17 maggio, ultima occasione per fermare la regionalizzazione

mercoledì 8 maggio 2019 · Posted in ,

https://www.tecnicadellascuola.it/wp-content/uploads/2019/04/Screenshot_1-1-300x194.png17 maggio, ultima occasione per fermare la regionalizzazione
Regionalizzazione: punto e a capo. Quattro giorni dopo l’annuncio dei Sindacati “maggiormente rappresentativi” di essersi ritirati (in cambio di vaghe promesse stipendiali senza copertura finanziaria, e con solo un vago accenno alla lotta contro la regionalizzazione sotto forma di “raccolta firme”) dallo sciopero unitario del prossimo 17 maggio contro la regionalizzazione, Salvini ha colto la palla al balzo per spingere fortemente l’acceleratore verso la regionalizzazione stessa, facendo capire all’alleato pentastellato di volerla portare a casa il prima possibile: anche prima delle elezioni europee. Ennesima dimostrazione di quanto la minaccia di uno sciopero partecipato sia pesante per le politiche di qualunque governo (e di quanto siano comodi, per qualsiasi governo, dei Sindacati “ragionevoli”).
Se la Scuola sciopererà ugualmente
Ora la partita torna più che mai nelle mani dei lavoratori della Scuola (docenti e non). Infatti, scioperando comunque il 17 maggio coi sindacati di base UNICOBAS, COBAS, ANIEF e CUB (quand’anche dovesse scioperare solo il 10%), i lavoratori della Scuola daranno un segnale triplo: diranno al Governo di essere assolutamente contrari alla regionalizzazione; diranno ai Sindacati “maggiormente rappresentativi” di non aver approvato la loro accondiscendenza verso il Governo in cambio di caramelle; diranno di non apprezzare chi non converge su date comuni per uno sciopero unitario. Dimostreranno, inoltre, di saper leggere oltre le dichiarazioni ufficiali di partiti e sindacati (e oltre il silenzio quasi assoluto dei media mainstream sulla regionalizzazione). La Storia insegna: nessun governo è mai rimasto indifferente alle mobilitazioni dei lavoratori: al massimo ha tentato di farlo credere. Se i lavoratori non sciopereranno, la regionalizzazione subirà un’ulteriore accelerazione, divenendo  inarrestabile.

La chiusura del cerchio

Per la Scuola la regionalizzazione andrebbe a sommarsi al decentramento dei servizi già previsto dalla riforma Berlinguer del 1998, dalla “autonomia” scolastica (che in realtà, — come abbiamo visto in più di una occasione — concentra nelle mani del Dirigente Scolastico prerogative che prima erano dell’amministrazione statale e poteri che prima venivano esercitati collegialmente dai docenti) e dal Decreto Bassanini del 2001. Sarebbe il completamento del processo di sottomissione della Scuola alle logiche e ai dogmi del pensiero unico neoliberista.

Verso la Scuola Nazionale Padana?

Se questo progetto passerà, alle Regioni verranno attribuite numerose funzioni: l’alternanza scuola-lavoro; la definizione dei sistemi di valutazione e della “offerta formativa”; l’insieme delle attività didattiche; persino l’assunzione e la gestione di tutto il personale scolastico (docente e non).
Sempre più esisteranno scuole di serie A e scuole di serie B. Anche perché ci sarà un’Italia di serie A e un’altra di serie B (quella centromeridionale, ovviamente). Di conseguenza non ci sarà nemmeno bisogno di eliminare il valore legale del titolo di studio (come voleva la loggia massonica P2 di Licio Gelli): esso cadrà da sé, perché non avrà più senso, in un Paese in cui ogni scuola è estremamente diversa dalle altre nei programmi, nelle risorse e negli strumenti.

Ecco a voi la diminuzione dei salari

La capacità contrattuale regionalizzata finirà per rendere ancora più debole la già debole categoria dei docenti (secondo la logica del “divide et impera”). Le “gabbie salariali”, da sempre desiderate dalla Lega, saranno realtà: solo in alcune zone del Nord gli stipendi cresceranno o rimarranno uguali; nell’Italia centromeridionale diminuiranno. E nella stessa parte della Penisola moltissimi istituti scolastici conosceranno un degrado inarrestabile, mentre varie università dovranno, semplicemente, chiudere i battenti per mancanza di fondi. Identica sorte toccherà alle istituzioni sanitarie. Qualcosa, insomma, di molto più classista del fascismo.
Alla faccia di quanti si illudono di ottenere stipendi più alti passando dallo Stato alle Regioni più opulente, verranno scomputati a tutti i lavoratori gli anni di servizio maturati nello Stato stesso: il che significa che i “gradoni” di anzianità scompariranno (perché non presenti nel Contratto Nazionale degli Enti Locali), e verrà del tutto annullata l’anzianità comunque maturata. Regalino già recapitato (con procedura inversa) al personale non docente degli Enti Locali che nel 2000 venne statalizzato.

Addio Italia unita?

Quella che si prospetta, comunque, è la disgregazione totale del Paese e del suo sistema d’istruzione (nonché sanitario), secondo il credo neoliberista della concorrenza e della disuguaglianza elevato a modello di società, di istruzione e di cultura. Un credo mascherato sotto le parole d’ordine “merito” ed “efficienza”, i cui sacerdoti si contano oramai non solo tra le fila di tutti i partiti presenti in Parlamento, ma anche tra i Sindacati “maggiormente rappresentativi” (come l’intesa col Governo Conte dimostra). Se questa disgregazione passasse, allora toccheremmo con mano che l’unità d’Italia non era solo vuota retorica, ma un baluardo in difesa dei diritti costituzionali del cittadino; e che la regionalizzazione altro non è se non un’arma contro i lavoratori, brandita sventolando l’illusione — in alcune regioni più ricche — di un miglioramento.
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I fatti parlano sempre chiaro, ed anche stavolta hanno detto la loro. Ora la parola spetta agli insegnanti e agli altri lavoratori della Scuola
 Di Alvaro Belardinelli- Tecnica della Scuola  

La secessione dei ricchi e il miraggio degli «schei»

martedì 7 maggio 2019

17 MAGGIO SCIOPERA CONTRO LA REGIONALIZZAZIONE DELLA SCUOLA. 

MANIFESTAZIONE SOTTO IL PARLAMENTO. PARTENZA ORE 8.15 STAZIONE FS DI TERNI

Sono un’insegnante della scuola italiana, ma lavoro in Veneto, e dunque potrei esserlo ancora per poco. La cosiddetta regionalizzazione dell’istruzione, parte di quel processo di frantumazione dello Stato ben più ampio e pericoloso{ (G. Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Laterza, 2018; M. Villone Italia, divisa e diseguale, Editoriale Scientifica, 2019; entrambi scaricabili gratuitamente)} che interessa anche sanità e infrastrutture, ambiente, beni culturali e molto altro, procede carsica- mente e potrebbe arrivare a compimento nei prossimi me- si. Tuttavia, la scuola procede, coi suoi ritmi e le sue attività, senza ben comprendere il destino che la attende: non se ne parla nei collegi docenti, nel- le aule insegnanti, nelle riu- nioni di fine anno, nei corridoi. L’autonomia differenziata sembra una questione tecnica e fiscale, da giuristi o economisti, oppure un proble- ma delle regioni più povere. Nel lombardo-veneto, in fondo, non cambierà nulla, si pensa. Anzi: forse guadagneremo qualcosa in più, perché siamo più efficienti. Eppure, non è così. Difficile farsi un’idea precisa, vista la mancanza di documentazione e di dibattito pubblici. Le bozze di intesa rese note surrettiziamente dal blog Roars (www.roars.it/online) nei primi di febbraio – e poi scomparse – danno un’idea del percorso su cui ci incamminiamo. Lombardia e Veneto vogliono tutto. Pretendono che 14 «pezzi» di potestà legi- slativa in materia di istruzione (Articolo 10, lettere a, p) vengano espropriate allo Stato e trasferite alle regioni. Ciò significherebbe contratti e carriere regionali per dirigenti, insegnanti e personale amministrativo e ausiliario; mobilità e trasferimenti tutti da rivedere (ancora possibile spostarsi da una regione all’altra?); concorsi e contingenti regionali, finanziamenti alle scuole paritarie decisi a livello locale. Ma c’è di più. Cosa studiare e con quali scopi – disciplina, finalità e obiettivi della programmazione scolastica – come formare gli insegnanti sarà stabilito a livello regionale. La valutazione sarà regionale, con ulteriori indicatori Invalsi –prevedibilmente, nuovi Test – definiti su base territoriale. Il tempo e le risorse per l’«Alternanza Scuola Lavoro», i percorsi dell’istruzione degli adulti e l’istruzione tecnica superiore saranno decisi a livello territoriale, con progetti sempre più spinti dalle esigenze della produttività locale. Il modello a cui si guarda è quel- lo della scuola trentina, punta di diamante, eccellenza nei test standardizzati nazionali. Nel sentire comune, i trentini sono «fortunati»: guadagnano di più (circa 190 euro in più lordi al mese). A quale prezzo? I dirigenti scolastici sono assegnati alle scuole a discrezionalità del governo locale, che ne cura la formazione e fissa i criteri di mobilità. Il contratto provinciale degli insegnanti trentini si discosta da quello nazionale. Vige l’obbligo di insegnare in 50 minuti, e il tempo risparmiato si recupera in attività pomeridiane di varia natura, con massima disponibilità alle modifiche del proprio orario di lavoro, talvolta giornaliere. I soldi in più non sono regalati: sono prestazioni aggiuntive. Si guadagna di più perché si lavora di più e in maniera più flessibile: circa 120 ore di attività cosiddetta funzionale, tra potenziamento formativo e recupero. Nelle scuole trentine la giunta pro- vinciale indica gli obiettivi dell’insegnamento attraverso i Piani di Studio Provinciali; stabilisce i corsi di formazione accreditati per gli insegnanti; promuove il trilinguismo (italiano, tedesco e inglese), in ossequio alla cultura autonomistica locale, con insegnanti madrelingua scelti dai dirigenti scolastici del tutto liberamente. “Ciascuno fa quello che deve fare a casa propria”, ha dichiarato recentemente il governatore leghista Zaia (Limes 2/19). E nel Veneto solerte e operoso non si perde tempo. È già iniziata la formazione regionale dei docenti sulla storia e sulla cultura ed emigrazione veneta (Roars, La bona scola de la Lega). In un recente convegno organizzato da l’Academia dela Bona Creansa, che tiene corsi sul dialetto veneto (pardon, lengua veneta) nelle scuole vicentine, si è parlato di «Clil veneto di storia»: insegnamento «bilingue» della storia, in italiano e veneto. Più schei, dunque, per gli insegnanti, è vero. Ma pagati a caro prezzo: quello di svuotare completamente il proprio stato giuridico, rimpicciolendolo da statale a regionale, svolgendo attività integrative che poco hanno a che fare con lo studio e l’approfondimento specifici del proprio percorso intellettuale e professionale. Abdicando completamente all’esercizio della propria libertà di insegnamento e diventando maggiordomi al servizio dell’indirizzo politico degli assessori locali. Anche per questo i lavoratori della scuola, definitivamente spogliati della loro funzione civile e privati di un orizzonte di libertà culturale, devono rifiutare con ogni mezzo il progetto di regionalizzazione.

di Rossella Latempa

INVALSI: adesso è il computer a giudicare gli studenti (anche per i quesiti aperti)

Dal 2018, per effetto di un decreto delegato della Buona Scuola (62/2017), le prove, svolte dagli alunni di terza media al computer nelle scuole, sono corrette automaticamente, a livello centrale. Il computer dell’Invalsi riceve le prove appena svolte, poi corregge, misura e valuta, esprimendo un giudizio di merito in livelli che descrivono le prestazioni cognitive del singolo alunno, giudizio che viene restituito individualmente attraverso la Certificazione delle competenze di fine primo ciclo. Cosa significa in pratica? Per allontanare lo spettro della “copiatura” (cheating) gli alunni non rispondono alle stesse domande e l’equità del punteggio finale è affidata a un complesso modello statistico (i cui limiti e le cui falle sono note). Non solo, ma sulla base di questi punteggi il computer redige un esteso giudizio qualitativo sull’allievo che tocca valutazioni sulla sua capacità di comprendere il testo, cogliendone anche il tono, per esempio ironico o polemico. Che la correzione automatica sia estesa ai “Quesiti aperti a risposta articolata” non può che aumentare le perplessità. Ricordiampo che una analoga certificazione delle competenze è prevista pure per il secondo ciclo, come avevamo segnalato qui. Nel frattempo, Invalsi procede con la sperimentazione della misurazione delle soft skills delle creature piccole. Alla standardizzazione si stanno dunque accompagnando l’automazione e la profilazione. A quali principi educativi, a quale didattica, a quale pedagogia rispondono queste nuove, inaccettabili, misure?
Nelle pagine seguenti sono presentati i risultati campionari delle prove INVALSI condotte nella primavera di quest’anno. Mentre è consueta la modalità di presentazione e il periodo in cui questo avviene – il primo giovedì di luglio – quest’anno sono state introdotte e realizzate importanti novità così come previsto dal Decreto Legislativo 62/2017.  Si tratta di innovazioni che hanno cambiato notevolmente la prassi delle prove e riguardano 4 aspetti:
  1. la separazione delle prove dall’esame di Stato della terza secondaria di primo grado, così come richiesto dalle scuole, ma nello stesso tempo con l’obbligo per gli alunni di parteciparvi;
  2. l’introduzione della prova di Inglese per il grado 5 (quinta primaria) e per il grado 8 (terza secondaria di primo grado);
  3. la realizzazione delle prove al computer nel grado 8 e nel grado 10, con correzione centralizzata delle prove stesse;
  4. la restituzione individuale dei risultati delle prove del grado 8 non più con punteggi, ma per livelli descrittivi delle prestazioni cognitive proprie di ciascun livello.  La rilevanza di queste innovazioni si articola su diversi piani.
In primo luogo la separazione dei due momenti – quello delle prove INVALSI e quello degli esami finali – consente due risultati “puliti”, nel senso che non sono “mischiati” nel voto finale, così come era accaduto sinora, ma sono registrati in due diverse attestazioni. [ … ]
L’introduzione delle prove al computer (meglio note con la sigla CBT, computer based test) comporta inoltre diversi vantaggi.
Il primo vantaggio è dato dalla possibilità di realizzare prove diverse ed equivalenti dal punto di vista misuratorio, che impediscono la collaborazione durante l’esecuzione. Un secondo vantaggio è la correzione automatica che si traduce in minor carico di lavoro dei docenti, anche questo più volte richiesto dai docenti. Tanto la diversità delle prove che la correzione automatica contribuiscono a ridurre, sin quasia farlo sparire, il cheating, vale a dire l’adozione di comportamenti opportunistici, degli studenti o degli stessi docenti, e a ottenere una maggiore autenticità dei risultati. È importante sottolineare anche la valenza etica ed educativa di questo importante cambiamento.
La restituzione per livelli descrittivi rappresenta probabilmente la novità che avrà maggiori conseguenze sul piano della didattica e sul lavoro dei docenti. Riconoscere quanto “hanno reso” le proposte didattiche messe a punto da ciascun docente, mediante la lettura della collocazione dei propri alunni nei diversi livelli, risulterà un dato particolarmente importante per poter correggere il tiro, se necessario, avendo come riferimento le operazioni cognitive che sono indicate in ciascun livello.
Ciò infine consentirà anche un dialogo più diretto tra docenti di discipline diverse che potranno confrontarsi proprio sulle operazioni cognitive che ciascuna disciplina può promuovere e sui diversi punti di contatto che possono rilevarsi.
Come si vede, si sta delineando un quadro molto innovativo e rivolto all’effettiva promozione del miglioramento della nostra scuola, a partire dalla funzione eminentemente informativa che la valutazione riveste.”  (Anna Maria Ajello, Rapporto Nazionale Prove Invalsi 2018, pp. 3-4)
Ho evidenziato in neretto le parti dell’introduzione della Presidente dell’Invalsi su cui intendo ragionare in questo mio articolo.
Si tratta di questa importante novità: dal 2018 i test Invalsi di grado 8, ovvero di terza media, sono computer based (CBT) e restituiscono, oltre alla tradizionale misurazione quantitativa dei risultati degli apprendimenti degli alunni – con l’attribuzione di un punteggio su una scala quantitativa (Rasch) – anche una loro valutazione qualitativa – con l’attribuzione di un livello da 1 a 5, a seconda del minore o maggiore livello di competenza dimostrato nella prova.
Cosa significa in dettaglio? Significa che le prove, svolte dagli alunni al computer nelle scuole, sono corrette automaticamente, a livello centrale. Il computer dell’Invalsi riceve le prove appena svolte, poi corregge, misura e valuta, esprimendo un giudizio di merito in livelli che descrivono le prestazioni cognitive del singolo alunno, giudizio che viene restituito individualmente attraverso la Certificazione di fine ciclo.
Infatti, come riporta il documento aggiornato al 5 settembre 2018, in merito all’organizzazione e somministrazione delle prove Invalsi CBT, “gli esiti delle prove INVALSI confluiscono nella Certificazione delle competenze in livelli descrittivi distinti per Italiano, Matematica e Inglese, secondo l’art. 9, c. 3, lettera f del D. Lgs. 62/2017 e l’art. 4 del D.M. 742 del 3.10.2017). Ai sensi dell’art. 4, c. 2 e c. 3 del D.M. 742/2017, INVALSI predispone e redige una sezione della Certificazione delle competenze. Tale certificazione è disponibile sul portale SIDI secondo modi e tempi definiti dal MIUR in base a quanto previsto dal D. Lgs. n. 62/2017″.
Insomma la novità è che, dal 2018, il computer, con l’algoritmo Invalsi, misura, valuta, giudica e certifica. Siamo sicuri che vada bene così? Che i nostri studenti siano giudicati da un computer? Che questo giudizio sia ufficializzato in una Certificazione? E ancora, come funziona l’algoritmo Invalsi?
La Certificazione delle competenze di fine ciclo rilasciata da Invalsi è un documento ufficiale, che si accompagna al diploma rilasciato al termine degli Esami di Stato di terza media. Sembra un provvedimento neutrale ma non lo è. Non sappiamo cosa ci riserva il futuro. Non sappiamo se e quanto questa Certificazione potrà pesare sul prosieguo della carriera scolastica di ogni alunno. Non sappiamo se questa novità, per ora limitata alla terza media, diventerà una prassi rispetto alle ulteriori quattro batterie di test censuarie che attualmente gli alunni svolgono. Non sappiamo se questa esperienza farà da modello alla rilevazione Invalsi dell’ultimo anno delle scuole superiori, sostituendosi, potenzialmente, al titolo rilasciato dopo l’Esame di Stato conclusivo, e magari diventando dirimente per l’accesso ai percorsi universitari o per l’inserimento nel mondo del lavoro.
Quello che sappiamo però è che si tratta di un’operazione distopica, totalmente computerizzata, fatta con un algoritmo che non conosciamo e che Invalsi deve rendere noto e deve spiegare. Quello che sappiamo è che davvero, come dice Ajello, questo cambiamento ha una rilevanza etica ed educativa. Ma non perché si risparmia lavoro ai docenti (ed è gravissimo che nel Rapporto nazionale 2018 si affermi questo).
Qui stiamo parlando di una valutazione – ribadisco, non più solo una misurazione – fatta da un computer. Una valutazione fatta da un computer che costituisce una Certificazione con valore legale.
Ma ci rendiamo conto di quali siano le implicazioni culturali, etiche, giuridiche, politiche di tutto questo?
Vorrei aggiungere un ulteriore elemento di riflessione, a partire dall’analisi della misurazione computerizzata (e relativa valutazione e certificazione) delle competenze di Italiano degli studenti di terza media. Questi sono, testualmente, i 5 livelli del giudizio declinati da Invalsi:
  • Livello 1) L’allievo/a individua singole informazioni date esplicitamente in parti circoscritte di un testo. Mette in relazione informazioni facilmente rintracciabili nel testo e, utilizzando anche conoscenze personali, ricava semplici informazioni non date esplicitamente. Conosce e usa le parole del lessico di base, e riesce a ricostruire il significato di singole parole o espressioni non note ma facilmente comprensibili in base al contesto. Svolge compiti grammaticali che mettono a fuoco un singolo elemento linguistico, e in cui è sufficiente la propria conoscenza naturale e spontanea della lingua. L’esito conseguito dall’allievo/a nella prova non consente il raggiungimento del livello 1.
  • Livello 2) L’allievo/a individua informazioni date esplicitamente in punti anche lontani del testo. Ricostruisce significati e riconosce relazioni tra informazioni (ad esempio, di causa-effetto) presenti in una parte estesa di testo. Utilizza elementi testuali (ad esempio, uso del corsivo, aggettivi, condizionale, congiuntivo) per ricostruire l’intenzione comunicativa dell’autore in una parte significativa del testo. Conosce e usa parole ed espressioni comuni, anche astratte e settoriali, purché legate a situazioni abituali. Svolge compiti grammaticali in cui la conoscenza naturale e spontanea della lingua è supportata da elementi di riflessione sugli aspetti fondamentali della lingua stessa.
  • Livello 3) L’allievo/a individua una o più informazioni fornite esplicitamente in una porzione ampia di testo, distinguendole da altre non pertinenti. Ricostruisce il significato di una parte o dell’intero testo ricavando informazioni implicite da elementi testuali (ad esempio, punteggiatura o congiunzioni) anche mediante conoscenze ed esperienze personali. Coglie la struttura del testo (ad esempio titoli, capoversi, ripartizioni interne) e la funzione degli elementi che la costituiscono. Conosce e usa parole ed espressioni comuni, anche non legate a situazioni abituali. Conosce e utilizza le forme e le strutture di base della grammatica e la relativa terminologia.
  • Livello 4) L’allievo/a riconosce e ricostruisce autonomamente significati complessi, espliciti e impliciti. Riorganizza le informazioni secondo un ordine logico-gerarchico. Comprende il senso dell’intero testo e lo utilizza per completare in modo coerente una sintesi data del testo stesso. Coglie il tono generale del testo (ad esempio, ironico o polemico) o di sue specifiche parti. Padroneggia un lessico ampio e adeguato al contesto. Conosce e utilizza i principali contenuti grammaticali e li applica all’analisi e al confronto di più elementi linguistici (parole, gruppi di parole, frasi).
  • Livello 5) L’allievo/a riconosce e ricostruisce autonomamente significati complessi, espliciti e impliciti in diversi tipi di testo. Coglie il senso del testo al di là del suo significato letterale, e ne identifica tono, funzione e scopo, anche elaborando elementi di dettaglio o non immediatamente evidenti. Riconosce diversi modi di argomentare. Mostra una sicura padronanza lessicale e affronta compiti grammaticali che richiedono di analizzare e confrontare strutture linguistiche complesse, tenendo sotto controllo contemporaneamente più ambiti della grammatica (ad esempio, sintassi e morfologia)
Qual è, a mio avviso, analizzando questi descrittori – che, ripeto, configurano il giudizio che il computer dà al test Invalsi di Italiano del singolo alunno – l’elemento più significativo? Il fatto che, all’aumentare dei livelli, non solo dovrebbe aumentare la capacità di comprensione degli aspetti formali del testo, ovvero della sua struttura, ma si determinerebbe anche, attestata ai livelli più alti, la comprensione profonda del senso del testo, dei suoi significati complessi, molteplici, espliciti e impliciti, al di là del suo significato letterale. Tutto questo, lo sappiamo, avviene attraverso processi di astrazione, interpretazione, formulazione di inferenze, elaborazione di ipotesi. Un complesso sistema di operazioni che afferisce alla dimensione simbolica – soggettiva – della mente umana.
Sono in grado i test Invalsi di esplorare questa dimensione, visto che la misurano, la valutano e la certificano? Vediamo come sono costruiti e formulati i quesiti, citando testualmente dal ‘Quadro di Riferimento di italiano’ disponibile sul sito Invalsi:
Nelle prove Invalsi di Italiano vengono utilizzati quesiti di due tipi: a risposta chiusa, nei quali lo studente deve scegliere la risposta corretta tra più alternative date, e a risposta aperta, nei quali lo studente deve formulare lui stesso la risposta.
I quesiti a risposta chiusa sono: a scelta multipla (QSM); a scelta multipla complessa (QSMC); quesiti nei quali lo studente deve stabilire delle corrispondenze (matching), riordinare gli elementi; inserire parole scelte da una lista (cloze). I quesiti a risposta aperta sono: a risposta univoca; a risposta articolata, comunque predeterminata in una lista, con un numero massimo di parole o caratteri ammessi, in un range di ‘accettabilità’ qualitativa e quantitativa riconoscibile dall’algoritmo.
Ebbene, io credo che in questo modo, sopra descritto, non sia possibile esplorare, e tanto meno restituire, racchiuso in un giudizio di valore espresso da un computer, la dimensione simbolica, interpretativa e soggettiva della mente dei nostri studenti. Attribuire su questa base un livello da 1 a 5 di valutazione delle “prestazioni cognitive” in Italiano dei bambini di terza media è un atto inaccettabile, a livello scientifico, etico, giuridico e politico.
Io credo che tutta questa operazione automatizzata di misurazione, valutazione, espressione di un giudizio e Certificazione delle competenze di fine ciclo vada interrotta perché è tossica. Così come va interrotta la sperimentazione della misurazione delle soft skills delle creature piccole. Sono misure funzionali ad una didattica e ad una pedagogia mostruose, subordinate a inaccettabili esigenze di automazione e profilazione, che nulla hanno a che vedere con la formazione e l’educazione.
Sono misure profondamente disfunzionali e potenzialmente pericolose per i nostri bambini, per i nostri adolescenti, per i nostri studenti, rispetto alle quali la presa in carico delle responsabilità culturali, etiche e politiche, da parte di tutti gli operatori del mondo dell’istruzione appare davvero indifferibile.
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AGGIORNAMENTO GRADUATORIE AD ESAURIMENTO PER TRIENNIO 2019/20, 2020/21,2021/22

giovedì 2 maggio 2019


AGGIORNAMENTO GRADUATORIE AD ESAURIMENTO PER TRIENNIO 2019/20, 2020/21,2021/22                         
L’aggiornamento Gae 2019 delle liste ormai vigenti dall’anno scolastico 2014/2015, che sarebbero dovute essere aggiornate alla fine del triennio 2014/2017, riguarda il personale docente ed educativo abilitato, già presente nelle stesse graduatorie e sarà valido per il triennio scolastico 2019/2020, 2020/2021 e 2021/2022.                                                                                                                              La presentazione delle domande – con eventuali titoli e servizi svolti nell’ultimo quinquennio oppure conseguiti anche prima del maggio 2014 ma mai presentati – riguarderà condizioni di permanenza, aggiornamento, trasferimento e conferma.                                                                       
Date presentazione domande : le domande vanno presentate esclusivamente tramite la piattaforma telematica POLIS “Istanze on line”, a partire dal 26 aprile e con scadenza perentoria al 16 maggio
Le novità :                                                                     
·         possibilità di trasferirsi anche in province in cui le graduatorie risultano esaurite
  • possibilità di reinserimento per i docenti depennati per non aver presentato domanda di aggiornamento
  • valutazione servizio sezioni primavera docenti scuola dell’infanzia e primaria
Diplomati magistrale inseriti con riserva I docenti diplomati magistrali ancora inseriti con riserva, che hanno ancora ricorsi pendenti, pur mantenendo la riserva, possono aggiornare il punteggio, esprimere l’opzione di permanenza o cambiare provincia come i docenti inseriti a pieno titolo, anche se, appena arriverà la sentenza di merito, la presenza in Gae cadrà. Solo i docenti in possesso di diploma magistrale già destinatari di sentenze di merito sfavorevoli, non potranno presentare istanza di aggiornamento in forza di quanto disposto dalle Adunanze Plenarie del Consiglio di Stato del 20 dicembre 2017 n. 11 e del 27 febbraio 2019 n. 5.
E’ possibile dunque chiedere :
·    la permanenza e/o l’aggiornamento del punteggio con cui è inserito in graduatoria;
·    Il reinserimento in graduatoria (docenti depennati per non aver presentato domanda di aggiornamento)
·    Il trasferimento da una provincia ad un’altra, anche per i docenti inseriti con riserva
NB: La mancata presentazione della domanda comporta la cancellazione dalla graduatoria per gli anni scolastici successivi.                                                                  
Aggiornamento punteggio Al punteggio già posseduto si aggiunge quello relativo ai nuovi titoli e servizi conseguiti successivamente al 10 maggio 2014 ed entro la data di scadenza del termine di presentazione delle domande, ovvero a quelli già posseduti, ma non presentati entro la suddetta data del 10 maggio 2014. I servizi svolti, successivamente, a quest’ultima data, debbono essere dichiarati solo se l’aspirante non abbia raggiunto, per l’anno scolastico 2013/2014, il punteggio massimo consentito.                                                                                                                        
Aggiornamento graduatorie di istituto di I fascia. In contemporanea si aggiorneranno anche le graduatorie di istituto di I fascia.  Successivamente per la costituzione delle graduatorie di istituto di prima fascia sarà possibile effettuare la scelta delle sedi tramite POLIS nel periodo compreso tra il 15 luglio ed il 29 luglio 2019.

COBAS SCUOLA TERNI

Invalsi, contrordine scolari!


A meno che non avessero una maestra scioperante o obiettrice o genitori contrari, tutti i frequentanti e le frequentanti della scuola italiana che oggi hanno tra 9 anni e 18 anni, quando ne avevano 7, hanno fatto la prova Invalsi sulla velocità di lettura: hanno gareggiato con il cronometro per riconoscere più parole possibili nei 2 minuti prescritti dal protocollo. Eppure tutte le esperienze suggeriscono percorsi di sviluppo e consolidamento delle capacità di lettura basate sul piacere, sulla calma, non certo su un training di tipo sportivo. Ma perché l’Invalsi ha deciso di non fare più eseguire quella prova senza fornire spiegazioni? “Chi glielo deve dire ora a tutti i docenti (e i dirigenti) che in questi anni hanno esaltato le prove Invalsi come esempi didattica razionale – scrive Gianluca Gabrielli -, che non era così? Chi lo deve dare il “contrordine”? Quanto tempo manca al momento in cui quegli stessi scienziati, che ora rimangono furbescamente in silenzio, si accorgeranno che anche le altre prove Invalsi hanno prodotto danni alla scuola italiana più che vantaggi?…”
di Gianluca Gabrielli*
Contrordine scolari! L’Invalsi e la velocità di lettura che non serve più.
Ormai ci stiamo avvicinando ai vent’anni di ingresso nella scuola italiana dei test Invalsi. Nel 2001 infatti iniziano i primi test, a campione, per poi divenire nel 2005 obbligatori, prima di tutto nella scuola primaria. Da quel momento le prove invalsi non mancano mai tra le incombenze assegnate agli insegnanti italiani. Si tratta generalmente di prove lettura e comprensione e di quesiti matematici a risposte multiple. Attraverso i dati che scaturiscono da queste provel’Invalsi si illude di misurare la qualità della scuola italiana. Con l’alterigia di chi si presenta come indiscutibile autorità scientifica, l’istituto restituisce alle scuole i dati percentuali relativi alle risposte attribuendo ad essi valore di valutazione oggettiva del sistema e sollecitando l’adesione a corsi di formazione, piani di miglioramento e riorganizzazioni della didattica per ovviare alle carenze riscontrate.L’Invalsi insomma agisce come un superministero scientifico del controllo della qualità scolastica.
La prova di velocità di lettura
Dal 2008 al 2017 tra i test è stata inclusa una prova preliminare di lettura per i bambini e le bambine di seconda classe della scuola primaria.
L’esercizio viene esplicitamente previsto come prova di velocità, eseguita sotto gli occhi dei «somministratori» provvisti di cronometro. Gli insegnanti infatti, trasformati in operatori scientifici per conto dell’Invalsi, devono procurarsi il contasecondi e lo svolgimento della prova è organizzato alla maniera delle competizioni sportive, come si legge nel «Manuale per il somministratore», invariato da anni:
«Dare il via dicendo “Ora girate la pagina e cominciate” e far partire il cronometro, iniziando a contare i due minuti previsti per lo svolgimento della prova preliminare. È fondamentale in questa prova rispettare rigorosamente il tempo di somministrazione. Trascorsi i due minuti, dire agli allievi di posare subito la penna e chiudere i fascicoli. Passare a ritirarli, rassicurando coloro che non fossero riusciti a portare a termine la prova, ribadendo loro che ciò non deve essere motivo di preoccupazione alcuna [sottolineature nell’originale]»[1].
Non tutti gli insegnanti hanno aderito con fede positivista alle verità sostenute dall’Invalsi. Alcuni hanno contestato fin dall’inizio diversi aspetti di questa «testificazione» di massa degli studenti, mostrando contraddizioni e pericoli insiti in questa pratica. Uno degli oggetti di tali critiche è stata proprio la prova di lettura cronometrata.
Le critiche alla lettura cronometrata
Quali erano le critiche che si appuntavano su questa prova?
Il fattore velocità interferisce negativamente sull’apprendimento della lettura. Il bambino si emoziona e si angoscia, “fa la gara” invece di impegnarsi con tranquillità per portare a termine il suo compito. Solitamente, quelle poche volte in cui occorre avere elementi certi sulla rapidità e qualità della decodifica dei testi da parte di un bambino, l’insegnante li raccoglie senza mostrare il cronometro; il suo uso esplicito invece trasmette l’idea che la lettura sia un pratica frettolosa[2]. La rapidità di lettura non può essere vista come l’effetto di untrainingche miri alla rapidità, mentre dalla prova predisposta per le seconde emerge proprio questa errata immagine “muscolare” della capacità di lettura.
Tutte le esperienze suggeriscono percorsi di sviluppo e consolidamento delle capacità di lettura basate sul piacere, sulla calma, non certo su un training di tipo sportivo. Non a caso per tutto il percorso della scuola primaria rimane estremamente importante la pratica dell’ascolto di un testo letto dall’insegnante, in modo da mantenere alto il godimento della lettura in una fase dell’apprendimento in cui la capacità strumentale è ancora bassa. Quindi l’importanza attribuita alla performance cronometrica di una prova di lettura rischia di venire percepita dai bambini e dalle bambine, nonché dai docenti più influenzabili, come un’indicazione di teoria didattica, una buona pratica da replicare nelle lezioni, magari sostituendo gare di lettura veloce a momenti di lettura rilassata.
Inoltre occorre riflettere sul particolare delritiro della provache viene prescritto nel test una volta trascorsi i due minuti concessi ai bambini. Come si legge nel Manuale del somministratore, i docenti devono «dire agli allievi di posare subito la penna e chiudere i fascicoli [e] passare a ritirarli». Per comprendere quanto questo aspetto, apparentemente trascurabile, possa risultare invece drammatico per un bambino o una bambina di sette anni bisogna fare uno sforzo di decentramento cognitivo: immaginiamo, da adulti, di andare ad effettuare un concorso importante per il nostro futuro insieme ai nostri migliori amici e amiche, e proviamo a pensare che i tempi di cui ritenevamo di aver bisogno per mostrare la nostra preparazione siano fortemente contingentati e che quindi, prima del termine del nostro svolgimento, gli organizzatori ci intimino di «posare subito la penna e chiudere i fascicoli», indi passino a ritirarli «rassicurando [noi] che non [siamo] riusciti a portare a termine la prova». Ci sentiremmo rassicurati?[3]
Un ricordo
Negli ultimi anni anche a me è capitato più volte di esprimere critiche rispetto ai test. In particolare però mi è rimasto in mente uno specifico episodio, credo svoltosi nel 2012. In quell’anno ho avuto il piacere di esprimere le mie perplessità su questo e su altri aspetti dei test proprio al signor Roberto Ricci in persona, esperto di statistica e uno dei maggiori responsabili dell’Invalsi, in un incontro pubblico organizzato da una illuminata dirigente di una scuola modenese per mostrare ai genitori due punti di vista a confronto su questi test (il confronto di merito sui test rimane purtroppo una pratica democratica quasi inesistente nel mondo della scuola). Ricordo bene che allora, tra i numerosi elementi critici che sollevai in merito alle prove, si parlò anche di rapidità di lettura, con le argomentazione espresse in precedenza. Devo ammettere che non ebbi l’impressione di convincere il signor Ricci, anche se molti dei genitori in sala mostravano di apprezzare più le argomentazioni critiche della difesa del responsabile Invalsi. Tant’è.
Negli anni seguenti le prove di velocità per scolari di seconda elementare sono continuate ad ogni tornata di test.Sempre obbligatorie, sempre rivolte a tutte le bambine e i bambini italiani. A meno che non fossero malati nei giorni delle prove, o non avessero una maestra scioperante o obiettrice o genitori contrari, tutti i frequentanti e le frequentanti della scuola italiana che oggi hanno tra nove anni e diciotto anni hanno fatto quella prova, hanno gareggiato con il cronometro per riconoscere più parole possibili nei due minuti prescritti dal protocollo.
La svolta
Dallo scorso anno però c’è una novità. L’Invalsi dopo undici anni ha deciso di non fare più eseguire la prova di lettura a tutti. La gara di velocità per leggere parole verrà fatta cioè solo nelle classi campione, un ristretto numero scelto con criteri statistici.
Di primo acchito non c’è che da gioirne. Finalmente i bambini non subiranno più lo stress della lettura agonistica, potranno di nuovo cominciare a pensare che anche il grande papà Invalsi non li riterrà dei buoni a nulla se leggeranno lentamente, potranno tranquillamente rileggere le frasi che non capiscono, oppure godersi lentamente una lettura particolarmente appassionante. Finalmente una bella notizia per la scuola elementare italiana. Certo, la dimensione della velocità di esecuzione rimane costitutiva di tutte le prove Invalsi, il paradigma che lega la competenza alla rapidità rimane intatto; eppure, come non essere contenti che almeno le piccole e i piccoli non debbano più essere sottoposti a quella prova aberrante?
Ma, superata la tenue euforia, viene da chiedersi il motivo di questo cambiamento. Come mai, cioè, all’Invalsi non interessa più testare quella abilità, dopo undici anni di «somministrazione»?
Le risposte possibili sono due.La prima ipotesiè che tale prova fosse assolutamente indispensabile fino a due anni fa per poter studiare con oggettività scientifica le qualità di lettori dei bambini italiani, mentre dallo scorso anno non lo è più peruna positiva evoluzione antropologica della capacità di lettura dell’infanzia nazionale, finalmente cresciuta a livelli tali da non dover essere più misurata in maniera totalitaria. In questo caso non potremmo che esserne felici; ma, se così fosse, perché l’Invalsi non ce lo avrebbe comunicato con corredo di statistiche e cori solenni?
La seconda ipotesiè un po’ meno trionfale. Forse i tecnici dell’Invalsi si sono accorti che…di quei dati non avevano bisogno... e quindi – semplicemente – hanno smesso di raccoglierli. A questa seconda ipotesi potremmo aggiungere un ingenuo corollario: non è che –dopo che per undici anni abbiamo sostenuto le ragioni della dannosità di questo esercizio per il curricolo di lettura dei bambini italiani – i tecnici dell’Invalsi, con tempismo quasi ministeriale, hanno capitoe hanno preso le decisioni conseguenti? Vuoi vedere che il buon Ricci – rimuginate un po’ le argomentazioni di quel pomeriggio nella scuoletta modenese – si è alfine ricreduto?
La responsabilità degli «scienziati» e la nostra
Dall’Invalsi fino ad oggi non è stata espressa – che io sappia – nessuna motivazione del cambiamento. Non sappiamo quindi se si tratti della prima o della seconda ipotesi. Se però la prima ipotesi non fosse quella giusta, rimane il quesito più inquietante. Rimane cioè da chiedersi perché gli scienziati che decidono di obbligare per undici anni di seguito tutti i bambini e le bambine di seconda elementare d’Italia a fare una prova di lettura assurda, quando poi scoprono che si tratta di un’esperienza inutile o dannosa, cancellano la prova senza dire nulla, senza una riflessione pubblica né una minima ammissione dei propri errori o della propria insipienza.Chi glielo deve dire ora a tutti i docenti (e i dirigenti) che in questi anni hanno esaltato le prove Invalsi come esempi didattica razionale, che non era così?Chi lo deve dare il “contrordine”?
Quanto tempo manca al momento in cui quegli stessi scienziati, che ora rimangono furbescamente in silenzio, si accorgeranno che anche le altre prove Invalsi hanno prodotto danni alla scuola italiana più che vantaggi? E quando accadrà, rimarranno anche allora in silenzio, senza dare spiegazioni delle loro scelte? Chi ci rimborserà dei loro errori? Ma soprattutto noi insegnanti, che queste cose le sappiamo, dobbiamo davvero aspettare che ce lo dica l’Invalsi che queste prove fanno solo danni?
Note
1Il testo è identico nelle versioni del 2012 e del 2018; Manuale per il somministratore. Prove Invalsi 2018. II e V primaria, , (04/2019).
2Purtroppo negli ultimi anni prendono forza pratiche legate all’educazione alla lettura che sollecitano esplicitamente la rapidità: un esempio per tutti il peraltro bel programma per esercitare la lettura al computer Reading trainer 2 di «Ridinet», «servizio online per il trattamento dei dsa e dei disturbi del linguaggio», usato dai servizi di neuropsichiatria di Bologna, che al termine della lettura mostra contatore di errori e tempo, ma che offre all’operatore la possibilità di nascondere solamente il contatore di errori, «per non demotivare il bambino», mentre non prevede alternative rispetto al grosso cronometro che compare al termine della lettura ed evidenzia il risultato relativo alla velocità; Ridinet, Anastasis Società Cooperativa Sociale, , (04/2019).
3Ovviamente queste riflessioni sono fatte avendo come riferimento il bambino o la bambina nella propria classe con le proprie maestre in una situazione tranquilla: il tutto quindi peggiora ulteriormente in situazione “in vitro” come quella che chiede di organizzare l’Invalsi, con osservatori esterni, in aule diverse, separando i banchi,…
*Gianluca Gabrielli è storico e insegnante di scuola primaria. Il suo ultimo libro èEducati alla guerra. Nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia nella prima metà del Novecento(Ombre corte, 2016), dal quale è trattal’omonima mostra. Altri suoi articoli sono leggibiliqui.
Ha aderito alla campagna di sostegno di Comune “Ricominciamo da tre.”

120mila supplenze per il 2019/20, le classi di concorso più richieste. Via ai concorsi

– Molti i posti che saranno vuoti il prossimo anno scolastico. Molti i docenti che saranno impegnati in supplenze, ma anche nei procedimenti dei concorsi a cattedra che il Ministero ha anticipato voler avviare in tempi brevi. Il punto.
Quante saranno le supplenze per il prossimo anno scolastico?
Secondo alcuni dati diffusi in rete, solo considerando i 40 mila pensionamenti, le 33 mila mancate immissioni in ruolo della scorsa estate e i 50 mila posti in deroga, si arriva ad oltre 120 mila supplenze annuali, in parte con scadenza 30 giugno 2020 ed in parte 31 agosto sempre 2020.
Cifre non indifferenti che alimenteranno il fenomeno del precariato che l’attuale maggioranza vuole affrontare attraverso i concorsi a cattedra.
Posti a Nord
Secondo quanto riportato dal Sole24Ore, alla secondaria ” i posti principali saranno in Lombardia, Piemonte e Veneto. Le classi di concorso più gettonate: matematica e scienze (A028), italiano, storia, geografia (A022), discipline letterarie alle superiori (A012) e sostegno.”
I concorsi, come annunciato dal Ministro, punteranno soprattutto sulle regioni in cui ci saranno posti disponibili e nelle classi di concorso per le quali si cercano insegnanti.
Gli aspiranti docenti, quindi, dovranno scegliere con oculatezza, considerando anche i vincoli del Decreto Legislativo n. 59/2017 che costringerà quanti vinceranno il concorso ad una permanenza di 5 anni nella stessa scuola.
Via ai concorsi
Già partita la selezione per diventare docenti di sostegno, con il TFA gestito dalle Università. Già annunciati i concorsi per infanzia e primaria (forse a maggio/giugno), e per la secondaria. Per quat’ultimo concorso i tempi sono ancora indefiniti e più lunghi. Molti i nodi da sciogliere, a partire dalla possibilità per i docenti di III fascia delle GI di poter partecipare senza prova preselettiva e di avere una percentuale di posti riservati.
I posti messi a bando per infanzia e primaria saranno 16.959, quelli per la secondaria 48.636

Mentre i Cinque si sono ritirati, i COBAS confermano lo sciopero generale della scuola per il 17 maggio

Manifestazione nazionale a Roma, a Montecitorio (ore 10)

I sindacati-scuola della Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno accettato il pacchetto di fuffa propinato loro dal presidente del Consiglio Conte ed hanno revocato lo sciopero indetto insieme a noi e ad altri sindacati per il 17 maggio. Particolarmente clamorosa è stata l'accettazione da parte dei Cinque delle promesse sul punto fondamentale dello sciopero, la regionalizzazione. Il governo ha scritto che verrà rispettata la Costituzione - e vorremmo vedere - in quanto "si impegna a salvaguardare l'unità e l'identità del sistema nazionale di istruzione garantendo lo status giuridico di tutto il personale regolato dal CCNL". Ossia, l'ovvio, mentre le ulteriori aggiunte per "garantire la tutela dell'unitarietà degli ordinamenti statali e dei curriculi...e il sistema di reclutamento", non impegnano seriamente il governo: "unitarietà" non significa "unità" ma al massimo alcune regole comuni generali e poi differenze significative su tutto il resto. Mentre, se si è davvero contro la regionalizzazione, l'unico impegno che conta è quello di far uscire l'istruzione dalla legge sull'"autonomia differenziata". Fuffa totale è anche il punto sulla vicenda contrattuale e salariale. Infatti il governo si limita solo ad un generico impegno "per reperire risorse in occasione della legge di bilancio 2020": promessa ridicola, non suffragata nè da cifre nè da dati credibili, ancor più risibile se si tiene conto che negli ultimi anni docenti ed Ata hanno perso oltre il 20% di salario reale e un investimento che dovesse anche solo riportare i salari a livello del decennio scorso esigerebbe un impegno sostanziale dei ministri economici nella prossima Legge di bilancio di cui non c'è il minimo sentore. Fuffa al 100% anche per gli ATA, niente sulla carenza degli organici, niente sui sovraccarichi di lavoro, sugli stipendi da fame, sugli orari e sulle mansioni, ma solo una promessa di ulteriore gerarchizzazione, in particolare verso i DSGA. L'unico punto dove lo sforzo truffaldino è un po' più sofisticato è quello riguardante la stabilizzazione dei precari, laddove si promettono in futuro percorsi privilegiati per chi ha i 36 mesi di insegnamento ("il governo individuerà adeguate modalità per agevolare l'immissione in ruolo del personale docente con esperienze di servizio di almeno 36 mesi") ma per il qui ed ora ("transitoriamente") si parla solo di concorsi "riservati selettivi", ben sapendo che percorsi del genere "selettivi" sono già stati attivati per i prossimi mesi. Appare dunque lampante che: a) ai Cinque sindacati di lottare sul serio contro la regionalizzazione non è mai davvero interessato e hanno recitato questa sceneggiata solo per affermare la loro presenza sulla scena nazionale; b) Conte non può sfidare nè il "dominus" vero del governo, e cioè Salvini, nè il "sub-dominus" Di Maio, non sapendo neanche se resterà a Palazzo Chigi dopo le Europee. Ma è altrettanto evidente l'effetto immediato della vergognosa resa dei Cinque: subito dopo l'annuncio del ritiro, Salvini ha rilanciato l'imposizione, rivolta ai subordinati a 5 Stelle, di far approvare la regionalizzazione addirittura prima delle elezioni europee. A riprova di quanto sia importante che lo sciopero del 17 maggio, ultima possibilità per i lavoratori/trici della scuola di bloccare la catastrofica regionalizzazione, sia massimamente partecipato, malgrado la ritirata dei sindacati concertativi che ancora una volta hanno dimostrato quanto sia utile per i governi avere di fronte sindacativi "collaborativi".

Conseguentemente, i COBAS confermano e rilanciano lo sciopero della scuola per il 17 maggio contro la regionalizzazione dell'istruzione, ma anche per un contratto con aumenti salariali che recuperino almeno il 20% di salario reale perso negli ultimi anni; per l'assunzione di tutti/e i precari/e con 36 mesi di servizio; per l'aumento degli organici ATA; per dire NO all'Invalsi come strumento di valutazione delle scuole, dei docenti e degli studenti, inseguendo la disastrosa "didattica delle competenze", e No ai sorteggi che ridicolizzano l'Esame di Stato. Invitiamo a scioperare con noi anche gli iscritti/e dei Cinque davvero intenzionati a battersi contro la distruttiva regionalizzazione, oltre che per un contratto con consistenti recuperi salariali e per l'assunzione stabile di tutti i precari.

Nella stessa giornata, insieme ad altre organizzazioni che hanno mantenuto lo sciopero per il 17 maggio e ad associazioni che si battono contro la regionalizzazione, effettueremo una manifestazione nazionale a Roma a Montecitorio, di fronte al Parlamento a partire dalle ore 10. Manifestazioni regionali si terranno a Bologna e a Napoli.

La Confederazione Cobas aderisce e partecipa alla manifestazione del 4 maggio a Taranto contro le devastazioni ambientali.

La Confederazione Cobas aderisce e partecipa alla manifestazione del 4 maggio a Taranto contro le devastazioni ambientali. 
Lo fa in coerenza con la propria linea, dato che da sempre la scrivente si è schierata per la chiusura delle fonti inquinanti e contro uno modello di sviluppo basato sull’industria pesante che sta condannando a morte questo territorio; e per quanto riguarda la ex Ilva ha sempre dichiarato che i lavoratori diretti e dell’indotto vanno reimpiegati nelle bonifiche, giusto per venire fuori dalla strumentale contraddizione fra salute e lavoro.
Per quel che riguarda le bonifiche è da troppi anni che se ne blatera a sproposito senza mai intervenire fattivamente. Intanto i dati resi pubblici da istituzioni indipendenti sulla situazione ambientale e sanitaria è sempre più drammatica. Infatti e ad esempio, sono di queste giorni le notizie secondo le quali Taranto è la prima in Italia per tumori ai lavoratori che operano in aziende inquinanti, oppure che Arcelor Mittal emette il 92% in più di alcuni agenti inquinanti e cancerogeni, che il livello di diossina nelle cozze è aumentato e che nel raggio di 20 chilometri dall’ex Ilva non si può fare né agricoltura né allevamento di bestiame!
A questo quadro bisogna aggiungere che i disoccupati nella provincia sono 120.000, la precarietà è diffusissima e i giovani emigrano che dovrebbero essere il futuro emigrano sempre più in massa anche perché non c’è una università degna di tal nome.
Per cui è ora di dire basta per non arrivare ad un punto di non ritorno al quale siamo molto vicini.
Per questo è necessario programmare un altro modello di sviluppo che combaci con le naturali vocazione del territorio. Dunque si deve partire inevitabilmente dalla chiusura delle fonti inquinanti e con un piano di bonifiche serio e di lunga durata. La riconversione industriale può anche prevedere la produzione dell’acciaio ma questo va fatto con sistemi che esistono e che sono ad impatto ambientale praticamente zero tipo forni elettrici etc.. Taranto è stata capitale della Magna Grecia e quindi investire in cultura dotando il territorio di una università degna di tale nome e che sia legata alle esigenze del territorio con facoltà tipo università del mare, ed anche un polo che studi gli effetti ambientali devastanti dell’industria pesante che può diventare di valore internazionale. Taranto può diventare una città pienamente a vocazione turistica date le sue peculiarità a partire dalla presenza dei famosi due mari. Ed ovviamente non di un turismo di elitè che prevede la gentrificazione (cosa che sta già accadendo). Uno sviluppo della portualità che non sia legata come ora al quasi totale servizio dell’industria pesante. Un ritorno all’agricoltura, all’allevamento di bestiame, alla maricoltura, alla mitilicoltura dopo un piano di bonifiche che preveda investimenti seri di risorse pubbliche, risorse che, invece, nel corso dei vari decenni sono stati utilizzare per mantenere un modello di sviluppo insostenibile.
Infine si comunica che la scrivente Organizzazione sindacale è stata convocata, insieme alle altre Organizzazioni Sindacali del Territorio di Taranto il 7 maggio a Roma in Commissione del Senato Industria, Turismo Commercio per presentare proposte per le aree di crisi industriale. La scrivente, in coerenza con la propria linea, porterà le stesse posizione rappresentate in questo comunicato con annessi una serie di dati tecnici a supporto delle proprie tesi e proposte. Si aggiunge che certamente la posizione della scrivente sarà una voce orgogliosamente fuori dal coro dato che le altre Organizzazioni Sindacali convocate sono le stesse che hanno firmato il famigerato accordo del 6 settembre 2018 col quale stanno permettendo ad Arcelor Mittal di continuare ad inquinare, oltre che continuare a tenere i lavoratori sotto fortissimo ricatto occupazionale.

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