scuola che sottrae tempo alla formazione in favore esperienze che di formativo non hanno alcunché, se non il riempire di nozioni prefatte una testa piena, ma non ben fatta?
L’effetto reale dell’ASL è di inculcare nella mente dell’apprendista stagista la convinzione che il suo essere forza lavoro sia una condizione naturale, e non il prodotto di un rapporto sociale asimmetrico. Ancora un’analogia:
Nel caso del lavoro digitale, la forza lavoro è soggetta all’enorme potere delle piattaforme che possono disconnetterle con unclick. Un’analoga asimmetria di poteri è presente nel campo della valutazione, del controllo, della certificazione delle prestazioni: attività diffuse in tutti i campi, a cominciare dalla scuola e dalla ricerca universitaria per finire all’organizzazione dei corrieri in bicicletta [R. Ciccarelli, cit., pp. 81-82].
C’è dunque una logica precisa nella torsione disciplinare e gerarchizzante che i provvedimenti legislativi dell’ultimo quarto di secolo hanno impresso all’ambiente di apprendimento. Gli stessi agenti del processo educativo, cioè gli insegnanti, sono ridotti a vagareognuno col suo viaggio ognuno diverso, ognuno in fondo perso per i fatti suoi, in quell’angusto orizzonte giuridico che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: non avrò per caso lavorato mezz’ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? Del resto, è nel mondo di Shylock che un essere umano èa good manse èsolvibile: se il suo valore è, per dirla con Adam Smith,apprezzabile, tanto quanto lo è il sapere ridotto a merce.
Ma, dice ancora Shakespeare, «non sei ancora al peggio, finché puoi dire: questo è peggio». Il peggio, in questo caso, è il tentativo di un’ulteriore torsione disciplinare nei confronti dei docenti, che traspare attraverso il desiderio di assoggettarel’intera vita del lavoratore della scuola, e non solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto– in altri termini, di reintrodurre prassi precedenti la costituzionalizzazione del rapporto di lavoro: il recente linciaggio mediatico di una lavoratrice precaria che, in una situazione di esasperazione, si è lasciata andare a uno sfogo rabbioso durante una manifestazione antifascista, costituisce un’inquietante prefigurazione disciplinare.
Permettetemi, al termine di questo intervento, di ricordare quell’allievo di don Milani che disse:
Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.
Una scuola che insegna a sortirne insieme, è una scuola militante.
Una scuola che non insegna a riflettere su come, attraverso quali pratiche di sfruttamento del lavoro, quali violazioni dei diritti, quali conseguenze per il futuro viene creata la società presente; che non insegna a pensare la possibilità di un altro mondo dentro il presente, è una scuola che ha perso il proprio senso e la propria funzione: e allora tanto vale venderla all’incanto.
Battersi contro questa scuola è un dovere, unBeruf: perché una scuola che non si schiera, che si adegua e depone le armi,è una scuola che diserta.
Una scuola che non insegna a riflettere su come, attraverso quali pratiche di sfruttamento del lavoro, quali violazioni dei diritti, quali conseguenze per il futuro viene creata la società presente; che non insegna a pensare la possibilità di un altro mondo dentro il presente, è una scuola che ha perso il proprio senso e la propria funzione: e allora tanto vale venderla all’incanto.
Battersi contro questa scuola è un dovere, unBeruf: perché una scuola che non si schiera, che si adegua e depone le armi,è una scuola che diserta.
- IlLiceo D’Oria di Genova dichiara che «Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio nomadi o studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione ed al dialogo fra scuola e famiglia, nonché all’analisi, con apporti reciproci, delle specifiche esigenze formative, nell’ottica di una didattica davvero personalizzata», mentre la «non particolarmente rilevante incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana» costringe la scuola a concentrare risorse per «mettere in atto strategie per la piena integrazione» per un numero ristretto di studenti.
IlLiceo Parini di Milano si presenta così: «Il contesto socio-economico di provenienza degli studenti è medio-alto. Scarsamente significativa l’incidenza di alunni con cittadinanza non italiana. Non risultano alunni provenienti da zone particolarmente svantaggiate o di condizione socio-economica e culturale non elevata. Gli studenti del liceo classico in genere hanno, per tradizione, una provenienza socio-economica e culturale più elevata rispetto alla media. Questo è particolarmente avvertito nella nostra scuola»: tale situazione viene definita «favorevole».
Per ilLiceo Visconti di Roma, «L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l’antica tradizione con l’innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo». Inoltre, «tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento».
Nell’Istituto S. Giuliana Falconieri di Roma «Gli studenti appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. L’incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana è relativamente molto bassa e si tratta per lo più di figli di personale delle ambasciate e/o dei consolati, particolarmente presenti nel quartiere Parioli». Si ritiene importante sottolineare che «non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate». È pur vero che «negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere»: e purtroppo «data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi».Non c’è più morale, Contessa!, direbbe una vecchia ballata…
GIROLAMO DE MICHELE.
Sciopero della fame per i diplomati magistrali: oltre settemila rischiano il posto
martedì 27 marzo 2018
– Dopo la sentenza del Consiglio di Stato che riguarda coloro che hanno conseguito il titolo di studio prima del 2001. In pericolo anche 22mila supplenti.
Sciopero della fame contro il licenziamento. I diplomati magistrali, stoppati per il ruolo e le supplenze dal Consiglio di Stato, tentano l’ultima carta: lo sciopero della fame. Domani 28 aprile presso la sede del Miur – il ministero dell’Istruzione a viale Trastevere a Roma – il Coordinamento diplomati magistrali abilitati daranno vita a una protesta per salvare il loro futuro. Una mossa che ha lo scopo di sensibilizzare il parlamento affinché trovi una soluzione politica a una vicenda tra le più ingarbugliate degli ultimi decenni. Perché i numeri di quello che si preannuncia come il licenziamento di massa più consistente della storia della scuola italiana sono impressionanti. Quasi 7mila e 500 docenti immessi in ruolo da uno o addirittura due anni potranno concludere l’anno scolastico e poi dovranno dire addio alla cattedra.
Una situazione che nessuno ricorda e che se non trova una via d’uscita, che a questo punto non può che essere legislativa, si trasformerà in un contenzioso infinito. Perché chi perderà il posto dopo avere assaporato la sicurezza dell’incarico a tempo indeterminato farà di tutto per non farsi estromettere. La storia è quella dei vecchi diplomati magistrali prima del 2001/2002 che sostengono il valore abilitante del proprio titolo di studio per l’insegnamento alla primaria e alla scuola dell’infanzia. Idea avvalorata dal Consiglio di Stato nel 2016. Per questa ragione si sono dapprima rivolti al Tar e successivamente al Consiglio di Stato per essere inclusi nelle liste ad esaurimento (le Gae) che danno accesso al ruolo. I giudici di Palazzo Spada hanno dapprima accolto in via cautelare la richiesta dei ricorrenti, che sono stati inseriti in graduatorie e assunti, per poi nel merito rigettare l’istanza.
Nel frattempo gli Uffici scolastici regionali avevano assunto in ruolo 7.479 maestri di scuole elementare e materna cui occorre aggiungere altri 22mila supplenti: quasi 9mila dalle liste provinciali e oltre 13mila dalle prime fasce delle graduatorie d’istituto. Per questi ultimi la prospettiva è quella di vedersi cancellare dalle graduatorie in cui sono stati inseriti per decisione temporanea dei giudici e ritornare nelle terze fasce d’istituto. Con chance ridotte di essere assunti anche per una semplice supplenza. Per chi è stato assunto in pianta stabile si preannuncia lo spettro del licenziamento perché, per la maggior parte di questi, nella nomina in ruolo c’era una postilla: la cosiddetta clausola risolutiva che sarebbe scattata in caso di giudizio negativo da parte del Consiglio di stato. Per salvare capra e cavoli l’unica soluzione sarebbe quella di riaprire le graduatorie ad esaurimento. Ma senza un governo di riferimento l’ipotesi complicata. E il licenziamento di 7mila e 500 docenti è dietro l’angolo
Nel frattempo gli Uffici scolastici regionali avevano assunto in ruolo 7.479 maestri di scuole elementare e materna cui occorre aggiungere altri 22mila supplenti: quasi 9mila dalle liste provinciali e oltre 13mila dalle prime fasce delle graduatorie d’istituto. Per questi ultimi la prospettiva è quella di vedersi cancellare dalle graduatorie in cui sono stati inseriti per decisione temporanea dei giudici e ritornare nelle terze fasce d’istituto. Con chance ridotte di essere assunti anche per una semplice supplenza. Per chi è stato assunto in pianta stabile si preannuncia lo spettro del licenziamento perché, per la maggior parte di questi, nella nomina in ruolo c’era una postilla: la cosiddetta clausola risolutiva che sarebbe scattata in caso di giudizio negativo da parte del Consiglio di stato. Per salvare capra e cavoli l’unica soluzione sarebbe quella di riaprire le graduatorie ad esaurimento. Ma senza un governo di riferimento l’ipotesi complicata. E il licenziamento di 7mila e 500 docenti è dietro l’angolo
di Salvo Intravaia, la Repubblica, 27.4.2018
23 marzo 2018 MAESTRE ANCORA IN SCIOPERO
giovedì 22 marzo 2018
Si intensifica la lotta delle Maestre/i Diplomate Magistrali: il 23 marzo, giorno di insediamento delle Camere e del parere dell’Avvocatura di Stato sulla iniqua sentenza del Consiglio di Stato, sciopero delle maestre/i della Scuola Primaria e dell’Infanzia. Alle ore 9.30 manifestazione a Montecitorio
Comunicato-stampa
Il 23 marzo sciopero della Scuola Primaria e dell’Infanzia. La questura vieta all’ultimo momento la manifestazione a Montecitorio. L’iniziativa si terrà al MIUR (V.le Trastevere) dalle 9.30.
Il 23 marzo, in occasione dell’insediamento delle Camere e del parere dell’Avvocatura di Stato sull’iniqua sentenza del Consiglio di Stato contro le maestre/i diplomate magistrali (DM), abbiamo indetto, come pure altre organizzazioni, lo sciopero nella scuola Primaria e dell’Infanzia: e in tale giornata volevamo manifestare davanti al Parlamento per inviare ai/alle nuovi/e deputati e senatori un messaggio forte e chiaro affinché vengano restituiti a decine di migliaia di maestre/i il diritto a insegnare e la sicurezza del posto di lavoro che si sono guadagnati in anni e anni di precariato mal retribuito. Ma la manifestazione, autorizzata in precedenza, è stata vietata all’ultimo momento dalla questura, forse per un intervento del ministro degli Interni che non ha voluto “turbare” la prima giornata dei neo-eletti/e, decidendo di “recintare” il Parlamento con un’ampia zona off limits per ogni sorta di protesta. Dopo le recenti esperienze in materia (in particolare le cariche al sit-in assolutamente pacifico dello scorso 10 novembre davanti al MIUR, con feriti, fermi e numerose denunce a nostro carico) abbiamo deciso di spostare l’iniziativa al MIUR (ore 9.30) ove una delegazione delle maestre/i incontrerà i responsabili ministeriali per ribadire le proprie richieste, verificare le intenzioni del MIUR e chiedere anticipazioni e/o valutazioni sul parere dell’Avvocatura di Stato a proposito dell’inaccettabile sentenza del Consiglio di Stato.
Dunque, dopo gli scioperi e le manifestazioni dell’8 gennaio e del 23 febbraio, il 23 marzo proseguirà la lotta delle maestre/i DM contro la sentenza del Consiglio di Stato che ne ha messo a forte rischio il posto di lavoro e i diritti acquisiti. Ferma restando la protesta più ampia, che coinvolge tutta la categoria docente ed ATA, contro un contratto miserabile sul piano economico e l’inserimento in esso delle imposizioni della legge 107, lo sciopero del 23 marzo ha come obiettivi immediati, da presentare ai nuovi parlamentari e al governo che verrà (o a quello in carica, se il “ricambio” dovesse tardare) la conservazione del posto in “ruolo” o nelle GAE per le maestre/i DM che vi si trovano, la riapertura delle GAE per tutti/e i precari/e abilitati e l’immissione immediata “in ruolo” per i precari/e con 3 anni di servizio. Infine, per valutare i risultati dell’incontro con il MIUR e decidere come proseguire la mobilitazione e le iniziative future, Assemblea alle 13 in sede Cobas (V.le Manzoni 55, Sala Convegni). .
Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS
21 marzo 2018
Il 23 marzo sciopero della Scuola Primaria e dell’Infanzia. La questura vieta all’ultimo momento la manifestazione a Montecitorio. L’iniziativa si terrà al MIUR (V.le Trastevere) dalle 9.30.
Il 23 marzo, in occasione dell’insediamento delle Camere e del parere dell’Avvocatura di Stato sull’iniqua sentenza del Consiglio di Stato contro le maestre/i diplomate magistrali (DM), abbiamo indetto, come pure altre organizzazioni, lo sciopero nella scuola Primaria e dell’Infanzia: e in tale giornata volevamo manifestare davanti al Parlamento per inviare ai/alle nuovi/e deputati e senatori un messaggio forte e chiaro affinché vengano restituiti a decine di migliaia di maestre/i il diritto a insegnare e la sicurezza del posto di lavoro che si sono guadagnati in anni e anni di precariato mal retribuito. Ma la manifestazione, autorizzata in precedenza, è stata vietata all’ultimo momento dalla questura, forse per un intervento del ministro degli Interni che non ha voluto “turbare” la prima giornata dei neo-eletti/e, decidendo di “recintare” il Parlamento con un’ampia zona off limits per ogni sorta di protesta. Dopo le recenti esperienze in materia (in particolare le cariche al sit-in assolutamente pacifico dello scorso 10 novembre davanti al MIUR, con feriti, fermi e numerose denunce a nostro carico) abbiamo deciso di spostare l’iniziativa al MIUR (ore 9.30) ove una delegazione delle maestre/i incontrerà i responsabili ministeriali per ribadire le proprie richieste, verificare le intenzioni del MIUR e chiedere anticipazioni e/o valutazioni sul parere dell’Avvocatura di Stato a proposito dell’inaccettabile sentenza del Consiglio di Stato.
Dunque, dopo gli scioperi e le manifestazioni dell’8 gennaio e del 23 febbraio, il 23 marzo proseguirà la lotta delle maestre/i DM contro la sentenza del Consiglio di Stato che ne ha messo a forte rischio il posto di lavoro e i diritti acquisiti. Ferma restando la protesta più ampia, che coinvolge tutta la categoria docente ed ATA, contro un contratto miserabile sul piano economico e l’inserimento in esso delle imposizioni della legge 107, lo sciopero del 23 marzo ha come obiettivi immediati, da presentare ai nuovi parlamentari e al governo che verrà (o a quello in carica, se il “ricambio” dovesse tardare) la conservazione del posto in “ruolo” o nelle GAE per le maestre/i DM che vi si trovano, la riapertura delle GAE per tutti/e i precari/e abilitati e l’immissione immediata “in ruolo” per i precari/e con 3 anni di servizio. Infine, per valutare i risultati dell’incontro con il MIUR e decidere come proseguire la mobilitazione e le iniziative future, Assemblea alle 13 in sede Cobas (V.le Manzoni 55, Sala Convegni). .
Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS
21 marzo 2018
A proposito di un ignobile e delirante linciaggio mediatico e politico-elettorale
venerdì 9 marzo 2018
L’Esecutivo Nazionale dei COBAS della Scuola, a proposito dell’intollerabile e demenziale linciaggio mediatico e politico-elettorale che ha colpito l’insegnante Lavinia Flavia Cassaro, condivide la presa di posizione del gruppo che si autodefinisce ironicamente delle “Cattive Maestre”, che riportiamo qui di seguito e di cui auspichiamo la massima diffusione.
In punta di diritto l’auspicato – da massmedia e politici – licenziamento é letteralmente fuori dal mondo: qualsiasi giudice cancellerebbe un provvedimento del genere. L’uscita di Renzi e di qualche altro politico minore è da squallida campagna elettorale, in linea con tutta la penosa propaganda dei principali partiti nelle ultime settimane: ma un conto sono le sparate per raccattare qualche voto in più, un conto i licenziamenti che dovrebbero poi passare sotto il naso di un giudice. Pur tuttavia, è utile sottolineare, come efficacemente fa il testo delle “Cattive Maestre”, che al di fuori della scuola ognuno è un libero/a cittadino/a i cui atti politici o sociali possono essere eventualmente contestati nel merito ma non devono minimamente avere a che fare con i doveri e i diritti professionali che si esercitano esclusivamente nell’attività lavorativa scolastica. Si è buoni o cattivi maestri/e e insegnanti per quel che si fa nella scuola, non per i comportamenti, le prese di posizioni o gli atteggiamenti extra-scolastici: insomma, non si è maestre/i 24 ore su 24 e dappertutto. E il testo delle CM ricorda poi agli immemori, ai sordi e a ciechi il lungo elenco di pessimi “maestri” nelle fila dei politici e di tanti operatori dell’informazione che, essi sì davvero, hanno dato e danno, soprattutto negli ultimi tempi, sempre più pessimo esempio quotidiano a studenti, giovani e meno giovani. Infine, avendo visto e subito in questi anni numerosi stravolgimenti “in peius” di leggi, norme e regole giuridiche pur assai chiare, appare evidente che Flavia Cassaro debba comunque cautelarsi adeguatamente dal punto di vista legale. Come COBAS, dunque, le mettiamo a disposizione, qualora ce lo richieda, i nostri studi legali gratuitamente, fino alla conclusione positiva della vicenda.
SOLIDALI CON LAVINIA FLAVIA CASSARO
sabato 3 marzo 2018
I giuristi democratici: “Illegittimo il licenziamento della docente che urlava contro la polizia”
«Il lavoratore non vende se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extralavorativa»
I Giuristi Democratici esprimono «preoccupazione per il violento attacco con conseguente gogna mediatica da parte di personalità politiche e rappresentanti delle istituzioni che in questi giorni sta investendo la giovane docente di Torino, Lavinia Flavia Cassaro».
«Quel che indigna non è l’incitamento alla magistratura ad appurare l’eventuale commissione di reati: ciascuno è libero di farlo - meglio se tramite esposto che via Twitter -, ma l’intenzione di colpirla nella sua vita lavorativa, ponendo definitivamente fine al suo difficile e precario percorso lavorativo. E ciò al di là di qualsiasi eventuale processo e di qualsiasi condanna» si legge in una nota.
«Ciò che ha segnato la costituzionalizzazione del rapporto di lavoro è la sua contrattualizzazione: il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extralavorativa -spiegano i Giuristi democratici -. Lavinia Flavia Cassaro, in una situazione di esasperazione (erano in corso cariche contro i manifestanti antifascisti), si è lasciata andare a un non condivisibile sfogo rabbioso: se verrà rilevato in ciò una condotta giuridicamente rilevante, ne risponderà all’esito del relativo processo».
«Licenziarla ora - conclude la nota dei Giuristi democratici- significherebbe invece solo mediaticamente segnare un’equidistanza tra fascismo e antifascismo, tra chi spara e chi grida a volto scoperto e mani nude, e questo non è accettabile. I Giuristi Democratici auspicano quindi l’immediata sospensione del procedimento disciplinare».
“Il registro elettronico? Un ‘Grande fratello’ che controlla e danneggia i docenti”
martedì 20 febbraio 2018
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“Il registro elettronico? Un ‘Grande fratello’ che controlla e danneggia i docenti”
– La funzione primaria del registro elettronico non è quella di snellire il lavoro di inserimento delle presenze e delle valutazioni degli alunni, né di instaurare un rapporto diretto con le loro famiglie: tra gli obiettivi più rilevanti di chi ha imposto la rilevazione on line delle presenze e delle valutazioni nelle scuole pubbliche, ci sarebbe quello di controllare l’operato degli insegnanti. La presenza a scuola del registro connesso ad internet, fruibile anche dal dirigente scolastico in tempo reale, si rivelerebbe una sorta di ‘Grande fratello’, del quale però nell’ambiente scolastico nessuno sentiva il bisogno.
A sostenerlo, a colloquio con La Tecnica della Scuola, è Anna Angelucci, docente di Italiano e Latino al liceo Pasteur di Roma e presidente del Comitato nazionale “Per la Scuola della Repubblica”.
Professoressa Angelucci, da dove nasce l’esigenza di introdurre il registro elettronico a scuola?Principalmente dalla volontà di controllare l’operato di chi opera nella scuola: gli alunni e quindi anche gli insegnanti. Con l’aggravante di schematizzare le loro azioni, rispettivamente di apprendimento e di espressione della lezione.
Cosa intende?È un disegno che parte da lontano: dalla volontà di uniformare ogni spazio autonomo di scelta didattica, e dunque anche valutativa per i docenti. Negli ultimi venti anni, tutto questo è stato progressivamente ridotto, a partire della Legge 159/97, confinando il lavoro dell’insegnante italiano dentro ambiti sempre più ristretti e cogenti.
Ma il registro elettronico, se supportato con device e linee adeguate, è anche molto utile: non crede?Partiamo dal concetto che è una falsa necessità: il registro elettronico e all’idea sottesa di un eternostreaming, o di un eterno ‘Grande fratello’ in nome di un’efficienza del ‘tempo reale’ che non c’è, a scapito invece del ‘tempo sostanziale’ a danno dell’insegnante.
Quindi, secondo lei si tratta di un’incombenza lavorativa ulteriore?Certamente: pensiamo a quanto tempo prezioso perde l’insegnante per compilare il registro elettronico, con le sue spunte, i suoi campi obbligati, i suoi continui inconvenienti tecnici. A danno della didattica e dell’aggiornamento professionale, visto che l’alto numero di ore che vengono sottratte a vantaggio della burocrazia.
Scusi se insistiamo, il registro elettronico offre però anche tanti vantaggi: si pensi al rapporto diretto con i genitori degli alunni.Non è questo il punto. Perché l’on line favorisce anche la ‘dematerializzazione dei rapporti scuola-famiglia’, a tutto vantaggio del mero controllo a distanza, del docente e dello studente, e quindi riducendo al mero controllo via internet tutto il portato della relazione genitori-figli e genitori-docenti, a cui ormai si è evidentemente rinunciato.
di Alessandro Giuliani, La Tecnica della scuola, 19.2.2018
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Concorso docenti, risposte alle domande più frequenti
– Indicazioni utili per chi ha i titoli previsti. A cura di Antonietta Toraldo –
Come e quando si presentano le domande?
Le domande si presentano a partire dalle ore 23,59 del 20 febbraio 2018 alle 23,59 del 22 marzo 2018 attraverso il sistema delle istanze on line.
I candidati possono concorrere per più classi di concorso o tipologia di posto presentando un´unica istanza.
Quali sono i requisiti per partecipare al concorso?
Possono partecipare tutti i docenti che sono in possesso di abilitazione conseguita entro il 31 maggio 2017 per la classe di concorso che richiedono.
Sono previsti limiti di età?
Non ci sono limiti di età per partecipare al concorso.
Le domande si presentano a partire dalle ore 23,59 del 20 febbraio 2018 alle 23,59 del 22 marzo 2018 attraverso il sistema delle istanze on line.
I candidati possono concorrere per più classi di concorso o tipologia di posto presentando un´unica istanza.
Quali sono i requisiti per partecipare al concorso?
Possono partecipare tutti i docenti che sono in possesso di abilitazione conseguita entro il 31 maggio 2017 per la classe di concorso che richiedono.
Sono previsti limiti di età?
Non ci sono limiti di età per partecipare al concorso.
Quali sono i requisiti per chi vuole partecipare per i posti di sostegno?
Per chi intende partecipare per i posti di sostegno il requisito richiesto è oltre all´abilitazione per una classe di concorso anche la specializzazione.
Chi sta frequentando il corso di specializzazione per il sostegno può partecipare con riserva a condizione che il titolo venga conseguito entro il 30 giugno 2018.
Per chi intende partecipare per i posti di sostegno il requisito richiesto è oltre all´abilitazione per una classe di concorso anche la specializzazione.
Chi sta frequentando il corso di specializzazione per il sostegno può partecipare con riserva a condizione che il titolo venga conseguito entro il 30 giugno 2018.
Quali requisiti devono possedere gli ITP per partecipare al concorso?
Gli ITP devono essere inclusi nelle GAE o nelle GI di II fascia alla data del 31 maggio 2017.
Gli ITP devono essere inclusi nelle GAE o nelle GI di II fascia alla data del 31 maggio 2017.
Cosa deve fare chi ha conseguito l´abilitazione all´estero?
I docenti in possesso di abilitazione conseguita all´estero (entro il 31 maggio 2017) devono aver chiesto il riconoscimento di tale abilitazione alla data di scadenza del bando e possono presentare domanda con riserva.
A quali classi di concorso fa riferimento il bando?
Il concorso fa riferimento alle nuove classi di concorso. Le abilitazioni precedenti confluiscono nelle nuove classi di concorso. A tal proposito conviene consultare la tabella di confluenza tra le nuove e vecchie classi di concorso.
I docenti in possesso di abilitazione conseguita all´estero (entro il 31 maggio 2017) devono aver chiesto il riconoscimento di tale abilitazione alla data di scadenza del bando e possono presentare domanda con riserva.
A quali classi di concorso fa riferimento il bando?
Il concorso fa riferimento alle nuove classi di concorso. Le abilitazioni precedenti confluiscono nelle nuove classi di concorso. A tal proposito conviene consultare la tabella di confluenza tra le nuove e vecchie classi di concorso.
Quali sono le dichiarazioni da fare nella domanda?
• Possesso dell´abilitazione e/o della specializzazione su sostegno;
• Requisiti generali di partecipazione (cittadinanza, idoneità fisica, condanne penali ecc.);
• Conoscenza della lingua straniera che sarà oggetto di valutazione nella prova orale;
• Titoli e servizi valutabili posseduti alla data di scadenza.
• Possesso dell´abilitazione e/o della specializzazione su sostegno;
• Requisiti generali di partecipazione (cittadinanza, idoneità fisica, condanne penali ecc.);
• Conoscenza della lingua straniera che sarà oggetto di valutazione nella prova orale;
• Titoli e servizi valutabili posseduti alla data di scadenza.
Qual è il punteggio previsto per i titoli posseduti?
Per i titoli è previsto un punteggio complessivo massimo di 60 punti così suddivisi:
• 34 max per il titolo di accesso;
• 25 max per altri titoli culturali e professionali;
• 30 max per i servizi d´insegnamento;
• 9 max per le pubblicazioni.
A tal proposito si consulti la tabella di valutazione allegata al DM 995/17.
E´ previsto il pagamento di una tassa?
Sì, per partecipare al concorso bisogna dichiarare all´atto della domanda di aver effettuato un bonifico di € 5,00 sul conto corrente bancario intestato a:Sezione di tesoreria 348 Roma succursale
IBAN: IT79B0100003245348013240701
Causale: «regione – classe di concorso/posto di sostegno – nome e cognome – codice fiscale del candidato»
Si effettua un bonifico per ciascuna classe di concorso richiesta.
Per i titoli è previsto un punteggio complessivo massimo di 60 punti così suddivisi:
• 34 max per il titolo di accesso;
• 25 max per altri titoli culturali e professionali;
• 30 max per i servizi d´insegnamento;
• 9 max per le pubblicazioni.
A tal proposito si consulti la tabella di valutazione allegata al DM 995/17.
E´ previsto il pagamento di una tassa?
Sì, per partecipare al concorso bisogna dichiarare all´atto della domanda di aver effettuato un bonifico di € 5,00 sul conto corrente bancario intestato a:Sezione di tesoreria 348 Roma succursale
IBAN: IT79B0100003245348013240701
Causale: «regione – classe di concorso/posto di sostegno – nome e cognome – codice fiscale del candidato»
Si effettua un bonifico per ciascuna classe di concorso richiesta.
E´ possibile presentare domanda in più regioni?No, la domanda va presentata in una sola regione anche se si concorre per più classi di concorso.
I docenti con contratto a tempo indeterminato possono partecipare al concorso?
Sì, il bando ha accolto la sentenza della Corte Costituzionale. I docenti con contratto a tempo indeterminato possono partecipare al concorso purché posseggano l´abilitazione per la classe di concorso richiesta e/o la specializzazione per il sostegno per i relativi posti.
Sì, il bando ha accolto la sentenza della Corte Costituzionale. I docenti con contratto a tempo indeterminato possono partecipare al concorso purché posseggano l´abilitazione per la classe di concorso richiesta e/o la specializzazione per il sostegno per i relativi posti.
I docenti di ruolo possono concorrere anche per la Classe di concorso per la quale sono già stati assunti?
Il bando non pone alcun divieto specifico a riguardo, pertanto, si desume che possano farlo per cambiare regione.
Il bando non pone alcun divieto specifico a riguardo, pertanto, si desume che possano farlo per cambiare regione.
Ai docenti di ruolo sarà valutato il servizio prestato con contratto a tempo indeterminato?
La tabella di valutazione prevede solo la valutazione dei titoli di servizio con contratto a tempo determinato.
La tabella di valutazione prevede solo la valutazione dei titoli di servizio con contratto a tempo determinato.
I docenti di ruolo dovranno frequentare anch´essi il terzo anno del FIT?
Sì, in quanto previsto dalla procedura concorsuale. Contrariamente agli altri docenti che all´atto dell´ ammissione al percorso verranno cancellati da tutte le graduatorie, i docenti di ruolo non rischieranno nulla circa il loro ruolo in caso di esito negativo dell´anno di FIT.
Sì, in quanto previsto dalla procedura concorsuale. Contrariamente agli altri docenti che all´atto dell´ ammissione al percorso verranno cancellati da tutte le graduatorie, i docenti di ruolo non rischieranno nulla circa il loro ruolo in caso di esito negativo dell´anno di FIT.
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