Maestra non gestisce più la classe: denuncia ai Carabinieri, telecamere nascoste … sarebbe meglio riconoscere il lavoro usurante

In più riprese ho stigmatizzato l’italico vizio di fare le riforme previdenziali “al buio”, cioè senza alcuna considerazione della “variabile salute” del lavoratore che è inversamente proporzionale all’età anagrafica e all’anzianità di servizio.
Oggi valuteremo il caso, tutt’altro che infrequente, di una maestra della scuola dell’Infanzia che ha cominciato a dare segni di cedimento fisico e psichico oramai da qualche tempo (verosimilmente tre anni). I problemi che ne discendono sono soprattutto a carico della piccola utenza con grave agitazione dei genitori, quindi del dirigente scolastico, infine delle colleghe. Denunce all’Autorità Giudiziaria, minacce di ritiro dei bimbi dalla scuola, diffide al dirigente e, perché no, posizionamento di telecamere nascoste sembrano essere le uniche soluzioni. Vero? Non direi. Piuttosto sarebbe consigliabile innanzitutto riconoscere che il lavoro del docente è usurante perché chi raggiunge i 60 anni di età è oramai divenuto nonno di quella numerosa utenza (fino a 25 bimbi coi loro genitori) che pretende la piena forma fisica dalla propria maestra.
Leggiamo dunque il caso della maestra Sofia (nome di fantasia della docente che presta servizio nella Scuola dell’Infanzia in una classe di 24 bambini dai 3 ai 5 anni), così come ci è presentato dal dirigente scolastico, nella sua lunga e puntuale relazione. Questi chiede l’Accertamento Medico d’Ufficio contro il volere dell’insegnante medesima che soffre per giunta di una grave ipoacusia che la penalizza fortemente sul lavoro. Procederemo da ultimo col fare le debite considerazioni dopo aver individuato segni e sintomi rivelatori del disagio della docente.
Relazione del dirigente per il Collegio Medico di Verifica
I motivi per cui viene disposta la visita medica collegiale d’ufficio in CMV sono i seguenti: “disturbi del comportamento gravi, evidenti e ripetuti, che fanno fondatamente presumere l’esistenza dell’inidoneità psichica permanente assoluta o relativa al servizio”, secondo quanto previsto dall’art. 3, comma 3, lett. b) del D.P.R. n. 171/2011.
In qualità di Dirigente Scolastico dal 9 gennaio del corrente anno, appena arrivato, sono stato contattato dai genitori rappresentanti della sezione, che mi hanno riferito che già precedentemente avevano allertato la Dirigente precedente sui comportamenti della docente in oggetto. Hanno riferito che, in attesa dell’uscita dei bambini dalla sezione, udivano le urla della maestra e successivamente prelevavano i loro figli che venivano spintonati dalla maestra. Altrimenti, entrando in aula, prelevavano i figli senza che la docente se ne rendesse conto. Riferiscono inoltre che lo stato della classe era di caos e i bambini erano spaventati. Quotidianamente molti bambini tornavano a casa con ecchimosi e graffi e, alla domanda di spiegazioni, riferivano che la maestra non prestava loro attenzione. I genitori mi hanno riferito che era loro intenzione denunciare ai Carabinieri lo stato di pericolo dei loro bambini, non avendo ricevuto risposta dal capo di Istituto, ma hanno desistito in attesa di un provvedimento. Nel frattempo anche la docente coordinatrice della stessa scuola mi ha riferito che i bambini scorrazzavano liberi e senza sorveglianza nei corridoi, se non quella delle collaboratrici, cui spesso la docente demandava il compito di badare ai piccoli. La docente intanto urlava spaventando gli altri bambini. In altra circostanza, durante una attività in palestra, risulta che alcuni bambini si sono arrampicati sui pali facendo cadere il canestro del basket e mettendo a rischio l’incolumità di tutti. Inoltre le urla della maestra svegliano i bambini più piccoli durante il momento del riposo, con evidenti ripercussione sull’umore degli stessi. Durante tutto questo la maestra espone al rischio i bambini che sono liberi di uscire dall’aula e correre verso l’uscita. Solo le collaboratrici, se in quel momento non sono impegnate in altri compiti, tamponano la situazione…
La collega di sezione riferisce che durante la giornata i bambini salgono sugli armadi, rompendoli, lanciano in aria i giocattoli, facendo male ai compagni, salgono sulle finestre; riferisce inoltre che a volte la maestra lascia incustoditi due o tre bambini in classe a mettere ordine, mentre lei si reca in altri spazi distanti con altri bambini.
Sempre dallo stesso verbale emerge che i bambini escono continuamente dalla classe per recarsi in bagno senza sorveglianza, dove ogni volta riescono ad allagare i l locale e spargere anche il sapone, rendendo scivoloso il pavimento, con rischio conseguente per tutti…
Oltre a non garantire la sicurezza dei piccoli la maestra pretende dai bambini il raggiungimento di obiettivi non adeguati né previsti alla scuola dell’Infanzia, come scrivere o leggere, senza peraltro ascoltarli, limitandosi a sgridarli e a spintonarli.
Anche le offerte di collaborazione, con conseguente spostamento dei turni delle colleghe, sono state fermamente respinte dalla signora.
Io stesso mi sono immediatamente recato nel plesso che dista circa 1 km dal mio ufficio e ho trovato una situazione caotica, sia per il disordine e la confusione dei materiali sparsi in giro e sul pavimento, sia perché alcuni bambini correvano forsennatamente nella classe, altri si rotolavano sul pavimento, altri ancora erano rincantucciati negli angoli (compresi due bambini disabili), pochi erano seduti al tavolo con l’insegnante che era intenta a ritagliare figure noncurante della situazione. Altri bimbi correvano tenendo in mano e agitando pericolosamente delle forbici a punta che non avrebbero dovuto esserci.
Ho invitato la signora a giustificare la confusione ma lei ha cominciato a urlare, affermando che la causa di tutto era da imputare alla mancanza di materiali e alla maleducazione dei bambini e delle famiglie e alla mancata collaborazione delle colleghe.
Tutti genitori dei bambini della sezione, qualora non si dovessero prendere provvedimenti, sono intenzionati a tenere a casa i bambini che, come riferiscono, sono spaventati e piangono dicendo di non volere andare più a scuola. Una di loro aggiunge che la sua preoccupazione per lo stato emotivo della figlia deriva dall’aver osservato come la bambina gioca con le bambole. Infatti la signora riferisce che sua figlia dispone le bambole sulle sedie e, urlando, le rimprovera sempre “proprio come fa la maestra”. Inoltre alcuni genitori riferiscono che i loro bambini si svegliano di notte spaventati.
Riflessioni
  1. Come prima cosa ci diciamo che la norma ha di per sé una bella pretesa: quella secondo cui il dirigente (che medico non è) è tenuto a riconoscere, e inviare in CMV, i lavoratori per i quali “si sospettano disturbi del comportamento gravi, evidenti e ripetuti, che fanno fondatamente presumere l’esistenza dell’inidoneità psichica permanente assoluta o relativa al servizio”.
  2. La sintomatologia evidente di disagio psichico della maestra è ricca e varia: incapacità a vigilare la classe; estraneazione nella confusione; incapacità a prevenire incidenti e a garantire l’incolumità dei bimbi (forbici, basket, sapone…); reazioni di aggressività nei confronti delle colleghe; ricorso a urla, spintonamenti e strattonamenti; pretesa di raggiungimento di obiettivi non adeguati né previsti come leggere o scrivere per bimbi piccoli; caos e disordine perenne nella classe; rifiuto della collaborazione offerta dai colleghi (isolamento); incapacità a giustificarsi e addossare le responsabilità del caos alla mancanza di materiali, alla maleducazione delle famiglie e alle colleghe; atteggiamenti significativi dei bimbi che emulano la maestra, piangono o hanno incubi notturni.
  3. Se tutto quanto riportato rispondesse al vero (cosa di cui non dubito affatto trattandosi di una descrizione puntuale e significativa), il dirigente scolastico dovrebbe intervenire immediatamente senza aspettare le minacce dei genitori di rivolgersi ai Carabinieri ed il posizionamento di telecamere nascoste. Inoltre dovrebbe avviare il procedimento di sospensione cautelare fintanto che la CMV non adotti il giudizio medico-legale di inidoneità all’insegnamento. La maestra si trova infatti in malattia, ma è pronta a rientrare non appena scaduto il periodo di mutua.
  4. Tornando all’origine dei mali della scuola le istituzioni devono nell’ordine: a) riconoscere l’usura psicofisica della professione docente a tutti i livelli e non solamente per la scuola dell’Infanzia; b) ufficializzare le patologie psichiatriche come malattie professionali per gli insegnanti; c) informare i docenti dei loro rischi professionali per la loro salute e degli strumenti a loro disposizione per proteggersi; d) formare i dirigenti sulle loro incombenze medico-legali a partire della tutela della salute dei docenti e della protezione dell’incolumità degli utenti.
  5. Credere che una sola visita psicologica annuale per tutti gli insegnanti, come proposto da alcuni, possa fungere da panacea per la salute della scuola, non ha di per sé alcun senso se le azioni sopra indicate rimangono inascoltate come è stato finora. Chi ha orecchi per intendere…

NUOVE MAZZATE PER GLI ATA: AUMENTANO LE MANSIONI SENZA ALCUN RICONOSCIMENTO ECONOMICO

martedì 4 aprile 2017

Registro elettronico, l’amministrazione deve fornire tutte le attrezzature necessarie per la compilazione a scuola

Premettiamo che il registro elettronico non è un obbligo, se non deliberato dal collegio docenti,


Inoltre Il decreto legge n. 95 del 6 Luglio 2012 prevede all’art. 7 comma 27 che:
Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca predispone entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto un Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie.
Al comma 31 lo stesso decreto prevede che:
A decorrere dall’anno scolastico 2012-2013 le istituzioni scolastiche e i docenti adottano registri on line e inviano le comunicazioni agli alunni e alle famiglie in formato elettronico.
Ricordiamo che il registro personale è un atto pubblico (V Sezione Penale della Corte di Cassazione: 12726/2000; 6138/2001; 714/2010), per cui il docente è soggetto, nella compilazione di tale registro, alle sanzioni penali previste dall’art. 476 (falso ideologico in atto pubblico) e dall’art. 479 (falso materiale in atto pubblico) del codice di procedura penale. Da ciò discende che la compilazione del registro elettronico personale del docente debba avvenire contemporaneamente al registro di classe (cartaceo), conseguentemente non è possibile nemmeno compilarlo al di fuori della classe in questione.
Chiariti gli aspetti normativi, passiamo ad affrontare le problematiche che i docenti riscontrano quotidianamente a scuola nell’uso di tale strumento e i casi in cui non ha alcun senso deliberarne l’adozione, soprattutto considerando i rischi a cui si può andar incontro.
Nonostante siano passati 3 anni dall’emanazione del decreto n. 95/2012, in numerose Istituzioni scolastiche continuano a riscontrarsi problemi, legati principalmente alla mancanza di computer e/o tablet e alla connessione Internet.
Solo pochissime scuole mettono a disposizione dei docenti computer o tablet da utilizzare in classe per la compilazione del registro e solo pochissime dispongono di un’efficiente connessione wirless.
Se alla mancanza di computer e/o tablet , da parte delle scuole, si è ovviato chiedendo ai docenti di utilizzare quelli personali, al secondo problema non c’è stata altra soluzione che far compilare il registro al di fuori delle classi o a casa.
Partiamo dal presupposto che nessun docente può essere obbligato a utilizzare strumenti propri per la compilazione degli atti della scuola, nel caso specifico del registro elettronico, tuttavia se il “buon cuore” dei docenti può far superare tale problematica, non è assolutamente accettabile il fatto di dover compilare il registro al di fuori della classe o addirittura a casa.
Pur volendo sorvolare sul doppio lavoro cui sarebbe costretto il docente, che deve prima annotare a mano quanto succede in una determinata classe (assenze, verifiche scritte e orali…) e poi riportare il tutto sul registro elettronico, non lo si può fare sulle conseguenze PENALI che tale modus operandi può determinare per i docenti.
Il registro personale del docente, come suddetto, è un atto pubblico e come tale deve essere compilato in classe in quanto l’insegnante, in qualità di pubblico ufficiale deve registrare all’istante quanto avviene in sua presenza. Pertanto, risulta assai rischiosa la compilazione del registro, da parte dei docenti, al di fuori della classe o a casa per le conseguenze penali che potrebbero derivare anche da una semplice distrazione o dimenticanza.
Alla luce di quanto detto, l’uso del registro elettronico dovrebbe essere deliberato solo nel caso in cui la scuola sia dotata di infrastrutture e strumenti tali da mettere il docente in condizione di operare in classe, ovvero nei casi in cui ci sia un’efficiente connessione wirless e ci siano P.C. e/o tablet a disposizione dei docenti in ogni classe. I dirigenti scolastici, da parte loro, non dovrebbero nemmeno proporne l’uso, qualora non vi siano le condizioni appena descritte sia per le difficoltà pratiche che, principalmente, per le conseguenze penali cui potrebbero andare incontro i docenti.

Obblighi di pubblicazione del bilancio

lunedì 3 aprile 2017

Dlgs 33/2013 – Articolo 29, comma 1 –
Obblighi di pubblicazione del bilancio, preventivo e consuntivo, e del Piano degli indicatori e risultati attesi di bilancio, nonché dei dati concernenti il monitoraggio degli obiettivi
1. Le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati relativi al bilancio di previsione e a quello consuntivo di ciascun anno in forma sintetica, aggregata e semplificata, anche con il ricorso a rappresentazioni grafiche, al fine di assicurare la piena accessibilità e comprensibilità.
 
Il conto consuntivo di norma viene approvato entra il 30 aprile con pubblicazione entro 15 giorni, salvo rinvii ecc si può arrivare anche al 14 giugno . Vedi comunque questo link http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=78330

Solo l’8% degli edifici scolastici è adeguato sismicamente


La fotografia delle scuole italiane, in quanto a sicurezza, non è ancora affatto convincente e presenta molte ombre, afferma Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale della scuola di Cittadinanzattiva, una delle associazioni - insieme a Legambiente e Fondo Vito Scafidi - che da anni si occupano di monitorare la sicurezza nelle scuole.
Le verifiche di vulnerabilità sismica sono obbligatorie per tutti i Comuni ma purtroppo l’OPCM del 2003 non prevede sanzioni - e questo è il primo limite – e non implica interventi. Inoltre le verifiche di vulnerabilità sono mediamente costose: si va da un minimo di 3 mila euro per una scuola piccola a 10-15 mila euro per edifici di medie dimensioni, e così via.
Quanti edifici scolastici hanno fatto queste verifiche obbligatorie di vulnerabilità sismica? C’è un non-dato allarmante. "Non si riesce ad avere cifre precise, e questo già la dice lunga - fa sapere la Bizzarri -. Sulla base delle informazioni in nostro possesso le verifiche sono state fatte solo in pochissimi casi. Dunque, i bambini e i ragazzi trascorrono ore in scuole di cui non si conosce la vulnerabilità sismica", vale a dire il comportamento delle strutture in caso di terremoto.
Un altro aspetto importante, anzi fondamentale, riguarda la microzonazione sismica, ossia le indagini geologiche per capire come è il terreno dove poggia un edificio, nella fattispecie una scuola. All’Aquila ad esempio queste indagini sono state fatte dopo il sisma del 2009; in altre zone no, anche in quelle interessate dai recenti terremoti o con lo sciame sismico in corso.
Cittadinanzattiva è tra le associazioni, insieme a Legambiente e Fondo Vito Scafidi, che fanno più pressione affinché dopo le verifiche di vulnerabilità sismica – che comunque sono un obbligo, scaduto nel 2013 – si proceda, laddove necessario, a lavori di miglioramento o adeguamento sismico, a seconda del rischio rilevato.
"Merito del governo Renzi - rileva Adriana Bizzarri - è quello di aver creato un Fondo Unico per l’edilizia e poi i fondi triennali. Ovviamente le Regioni hanno un ruolo cardine e per i progetti anche Comuni e Province". La priorità, prosegue, è quella di "prevedere fondi in compartecipazione tra Enti locali e Stato”. Inoltre un altro importante passo in avanti non abbastanza sottolineato, afferma Bizzarri, è "l’aver previsto, nell’ultimo decreto terremoto, che i prossimi interventi dovranno essere orientati all’adeguamento e non solo al miglioramento sismico" delle strutture. Ovviamente, visto che ci sono circa 13 mila edifici scolastici in zona sismica 1 e 2, ovvero quelle più a rischio, bisogna partire da lì con verifiche di vulnerabilità e poi adeguamenti. In alcuni casi è necessario adeguare, in altri servirà ricostruire ex novo, ovviamente avviando dei percorsi di partecipazione con la comunità locale.
Una cosa da evidenziare, ci tiene a sottolineare Bizzarri, è che le spese di adeguamento sismico si possono ripagare facendo insieme anche quelle di efficientamento energetico, creando un circuito virtuoso che permetterà ai Comuni di ammortizzare le spese con il risparmio energetico degli anni successivi, cogliendo l’occasione di guardare davvero al futuro. Anche perché, se non vogliamo pensarci autonomamente, è l’Europa che ci chiede di adeguarci rendendo gli edifici energeticamente efficienti.
C’è poi anche la questione della cattiva gestione della sicurezza interna nelle scuole: ovviamente ci sono altri aspetti da sottolineare, come la prevenzione degli incendi, un obbligo che spetta ai dirigenti scolastici. Il termine per mettersi in regola è stato prorogato al 2017. "E’ bene fare chiarezza - afferma l’esperta di Cittadinanzattiva -: ognuno si assuma le proprie responsabilità, in Italia c’è spesso una cattiva gestione della sicurezza interna, a partire dal numero di alunni per aula. Questo accade anche a Roma, e in generale soprattutto nella scuole superiori e negli edifici grandi. Avere classi affollate rende difficili le evacuazioni".
Viene quindi il discorso delle responsabilità nelle scuole: chi deve fare cosa. E’ compito del Dirigente Scolastico evacuare l’edificio dopo una scossa di terremoto ma è anche un suo obbligo fare le prove di evacuazione due volte l’anno. In quante scuole in Italia - chiede con un certo dubbio Adriana Bizzarri - questo viene fatto?
E’ poi il Sindaco a decretare se gli edifici pubblici e soprattutto le scuole (tutte, di ogni ordine e grado e anche le private) devono restare chiuse o aperte, ad esempio in caso di terremoto. Dopo un sisma Sindaco e Provincia devono inviare una equipe di tecnici per le verifiche di agibilità, che di norma sono controlli visivi per verificare se vi siano crepe, lesioni o modiche rispetto alla situazione precedente. Chi poi deve fare la manutenzione o la ristrutturazione o veri e propri interventi di adeguamento o miglioramento sismico sono i Comuni (per materne, primarie e secondarie inferiori) e le Province per le scuole superiori. Per le scuole private devono intervenire gli enti proprietari, sia per verifiche di agibilità sia per successivi interventi.
vai al dossier ANSA

La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e poveri

Nonostante venti anni di tagli e attacchi alla libertà di insegnamento l’indagine Ocse su una quarantina di paesi dei cinque continenti promuove il nostro paese: le differenze sociali sui banchi, guardando ai risultati degli alunni in diverse materie, si annullano. L’istituzione funziona, almeno per i meno abbienti che finiscono per aver voti uguali a chi arriva da famiglie laureate o benestanti

Nel 2000 la scuola italiana era la migliore d’Europa: riduceva il gap tra i ricchi e poveri. Poi sono arrivati i nipotini di Attila: Berlinguer, De Mauro, Moratti, Fioroni, Gelmini,Giannini e Fedeli e la scuola oscilla tra l'opificio e il carcere...


La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e poveri Sorpresa: la scuola italiana funziona, almeno per gli allievi meno abbienti. E meglio di quanto non accada nei sistemi scolastici di tante altre realtà europee e del mondo. Questa volta il confronto internazionale condotto dall’Ocse consegna a presidi e insegnanti italiani due buone notizie. E solo una cattiva notizia, che però è condivisa con quasi tutte le nazioni oggetto del focus pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: uscendo dalla scuola le differenze si accentuano. Il titolo dello studio è significativo: “Come si comportano alcune coorti di studenti dell’indagine Pisa nell’indagine successiva sulle competenze degli adulti Piaac?”. In altre parole: come varia il gap tra studenti svantaggiati e compagni più fortunati nel corso della vita, dopo il diploma, in termini di abilità in Lettura e Matematica?
Per contabilizzare le differenze di performance in Lettura e Matematica dei quindicenni di una quarantina di paesi e economie dei cinque continenti, che ogni tre anni partecipano all’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment), con lo stesso gap riscontrato tra i soggetti di 25/27 anni di età che partecipano all’indagine Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) sulle capacità in Lettura e Matematica degli adulti, gli esperti dell’Ocse hanno messo a punto un indice. Scoprendo che dopo il diploma le differenza di prestazione tra studenti avvantaggiati (con almeno un genitore laureato e con oltre 100 libri a casa) e svantaggiati (con meno libri e genitori con un livello di istruzione più basso) crescono in tutti e 20 i paesi oggetto dello studio, tranne che in Canada, Stati Uniti e Korea. Anche in Italia.
Dallo studio “emerge in modo abbastanza chiaro il fatto che, dato l’allungamento della vita lavorativa e della fine della sicurezza di percorsi lineari della vita lavorativa, le competenze e soprattutto lo sviluppo delle competenze lungo la propria vita siano importantissime”, spiega Francesca Borgonovi, che ha partecipato alla stesura del focus. “Tuttavia, il mondo del lavoro, la formazione professionale e l’università – conclude l’esperta Ocse – non sono in grado di alleviare le differenze tra classi sociali che emergono alla fine della scuola dell’obbligo anzi tendono a rinforzarle”. Ma il risvolto positivo è che nel Belpaese la scuola riesce a tenere abbastanza vicini i risultati degli studenti con opportunità di partenza molto diverse. Più di quanto non accada all’estero.
L’indice che descrive la sperequazione in termini di preparazione tra soggetti più e meno fortunati, riguardo alle competenze linguistiche dei quindicenni, vale per l’Italia 0,45 mentre a livello Osce sale a 0,48. Per la Danimarca è pari a 0,64 e per la Germania sfiora il valore di 0,49. In altri termini, la scuola italiana è più inclusiva di quanto si pensi e riesce a supportare meglio i soggetti meno fortunati.
Una caratteristica che viene confermata anche dopo il diploma. Perché, fin quando gli studenti frequentano la scuola il divario si mantiene entro livelli relativamente bassi. Ma a 27 anni, sempre riguardo alla cosiddetta literacy, in Italia il divario si amplifica anche oltre la media Ocse: 0,67, in Italia, e 0,61 a livello internazionale. Confermando che nel Belpaese la scuola riesce ad attenuare le differenze socio-economiche di partenza. Caratteristica che, con valori diversi, si mantiene anche riguardo alla Matematica: quella che gli inglesi chiamano la numeracy.

La “Buona scuola”? Un miracolo … retroattivo

Alberto Baccini “La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e i poveri”. Questo il titolo con cui La Repubblica 29/3/2017 ha dato notizia di una ricerca OCSE appena pubblicata. Un titolo che è un vero assist per la ministra Fedeli che scrive: “I dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate.” Segue anche Matteo Renzi che commenta: “La notizia più bella riguarda la scuola visto che oggi l’OCSE ci promuove”. Peccato che gli unici dati del rapporto OCSE riferibili alla scuola siano quelli dell’anno 2000! Quando era ministro dell’istruzione Tullio De Mauro, le scuole secondarie inferiori si chiamavano ancora scuole medie e c’era ancora la scuola elementare.  Possiamo quindi affermare con certezza che i dati OCSE commentati dalla Ministra e da Matteo Renzi, non dicono proprio nulla sulla scuola italiana di oggi. A meno che non si sia verificato un miracolo retroattivo, e la “Buona scuola” abbia migliorato l’inclusività delle scuole elementari e medie italiane nel 2000.
“La scuola italiana migliore d’Europa: riduce il gap tra i ricchi e i poveri”. Questo il titolo con cui La Repubblica29/3/2017 ha dato notizia di una ricerca OCSE appena pubblicata.

COSTITUZIONE COORDINAMENTO NAZIONALE NO TUBO

Oggi 2 aprile a Colfiorito si è tenuta la manifestazione nazionale NO TUBO cui hanno partecipato decine di associazioni impegnate, alcune da 13 anni, nei territori delle Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio e Toscana, a combattere il progetto del metanodotto adriatico di SNAM che devasterebbe territori ad alto rischio sismico con un'opera assolutamente inutile per la collettività, che chiediamo venga ritirata.

Nella relazione del geologo Francesco Aucone sono state smontate le narrazioni della multinazionale dell'energia per giustificare l'ingiustificabile: un'inutile, enorme metanodotto che attraversa la dorsale appenninica  devastando i territori con oggettivi pericoli dovuti alla sismicità dell'area, con lo scopo di trasformare il nostro paese in un inutile hub del gas.
Siamo contro qualsiasi ipotesi di deportazione delle popolazioni terremotate e rivendichiamo il diritto alla ricostruzione dei borghi e dei paesi di montagna devastati dai terremoti, garantendone la storia, lo stile e l'urbanistica, evitando speculazioni immobiliari.

Il coordianamento ritiene necessaria l'unificazione delle lotte, l'opposizione all'opera nella sua interezza e un raccordo con le lotte dei NOTAP del Salento.

S ritiene necessaria l'informazione alle popolazioni e la lotta popolare contro le opere.

Per questo ci costituiamo come COORDINAMENTO NAZIONALE NO TUBO che:

    1.    si propone l'amplificazione dell'informazione attraverso la stampa, internet ed i social neetwork;
    2.    organizza nei territori assemblee popolari di informazione  e un'opposizione popolare alla inutile e dannosa opera;
    3.    organizza per il mese di maggio a Norcia un altro incontro nazionale;
    4.    consoliderà un coordinamento attivo con il movimento NOTAP del Salento, cui si esprime piena e totale solidarietà.

  COORDINAMENTO NAZIONALE NO TUBO

Mountain Wilderness, WWF, Brigate di Solidarietà Attiva, Comitato Civico Norcia per l'ambiente, Comitato no tubo, comitato no devastazioni Umbria, Comitato no acquedotto per la difesa della Valnerina, Mercato Brado, Montanari Testoni Norcia, Comitato No Tubo l'Aquila, Comitato Cittadini per l'ambiente di Sulmona, Comitato Altrementi Val Peligna, Forum Abbruzzese Movimenti per l'acqua, Abruzzo Social Forum, Programma 101 Foligno, Confederazione Cobas Umbria.

info:
347 3044857
328 6504337

Gasdotto, la protesta approda in Umbria: annunciata manifestazione nazionale

Gasdotto, la protesta approda in Umbria: annunciata manifestazione nazionale: La protesta per il nuovo gasdotto dall'Azerbaijan all'Italia, noto anche come Tap, approda anche in Umbria. Per domenica 2 aprile 2017 è annunciata una manifestazione nazionale nella sala convegni del Parco Regionale di Colfiorito, 'luogo simbolo - si legge in un comunicato che port...

IMPORTANTE SENTENZA DEL TRIBUNALE DI TERNI SULLA COMPETENZA DISCIPLINARE DEI PRESIDI CHE LA LEGGE LIMITA ALLA SOLA CENSURA

sabato 25 marzo 2017

IMPORTANTE SENTENZA DEL TRIBUNALE DI TERNI SULLA COMPETENZA DISCIPLINARE DEI PRESIDI CHE LA LEGGE LIMITA ALLA SOLA CENSURA
presidi podestà nella scuola azienda di confindustria ...
A Terni i Cobas della scuola hanno patrocinato un'importanze vertenza sulla competenza disciplinare dei dirigenti scolastici che spunta l'arma della ritorsione e del ricatto disciplinare contro i docenti chiarendo che il dirigente non può sospendere per motivi disciplinari e che la sua competenza disciplinare si limita alla censura.

La vertenza riguarda due docenti dell’ITT Allievi Sangallo di Terni, F.C. e S.M. che si sono rifiutati di frequentare l'anno scorso i corsi di formazione per la sicurezza organizzati fuori dall’orario di servizio. Dopo una denuncia penale (archiviata dalla magistratura) la dirigente pretendeva di sanzionare con 10 giorni di sospensione dal servizio e dallo stipendio i due docenti con un provvedimento disciplinare da “scontare” alla ripresa dell' a.s. a settembre 2016.
I docenti ricorrevano contro il provvedimento al Tribunale di Terni con il patrocinio dei COBAS della scuola difesi dall'avvocato Gabriella Caponi e chiedevano la sospensiva del provvedimento disciplinare per incompetenza disciplinare del dirigente che veniva ordinata a settembre dal Tribunale di Terni in attesa della sentenza. A settembre dunque i due docenti prendevano regolarmente servizio.
La sentenza n. 85/2017 del 22 marzo 2017 della Giudice Gabriella Piantadosi  del Tribunale di Terni -pur non entrando nel merito della questione riguardante i corsi di formazione sulla sicurezza- ha stabilito che le competenze disciplinari dei dirigenti scolastici si devono limitare alla sola censura.

In particolare la Giudice dopo aver analizzato la normativa vigente ribadisce che "Ai sensi della normativa da ultimo richiamata la competenza del dirigente scolastico è limitata, dunque, alle sanzioni di minore gravità per le infrazioni per le quali “è prevista” l’irrogazione di una sanzione inferiore alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per più di dieci giorni." Cioè la censura.
Conclude “che il dirigente scolastico che ha adottato la sanzione non era competente ad irrogarla, con conseguente illegittimità della stessa”. Inoltre il MIUR viene condannato al pagamento delle spese.

Un bel risultato di valenza generale contro quei dirigenti dal provvedimento facile, che da più forza alle battaglie per una scuola democratica, orizzontale dove convivano e si confrontino diverse pratiche educative e relazionali, contro i tentativi di standardizzare la didattica e limitare i diritti dei lavoratori della scuola e la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione


Dalla promulgazione della legge Brunetta per il pubblico impiego, abbiamo assistito ad una preoccupante mutazione antropologica di tanti ex colleghi già trasformati dalla precedente legge Bassanini da presidi a dirigenti scolastici. Spesso, per gestire le nefaste riforme che stanno cercando di trasformare la scuola pubblica da luogo di formazione della cittadinanza e del pensiero critico a centro di obbedienza e addestramento al lavoro precario, una sorta di  delirio autoritario ha caratterizzato le pratiche di molti presidi-podestà che tentano di intimidire chi, tra i docenti e gli ATA, pratica e rivendica libertà di insegnamento e diritti nella scuola pubblica e contrasta le derive aziendaliste ed il ritorno alla peggiore scuola classista.
COBAS SCUOLA TERNI

link utili per docenti ed ATA

martedì 14 marzo 2017

ATA


Bando ATA 24 mesi, pubblicazioni degli Uffici Scolastici Regionali. Aggiornato con Veneto

Il nuovo Codice dei Contratti spiegato alla segreteria scolastica: indicazioni pratiche ed checklist procedurali per attuare correttamente la disciplina

DOCENTI

Esami di Stato 2016/17: guida alla compilazione domanda commissario esterno, scheda ES-1. Modalità e tempistica


Bonus 500. Istruzioni Miur per somme spese tra il 1° settembre e il 30 novembre. Autocertificazione entro il 28 aprile

Assegno universale figli, 4 miliardi di costi legati all’ISEE

Esami di Stato, circolare sulla creazione delle commissioni in zone colpite da eventi sismici


Unioni civili sì, convivenza no, i diritti per l'assistenza ai disabili


La legalizzazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e delle convivenze di fatto sia tra persone dello stesso sesso che da persone di sesso diverso, introdotta nella legislazione italiana dalla legge 20 maggio 2016, n. 76, comincia a produrre gli effetti anche sulla concessione dei permessi di cui all'art. 33, comma 3, della legge 104/92 e sul congedo straordinario ex art. 42, comma 5, del decreto legislativo 151/2001, fruibili dai lavoratori per assistere parenti disabili in situazione di gravità.
La circolare n. 38 del 27 febbraio 2017 dell'Inps fornisce - alla luce delle disposizioni di cui alla predetta legge n. 76/2016 e della sentenza della Corte costituzionale n. 213 del 5 luglio 2016 – le istruzioni operative relative appunto alla concessione ai lavoratori dipendenti del settore privato (applicabili seppure indirettamente anche a quelli del comparto pubblico, ivi compreso il personale scolastico, ndr) dei predetti permessi e congedi.
Prima di fornire le istruzioni operative la circolare richiama opportunamente l'attenzione alla norma di cui all'art. 1, comma 20, della legge 76/2016 che, con riferimento alle unioni civili, dispone che «al solo fine di assicurare l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso. Le suddette disposizioni non si applicano invece alla convivenza di fatto che si crea tra due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da unione civile».
Sempre in premessa la circolare ricorda inoltre che la Corte costituzionale con la sentenza n. 213 del 5 luglio 2016 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell' art. 33, comma 3, della legge 104/92 nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire dei permessi ex art. 33, comma 3, della legge 104/92.
I permessi di cui al più volte citato art. 33, comma 3 («tre giorni mensili retribuiti ai lavoratori dipendenti che prestino assistenza al coniuge, a parenti o ad affini entro il secondo grado – con possibilità di estensione fino al terzo grado – riconosciuti in situazione di disabilità grave ai sensi dell'art. 3, comma 3, della legge 104 stessa»), si legge nella circolare, possono essere fruiti sia dal componente dell' unione civile che presti assistenza all'altra parte, sia dal convivente che presti assistenza all'altro convivente. Fermo restando il principio del referente unico legittimato a fruirne, i permessi possono essere concessi, in alternativa, in alternativa, alla parte dell'unione civile, al convivente di fatto, al parente o all'affine entro il secondo grado. E' inoltre possibile concedere il beneficio a parenti o affini di terzo grado qualora i genitori o il coniuge/la parte dell'unione civile/il convivente di fatto della persona con disabilità in situazione di gravità abbia compiuto i 65 anni di età oppure siano affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti. Sul rapporto di affinità c'è tuttavia un importante precisazione: non sussiste tale rapporto tra una parte dell'unione civile o della convivenza di fatto e i parenti dell'altra parte dal momento che l'articolo 78 del codice civile che ne prevede la costituzione non è stato richiamato espressamente dalla legge n. 76/2016.
Quanto al congedo straordinario di cui all'art. 42, comma 5, del decreto legislativo 151/2001( un massimo di due anni nell'arco della vita lavorativa per assistere un parente convivente disabile in situazione di gravità), esso può essere fruito, si legge tra l'altro nelle istruzioni operative contenute nella circolare dell'Inps, solo dai soggetti uniti civilmente, secondo il seguente ordine di priorità :
1. il soggetto dell'unione civile convivente con quello disabile in situazione di gravità;
2. il padre o la madre, anche adottivi o affidatari, del soggetto disabile in situazione di gravità, in caso di mancanza, decesso o in presenza di patologie invalidanti dell'altro soggetto dell'unione civile convivente;
3. uno dei figli conviventi della persona disabile in situazione di gravità, nel caso in cui la parte dell'unione civile convivente ed entrambi i genitori del disabile siano mancanti, deceduti o effetti da patologie invalidanti;
4. uno dei fratelli o sorelle conviventi della persona disabile in situazione di gravità nel caso in cui la parte dell'unione civile convivente, entrambi i genitori ed i figli conviventi del disabile siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti;
5. un parente o affine entro il terzo grado convivente della persona disabile in situazione di gravità nel caso in cui i soggetti di cui ai punti 1, 2, 3 e 4 siano mancanti, deceduti o affetti da patologie invalidanti.
Con un messaggio del 21 dicembre 2016 l'istituto di previdenza aveva comunicato che a decorrere dal 5 giugno 2016, per effetto di quanto dispone l'art. 1, comma 20, della legge 76/2016, ai fini del riconoscimento del diritto alle prestazioni pensionistiche e previdenziali (es. pensione ai superstiti, integrazione al trattamento minimo, maggiorazione sociale, successione iure proprio, successione legittima, ecc.) e dell'applicazione delle disposizioni che le disciplinano, il componente dell'unione civile è equiparato al coniuge.

LA TRUFFA DELL'ASL

*Riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza di uno studente romano, frequentante un istituto tecnico di periferia, che ci racconta l’impressionante livello di indottrinamento raggiunto nelle scuole, in cui si cerca di convincere i giovani che precarietà, disoccupazione e assenza di diritti sul lavoro sono una “normalità” a cui doversi adeguare.
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Sono uno studente di un istituto tecnico nella periferia romana e scrivo questo articolo per raccontarvi di come nelle scuole italiane si stia cercando in maniera più o meno velata di far passare l’alternanza scuola lavoro, e più in generale la “buona scuola” come un qualcosa di positivo per noi studenti. Un esempio lampante di questo lavaggio del cervello operato su noi studenti ce l’ho avuto nella mia scuola.
All’inizio del progetto di alternanza è stata indetta una conferenza tenuta da un personaggio con vasta esperienza internazionale nei campi più disparati, che ha ben pensato di passare la prima mezz’ora ad elencare le aziende con le quali ha collaborato nel corso degli anni (fra le quali spiccano General Electric e altre multinazionali), convinto di accreditarsi ai nostri occhi in questo modo. Una pomposa introduzione dedicata all’elogio di grandi multinazionali, tacendo però sul fatto che ai lavoratori di quelle aziende (nei quali noi studenti in alternanza dovremmo immedesimarci) spettano le briciole, mentre i padroni che le dirigono (con i quali non abbiamo nulla in comune) guadagnano centinaia di volte quanto i lavoratori che producono realmente la ricchezza.
Ci è stato poi mostrato un video (link) nel quale un uomo sulla trentina affermava che il mondo del lavoro è cambiato, giustificava licenziamenti di massa con la scusa dell’innovazione tecnologica, promuoveva il lavoro gratuito giovanile in nome del “fare esperienza” e del “nessuno ti regala niente”. Si fa passare la precarietà e lo sfruttamento sul lavoro non come una precisa scelta politica, ma come una sorta di “normalità”, come un processo ormai irreversibile. Si afferma che noi giovani dobbiamo inventarci un lavoro e diventare “imprenditori di noi stessi”. In altre parole, se il 40% dei giovani sono disoccupati è perché ragionano ancora con schemi obsoleti come quello del “posto fisso”, secondo il video.
Il messaggio che si vuole far passare è che dobbiamo accettare passivamente le logiche vigenti adesso, la logica dell’abbassamento del costo del lavoro, la logica della precarietà e dei voucher o quella dello sfruttamento in alternanza scuola-lavoro. L’azione messa in atto nelle scuole è chiara, non hanno nessuna intenzione di farci pensare che sia nemmeno lontanamente possibile un futuro diverso per noi, un futuro di stabilità. Ci raccontano già a scuola che l’unica chance di salvezza è quella dell’arrivismo a tutti i costi: nel video si parla anche di “diventare il migliore nel tuo campo per farti assumere”. Ecco che il lavoro non è più un diritto, ma una concessione che bisogna meritarsi vincendo una competizione contro tutti. E se non ci sta bene pazienza, dovremmo farcene una ragione perché “il mondo del lavoro è cambiato”.
Questo è quello che oggi ci viene insegnato a scuola. Una bella lezione introduttiva prima di mandarci a lavorare gratis per qualche azienda per svolgere le ore di alternanza scuola-lavoro obbligatoria, quasi come a volerci ricordare che d’ora in poi sarà sempre peggio. Io penso però che per quanto possano provarci, la realtà dei fatti peserà sempre più di quello che ci raccontano. Mentre la nostra generazione viene condannata alla precarietà e a un futuro senza diritti, di disoccupazione e sfruttamento, c’è qualcuno che da tutto questo ci guadagna e continua a fare profitti, proprio sulla nostra pelle. E allora invece di accettare questa realtà come l’unica possibile, c’è un’alternativa: quella di lottare per un futuro migliore, per il diritto ad avere un lavoro, una casa e una stabilità nel nostro futuro. Ma questo non ce lo insegnano a scuola, dobbiamo impararlo da soli. E a lottare si impara solo lottando.
G.B.

Fuga dalla scuola ventimila insegnanti in pensione nel 2017


Boom di pensionamenti nella scuola: il 50 per cento in più in appena dodici mesi. Secondo i dati provvisori forniti dal ministero dell’Istruzione, per il prossimo mese di settembre si profila una vera e propria fuga dalla cattedra. Il tutto, mentre la riforma Fornero comincia ad allentare la presa su maestre e professori, sempre più anziani. E chi può, lascia il posto ai colleghi più giovani.

«Che sistema scolastico è quello attuale? — si chiede Marilina Aiello, docente di Matematica in un liceo di Palermo — Non è certamente il treno che ho preso all’inizio della carriera. I continui cambiamenti in corso d’opera degli ultimi anni non fanno lavorare bene. Mancano indicazioni precise e ogni sei mesi c’è una novità. Per questo chi può va via».
In poco più di un quindicennio, la scuola italiana è stata interessata da ben quattro importanti riforme: Berlinguer, Moratti, Gelmini, Giannini. Con slanci in avanti e passi indietro ad ogni cambio di esecutivo. E con i docenti costretti ad inseguire le novità. Si va via anche per “colpa” dei genitori? «Quelli che sanno tutto — spiega Antonietta Bartolomucci, 62 anni, insegnante di scuola dell’Infanzia in un istituto comprensivo del frusinate — sono in aumento, ma per fortuna parecchi genitori ancora si affidano alla scuola. Mi mancherà il rapporto con i bambini, ma sento che è venuto il momento di andare via: troppi alunni in classe, tutto troppo complesso. Per non parlare delle strutture che accolgono le sezioni, non sempre adeguate ».
A settembre, saluteranno definitivamente la cattedra 2.594 insegnanti di scuola dell’infanzia, 5.807 maestre di scuola primaria, 5.378 che insegnano alla media e 6.436 professori del superiore. In tutto, 20.215 docenti, il doppio del 2013 quando la legge Fornero entrò in vigore. L’anno scorso furono in 13.454 a passare la mano.
«Il dato numerico — dice Pino Turi, della Uil scuola — non mi meraviglia: la maggior parte degli insegnanti di oggi è stata assunta negli anni Ottanta e sta maturando i requisiti per andare in pensione. Ma restare nella scuola, oggi, non è facile».
«La fuga dalla scuola è un segnale profondo del disagio che il docente vive — aggiunge Lena Gissi, della Cisl scuola — La mortificazione alla quale è sottoposto il personale, produce indifferenza e disaffezione. Ora bisogna invertire la tendenza».
Con tutti questi pensionamenti il rischio è quello di trovarsi alla disperata ricerca di docenti da mandare in cattedra. Anche se dal ministero rassicurano: «Il grosso dei 63.712 posti del concorso 2016 deve ancora essere assegnato e ci sono ancora alcune graduatorie provinciali da svuotare. Stiamo inoltre già lavorando per il prossimo anno». Inoltre, i docenti più anziani di sempre (età media di 51,5 anni) si avvicinano ai requisiti della legge Fornero e aumentano le uscite. E per il 2018 sono previsti 30mila pensionamenti.

ASL Lavoro gratuito

L'immagine può contenere: una o più persone e persone in piedi
In viaggio verso Roma ci siamo fermati ad un Autogrill per una breve sosta.
Avvicinandomi al bancone ho notato che la ragazza che mi stava per servire un caffè aveva sulla divisa il logo dell'alternanza scuola-lavoro.
La cosa mi incuriosisce, inizio a parlarle ed a farle tante domande su come funzionasse l'alternanza e mi racconta delle 150 ore da dover svolgere quest'anno, delle 8 settimane e delle 4 ore pomeridiane che passa in quell'autogrill.
La ringrazio per la chiacchierata e mi avvio all'uscita ed una volta giunto alla cassa non riesco a fare a meno di chiedere alla cassiera, una donna sui 40, un parere sulla studentessa al bar di poco prima. 
Lei mi spiega la sua disapprovazione e le sue ragioni, mi racconta che c'è stato un taglio al monte orario dipendenti grazie alle ore-lavoro gratuite della buona scuola e che questo comporta una diminuzione degli stipendi.
Esco dall'autogrill perplesso e contrariato, penso a quanto sia folle e falso questo paese, penso alla studentessa che sacrifica le sue passioni per quest'alternanza, penso ai lavoratori colpiti dalle conseguenze del lavoro gratuito.
Confido negli studenti e nelle loro energie,nei giovani, nella loro voglia di ribellarsi e rompere gli schemi di questa società!

Alternanza scuola lavoro: nessuno può essere obbligato a fare il tutor

Alternanza scuola lavoro: nessuno può essere obbligato a fare il tutor

– “Ma sono obbligato a fare il tutor? E’ delle domande più ricorrenti nella secondaria di II grado da quando la legge 107 ha imposto 400 ore di alternanza scuola lavoro nei tecnici e professionali e 200 ore nei licei.
Il fatto che la domanda venga posta ripetutamente, e che spesso non si sappia dove trovare la risposta, la dice lunga sul grado di improvvisazione con cui molte scuole rispondono alle nuove incombenze.
Nessuno dovrebbe essere “obbligato”, perché la normativa vigente non prevede alcun obbligo, anzi delinea una figura dalla specifica professionalità, considerata “strategica” per il buon esito dell’ASL.
La Guida operativa predisposta dal Miur nel 2015 è il riferimento fondamentale per la progettazione e organizzazione delle attività, nonché per la valutazione, certificazione e modulistica. E’ un documento di quasi 100 pagine, e forse per questo pochi lo hanno letto con attenzione.
Il tutor deve essere “designato dall’istituzione scolastica tra coloro che, avendone fatto richiesta, possiedono titoli documentabili e certificabili”. Deve possedere “esperienze, competenze professionali e didattiche adeguate per garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dal percorso formativo”, lavorando in stretta collaborazione col tutor aziendale. Dovrebbe pure essere formato, visto che il Piano nazionale di formazione inserisce l’ASL tra le priorità delle azioni formative per lo sviluppo della capacità progettuale, di gestione, di valutazione e di certificazione delle competenze.
Il tutor dovrà essere retribuito, essendo un incarico aggiuntivo. Il compenso può essere definito anche in forma forfettaria dalla contrattazione di istituto, con risorse a carico del Fondo di istituto e/o delle somme assegnate alla scuola per le attività di alternanza, che a decorrere dal 2016 ammontano a100 milioni di euro annui per le scuole secondarie di secondo grado, come stabilito dalla legge 107 e come riportato nella Guida operativa sopra richiamata.
Una faq del Miur chiarisce inoltre che non è prevista la presenza obbligatoria del tutor scolastico in azienda durante lo svolgimento delle attività di alternanza. “I suoi compiti di assistere e guidare lo studente nei percorsi di alternanza e verificarne il corretto svolgimento possono essere svolti a distanza, oppure durante incontri organizzati presso la scuola. L’importante è che lo studente in azienda sia seguito dal tutor formativo esterno designato dalla struttura ospitante, che ha il compito di assistere il giovane nel suo percorso di apprendimento attraverso il lavoro”.
I compiti dei tutor interno ed esterno sono dettagliatamente indicati nella Guida operativa a pagina 33: dall’elaborazione del percorso formativo, all’assistenza e monitoraggio, alla valutazione “congiunta” degli obiettivi raggiunti e delle competenze progressivamente sviluppate dallo studente.
Il tutor interno ha anche il compito di rapportarsi agli organi scolastici preposti (dirigente scolastico, funzione strumentale, dipartimenti, collegio docenti, comitato tecnico scientifico o comitato scientifico), e di informare il consiglio di classe per fornire gli elementi utili alla valutazione finale dei risultati di apprendimento conseguiti.
Anna Maria Bellesia, La Tecnica della scuola, 10.3.2017

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