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INVALSI: adesso è il computer a giudicare gli studenti (anche per i quesiti aperti)

Dal 2018, per effetto di un decreto delegato della Buona Scuola (62/2017), le prove, svolte dagli alunni di terza media al computer nelle scuole, sono corrette automaticamente, a livello centrale. Il computer dell’Invalsi riceve le prove appena svolte, poi corregge, misura e valuta, esprimendo un giudizio di merito in livelli che descrivono le prestazioni cognitive del singolo alunno, giudizio che viene restituito individualmente attraverso la Certificazione delle competenze di fine primo ciclo. Cosa significa in pratica? Per allontanare lo spettro della “copiatura” (cheating) gli alunni non rispondono alle stesse domande e l’equità del punteggio finale è affidata a un complesso modello statistico (i cui limiti e le cui falle sono note). Non solo, ma sulla base di questi punteggi il computer redige un esteso giudizio qualitativo sull’allievo che tocca valutazioni sulla sua capacità di comprendere il testo, cogliendone anche il tono, per esempio ironico o polemico. Che la correzione automatica sia estesa ai “Quesiti aperti a risposta articolata” non può che aumentare le perplessità. Ricordiampo che una analoga certificazione delle competenze è prevista pure per il secondo ciclo, come avevamo segnalato qui. Nel frattempo, Invalsi procede con la sperimentazione della misurazione delle soft skills delle creature piccole. Alla standardizzazione si stanno dunque accompagnando l’automazione e la profilazione. A quali principi educativi, a quale didattica, a quale pedagogia rispondono queste nuove, inaccettabili, misure?
Nelle pagine seguenti sono presentati i risultati campionari delle prove INVALSI condotte nella primavera di quest’anno. Mentre è consueta la modalità di presentazione e il periodo in cui questo avviene – il primo giovedì di luglio – quest’anno sono state introdotte e realizzate importanti novità così come previsto dal Decreto Legislativo 62/2017.  Si tratta di innovazioni che hanno cambiato notevolmente la prassi delle prove e riguardano 4 aspetti:
  1. la separazione delle prove dall’esame di Stato della terza secondaria di primo grado, così come richiesto dalle scuole, ma nello stesso tempo con l’obbligo per gli alunni di parteciparvi;
  2. l’introduzione della prova di Inglese per il grado 5 (quinta primaria) e per il grado 8 (terza secondaria di primo grado);
  3. la realizzazione delle prove al computer nel grado 8 e nel grado 10, con correzione centralizzata delle prove stesse;
  4. la restituzione individuale dei risultati delle prove del grado 8 non più con punteggi, ma per livelli descrittivi delle prestazioni cognitive proprie di ciascun livello.  La rilevanza di queste innovazioni si articola su diversi piani.
In primo luogo la separazione dei due momenti – quello delle prove INVALSI e quello degli esami finali – consente due risultati “puliti”, nel senso che non sono “mischiati” nel voto finale, così come era accaduto sinora, ma sono registrati in due diverse attestazioni. [ … ]
L’introduzione delle prove al computer (meglio note con la sigla CBT, computer based test) comporta inoltre diversi vantaggi.
Il primo vantaggio è dato dalla possibilità di realizzare prove diverse ed equivalenti dal punto di vista misuratorio, che impediscono la collaborazione durante l’esecuzione. Un secondo vantaggio è la correzione automatica che si traduce in minor carico di lavoro dei docenti, anche questo più volte richiesto dai docenti. Tanto la diversità delle prove che la correzione automatica contribuiscono a ridurre, sin quasia farlo sparire, il cheating, vale a dire l’adozione di comportamenti opportunistici, degli studenti o degli stessi docenti, e a ottenere una maggiore autenticità dei risultati. È importante sottolineare anche la valenza etica ed educativa di questo importante cambiamento.
La restituzione per livelli descrittivi rappresenta probabilmente la novità che avrà maggiori conseguenze sul piano della didattica e sul lavoro dei docenti. Riconoscere quanto “hanno reso” le proposte didattiche messe a punto da ciascun docente, mediante la lettura della collocazione dei propri alunni nei diversi livelli, risulterà un dato particolarmente importante per poter correggere il tiro, se necessario, avendo come riferimento le operazioni cognitive che sono indicate in ciascun livello.
Ciò infine consentirà anche un dialogo più diretto tra docenti di discipline diverse che potranno confrontarsi proprio sulle operazioni cognitive che ciascuna disciplina può promuovere e sui diversi punti di contatto che possono rilevarsi.
Come si vede, si sta delineando un quadro molto innovativo e rivolto all’effettiva promozione del miglioramento della nostra scuola, a partire dalla funzione eminentemente informativa che la valutazione riveste.”  (Anna Maria Ajello, Rapporto Nazionale Prove Invalsi 2018, pp. 3-4)
Ho evidenziato in neretto le parti dell’introduzione della Presidente dell’Invalsi su cui intendo ragionare in questo mio articolo.
Si tratta di questa importante novità: dal 2018 i test Invalsi di grado 8, ovvero di terza media, sono computer based (CBT) e restituiscono, oltre alla tradizionale misurazione quantitativa dei risultati degli apprendimenti degli alunni – con l’attribuzione di un punteggio su una scala quantitativa (Rasch) – anche una loro valutazione qualitativa – con l’attribuzione di un livello da 1 a 5, a seconda del minore o maggiore livello di competenza dimostrato nella prova.
Cosa significa in dettaglio? Significa che le prove, svolte dagli alunni al computer nelle scuole, sono corrette automaticamente, a livello centrale. Il computer dell’Invalsi riceve le prove appena svolte, poi corregge, misura e valuta, esprimendo un giudizio di merito in livelli che descrivono le prestazioni cognitive del singolo alunno, giudizio che viene restituito individualmente attraverso la Certificazione di fine ciclo.
Infatti, come riporta il documento aggiornato al 5 settembre 2018, in merito all’organizzazione e somministrazione delle prove Invalsi CBT, “gli esiti delle prove INVALSI confluiscono nella Certificazione delle competenze in livelli descrittivi distinti per Italiano, Matematica e Inglese, secondo l’art. 9, c. 3, lettera f del D. Lgs. 62/2017 e l’art. 4 del D.M. 742 del 3.10.2017). Ai sensi dell’art. 4, c. 2 e c. 3 del D.M. 742/2017, INVALSI predispone e redige una sezione della Certificazione delle competenze. Tale certificazione è disponibile sul portale SIDI secondo modi e tempi definiti dal MIUR in base a quanto previsto dal D. Lgs. n. 62/2017″.
Insomma la novità è che, dal 2018, il computer, con l’algoritmo Invalsi, misura, valuta, giudica e certifica. Siamo sicuri che vada bene così? Che i nostri studenti siano giudicati da un computer? Che questo giudizio sia ufficializzato in una Certificazione? E ancora, come funziona l’algoritmo Invalsi?
La Certificazione delle competenze di fine ciclo rilasciata da Invalsi è un documento ufficiale, che si accompagna al diploma rilasciato al termine degli Esami di Stato di terza media. Sembra un provvedimento neutrale ma non lo è. Non sappiamo cosa ci riserva il futuro. Non sappiamo se e quanto questa Certificazione potrà pesare sul prosieguo della carriera scolastica di ogni alunno. Non sappiamo se questa novità, per ora limitata alla terza media, diventerà una prassi rispetto alle ulteriori quattro batterie di test censuarie che attualmente gli alunni svolgono. Non sappiamo se questa esperienza farà da modello alla rilevazione Invalsi dell’ultimo anno delle scuole superiori, sostituendosi, potenzialmente, al titolo rilasciato dopo l’Esame di Stato conclusivo, e magari diventando dirimente per l’accesso ai percorsi universitari o per l’inserimento nel mondo del lavoro.
Quello che sappiamo però è che si tratta di un’operazione distopica, totalmente computerizzata, fatta con un algoritmo che non conosciamo e che Invalsi deve rendere noto e deve spiegare. Quello che sappiamo è che davvero, come dice Ajello, questo cambiamento ha una rilevanza etica ed educativa. Ma non perché si risparmia lavoro ai docenti (ed è gravissimo che nel Rapporto nazionale 2018 si affermi questo).
Qui stiamo parlando di una valutazione – ribadisco, non più solo una misurazione – fatta da un computer. Una valutazione fatta da un computer che costituisce una Certificazione con valore legale.
Ma ci rendiamo conto di quali siano le implicazioni culturali, etiche, giuridiche, politiche di tutto questo?
Vorrei aggiungere un ulteriore elemento di riflessione, a partire dall’analisi della misurazione computerizzata (e relativa valutazione e certificazione) delle competenze di Italiano degli studenti di terza media. Questi sono, testualmente, i 5 livelli del giudizio declinati da Invalsi:
  • Livello 1) L’allievo/a individua singole informazioni date esplicitamente in parti circoscritte di un testo. Mette in relazione informazioni facilmente rintracciabili nel testo e, utilizzando anche conoscenze personali, ricava semplici informazioni non date esplicitamente. Conosce e usa le parole del lessico di base, e riesce a ricostruire il significato di singole parole o espressioni non note ma facilmente comprensibili in base al contesto. Svolge compiti grammaticali che mettono a fuoco un singolo elemento linguistico, e in cui è sufficiente la propria conoscenza naturale e spontanea della lingua. L’esito conseguito dall’allievo/a nella prova non consente il raggiungimento del livello 1.
  • Livello 2) L’allievo/a individua informazioni date esplicitamente in punti anche lontani del testo. Ricostruisce significati e riconosce relazioni tra informazioni (ad esempio, di causa-effetto) presenti in una parte estesa di testo. Utilizza elementi testuali (ad esempio, uso del corsivo, aggettivi, condizionale, congiuntivo) per ricostruire l’intenzione comunicativa dell’autore in una parte significativa del testo. Conosce e usa parole ed espressioni comuni, anche astratte e settoriali, purché legate a situazioni abituali. Svolge compiti grammaticali in cui la conoscenza naturale e spontanea della lingua è supportata da elementi di riflessione sugli aspetti fondamentali della lingua stessa.
  • Livello 3) L’allievo/a individua una o più informazioni fornite esplicitamente in una porzione ampia di testo, distinguendole da altre non pertinenti. Ricostruisce il significato di una parte o dell’intero testo ricavando informazioni implicite da elementi testuali (ad esempio, punteggiatura o congiunzioni) anche mediante conoscenze ed esperienze personali. Coglie la struttura del testo (ad esempio titoli, capoversi, ripartizioni interne) e la funzione degli elementi che la costituiscono. Conosce e usa parole ed espressioni comuni, anche non legate a situazioni abituali. Conosce e utilizza le forme e le strutture di base della grammatica e la relativa terminologia.
  • Livello 4) L’allievo/a riconosce e ricostruisce autonomamente significati complessi, espliciti e impliciti. Riorganizza le informazioni secondo un ordine logico-gerarchico. Comprende il senso dell’intero testo e lo utilizza per completare in modo coerente una sintesi data del testo stesso. Coglie il tono generale del testo (ad esempio, ironico o polemico) o di sue specifiche parti. Padroneggia un lessico ampio e adeguato al contesto. Conosce e utilizza i principali contenuti grammaticali e li applica all’analisi e al confronto di più elementi linguistici (parole, gruppi di parole, frasi).
  • Livello 5) L’allievo/a riconosce e ricostruisce autonomamente significati complessi, espliciti e impliciti in diversi tipi di testo. Coglie il senso del testo al di là del suo significato letterale, e ne identifica tono, funzione e scopo, anche elaborando elementi di dettaglio o non immediatamente evidenti. Riconosce diversi modi di argomentare. Mostra una sicura padronanza lessicale e affronta compiti grammaticali che richiedono di analizzare e confrontare strutture linguistiche complesse, tenendo sotto controllo contemporaneamente più ambiti della grammatica (ad esempio, sintassi e morfologia)
Qual è, a mio avviso, analizzando questi descrittori – che, ripeto, configurano il giudizio che il computer dà al test Invalsi di Italiano del singolo alunno – l’elemento più significativo? Il fatto che, all’aumentare dei livelli, non solo dovrebbe aumentare la capacità di comprensione degli aspetti formali del testo, ovvero della sua struttura, ma si determinerebbe anche, attestata ai livelli più alti, la comprensione profonda del senso del testo, dei suoi significati complessi, molteplici, espliciti e impliciti, al di là del suo significato letterale. Tutto questo, lo sappiamo, avviene attraverso processi di astrazione, interpretazione, formulazione di inferenze, elaborazione di ipotesi. Un complesso sistema di operazioni che afferisce alla dimensione simbolica – soggettiva – della mente umana.
Sono in grado i test Invalsi di esplorare questa dimensione, visto che la misurano, la valutano e la certificano? Vediamo come sono costruiti e formulati i quesiti, citando testualmente dal ‘Quadro di Riferimento di italiano’ disponibile sul sito Invalsi:
Nelle prove Invalsi di Italiano vengono utilizzati quesiti di due tipi: a risposta chiusa, nei quali lo studente deve scegliere la risposta corretta tra più alternative date, e a risposta aperta, nei quali lo studente deve formulare lui stesso la risposta.
I quesiti a risposta chiusa sono: a scelta multipla (QSM); a scelta multipla complessa (QSMC); quesiti nei quali lo studente deve stabilire delle corrispondenze (matching), riordinare gli elementi; inserire parole scelte da una lista (cloze). I quesiti a risposta aperta sono: a risposta univoca; a risposta articolata, comunque predeterminata in una lista, con un numero massimo di parole o caratteri ammessi, in un range di ‘accettabilità’ qualitativa e quantitativa riconoscibile dall’algoritmo.
Ebbene, io credo che in questo modo, sopra descritto, non sia possibile esplorare, e tanto meno restituire, racchiuso in un giudizio di valore espresso da un computer, la dimensione simbolica, interpretativa e soggettiva della mente dei nostri studenti. Attribuire su questa base un livello da 1 a 5 di valutazione delle “prestazioni cognitive” in Italiano dei bambini di terza media è un atto inaccettabile, a livello scientifico, etico, giuridico e politico.
Io credo che tutta questa operazione automatizzata di misurazione, valutazione, espressione di un giudizio e Certificazione delle competenze di fine ciclo vada interrotta perché è tossica. Così come va interrotta la sperimentazione della misurazione delle soft skills delle creature piccole. Sono misure funzionali ad una didattica e ad una pedagogia mostruose, subordinate a inaccettabili esigenze di automazione e profilazione, che nulla hanno a che vedere con la formazione e l’educazione.
Sono misure profondamente disfunzionali e potenzialmente pericolose per i nostri bambini, per i nostri adolescenti, per i nostri studenti, rispetto alle quali la presa in carico delle responsabilità culturali, etiche e politiche, da parte di tutti gli operatori del mondo dell’istruzione appare davvero indifferibile.
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I QUIZ INVALSI ALLE MEDIE: UNA INTOLLERABILE FARSA CHE SCONVOLGE E DANNEGGIA GRAVEMENTE IL LAVORO SCOLASTICO



La scuola media italiana sta per affrontare i “nuovi” quiz INVALSI CBT (“Computer Based” svolti per via telematica): ma se i Signori Invalsi pensavano di riconquistare la fiducia dei docenti italiani eliminando i quiz dall’esame e l’umiliante lavoro di tabulazione che verrà fatto in automatico dai computer, hanno veramente sbagliato, perché mai come quest’anno i quiz sono sentiti come un pesantissimo intralcio alla normale attività didattica e come uno tsunami che sta investendo la quotidiana organizzazione delle scuole. 
Il dott. Ricci, responsabile INVALSI, si lamenta in una sua recente letterina di alcuni organi di stampa che insisterebbero troppo sulle difficoltà che le scuole stanno affrontando e loda invece quelle scuole che “con fortissimo senso istituzionale stanno lavorando alacremente per predisporre le attrezzature informatiche che consentano lo svolgimento delle prove”. Non sapevano i Signori Invalsi che i pc disponibili non sarebbero bastati per tutti gli alunni? Non sapevano che la qualità della connessione nelle scuole italiane (ma nel paese in generale) è più che deficitaria? Non sapevano che ormai le classi sono talmente numerose che le aule di informatica non sono fruibili nemmeno per la normale attività didattica? Lo sapevano, eccome se lo sapevano… infatti danno le loro cattedratiche diposizioni: gli alunni possono svolgere i quiz anche a gruppi; se dovesse mancare la connessione, è possibile interrompere la prova e riprendere con “prova nuova” (e se mancasse due o più volte?); è necessario affiancare al docente somministratore un docente esperto di tecnologie… Ma se sapevano tutto questo, non immaginavano il caos che avrebbero prodotto? 
Dove sono tutti questi docenti a disposizione nelle scuole? Non ci sono e così i presidi stanno commettendo tutta una serie di illegittimità di cui potrebbero essere chiamati a rispondere: prolungamento arbitrario dell’orario di lavoro per docenti e ATA (in violazione del CCNL), prolungamento arbitrario di obbligo di frequenza per gli alunni (senza nessuna delibera degli organi competenti), migrazione di intere classi in altri plessi o addirittura in altri Istituti, smistamento programmatico delle classi e/o entrate e uscite con perdita delle ore di lezione, modalità di copertura delle assenze del personale non contemplate dalla normativa e che si configura a tutti gli effetti come interruzione di pubblico servizio. Non si vergognano i Signori Invalsi? Credono di scaricare tutte queste responsabilità sui presidi e, a cascata, sui docenti italiani? Oppure contano effettivamente su questo? Sul “senso istituzionale” di chi a scuola ci vive davvero? Continuano a scavare un solco che diventa sempre più profondo con il mondo della scuola.
Perché è già chiaro a tutti che nelle prossime settimane si produrrà un disservizio prolungato mai visto nella scuola italiana e di cui i Signori Invalsi come al solito non si curano affatto, lontani come sono dalla realtà concreta e quotidiana delle scuole. E tutto questo non per una sola giornata, ma per tutti i giorni delle prove (che variano da scuola a scuola a seconda dei potenti mezzi informatici disponibili) che da quest’anno sono tre (italiano, matematica, inglese). Un vero e proprio caos che in alcune scuole si protrarrà per anche più di due settimane e che intaccherà non solo le classi terze, ma i problemi organizzativi finiranno per interrompere l’attività didattica anche nelle altre classi. In un paese normale si parlerebbe di interruzione di pubblico servizio, mentre ai Signori Invalsi pare tutto sia permesso.
Parlare di rilevazione “oggettiva” in queste condizioni è veramente ridicolo: alunni che svolgeranno le prove in orari diversi, in date diverse, con alle spalle programmi svolti in maniera disomogenea, con pc che in qualche caso funzioneranno e in altri no, con tempi di somministrazione che non saranno in grado di funzionare sempre e garantire i fatidici 90 minuti a prova; e se non bastasse i nostri alunni sosterranno non un’unica prova uguale per tutti, ma prove diversificate (ci saranno prove random che però non saranno infinite e che circoleranno da subito e sulla cui equiparazione senz’altro si potranno avanzare molti dubbi).
In realtà il subbuglio che si sta vivendo nelle scuole certifica, in questo caso certamente in modo oggettivo, il grado di condizionamento negativo che l'INVALSI e le sue ideologiche ed antiscientifiche metodiche esercitano sulla didattica e sull'organizzazione stessa delle scuole.
E secondo i Signori Invalsi le scuole dovrebbero poi tenere conto di questi risultati? Confrontarli tra scuola e scuola? E basare su di esse i propri piani di miglioramento? E sarebbero queste le misurazioni delle famose “competenze”? Un quiz e via? Mentre nei corsi di aggiornamento (anche questi spesso senza retribuzione) continuano a inculcarci una misurazione delle competenze di lungo periodo?
Ormai l’INVALSI è alla farsa e come tale va considerato: un carrozzone pubblico che continua a distruggere la scuola italiana e che va al più presto abolito.
Ma al di là del caos organizzativo restano ferme e preponderanti le critiche ad un sistema di valutazione degli apprendimenti mirato in modo preponderante all’accertamento dell’acquisizione di competenze addestrative decontestualizzate, mettendo in secondo piano tutto ciò che non è misurabile, ma che costituisce il cuore del nostro fare scuola: cogliere i nessi, sviluppare analisi in profondità, confrontare tesi diverse sullo stesso argomento, sviluppare una visione di insieme dei fenomeni, contestualizzare… . Ma quello che non si può contare, conta nella formazione dei nostri studenti come cittadini consapevoli e non solo come forza lavoro precaria e flessibile che deve rapidamente imparare, deve saper fare diversi lavori e poi rapidamente abbandonarli per impararne altri, senza chiedersi per chi, come e per quale scopo si produce. Non dimentichiamo che i quiz Invalsi puntano esplicitamente a condizionare la didattica con effetti retroattivi, sia tramite il Sistema nazionale di valutazione che con l’inserimento dei risultati delle prove di ogni studente, distinti per ogni disciplina, nella certificazione delle competenze che lo accompagna dopo l’Esame di terza media e del suo curriculum dopo l’Esame di Stato. Per cui i quiz Invalsi avranno (stanno già avendo) effetti negativi sulla qualità della scuola pubblica italiana, come peraltro è già avvenuto all’estero.
Invitiamo tutti i docenti e il personale ATA a dichiarare la propria indisponibilità ad arbitrari (e spesso nemmeno retribuiti!) prolungamenti di orario. Nemmeno un’ora per la farsa INVALSI!

COBAS - COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA

«Boicottiamo i test standardizzati» La rivolta degli studenti in America

Pietra portante del sistema scolastico Usa, sono sempre più contestati sia dai ragazzi
che da genitori e prof. E il governo valuta ritorsioni economiche contro le scuole ribelli
di Carola Traverso Saibante

Manifestazione contro i test standardizzati PARCC davanti alla Mayfield High School di Las Cruces, New Mexico (foto Ap/Robin Zielinski)
Da noi sono arrivati solo da qualche anno con l’introduzione dei questionari Invalsi e continuano a suscitare grosse diffidenze sia nei docenti che fra genitori e studenti. Ma in America i test standardizzati sono parte integrante del sistema scolastico da mezzo secolo. Eppure da qualche tempo anche nella culla dei questionari a risposta multipla qualcosa sembra essersi rotto: i test standardizzati sono diventati oggetto di feroci polemiche e boicottaggi in varie parti del Paese, al punto da costringere le autorità a ripensare il ruolo di queste prove nell’iter educativo.
Dalla Cina all’America con ardore
Onnipresenti in tutti i gradi d’istruzione in America, i «test standardizzati» sono quelle prove di valutazione progettate in modo da garantire condizioni di elaborazione e valutazione uguali per tutti gli studenti che vi si sottopongono, a prescindere dall’istituto scolastico o lo Stato da cui provengono. Messi a punto nella Cina imperiale, sono stati introdotti in Europa e in Nord America via Regno Unito. Gli Usa ne sono diventati accaniti sostenitori: in principio erano foglio matita; oggi si elaborano sul computer. L’ultima generazione di questi test si è adattata alle convinzioni didattiche contemporanee, per esempio enfatizzando il pensiero critico. Rispetto alla generazione precedente, forniscono più materiale per valutare le conoscenze e i progressi degli studenti.
 
Inefficaci, costosi e inadeguati
In circa tre dozzine di Stati americani, in questo semestre gli studenti sono chiamati a sottoporsi a questi test, dagli acronimi come PARCC e SBAC. Ma ecco la novità: per la prima volta c’è chi si ribella arrivando persino al boicottaggio. Il movimento che rifiuta queste prove di valutazione si espande a macchia d’olio, scavalca i confini statali e diventa trasversale: partito dai genitori, ha trovato il supporto del sindacato degli insegnanti e pare ora guidato dagli studenti stessi. Cosa si rimprovera a questi test? Di essere deboli e inefficaci, innanzitutto, nel riuscire a valutare davvero le capacità degli studenti. Una pratica molto costosa per le casse pubbliche, a cui le scuole destinano risorse economiche preziose, che potrebbero essere impiegate per sviluppare metodi d’insegnamento e di valutazione creativi, che riescano a coinvolgere maggiormente gli studenti rispetto a un test a risposta multipla. E ancora: la nuova generazione dei PARCC usati in New Jersey e altri 11 Stati è stata elaborata in collaborazione con un’azienda privata, la Pearson Education, e questa declinazione commerciale non convince, tanto più che i test – se non determinano la promozione degli studenti, giocano un ruolo decisivo nelle possibilità che questi hanno di beneficiare di programmi e aiuti speciali. E incidono sulla valutazione degli insegnanti, di quanto sono stati bravi con i propri alunni, che negli Stati Uniti vuol dire: incidono sul loro salario.
Il caso del New Jersey
Un caso per tutti, forse il più eclatante: quello del New Jersey. In questo Stato a sud di New York, il più popoloso degli Stati Uniti, la rivolta delle famiglie – portata avanti in primis via Facebook - contro i test PARCC (Partnership for Assessment of Readiness for College in Careers), a cui dovevano essere sottoposti tutti gli alunni tra gli 8/9 e i 16/17 anni, ha trovato ampio appoggio nei consigli d’istituto. A febbraio la Commissione Educazione dell’Assemblea dello Stato ha votato all’unanimità tre proposte di legge: moratoria di tre anni sui test; divieto di sottoporvi bambini dall’asilo fino al secondo grado (8 anni d’età), e libertà dei genitori di non farli fare ai figli. In marzo il più grande sindacato degli insegnanti dello Stato ha promosso una serie di feroci spot alla tv anti-test standardizzati. E adesso, mentre i politici stanno vagliando le misure da prendere, sulla scrivania del Ministero dell’Istruzione dello Stato è arrivata un’istanza – promossa da cinque cittadini – affinché stabilisca nuove regole per uniformare il modo con cui i genitori possano rifiutare di far sottoporre i figli al test. Una «petizione a legiferare», procedura rara che scavalca i passaggi legislativi standard e si appella direttamente all’autorità di competenza.
La politica dello «opt-out»
Il New Jersey, come molti altri Stati, non ha una legislazione specifica sulla possibilità degli alunni (e di fatto dei loro genitori) di decidere se chiamarsi fuori, «opt-out», da queste prove, cioè decidere di rinunciare a sottoporvisi. Al primo round di test, il mese scorso, si è chiamato fuori circa il 5 percento degli studenti, e un numero maggiore di defezioni si aspetta per il secondo, il mese prossimo - la protesta coinvolge soprattutto le comunità più benestanti, e per questo è stata bollata da alcuni come un’isteria snob. Le conseguenze concrete di tutto ciò non sono da sottovalutare: le scuole in cui oltre il 5 per cento degli studenti non partecipano ai test sono passibili di sanzioni da parte del governo federale, e teoricamente la perdita di finanziamenti potrebbe colpire gli alunni più svantaggiati. Anche a livello statale queste scuole potrebbero essere punite, e comunque il livello medio della scuola potrebbe risultare compromesso nell’immagine. Non si può ancora dire se e quanto questa protesta farà bene al sistema scolastico, certo almeno porta a una riflessione sul ruolo sempre più pressante di questi strumenti di valutazione, e ricorda a tutti che genitori e studenti sono e devono essere attivamente parte in causa nelle politiche educative del Paese.
 

Prove INVALSI: e dalli con il termometro…

lunedì 18 maggio 2015 · Posted in , , ,

Di  on 13 maggio 2015 at 13:08

BrokenThermoneterINVALSI
Sono anni – non mesi – che vengono avanzate critiche argomentate e costruttive nei confronti dell’Invalsi: autoreferenzialità dell’ente sottratto a ogni valutazione e composto sempre dalle stesse persone, discutibilità dei metodi statistici e dei test proposti, eccesso di intervento con la prova per la secondaria di primo grado che fa media, sconsiderata incentivazione del deleterio “teaching to the test”, ecc.
A tanti sforzi si è sempre opposto uno sdegnoso commento: «Chi critica è solo uno che non vuol farsi valutare ed è contro il merito». L’Invalsi ha sgomitato soltanto per ottenere lo stesso potere che ha ottenuto l’Anvur nell’università, per ragioni che sarebbe interessante approfondire.
Ora l’Invalsi paga tale arroganza con il crollo della partecipazione ai test, senza contare che anche quelli compilati sono pieni di cose inattendibili: so direttamente di studenti italiani che hanno scritto che a casa loro la lingua corrente è il bulgaro o lo swahili e altre amenità …
Ma oggi su buona parte della stampa – in cui ogni voce anche moderatamente contraria non trova più spazio – si leva un grido unanime:
«È uno scandalo. Rifiutare i test Invalsi è come rompere il termometro quando si ha la febbre».
E giù prediche sulla valutazione e l’assenza di meritocrazia.
Ora, che questo lo faccia un personaggio che ha millantato due lauree e un master mai avuti e tante altre cosucce e che, mostrando impavido di non sapere e capire nulla di scuola, s’impanca – proprio lui! – a parlare di merito, dovrebbe essere considerato un fatto comico, se non fosse che il fatto che gli si dia credito è l’immagine più lampante di come davvero quando si pronuncia questa parola si fa soltanto retorica, e in modo sfacciato.

No all’addestramento coatto ai quiz Invalsi! Non andremo a farci dire come insegnare dagli Invalsiani e dalle aziende! Contro la scuola-quiz, boicottare l’Invalsi insieme agli studenti

domenica 10 novembre 2013 · Posted in , , ,

Il varo definitivo del decreto-legge sulla scuola, pomposamente titolato “L’istruzione riparte” (ma per dove?), è stato salutato da un coro di elogi da parte dei sostenitori della scuola-miseria e della scuola-quiz, che hanno sottoscritto le valutazioni della ministra Carrozza la quale aveva affermato: “Dopo anni di sacrifici, di tagli alla cieca, questo decreto restituisce finalmente risorse e centralità al mondo dell’istruzione. Sono orgogliosa del lavoro fatto”. Risorse? Centralità? Ci sono forse massicci investimenti per una istruzione a cui lo Stato dedica solo più l’8,4% della propria spesa contro una media nell’Unione Europea dell’11%? Per rendere gli istituti scolastici (gran parte dei quali è a rischio) degni di una scuola di qualità? Per restituire finalmente salario a docenti ed Ata, che, con i contratti e gli scatti di anzianità bloccati, hanno perso il 15% del reddito negli ultimi cinque anni e sono il finalino di coda delle retribuzioni europee? Macché!! Carrozza e i suoi fans cercano di rendere un elefante il topolino dei 115 milioni per borse di studio agli studenti (su cui ovviamente non si sputa) e l’altra manciata di milioni (una quarantina in tutto) per evitare la “dispersione scolastica” e per mandare docenti ed Ata nei musei.
In quanto alla “centralità”, Carrozza la riserva non già alla scuola pubblica ma alle aziende e a quella loro “longa manus” che è l’orribile Invalsi come metro di valutazione di scuole, docenti e studenti e come distributore agli stessi di premi e punizioni. Perché il veleno del decreto sta in articoli che sono pressoché ignorati da politici e laudatores. Nell’art.16, innanzitutto, che impone ai docenti, che lavorano nelle zone in cui i risultati dei quiz Invalsi siano inferiori alla media nazionale, l’obbligo di andare “a ripetizioni” di quiz, di partecipare cioè ad un addestramento coatto, ad una sorta di “rieducazione”, che li renda succubi dell’apprendimento tramite indovinelli; e addirittura impone di svolgere tale attività anche “presso imprese..all’interno del contesto aziendale, al fine di promuovere lo sviluppo professionale specifico dei docenti”. Gli insegnanti dovrebbero andare ad apprendere come insegnare i quiz in aziende estranee alla scuola e che per lo più non sanno neanche come salvare se stesse, una volta venute meno le laute sovvenzioni statali.
E sempre in queste mitiche aziende, che stanno soccombendo nella competizione internazionale, dovrebbero trasferirsi anche gli studenti dell’ultimo biennio delle superiori, con “contratti di apprendistato” che li allontanerebbero dalla scuola, al fine, recita l’art.8, “di far conoscere il valore educativo e formativo del lavoro”: e analogo apprendistato viene introdotto per gli universitari nell’art.14. A sigillare il tutto, interviene l’art.18 che fa assumere 47 ispettori ministeriali (pagati circa 140 mila euro l’anno) per fare da “cani da guardia” al trionfo dell’Invalsi come criterio-guida della qualità dell’istruzione e far vedere i sorci verdi ai docenti che non si subordinano ai quiz.
C’è nel decreto un solo punto relativamente positivo: e non è certo quello della rituale promessa di assunzione di precari (il numero sbandierato non copre neanche il turn over dei pensionamenti) e degli insegnanti di sostegno, visto che con i BES (i Bisogni educativi speciali, riconfermati nel decreto) li si vorrebbe progressivamente eliminare, affidando tale delicatissimo incarico a docenti qualsiasi. Si tratta invece dell’annullamento, almeno per tre anni, della “deportazione” dei docenti “inidonei” nei ruoli Ata. E’ una vittoria di una lotta coraggiosa e tenace, ma non definitiva perché dal 2016 si riapre la possibilità della mobilità intercompartimentale (seppur teorica, in una fase di ridimensionamento in ogni comparto della PA) che dovremo far cancellare con ulteriori iniziative.
Lo diciamo chiaramente a Carrozza: non andremo “a ripetizione” di quiz né dagli Invalsiani, che nulla sanno di didattica, né dalle aziende del tutto estranee all’istruzione. Né a fare gli apprendisti in azienda devono andare i nostri studenti, almeno fino al termine del loro iter scolastico. Non piegheremo l’insegnamento alla squallida filosofia quizzomane e, insieme agli studenti, organizzeremo il massimo potenziamento del boicottaggio del mefitico carrozzone Invalsi e delle sue distruttive attività nelle scuole.

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