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Studiare a fondo quel che si è fatto all’estero per non ripetere errori che poi costano cari, ecco uno dei suggerimenti di Giorgio Israel se si parla di valutazione e di valorizzazione del merito dei docenti. Il sistema migliore restano le ispezioni: commissioni composte da docenti di altre scuole, da docenti in pensione, da ispettori, che esaminano i testi adottati, assistono alle lezioni, interrogano gli studenti, discutono con i colleghi e poi fanno un rapporto.
Ma in questo suo lungo intervento il noto studioso di matematica professore alla Sapienza di Roma e membro dell’Académie Internationale d’Histoire des Sciences ci parla ancora di scuola media (non è lì l’anello debole), di scuola primaria (basta col mito della scuola elementare migliore del mondo pensano agli anni ‘50!), di come sarebbe insensato portare il liceo a 4 anni. Seguici su FaceBook News in tempo reale.
La sua posizione riguardo alle misurazioni standardizzate degli apprendimenti è ben nota. Nelle sue prime affermazioni da ministro, Stefania Giannini ha parlato proprio di Invalsi e di cultura della valutazione, puntualizzando però che i test vanno perfezionati. Un’ipotesi del genere la soddisfa?
È importante che il ministro accenni a una riflessione, diversamente dagli ammonimenti intimidatori con cui taluno ha voluto far credere che toccare anche un minimo tassello dell’Invalsi sia un sacrilegio. Non mi è però chiaro cosa voglia dire “perfezionare”. Siamo ancora nel vago. Se si tratta di produrre test migliori, la cosa è benvenuta, ma questo significa anche ripensare alla selezione di chi li prepara. A mio avviso, si tratta però di affrontare a fondo alcune questioni come il test Invalsi all’esame di terza media, che interviene nella valutazione. Si tratta di un errore da matita blu che va cancellato: come può un ente che è preposto alla valutazione della qualità del sistema fare questo sulla base di dati comprendenti una prova d’esame da esso stesso proposta?
Sul suo blog ha affermato che i quiz distraggono dallo studio perché, anche se in teoria non dovrebbero avere niente a che fare con la didattica ordinaria, spingono i docenti a orientarsi verso il cosiddetto ‘teaching to the test’. Pensa che la nomina della Professoressa Anna Maria Ajello alla testa dell’Invalsi possa favorire un ritorno allo spirito originario dei quiz? Quanto è verosimile un nuovo corso?
Questo punto è strettamente collegato alla domanda precedente: il disastro didattico prodotto dal dilagare del “teaching to the test”. Attenzione: non ho mai detto che i quiz non debbono aver nulla a che fare con la didattica ordinaria. Al contrario: i test dovrebbero servire a valutare il successo della didattica ordinaria, a valutare la qualità degli apprendimenti conseguiti con la didattica ordinaria. Questo esclude in maniera tassativa che ci si prepari al test medesimo: è una cosa assurda, ridicola.
È del tutto comprensibile che l’insegnante e lo studente che temono un insuccesso nel test siano tentati dall’addestramento. Ma proprio per questo esso non deve essere prova d’esame, il cui esito fa media! Altrimenti, prevale la tentazione disastrosa di lasciar da parte la didattica ordinaria e di allenarsi a superare i test anziché studiare propriamente italiano, letteratura, matematica: i test non sono una materia, e invece qui li si sta facendo diventare una nuova materia dell’esame di terza media.
Non so se sia verosimile un nuovo corso. In un paese vischioso come il nostro è difficile sperarci, ma se non crediamo alla possibilità di cambiare e migliorare tanto vale non sprecare neppure il fiato. Se mi è permessa una battuta marginale, si potrebbe almeno chiedere ai vertici dell’Invalsi di smettere di fare una figura ridicola usando il termine grottesco “somministrare” i test, che testimonia di un uso misero e burocratico della lingua: si somministrano medicine, purganti, fleboclisi, perfusioni. Basterebbe dire: “assegnare” i test…
Proprio la valutazione esterna e il merito dei docenti, anche considerate in rapporto tra loro, sono indicate come le strade maestre per la modernizzazione della scuola da una parte significativa dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori. Lei su che cosa punterebbe?
La valutazione del merito è assolutamente inderogabile. Tuttavia, non si può procedere in modo confuso e pasticciato. Bisogna studiare a fondo quel che si è fatto all’estero e gli esiti: arrivare per ultimi può essere un vantaggio. Non credo che i sistemi automatici di valutazione, con indicatori meramente statistici, abbiano dato buoni risultati. Non credo neppure che si possa parlare di valutazione “esterna”: chi sarebbero questi “esterni”, che qualifica avrebbero, in che modo l’avrebbero ottenuta, e a quali controlli successivi sarebbero sottoposti?
L’idea di affidare la gestione della valutazione a organizzazioni manageriali “esterne” che agiscono in totale arbitrio non può portare a nulla di buono. Non c’è nulla da fare: l’unico sistema di valutazione è quello interno, ma da condurre con regole rigorose e trasparenti. Il principio da cui partirei è che la valutazione è un processo di crescita culturale in cui i migliori producono un effetto di trascinamento verso l’alto.
Da studioso e docente di lungo corso, qual è la sua idea su come definire, misurare e premiare il merito di un insegnante di scuola?
Sarebbe troppo lungo entrare nei dettagli: ho delineato un possibile approccio in vari documenti e articoli. Mi limito a dire che, secondo me, il migliore sistema è quello delle ispezioni in senso lato. Anche il giudizio degli studenti e delle famiglie è importante, a condizione che non sia anonimo, altrimenti si rischiano situazioni devastanti (vendette, ritorsioni, con calunnie coperte dall’anonimato, come si è già verificato in esperienze universitarie): si può garantire l’anonimato di fronte al docente valutato ma non di fronte a una commissione di valutazione.
Inoltre, per esperienza, so che non soltanto il giudizio degli studenti spinge un docente a migliorarsi, ma anche il confronto con i colleghi: quando mi è capitato che un collega venisse ad ascoltare alcune mie lezioni, mi sono sentito impegnato a dare il massimo. Questo significa che il sistema migliore è quello delle ispezioni: commissioni di valutazione composte da docenti di altre scuole, da docenti in pensione, da ispettori, ecc., che esaminano ogni aspetto di un istituto, esaminano i testi adottati, assistono ad alcune lezioni, interrogano gli studenti, discutono con i colleghi, nel corso di una settimana e poi fanno un rapporto. Si possono pensare molte altre forme di valutazione di questo tipo.
Per esempio, le prove scritte di una classe con le valutazioni dell’insegnante possono essere sottoposte (a campione) a docenti di altre scuole – anche qui con modalità precise – in modo da ottenere un giudizio comparativo. In breve, si tratta di mettere in piedi un sistema interattivo di valutazione che costringa ogni insegnante a misurarsi e farsi valutare, eventualmente anche difendendo il proprio operato, in caso di critiche.
Ripeto, tutto questo va definito con modalità precise ma non si tratta di nulla di inedito: il sistema Ofsted inglese ha molti tratti in comune con le idee che sto proponendo, salvo che Ofsted è del tutto esterno e autonomo, e questo non va bene, come si è visto da alcuni gravi inconvenienti che l’hanno messo sotto accusa. Proprio per questo è un vantaggio arrivare dopo gli altri.
Tornando alle dichiarazioni del ministro Giannini, concorda con l’idea che la scuola media sia l’anello debole del sistema d’istruzione italiano – cosa affermata di recente anche da Renzi - e che possa essere opportuno il taglio di un anno?
L’idea che la scuola media sia l’anello debole del sistema italiano dell’istruzione deriva dal recepimento acritico di statistiche, nell’ignoranza dello stato effettivo di questo segmento, come del resto sa la maggioranza degli insegnanti e dei dirigenti della scuola secondaria di primo grado. Vorrei, al riguardo, citare le frasi di un celebre storico della medicina, Mirko Grmek, che mi paiono assai appropriate al nostro argomento: «Qualcuno ha affermato, giustamente, che la statistica è spesso un calcolo molto preciso con dati falsi. Se in un villaggio si trova che, in un determinato periodo storico compaiono malattie che non c’erano, se cambia notevolmente il numero di queste, la prima cosa da chiedersi è se è cambiato il medico. Se in un Paese si introduce un servizio-sociale sanitario pubblico, il risultato sarà un aumento statistico delle malattie, un apparente peggioramento dello stato generale di salute, perché la gente che prima non andava dal medico adesso ci va!». Il giudizio sulla scuola media italiana è basato sui cattivi rendimenti degli studenti, attestati dalle statistiche.
Nessuno si chiede se ciò non derivi dal fatto che ragazzi impreparati si trovano improvvisamente ad affrontare un livello di studio più pesante e difficile, senza aver mai avuto gli strumenti per affrontarlo, non essendo abituati a studiare a casa, e ignorando completamente cosa sia un approccio disciplinare. Se si guardassero attentamente i programmi (indicazioni nazionali) e le pratiche didattiche prevalenti nella prassi, ci si dovrebbe chiedere se, al contrario della vulgata comune, il guaio non stia tutto nella scuola primaria. C’è ancora chi si balocca col mito della “scuola elementare migliore del mondo”, pensando agli anni ’50 e ignorando che nessun segmento di scuola è stato tempestato di riforme quanto quello.
Limitandoci agli ultimi anni, basti vedere le indicazioni nazionali della legge Moratti (roba da far rabbrividire), migliorate da quelle Fioroni (un miglioramento peraltro modesto) e di nuovo peggiorate dalle ultime, riguardo alle quali piacerebbe sapere chi ha avuto l’ardire di scrivere certe indicazioni sulla matematica. Cosa di buono può uscire da tutto questo? È la scuola della pura didattica, del far poco o niente, della credenza che la via per indorare la pillola sia presentare tutto come un gioco, della miriade di attività alternative. Casomai, va detto con forza che la scuola media è stata disastrata dalla riduzione di orari introdotta per meri motivi economici. E vogliamo rimediare questa infezione curabile tagliando una gamba al malato?... Conosco bene le ricette peggiori del male che circolano in certi ambienti: per esempio, fondere primaria e medie in un solo ciclo più corto di un anno, o anche accorciare di un anno i licei.
Viene da dire: fermatevi prima di fare altri sconsiderati pasticci. Nessuno si chiede cosa succederebbe dei contenuti con simili alchimie. Per esempio, la questione dei cicli in storia è fondamentale. È inutile negare che la storia ripetuta per tre cicli, sulle tre sezioni scolastiche, corrispondeva a fasi determinante di maturità intellettuale dei bimbi e dei ragazzi. Ora si studiano le civiltà greche e latine quando si è bambini e la storia moderna e contemporanea a 13 anni, e poi ci si lamenta pure che gli studenti arrivino alle medie ignorano la storia antica, e come se si potesse capire il Medioevo, il Rinascimento o la modernità senza conoscere la civiltà greca a un livello diverso del raccontino per bimbi!
E potrei continuare con altre materie, per esempio con la matematica, che meglio conosco. Accorciando di un anno i licei, si massacrerà la filosofia – come denunciato in un appello di noti intellettuali e professori – ridotta a uno spezzoncino biennale in via di eliminazione. Occorre fermare questi apprendisti stregoni che ragionano in termini tecnocratici e che, probabilmente, posti davanti a un’interrogazione disciplinare non supererebbero un esame di terza media.
In un suo recente intervento si è soffermato sui cosiddetti Bes, ponendo il problema dei rischi per la didattica ordinaria se l’insegnante deve concentrarsi su troppi percorsi personalizzati, e ha detto che spesso questi bisogni sono riconducibili semplicemente alle differenze individuali. Ci vuole spiegare meglio? Consiglierebbe al neoministro di fare un passo indietro (cosa in parte già fatta anche dall’ex ministro Carrozza, che né ha voluto spingersi a una normativa né ha lasciato un quadro limpido sulla materia)?
L’argomento è complesso e meriterebbe un trattamento a fondo. Mi permetto di rinviare a un discussione dettagliata che ne ho fatto in un video. In linea generale, sono fermamente contrario alla tendenza di trasformare la scuola da luogo di insegnamento e apprendimento a centro di assistenza sociale e alla tendenza alla medicalizzazione della scuola. Sono convinto che occorra fare un deciso passo indietro sui Bes, e non soltanto.
Rilevava poi una contraddizione tra l’ossessione per le misurazioni standardizzate e la tendenza a una didattica sempre più individualizzata. Come se la spiega?
È forse la contraddizione tra due ideologie che si contendono il campo della scuola. È una contraddizione bizzarra: da un lato, si critica tutto ciò che non è “oggettivo” (con una concezione puerile e rozza dell’oggettività che nessuna persona che abbia una seria cultura scientifica potrebbe condividere), proscrivendo i giudizi dell’insegnante in quanto soggettivi e indicando come stella polare l’ideale della standardizzazione; e, dall’altro, si pensa a una scuola in cui tutto sia plasmato su percorsi strettamente individuali. Sono due punti di vista inconciliabili. Di fatto, l’unico approccio che può conciliarli è proprio quello del buon senso del buon insegnante, che persegue obbiettivi il più possibile comuni e tendenti verso l’ottimo e tenta di elevare tutti gli allievi verso questi “standard” più elevati, con un’attenzione speciale ai singoli casi e cercando di recuperare gli allievi in maggiore difficoltà.
Ha criticato l’ambiguità della definizione di dislessia (non è un disturbo, non è una disabilità, ma poi la si tutela come se lo fosse) sottolineando che molte diagnosi vengono certificate con eccessiva leggerezza. Rimetterebbe perciò mano alla legge del 170/2010? In che modo?
Non contesto affatto la definizione di dislessia. Contesto la definizione assurda che si dà dei DSA (Disturbi specifici di apprendimento) nella legge. Chi abbia un minimo di cultura storica sa che l’uso del prefisso “dis” risale alla medicina ippocratica che concepiva la malattia come una perdita dell’armonia naturale: rottura dell’“eucrasia” (come equilibrio armonico del corpo) verso la “discrasia” (prevalenza o insufficienza di una delle componenti che determinano quell’equilibrio). Come tale è rimasta nella medicina (anche in inglese, malattia come “disease”): il dis-turbo è una rottura della “normalità”, una malattia. Secondo la legge i DSA si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche o di deficit sensoriali.
Quindi non sono un “disturbo”, non sono una malattia. Ma non sono neppure riconducibili a una mera difficoltà di apprendimento. Non si sa cosa siano. La verità è che chi ha trovato una simile formula insensata l’ha fatto per aderire a un punto di vista demagogico: i vostri figli, pur se DSA, sono normalissimi – anzi, come si dice spesso, sono più intelligenti degli altri – ma hanno delle “difficoltà”. Per reggere in piedi questa assurda baracca concettuale c’è chi poi parla (in contraddizione con la legge) di “diversità” neurologiche, chi di “diversità” genetiche, non portando alcuna prova seria di tali affermazioni. Peraltro, mentre la dislessia è un disturbo noto e accertato, gli altri DSA sono di recente definizione, e di definizione discutibilissima, in certi casi evanescenti e inafferrabili, come nel caso della discalculia. Non c’è dubbio che molte diagnosi sono effettuate con leggerezza e che questa legge induca le famiglie che non vogliono avere problemi a far diagnosticare i loro figli di discalculia, così non dovranno vedersela con un 4 in matematica, e anche alcuni insegnanti pigri a liberarsi dei casi difficili. Come al solito, è molto difficile pensare che si possa rimettere mano a una legge demagogica, dopo che si sono aperte le porte della stalla: è una legge che prevede addirittura facilitazioni sul lavoro per le famiglie con DSA…
Se prevalesse un atteggiamento serio però qualcosa potrebbe essere fatto. Per esempio, definendo in modo diverso le commissioni preposte alla diagnosi, oppure sottoponendo a revisione attenta da parte di commissioni con una composizione mista le diagnosi effettuate da psicologi o neuropsichiatri che spesso non hanno alcuna competenza matematica o lessicale. Occorrerebbe prevedere una normativa con sanzioni nel caso di diagnosi ingiustificate, proprio come accade quando si conferiscono pensioni di invalidità sulla base di false certificazioni. Questo è tanto più necessario in quanto ci si muove su un terreno molto più scivoloso e ambiguo delle malattie puramente fisiche: non è difficile verificare se uno è cieco o no, ma la diagnosi di discalculia o disgrafia è altamente opinabile. D’altra parte, se si è voluto scendere su questo terreno il rigore è doppiamente d’obbligo. Altrimenti, si dovrebbe tornare a una definizione seria e approfondita di questi “disturbi”, senza linciare chi vuole discuterne razionalmente.
Si pensi all’altro “disturbo” accreditato, l’ADHD, o sindrome del bambino agitato. Questo fu introdotto a partire dagli studi dello scienziato statunitense Leon Eisenberg, deceduto nel 2009. Di recente il giornalista tedesco Jörg von Blech ha pubblicato un’intervista di Eisenberg da lui raccolta pochi mesi prima della morte, in cui Eisenberg si mostrava preoccupato di aver aperto un vaso di Pandora di quella che chiamò “fabrizierte Erkrankung”, ovvero una “malattia inventata”!… Quindi, in un ambito così ambiguo nulla è scontato. Tanto dovrebbe bastare per assumere un atteggiamento critico circa una tendenza alla medicalizzazione dell’istruzione che è stimolata da pesanti interessi economici.
Spending review. Tagli al sostegno? BES e formazione curriculari vanno in questa direzione?
da Orizzontescuola.it 21 novembre 2013
Che nel mirino dell’amministrazione ci sia il sostegno lo sospettiamo da anni e non è neppure un gran segreto. Tutto dipenderà dalle modalità. C’è chi sostiene che il processo è già iniziato con i BES.
Le anticipazioni di OrizzonteScuola.it su possibili nuovi tagli nella scuola provenienti dalla prossima Spending review, hanno messo in agitazione il mondo dell’integrazione scolastica, poiché tra le voci indicate ed oggetto di revisione c’è pure il sostegno.
Si tratta di quella nuova ondata di tagli-razionalizzazione che vedrà, per tutta l’amministrazione risparmi di spesa per il 2015 (3,6 miliardi), 2016 (8,3 miliardi) e 2017(11,3 miliardi).
Anche la scuola dovrà fare la sua parte, rivedendo la spesa per alcuni settori quali: dimensione delle scuole, insegnanti di sostegno, docenti inidonei, edilizia scolastica.
In cosa consisteranno questi interventi? Ieri Cottarelli, il commissario che ha elaborato il piano della nuova Spending review, ha affermato: ”Il nostro approccio è quello di guardare a tutti i settori, quello che posso garantire è che non si tratterà di tagli lineari, ma di tagli mirati che andranno a vedere le aree di inefficienza e le aree in cui ci sono attività che non sono prioritarie per il cittadino”.
Tra le voci elencate, però, stentiamo a considerare come possibile “area di inefficienza” e “non prioritaria per il cittadino” il sostegno agli alunni disabili.
Come già affermato, si tratta ancora di aree indicate dal commissario, che dovranno poi essere declinate dalle varie commissioni.
E’, dunque, ancora presto per lanciare allarmi, ma certo è che i docenti di sostegno iniziano a non dormire sonni tranquilli.
Tanto più se si collega il tutto con quelle tendenze riformatrici del settore che molti segnali hanno dato in questi anni.
A partire dal 6 dicembre 2012, quando il Ministero stesso ha organizzato un seminario nazionale sull’inclusione scolastica, un momento di confronto sul futuro del sostegno.
Tra le novità prospettate, che dei ragazzi con disabilità se ne facciano carico anche i docenti curriculari lasciando ai docenti specializzati i casi “particolari” che richiedono specifiche competenze, come nel caso dell’autismo.
Centrali in questo modello sono stati indicati i CTS (Centri Territoriali di Supporto) cui farebbero capo gli specialisti, con il compito di gestire le tecnologie e le risorse finanziarie, nonchè di sportello per le famiglie.
Una riforma complessa, che non potrà essere certo realizzata attraverso una spending review.
Riforme di tali entità vengono attuate attraverso quella che Noam Chomsky definisce la “strategia della gradualità” che punta a far accettare cambiamenti radicali e a volte drastici applicandoli gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi.
E a voler essere maligni, qualcuno potrebbe vedere in quella “rivoluzione ancora a metà” dei BES un tentativo di spostare le competenze dell’integrazione sui docenti curriculari.
Così come, potremmo vedere un secondo tassello nella formazione sul sostegno dei docenti curriculari, previsto nel Decreto istruzione, che punta in questa direzione e che personaggi autorevoli come Salvatore Nocera affermano che causerà una riduzione della richiesta di sostegno.
Insomma, pezzi che camminano singolarmente, ma che appartengono ad un unico disegno e che confluiranno in un unico grande progetto.
La rivoluzione è già iniziata?
Forse sì, e forse è già stato calcolato il risparmio in termini finanziari, almeno di una possibile prima fase.
Ci riferiamo a quelle affermazioni oggetto di scontro interpretativo presenti nel discorso programmatico pronunciato dal Ministro Carrozza in VII Commissione cultura che lasciavano prefigurare una riduzione di 11mila posti di sostegno grazie all’entrata a regime della normativa sui BES, cui affiancare una implementazione della “rete territoriale di supporto, della formazione per i docenti e della realizzazione dei Piani didattici ed educativi personalizzati”.
Non va, forse, in questa direzione il documento dell’USR Friuli che ha individuato due diverse categorie nella disablità grave: quella straordinaria e quella eccezionale, assegnando rispettivamente alla prima un rapporto di un docente ogni due alunni e alla seconda un rapporto di un docente per alunno?
Insomma, ci siamo.
Sebbene qualcuno abbia interpretato il presunto taglio delle cattedre nella trasformazione in cattedre in deroga, da assegnare a personale precario. Quindi, non verrebbe modificata la quantità complessiva delle cattedre.
Vedremo, la spending di Cottarelli ci darà sicuramente un segnale.
FERMIAMO i BES (Bisogna Eliminare il Sostegno)
Alcuni Dirigenti Scolastici hanno convocato (e talvolta riconvocato anche per la seconda o terza volta dall'inizio dell'anno scolastico) i Collegi dei Docenti al fine di "convincerli" a votare la costituzione dei GLI (Gruppi di Lavoro per l'Integrazione) ed i P.A.I. (Piani Annuali per l'Inclusività) per i BES (Bisogni Educativi Speciali.
Noi COBAS, da subito, abbiamo contrastato questa ennesima operazione truffaldina del MIUR che tende soltanto a ridurre (fino a farlo scomparire) il sostegno scolastico alle/ai disabili, ad aumentare i carichi di lavoro delle/i, sottopagate/i, docenti italiani e far lucrare un po' di amici (corsi di formazione, e soprattutto "alta formazione", software, libri e pubblicazioni varie, etc.).
Ricordiamo che i BES non hanno alcuna legittimità poiché sono stati inseriti in una Direttiva Ministeriale ed in successive circolari che, notoriamente, non sono fonte del diritto.
Come accaduto anche con altre materie (vedasi INVALSI) vogliono cercare di imporre alle scuole attività che non sono obbligatorie, non hanno alcuna forza imperativa per le scuole ed il personale docente e che anzi sono altamente pericolosi e nocivi per la scuola italiana.
Sulla pagina web del sito dei COBAS Scuola Sardegna
potrete scaricare alcuni materiali utili contro l'imposizione dei BES e tutte le "disposizioni" (direttiva e circolari) del MIUR e dell'USR Sardegna.
Alcuni Dirigenti Scolastici hanno convocato (e talvolta riconvocato anche per la seconda o terza volta dall'inizio dell'anno scolastico) i Collegi dei Docenti al fine di "convincerli" a votare la costituzione dei GLI (Gruppi di Lavoro per l'Integrazione) ed i P.A.I. (Piani Annuali per l'Inclusività) per i BES (Bisogni Educativi Speciali.
Noi COBAS, da subito, abbiamo contrastato questa ennesima operazione truffaldina del MIUR che tende soltanto a ridurre (fino a farlo scomparire) il sostegno scolastico alle/ai disabili, ad aumentare i carichi di lavoro delle/i, sottopagate/i, docenti italiani e far lucrare un po' di amici (corsi di formazione, e soprattutto "alta formazione", software, libri e pubblicazioni varie, etc.).
Ricordiamo che i BES non hanno alcuna legittimità poiché sono stati inseriti in una Direttiva Ministeriale ed in successive circolari che, notoriamente, non sono fonte del diritto.
Come accaduto anche con altre materie (vedasi INVALSI) vogliono cercare di imporre alle scuole attività che non sono obbligatorie, non hanno alcuna forza imperativa per le scuole ed il personale docente e che anzi sono altamente pericolosi e nocivi per la scuola italiana.
Sulla pagina web del sito dei COBAS Scuola Sardegna
potrete scaricare alcuni materiali utili contro l'imposizione dei BES e tutte le "disposizioni" (direttiva e circolari) del MIUR e dell'USR Sardegna.
NO AI BES (Bisogna Eliminare il Sostegno)
Continua la bufala del BES, l'acronimo che si scrive bisogni educativi speciali ma si legge Bisogna eliminare il Soategno. Qui di seguito la mozione contro il BES proposta dal coordinamento 3 ottobre
Care colleghe e cari colleghi,
alleghiamo copia di una mozione contro la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012 “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” (i BES) e la successiva circolare del 6/3/2013 da discutere, apportare delle modifiche se è il caso e far approvare nei primi collegi docenti del 2 settembre.
Non permettiamo che tolgano il diritto al sostegno a migliaia di studentesse e studenti diversamente-abili. Negli ultimi collegi docenti di giugno tantissime scuole in tutta Italia hanno approvato mozioni NO BES ma non basta. Il nuovo anno scolastico deve aprirsi con una chiara presa di posizione pubblica di tutti noi docenti, di sostegno e di cattedra.
Fateci sapere quali scuole approvano mozioni
all'indirizzo email: coordinamento3ottobre@gmail.com
Coordinamento Lavoratori Scuola "3 ottobre" - Milano
Mozione
Collegio docenti dell’Istituto ______________ di __________
alleghiamo copia di una mozione contro la Direttiva Ministeriale del 27/12/2012 “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” (i BES) e la successiva circolare del 6/3/2013 da discutere, apportare delle modifiche se è il caso e far approvare nei primi collegi docenti del 2 settembre.
Non permettiamo che tolgano il diritto al sostegno a migliaia di studentesse e studenti diversamente-abili. Negli ultimi collegi docenti di giugno tantissime scuole in tutta Italia hanno approvato mozioni NO BES ma non basta. Il nuovo anno scolastico deve aprirsi con una chiara presa di posizione pubblica di tutti noi docenti, di sostegno e di cattedra.
Fateci sapere quali scuole approvano mozioni
all'indirizzo email: coordinamento3ottobre@gmail.com
Coordinamento Lavoratori Scuola "3 ottobre" - Milano
Mozione
Collegio docenti dell’Istituto ______________ di __________
sulle ultime
indicazioni ministeriali inerenti i Bisogni Educativi Speciali
Il Collegio dei docenti
dell'Istituto______________ di __________ esprime una valutazione
negativa rispetto ai contenuti della Direttiva Ministeriale del 27/12/2012
“Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e
organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” e della successiva
circolare del 6/3/2013. Consideriamo l’estensione di misure previste da leggi
precise (la legge 170/2010 sui disturbi specifici di apprendimento) a una
platea vastissima di studenti, per via burocratica e con numerosi punti oscuri,
la premessa di una situazione confusa e contraddittoria, di dubbia legittimità che
con tutta probabilità sarà fonte inesauribile di contenziosi.
L'esperienza inglese del riconoscimento dei BES, abbinato a un
Sistema di Valutazione Nazionale in funzione del quale le risorse vengono
assegnate solo a chi raggiunge alti standard, è considerato attualmente un
errore gigantesco perché la categorizzazione ha condotto le scuole a
certificare troppi BES per giustificare una valutazione di livello non sempre
soddisfacente. Pensiamo che inclusione e risultati scolastici debbano lavorare
insieme per scongiurare un abbassamento dei livelli di apprendimento. Inoltre,
il mero riconoscimento burocratico dei BES, ai quali le scuole saranno chiamate
a sopperire con interventi uniformi, in piena contraddizione con la richiesta
di una sempre maggiore personalizzazione della didattica, è fortemente
aggravato dall'assenza di una chiara volontà di farsi carico dell'aumento del
25% di problematicità e criticità riscontrate nelle nostre scuole; svantaggi di
diversa natura che necessiterebbero, invece, di un aumento sensibile delle
risorse umane e degli investimenti. Come è possibile realizzare inclusione
scolastica di qualità quando si è costretti a lavorare in aule sovraffollate,
in scuole prive di mezzi, in assenza di risorse economiche adeguate per
l'attivazione di mediatori culturali, corsi di L2, progetti contro la
dispersione scolastica e quanto altro?
A fronte di un carico di lavoro sempre più oneroso che ogni
insegnante si troverà ad affrontare soprattutto in assenza di docenti
specializzati per il sostegno, in assenza di qualunque riconoscimento dei nuovi
compiti imposti, senza percorsi formativi totalmente gratuiti e realmente
calibrati sui BES, denunciamo come questi atti ministeriali tendano a
precostituire le condizioni della liquidazione del modello d’integrazione
proprio della scuola italiana e in particolare della figura dell’insegnante di
sostegno la cui assegnazione passa attraverso il riconoscimento della legge
104/1992 in quanto, come molti esperti del settore paventano, le famiglie degli
alunni che presentano disabilità non fisiche o lievi potrebbero essere così
indotte a richiedere alle scuole il riconoscimento del bisogno educativo
speciale del proprio figlio piuttosto che intraprendere la strada della
certificazione medico-specialistica, rinunciando in questo modo anche agli
altri benefici previsti dalla legge 104/1992.
Nella scuola
italiana occorre avviare una analisi seria dei fattori contestuali così come
indica l'ICF (International Cassification
of Functioning) e delle modalità attraverso le quali si progetta
l'inclusione pensando a tutti quegli investimenti utili per una corretta
personalizzazione degli interventi didattico-educativi. Riteniamo, inoltre, che
per ridurre lo svantaggio e intervenire in modo appropriato rispondendo alle esigenze
di tutti gli studenti sia necessario il rispetto e il rafforzamento della
normativa sul tetto massimo di 20 alunni per classe e la modifica del DPR 81/09
che ha abrogato la Legge 144/99 nella quale era previsto un limite al numero
degli alunni certificati per ogni classe perché in classi numerose e in
presenza di tante situazioni di svantaggio è impossibile riuscire a rispondere
ai bisogni educativi specifici di tutti gli studenti.
I Governi di
tutti i colori finora, per quel che riguarda la scuola statale, hanno basato la
loro politica sul contenimento della spesa, mascherandola a volte – come in
questo caso – con autorevoli quanto fuorvianti teorie pedagogiche. Le
indicazioni sui BES, così come sono stati concepiti dal MIUR e a costo zero,
rappresentano il “cavallo di troia” per lo smantellamento del sostegno (11 mila
solo il prossimo anno), come fase ulteriore della politica di tagli e di
privatizzazione della scuola pubblica. Il traguardo del modello di inclusione realizzato nel
nostro paese è ancora di riferimento per i tanti docenti di altre nazioni che vengono in
Italia per imparare dal nostro modello esempio di inclusione scolastica che si
realizza non dall'esterno (potenziando l'intervento dei Centri territoriali di
inclusione che dovrebbero, secondo le ultime direttive, sopperire alla mancanza
dei docenti di sostegno nelle classi in cui sono presenti studenti con bisogni
educativi speciali) ma, come ha sostenuto il prof. Luigi D'Alonzo, solo quando
tutti i docenti “respirano la polvere delle aule”. Il taglio dei posti sul sostegno attraverso i BES inoltre sarà il banco
di prova di un altro strumento utilissimo alla “razionalizzazione”
dell'organico, ovvero l'organico funzionale su “reti di scuola” che, creerà
“cattedre spezzatino” sparse in tutta la provincia tagliando altri posti di lavoro per i precari
e creando figure di insegnanti jolly che viaggeranno da una scuola all’altra,
così come potrebbe accadere agli insegnanti di sostegno di ruolo che – nella
prospettiva dei BES – saranno legati ai Centri territoriali piuttosto che alle
singole scuole, com’è attualmente.
Riteniamo necessario, invece,
rilanciare l’integrazione delle persone con disabilità nella scuola ponendo
fine alla stagione dei tagli e risolvendo il problema del precariato, particolarmente
diffuso tra gli insegnati di sostegno.
Chiediamo, pertanto, che il Ministero emani nuove disposizioni a
correzione delle scelte assunte che negli ultimi mesi sono state fortemente
messe in discussione dalle associazioni dei disabili, dai docenti di sostegno e
curricolari, dagli avvocati e dalle famiglie degli studenti disabili.
Il presente
documento viene condiviso con le famiglie, affisso all'albo e pubblicato sul
sito della scuola. Il DS si impegna a trasmettere lo stesso al MIUR, all’Ufficio
Scolastico Regionale e l’Ufficio Scolastico Regionale.
I docenti
dell'Istituto____________________ di____________
La presunta nullità o illegittimità della Direttiva e Circolare BES (bisogna eliminare il sostegno)
In questi giorni i collegi docenti delle scuole italiane, con forte ritardo, affrontano e deliberano sul BES, i così detti bisogni educativi speciali introdotti dalla Direttiva Ministeriale 27 dicembre 2012 “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica” ed applicato tramite la CIRCOLARE MINISTERIALE n. 8 Prot. 561 del 6 marzo 2013 .
Il BES avrebbe lo scopo di elaborare un percorso individualizzato e personalizzato per alunni e studenti con bisogni educativi speciali, anche attraverso la redazione di un Piano Didattico Personalizzato, individuale o anche riferito a tutti i bambini della classe con BES, ma articolato, che serva come strumento di lavoro in itinere per gli insegnanti ed abbia la funzione di documentare alle famiglie le strategie di intervento programmate. Le scuole – con determinazioni assunte dai Consigli di classe, risultanti dall’esame della documentazione clinica presentata dalle famiglie e sulla base di considerazioni di carattere psicopedagogico e didattico – possono avvalersi per tutti gli alunni con bisogni educativi speciali degli strumenti compensativi e delle misure dispensative previste dalle disposizioni attuative della Legge 170/2010 (DM 5669/2011).
I problemi ovviamente sono di varia natura, carico di lavoro aggiuntivo e non retribuito per i docenti, carenza di formazione del personale interessato che in sostanza rischia di rendere nullo quanto previsto per il BES, inevitabili ritardi nella didattica ordinaria ma anche uno strumento di “ricatto”, perché le disposizioni che riguardano il BES sono così generiche che in sostanza chiunque potrebbe essere identificato come tale e dunque difficilmente non ammissibile alla classe successiva.
Insomma si scarica ancora una volta tutta la responsabilità sulle spalle dei singoli docenti e lo Stato, in via teorica con i suoi principi cerca di tutelare l'immagine di quella integrazione che nella realtà non sarà mai tale per i motivi brevemente indicati in precedenza.Ma la mia attenzione cade ora su una problematica giuridica.
La certezza del diritto è ancora una volta rappresentata dalla sua incertezza ma anche, a parer mio, da una presunta, se non palese, violazione delle fonti giuridiche e di quello stato di diritto che dovrebbe caratterizzare ogni civiltà democratica.
La Direttiva del 27 dicembre 2012 e la Circolare applicativa del 6 marzo 2013 sono a rischio di illegittimità se non nullità , il problema tecnico, nel primo caso, è che sarebbero decaduti i tempi ordinari per impugnare gli atti presupposti ma non quelli consequenziali, tipo le delibere dei collegi docenti che attuano quanto normato e previsto in tema di BES, ma, come sempre accade, su questo punto, sulla impugnabilità dell'atto consequenziale per invocare l' illegittimità dell'atto presupposto, la giurisprudenza non è univoca e neanche chiara.
All'interno della citata direttiva si legge che estende pertanto a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento, richiamandosi espressamente ai principi enunciati dalla Legge 53/2003. (...) Al riguardo, la legge 53/2003 e la legge 170/2010 costituiscono norme primarie di riferimento cui ispirarsi per le iniziative da intraprendere con questi casi. Dunque si parla di ispirazione a principi enunciati da due fonti primarie di diritto. La Legge 53/2003 (Delega in materia di norme generali sull'istruzione e di livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale) all'articolo 2 (Sistema educativo di istruzione e di formazione) comma afferma che" I decreti di cui all'articolo 1 definiscono il sistema educativo di istruzione e di formazione, con l'osservanza dei seguenti principie criteri direttivi: a) e' promosso l'apprendimento in tutto l'arco della vita e sono assicurate a tutti pari opportunita' di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacita' e le competenze, attraverso conoscenze e abilita', generali e specifiche, coerenti con le attitudini e le scelte personali, adeguate all'inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro, anche con riguardo alle dimensioni locali, nazionale ed europea".
Dunque la Direttiva del 27 dicembre 2012 e la conseguente Circolare del 6 marzo 2013 sarebbero in linea con il comma 2 , mal'articolo 1 della medesima Legge rileva che “Al fine di favorire la crescita e la valorizzazione della persona umana, nel rispetto dei ritmi dell'eta' evolutiva, delle differenze e dell'identita' di ciascuno e delle scelte educative della famiglia, nel quadro della cooperazione tra scuola e genitori, in coerenza con il principio di autonomia delle istituzioni scolastiche e secondo i principi sanciti dalla Costituzione, il Governo e' delegato ad adottare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto delle competenze costituzionali delle regioni e di comuni e province, in relazione alle competenze conferite ai diversi soggetti istituzionali, e dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, uno o piu' decreti legislativi per la definizione delle norme generali sull'istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di istruzione e formazione professionale”. Mentre l'articolo 7 Disposizioni finali e attuative che “Mediante uno o piu' regolamenti da adottare a norma dell'articolo 117, sesto comma, della Costituzione e dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, sentite le Commissioni parlamentari competenti, nel rispetto dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, si provvede: a) alla individuazione del nucleo essenziale dei piani di studio scolastici per la quota nazionale relativamente agli obiettivi specifici di apprendimento, alle discipline e alle attivita' costituenti la quota nazionale dei piani di studio, agli orari, ai limiti di flessibilita' interni nell'organizzazione delle discipline;( omissis)”. La Legge 170/2010, richiamata dalla citata Direttiva e Circolare, riguarda, in via esclusiva, la problematica del DSA, infatti la la presente legge riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, di seguito denominati «DSA», che si manifestano in presenza di capacita' cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attivita' della vita quotidiana.
Dunque una fattispecie diversa da quella del BES.
Deve essere detto, che dalla lettura incrociata dell'articolo 1 ed articolo 7 della Legge 53/2003, da cui il MIUR ha tratto ispirazione, per sua testuale ammissione, l'unico modo per introdurre il BES nelle scuole era e non poteva che essere o tramite Decreto Legislativo o Decreto Ministeriale od ovviamente Legge, ma non certamente tramite una Direttiva e Circolare. Dunque si è in presenza da un lato ad una chiara illegittimità delle due fonti secondarie di diritto perché innovative perché difettano per eccesso di potere, ma dall'altro, potrebbe emergere anche una nullità delle stesse, poiché vi sarebbe una mera incompetenza assoluta e di difetto di attribuzione oppure una carenza di potere in concreto del MIUR nell'adottare gli atti ivi previsti. Ma la cosa che deve indurre alla riflessione è anche un secondo concetto, questa materia, delicata e fondamentale per la scuola pubblica dell'integrazione, non può essere imposta dall'alto così come è accaduto. E' necessaria una consultazione con le parti sociali. Tanto detto auspico una revoca del MIUR della Direttiva e della Circolare sul BES, cosa che può essere attuata anche in via di autotutela per i motivi esposti, per una questione di buon senso, per evitare eventuali danni erariali, ma, in particolar modo, per rispettare la dignità della Scuola pubblica e della sua comunità.
Marco Barone
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