Il nefasto modello insegnante INVALSI-Fondazione Agnelli.

martedì 2 marzo 2021

La Fondazione Agnelli torna a proporre alcuni risultati della sperimentazione “Osservazioni in classe”, condotta diversi anni fa in collaborazione con l’ INVALSI, i cui esiti erano in parte stati anticipati nel 2017  e da noi già commentati. Le ulteriori “elaborazioni e interpretazioni dei dati” proposte oggi, di poco si discostano da quelle di allora e sono state riprese e amplificate da quotidiani, trasmissioni radio, riviste di settore. Persino da Vanity Fair. Come potete immaginare, il quadro che emerge dal racconto è desolante. Giudizi sommari e generici, privi di qualsiasi analisi dei metodi utilizzati, ripetuti acriticamente e senza che sia lasciato alcuno spazio alle posizioni di chi dissente. I soli nomi di Fondazione Agnelli e INVALSI bastano a fornire il crisma di scientificità e indiscutibilità a numeri e percentuali. Questi  sarebbero  frutto di una ricerca “scientifica” basata su una valutazione “oggettiva”, corroborata da criteri quantitativi che non ammetterebbero obiezioni. Senza tornare sui dettagli della metodologia utilizzata per dare “le pagelle agli insegnanti” – in un momento quanto mai propizio, che politicamente serve a fiancheggiare le riforme previste dal Recovery Plan – vale la pena riportare l’attenzione sulle caratteristiche del “buon insegnante”, che emergono dal “manuale” del (buon) osservatore, elaborato dall’INVALSI.  Si capisce allora che i criteri utilizzati per dare i voti ai docenti hanno un tale margine di soggettivismo, se non di arbitrarietà, da non corrispondere affatto a quella  valutazione oggettiva che ci viene raccontata. Diciamo piuttosto che si fa valere  il  principio d’autorità che, quando a parlare sono Fondazione Agnelli, INVALSI o Associazione Nazionale Presidi, conta sempre. Meno se a esprimersi sono i docenti, che in classe ci stanno veramente.

Le pagelle dei professori: così, in buona sostanza,  tutti i  quotidiani,  i rotocalchi , le testate di settore, le trasmissioni radio hanno considerato quei dati pubblicati dalla Fondazione Agnelli relativi al progetto “Osservazioni in classe”, pubblicizzati enormemente a partire dal 2 Febbraio scorso. Dopo aver messo in fila gli istituti scolastici, dai più bravi ai più cattivi nelle classifiche di Eduscopio, ora semberebbe il turno degli insegnanti.

 Come sempre, colpiscono la radicalità dei giudizi e la mancanza di qualsiasi voce critica nell’informazione sulla scuola: il discorso si svolge anche questa volta a senso unico. Tanto più che i risultati di questa indagine, associata ai nomi di Fondazione Agnelli e INVALSI, sono presentati con il crisma dell’indiscutibilità, frutto di una ricerca scientifica basata su una valutazione “oggettiva”, corroborata da criteri quantitativi che non ammetterebbero obiezioni. In nessuna notizia riportata in rete c’è traccia di un approfondimento sulle metodologie adoperate. Nemmeno su riviste che di scuola dovrebbero occuparsi in modo approfondito.

Conviene innanzitutto ricordare che tali risultati fanno riferimento a una sperimentazione condotta relativa al biennio 2012-2014, gestita dall’ INVALSI e svolta in collaborazione con la Fondazione Agnelli,  i cui esiti erano in parte stati anticipati nel 2017 .

I risultati di oggi, frutto di “un lungo e complesso lavoro di elaborazione e interpretazione dei dati” non si discostano significativamente da quelli presentati in anteprima già allora.

Nella prima delle tre figure riportate di seguito, i dati pubblicati nel 2017, relativi alle cosiddette “attività strutturate” registrate dagli osservatori formati dall’INVALSI, nelle classi oggetto della sperimentazione. Di seguito, le due elaborazioni pubblicate  quest’anno: “spiegazioni strutturate”, “svolgimento” di attività “strutturate” e relativo grado di efficacia.

Per approfondire, rimandiamo quindi all’analisi che avevamo già svolto nel luglio 2017, che trovate qui, nella quale facevamo notare come i dati messi allora a disposizione non permettessero di formulare un giudizio tanto drasticamente negativo sulla professionalità docente. In quel commento, inoltre, spiegavamo, sulla base della documentazione all’epoca disponibile sul sito dell’ INVALSI, la metodologia con cui tali “osservazioni” erano state condotte, su un campione di 207 scuole italiane.

Allora, il nostro post aveva suscitato una pronta e breve replica congiunta della Fondazione Agnelli  e dell’INVALSI, che vale la pena rileggere, a cui aveva fatto seguito una nostra risposta :

“Il 18 luglio 2017 Roars ha pubblicato un post in cui [si critica] la metodologia e, di conseguenza, i risultati della ricerca sulle ‘osservazioni in classe delle pratiche didattiche’, svolta nell’ambito del progetto “Valutazione e Miglioramento”, coordinato dall’Invalsi, in collaborazione con la Fondazione Agnelli. La critica si basa su materiali di lavoro disponibili sul sito dell’Invalsi e su brevi anticipazioni, incluse alcune statistiche descrittive, presenti sul sito della Fondazione Agnelli. Al momento attuale i dati delle osservazioni sono ancora in corso di elaborazione e il rapporto finale sarà pubblicato, verosimilmente, entro l’anno. Ogni critica sulla metodologia e i risultati della ricerca è benvenuta, ma farla prima che i risultati siano noti ci pare un po’ affrettato.”

Nonostante i 4 anni trascorsi da quella replica, l’attuale rielaborazione poco si discosta in termini di risultati (nulla in termini di metodologie) da quelle anticipazioni che avevamo “criticato” in maniera “un po’ affrettata”.

E tutto sommato ciò non ci stupisce, perché riteniamo che l’insufficienza della preparazione professionale dei docenti sia in fondo sempre stato l’obiettivo che gli enti curatori di questa indagine hanno cercato di dimostrare. E che noi, per converso, abbiamo sempre giudicato come un’indebita delegittimazione. Non per motivi di chiusura corporativa, quanto piuttosto perché tale atteggiamento demolitore si fonda su presupposti tutt’altro che oggettivi e neutri riguardo le finalità del processo d’istruzione.

 1. Un momento propizio

Non c’è dubbio che l’attuale fase politica sia quanto mai propizia a generare un diffuso consenso nei confronti dei risultati della ricerca pubblicata dalla Fondazione Agnelli. E, allora come oggi, ci attendiamo una ricezione del tutto passiva da parte dei principali organi di informazione, senza alcuna analisi critica dei dati offerti e delle metodologie utilizzate.

Il direttore della Fondazione, presentando i risultati, afferma:“Investire in innovazione didattica e formazione degli insegnanti deve essere un obiettivo del piano italiano in vista di Next Generation EU”.

E tale investimento è direttamente finalizzato a imporre precise metodologie didattiche e contenuti formativi che, decisi sulla base di esigenze estranee al mondo dell’istruzione, trasformerebbero definitivamente il docente in un “operatore”, ovvero in un professionista che mette in atto schemi comunicativi, “moduli prepensati” da altri soggetti, i famosi stakeholders che avrebbero le competenze per definire gli obiettivi che la scuola deve perseguire, in linea con gli interessi d’impresa. Possiamo immaginare siano in effetti queste le «comunità educanti», di cui le scuole di fatto costituirebbero una componente marginale, più volte richiamate dal neo ministro Patrizio Bianchi.

Attribuire pagelle ai professori in un frangente politico come quello attuale, dunque, serve proprio per fiancheggiare le politiche di ristrutturazione dell’istruzione che ci attendono con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e per suffragare con dati e percentuali –  su cui poco o nulla poi importa approfondire – quell’operazione di delegittimazione professionale che deve accompagnare i radicali interventi all’orizzonte.

Dovrebbe invece generare quanto meno sospetti almeno in chi legge – se non nei giornalisti che danno spazio solo alle stesse voci – il fatto che tali risultati vanno sempre a coincidere con quel senso comune che una martellante campagna di stampa vorrebbe imporre da decenni, e che invece contrasta con l’esperienza effettiva della vita scolastica quotidiana, e con il pensiero diffuso in buona parte di studenti e famiglie.

In ogni caso, dall’indagine pubblicata derivano i seguenti i giudizi sommari: bravi i maestri, cattivi gli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado; quasi 1 insegnante su 5 sarebbe da licenziare perché del tutto “inefficace”; meglio gli insegnanti di matematica, peggio quelli di italiano.

Conviene a questo punto allora richiamare brevemente alcuni aspetti della metodologia di indagine adottata, rimandando per ulteriori dettagli al nostro precedente contributo, per valutare se essa possa effettivamente restituire una serie di indicazioni tanto stringenti riferite a una relazione comunicativa così delicata come quella tra docente e alunni; e che Fondazione Agnelli ed INVALSI pretendono di far accettare all’opinione pubblica.

 2. “dividere ciascuna delle difficoltà da esaminare in tutte le parti in cui fosse possibile” (R. Cartesio, Discorso sul metodo)

Il presupposto alla base del progetto è quello di scomporre il momento didattico in tante micro-azioni, in unità minime, ciascuna delle quali può essere valutata separatamente secondo criteri numerici.

L’idea è in fondo quella di mettere in pratica la seconda regola del metodo cartesiano, senza poi accertarsi se, in tale ambito, essa possa poi dare luogo a quella catena deduttiva sintetica che produrrebbe, successivamente, il giudizio generale. Conviene forse ricordare tuttavia che, secondo il grande filosofo francese, tale impostazione può applicarsi, con l’assoluta certezza di vedersi restituiti dall’esperienza dei parametri oggettivo-quantitativi, solamente alle qualità oggettive dei corpi, relative alla Res extensa.

L’applicazione dell’analisi all’ambito della comunicazione scolastica è certo legittima, come potrebbe esserlo qualsiasi procedimento di destrutturazione di un modello linguistico, ma non può restituirci in parametri quantitativi i risultati della relazione di insegnamento e apprendimento, ovvero il condizionamento reciproco, e per forza di cose asimmetrico, tra soggettività psicologicamente complesse, che matura e agisce su tempi lunghi.

Decisivo infatti, in questo caso, risulta il “fattore di contesto”, per cui un’azione che possiamo giudicare di per sé poco o molto produttiva, auspicabile o meno in via generale, potrebbe mutare totalmente la propria efficacia in una singolare e specifica situazione, o riferita a una particolare personalità.

È inutile dire che tale supposta oggettività è il frutto di una egemonia di un approccio piattamente positivistico alle tematiche psicologiche e di conseguenza anche formative, derivanti dalla pretesa da parte della scienza economica di possedere una competenza tecnica per giudicare qualsiasi attività, sulla base di una quantificazione credibile dei risultati “attesi” dalla stessa, e della capacità effettiva di conseguirli.

Una prova di questa subordinazione alla logica economica  è ad esempio la pretesa di quantificare addirittura in punti percentuali di PIL ciò che si sarebbe perso con l’adozione della DAD, con un uso della matematica quanto meno disinvolto non tanto sul piano tecnico, quanto sulle conseguenze di carattere politico che se ne vorrebbero trarre.

Ma torniamo ai risultati della ricerca “Osservazioni in classe”. Il principio base è dunque quello della progettazione minuziosa e computabile di ogni attività didattica.

Ovvero il docente scandisce ogni sua azione in una serie di micro-procedimenti, che devono essere contenutisticamente e metodologicamente differenziati e valutabili con una scala di efficacia.

Ovviamente, senza questa frammentazione dell’azione didattica, che viene eufemisticamente chiamata «progettazione», sarebbe impossibile qualsiasi valutazione oggettivo-quantitativa; che invece può essere restituita da una griglia di valutazione capace di monitorare ogni singolo passaggio.

A ben vedere è questa la logica delle Unità Didattiche di Apprendimento (UDA), cui sono ormai costretti obtorto collo molti docenti italiani; esse realizzano di fatto una sorta di formattazione dell’insegnamento, con predeterminazione dei risultati di apprendimento, espressi in termini di “evidenze” ;  e anche una forma di controllo, che mette in crisi di fatto la libertà d’insegnamento.

 3. “Esempi di comportamenti osservabili”

 Per farsi un’idea di quali siano i “comportamenti” che gli osservatori formati dall’INVALSI e inviati nelle 207 scuole italiane hanno dovuto annotare per giudicare il lavoro in classe, possiamo fare riferimento ad un documento del progetto che all’epoca del nostro primo commento non trovammo disponibile in rete, denominato «Codebook per l’osservazione (cheklist e scale di valutazione) ».

Il manuale è suddiviso in aree (strategie didattiche, gestione classe etc.), per ciascuna delle quali sono presentati alcuni indicatori con relativi esempi di “comportamenti” da osservare e valutare al termine delle due ore di osservazione.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, l’indicatore che l’INVALSI e Fondazione Agnelli  definiscono «insegnare in modo strutturato», oggetto dei dati pubblicati.

Notiamo innanzitutto il riferimento a una ben precisa idea di didattica, che ha sicuramente elementi di ragionevolezza, me che nello stesso tempo non si presta a un giudizio univoco e a criteri di valutazione facilmente individuabili.

Proviamo a spiegarci meglio fornendo alcuni esempi:

  • Esplicitare le competenze ed informare gli studenti

L’osservatore INVALSI che mette alla prova la capacità del docente di «insegnare in modo strutturato» deve verificare, tra le azioni elencate, che l’insegnante «informi gli studenti sullo scopo della lezione», presupponendo che l’obiettivo sia sempre esterno rispetto al contenuto studiato e formulabile in termini di competenze. L’esplicitazione chiara da parte dell’insegnante delle competenze che gli studenti acquisiranno durante la sua (ora di) lezione, non a caso è uno dei descrittori associati al punteggio di eccellenza.

Al di là della problematicità del concetto di “competenza”, questa esplicitazione andrebbe forse realizzata ad ogni lezione? magari l’alunno ne è già al corrente anche quando, affrontando nuove unità didattiche, è chiamato a confrontarsi con procedure già conosciute; l’insegnante potrebbe anche voler evitare inutili ripetizioni.

  • Mediatori didattici

L’Osservatore INVALSI deve poi valutare

«quanto le spiegazioni e le attività proposte dall’insegnante siano strutturate e prevedano una precedente pianificazione […] anche attraverso l’utilizzo di mediatori quali il computer o le mappe concettuali»

che attivano ulteriormente la partecipazione e il coinvolgimento degli studenti favorendone l’apprendimento.

Anche in questo caso, dalla lettura dei criteri di assegnazione del punteggio, emerge che questo tende a crescere quanto più l’insegnante moltiplica tali mediatori.

Un insegnante che utilizzi in modo produttivo i mediatori, ma che poi conduca progressivamente gli studenti a farne a meno, rendendo sempre più rilevante, ad esempio, un esame prioritario del libro di testo, risulterebbe meritevole o no? E se un docente decidesse di sospendere momentaneamente l’impiego dei mediatori, per valutare l’acquisita autonomia degli studenti, ricevendo in proposito una risposta negativa che lo indurrebbe a riutilizzarli, come verrebbe giudicato?  Una simile esperienza, seppur negativa, sarebbe comunque rilevante sul piano formativo, ma risulterebbe inefficace sotto la lente di osservazione della griglia INVALSI, in base proprio a quell’unico episodio, considerato nella sua micro unità e non contestualizzato.

Ancora, nella definizione di punteggio definito «minimo», è interessante notare che esso verrebbe attribuito dall’osservatore INVALSI nel caso «l’insegnante» non utilizzasse «tecniche per organizzare i contenuti, come parole chiave o schemi».

È possibile affermare con sicurezza che questo sia sempre un atteggiamento negativo? che non risponda al bisogno una strategia opportuna, quanto meno in alcuni momenti (che potrebbero in determinati contesti particolarmente favorevoli anche diventare maggioritari), e quindi da premiare con il punteggio massimo, al fine di favorire l’autonomia degli alunni e una migliore produzione del pensiero astratto?

L’impostazione che valuta l’azione dell’insegnante in base a criteri quantitativi e schematizzati suscita non poche perplessità’. La scheda di osservazione di fatto definisce per via retroattiva alcune condotte preferenziali, che sono quelle dei descrittori, indipendentemente dal percorso formativo considerato nel suo complesso.

Ad esempio, l’uso intenso, continuo e maggioritario di mediatori didattici sembra sia sempre preferito, perché capace di motivare meglio gli studenti e la loro attenzione.

E’ la logica prevalente di questi anni: il buon insegnante non deve mirare a favorire il coinvolgimento, questa importante responsabilità della sua professione,  in termini di carisma e di personale identificazione con la disciplina insegnata, laddove ne abbia capacità, ma deve piuttosto e preferenzialmente delegare la comunicazione dei contenuti a metodologie e a strumenti esterni.

Noi sosteniamo invece che l’insegnamento e il rapporto formativo con un classe è un lavoro complesso e situato, da valutarsi in un periodo prolungato, non certo sommando per poche ore micro gesti e intenzioni da cui trarre infine una valutazione sommativa.

 4. “Tecniche di interrogazione”

 Ancora più pretestuosa, nel manuale del buon osservatore, è la sezione dedicata al momento dell’interrogazione, o comunque alla sollecitazione al dialogo del docente verso lo studente. Anche qui, i presupposti della valutazione mostrano la loro caratteristica pregiudiziale.

Si parte da una banale distinzione tra domanda nozionistica e domanda rielaborativa, quando si afferma che l’obiettivo dell’indicatore è :« capire se l’insegnante utilizza anche domande che non prevedono risposte chiuse o dicotomiche ma risposte articolate, che consentono agli studenti di riflettere e attingere alle proprie conoscenze generali, differentemente da quanto avviene se l’insegnante utilizza domande a risposta chiusa o indirizzanti».

Al di là del fatto che l’interrogazione dovrebbe essere parte dello stesso processo di apprendimento, e non una semplice verifica  dello stesso, nulla vieta che una domanda «indirizzante» non sia la premessa di un approfondimento critico.

Ma più interessante, e francamente discutibile, è quando la stessa interrogazione viene giudicata da un punto di vista psicologico (una psicologia piuttosto spicciola, oseremmo dire):«L’insegnante, soprattutto quando fa domande per incoraggiare il ragionamento, dovrebbe dare allo studente il tempo necessario per riflettere e articolare le risposte. Lasciare tempi di risposta distesi permette agli studenti di non sentirsi sotto pressione»

Gli esempi addotti nel manuale per distinguere buone e cattive domande, sono estremamente deboli; e dimostrano quanto spesso elucubrazioni teoriche distanti dall’esperienza concreta finiscano poi per trovare applicazioni pratiche decisamente deludenti.

Ad esempio: una domanda come «Che differenza c’è tra monarchia assoluta e monarchia costituzionale?», è rubricata nel manuale dell’osservatore come domanda comparatistica, capace di innescare chissà quali processi cognitivi, e non, una domanda nozionistica.

Una successiva  – «Che cosa intendi dicendo che Leopardi è pessimista?» –  si illude di evitare il nozionismo semplicemente con la strategia di personalizzare la risposta come se fosse il frutto di un parere personale. Per cui ne deduciamo che sia un cattivo insegnante colui che chiede «perché Leopardi è pessimista?», rispetto a chi formula la domanda come riportato sopra. La prima avrebbe il pregio di essere una domanda “metacognitiva”, la seconda invece no.

Lo stesso accade per la matematica, laddove si considera positiva l’azione di un insegnante che chieda: «Hai risolto bene il problema. Puoi spiegare come sei arrivato alla soluzione?».  Domanda certo non sciocca, anzi essenziale per qualsiasi accertamento della comprensione e della padronanza dei processi da parte dello studente, ma la cui opportunità dipende dalle situazioni e che comunque può essere i espressa anche in risposte più ordinarie.

Ancora più incredibile è quando si accusa implicitamente il docente di mancata sensibilità sul piano psicologico:

«L’insegnante fa una domanda complessa e aspetta in silenzio che lo studente sia pronto per rispondere, anche se ci sono altri studenti che alzano la mano o vogliono rispondere»,

laddove contraddire questo comportamento significherebbe umiliare lo studente in difficoltà, impedendogli di elaborare con i suoi tempi il proprio ragionamento. Atteggiamento che potrebbe effettivamente essere negativo, ma che va esaminato di volta in volta nella sua opportunità e in relazione alla specificità umana e al vissuto di studente e insegnante, perché potrebbe sia realizzarsi come una forma di aiuto o supporto, piuttosto che di confronto competitivo.

Per valutare dunque adeguatamente tale pretesa, un po’ spocchiosa, di dire agli insegnanti come devono fare il loro mestiere, proviamo ad osservare i criteri di valutazione. Il punteggio massimo, va da sé, viene assegnato a quegli insegnanti che non solo

«fanno domande che stimolano il ragionamento e lasciano agli studenti il tempo per riflettere», ma anche che «accolgono ciò che gli studenti hanno detto, chiedendo un ulteriore approfondimento».

Lascia perplessi il senso del verbo «accogliere»; anche le risposte sbagliate? sia chiaro che dopo un errore è doveroso chiedere allo studente il perché di un fraintendimento, o di un ragionamento che ha seguito un percorso non opportuno. Però il tutto suona di estrema banalità e, soprattutto, di forte arbitrarietà da parte di chi dovrebbe giudicare un tale comportamento.

Lo stesso potrebbe valere -ma non è il caso di soffermarci sull’intero documento- per la parte dedicata alla «partecipazione in classe»; al di là del fatto che un buon rapporto con gli studenti deve essere patrimonio profondo della professionalità docente, pure l’impressione è che tutto venga impostato in un’ottica dai contenuti generalisti o conformisti, dove sarebbe compito del docente quello di diminuire sempre più la propria “invadenza”, negando la necessaria asimmetria del rapporto didattico.

 5. Massima produttività

 Elemento chiave che emerge dalla lettura del manuale e delle tecniche di insegnamento in esso prefigurate è quello della produttività, dello sfruttare nella massima intensità il tempo a disposizione, non tenendo conto di come il vissuto temporale dell’esperienza educativa conosca evidentemente variazioni d’intensità.

Il punto è che si dà già per scontata la validità  della metodologia che si vuole realizzare, ovvero quella fondata sulla totale e preventiva progettazione e pianificazione, secondo una logica di ingegnerizzazione della didattica.

L’ossessione che sembra avere l’osservatore INVALSI è che nessun secondo vada perduto, e che il docente lo sfrutti con la massima intensità nelle sue fasi, anche minime.

Presupposto in fondo irrinunciabile del nuovo pedagogismo quantitativo, perché solo la programmazione e realizzazione precisa, minuto per minuto, di ogni attività, permette la valutazione in unità numeriche del lavoro docente, che naturalmente nulla a ha a che vedere con l’esercizio di una professionalità adatta alla relazione educativa.

È in fondo la stessa logica per cui si afferma la necessità di prolungare l’attuale anno scolastico, valutando una perdita secca dovuta alla Didattica a Distanza (DAD) che non è certo di carattere contenutistico, bensì di qualità delle relazioni, sia tra insegnanti e studenti che tra insegnanti e insegnanti. Ci si dimentica spesso, infatti,  delle relazioni costruite negli anni tra docenti di un Consiglio di classe, che sono alla base di quelle strategie, certo anche psicologico-emozionali, che rendono fecondo l’apprendimento, impoverito invece dal ricorso massiccio, se non esclusivo, alla tecnologia digitale o ai mediatori di cui sopra.

Nella sezione Gestione del tempo gli esempi di comportamenti osservabili da annotare e valutare riguardano ad esempio proprio la verifica che:

«l’insegnante indichi, orologio alla mano, che il problema deve essere svolto in 15 minuti», oppure che dia indicazioni temporali precise della scansione della lezione «prima mezz’ora geometria, poi argomento nuovo».

L’aspetto interessante è che vengono contemplati anche eventi improvvisi, che evidentemente vanno a incidere su una progettazione ben fatta.

Ad esempio i compiti di giustificazione e compilazione del registro a inizio ora, che sono sempre variabili (anche se a volte non si capisce dal testo se siano in qualche misura di responsabilità dell’insegnante), oppure le interruzioni dall’esterno per comunicazioni varie. Il timore è che gli studenti siano lasciati in certi momenti a non fare nulla (il verbo usato e “aspettare”); ma tale pausa può a volte essere voluta, per un’opportunità di rilassare la mente; oppure per arricchire con digressioni l’aspetto umano di una relazione duratura.

Del resto, le stesse esperienze della demotivazione e delle noia possono avere valore formativo, e l’insegnante ha il dovere di contrapporvisi se si verificano con continuità, ma anche in certi casi di lasciarle in essere per mostrare come l’acquisizione del sapere comporti a volte anche fatica.

Invece, secondo il punteggio dell’esaminatore INVALSI, l’insegnante sarebbe «inadeguato», quando

«non gestisce i momenti di passaggio da un’attività all’altra oppure li gestisce in modo inefficace»;

più criptica ma istruttiva la valutazione intermedia:

«l’insegnante gestisce in modo sufficientemente adeguato i momenti di passaggio, anche se a volte perde tempo. Si osservano momenti in cui gli studenti sono lasciati ad aspettare».

L’insegnante «eccellente», ovviamente, è non solo colui che fa trascorrere i momenti di passaggio in maniera «armoniosa» (qualunque cosa questa espressione voglia dire), ma che addirittura, con qualità quasi telepatiche, ha un tale rapporto con i suoi alunni, che essi lo capiscono al volo senza bisogno di comandi concreti.

Un po’ come si dice fosse nel rapporto tra Herbert Von Karajan, ormai molto vecchio, e i suoi orchestrali dei Berliner Philarmoniker:

«quando bisogna cambiare la disposizione dei banchi per fare una nuova attività, gli studenti sanno già cosa devono fare».

Che il suggerimento all’ormai ex ministra Azzolina in merito all’acquisto dei banchi con le rotelle sia venuto da questi solerti esaminatori?

Insomma, ironia a parte, ci sembra che tali criteri abbiano un tale margine di soggettivismo se non arbitrarietà, da non corrispondere al fatto a quella valutazione oggettiva di cui parlano, in modo conformista e senza verifica alla fonte, i principali media. Un atteggiamento ispirato al principio d’autorità che, a quanto pare, vale sempre quando a parlare sono Fondazione Agnelli, INVALSI o Associazione Nazionale Presidi. Meno se a esprimersi sono i docenti, che in classe ci stanno veramente. 

DIRITTO ALL'ACCESSO AI DATI SUI COMPENSI AGGIUNTIVI DI DOCENTI E ATA

martedì 9 febbraio 2021

Accesso ai nominativi del salario accessorio, il TAR dice sì anche con il nuovo contratto, superato il no di ARAN e Garante Privacy Una importante sentenza del TAR del Friuli Venezia Giulia ribalta i pareri negativi di ARAN e Garante della Privacy che sembravano aver messo una pietra importante sul diritto di accesso agli atti dei nominativi del personale retribuito con il salario accessorio. Una sentenza che si allaccia al precedente autorevole del Consiglio di Stato e che si pone in continuità con quell’orientamento che vuole garantito il diritto alla trasparenza nella PA quando si ha che fare con risorse pubbliche senza che questo significhi esercitare alcun controllo generalizzato verso l’attività della PA.

Il fatto

L’associazione sindacale avendo partecipato alla contrattazione collettiva integrativa (ai sensi dell’art. 22, comma 2, lett. c del CCNL vigente e sottoscritto il relativo contratto, ha proposto istanza di accesso ai sensi della legge 241 del 1990 per ottenere copia della documentazione relativa alla distribuzione delle risorse economiche oggetto di contrattazione integrativa (art. 8, comma 2 del Contratto collettivo integrativo). La dirigente scolastica ha negato però l’accesso richiesto, per aver già fornito all’associazione richiedente i dati in forma aggregata e parzialmente disaggregata (per tipologia di incarico e attività), sufficiente ai fini delle verifiche sulla destinazione delle risorse. Rappresenta, in particolare, la necessità di contemperare il diritto all’informazione sindacale con quello alla riservatezza dei dipendenti, l’assenza nel CCNL di una disposizione che imponga la comunicazione dei dati in forma individuale, l’inammissibilità di un controllo generalizzato Si pronuncia il TAR del Friuli Venezia Giulia con sentenza del 03/02/2021 N. 00042/2021 accogliendo il ricorso del sindacato proponente.

Il diritto all’informazione per i sindacati è riconosciuto dal CCNL

Il CCNL riconosce alle associazioni sindacali un diritto all’informazione, quale “presupposto per il corretto esercizio delle relazioni sindacali e dei relativi strumenti” (art. 5, comma 1, CCNL del Comparto Istruzione e Ricerca del 19 aprle 2018). Esso può avere ad oggetto “tutte le materie per le quali i successivi articoli prevedano il confronto o la contrattazione integrativa” (art. 5, comma 4 CCNL). Tra le materie oggetto di contrattazione integrativa “a livello di istituzione scolastica ed educativa”, vi sono “c2) i criteri per la ripartizione delle risorse del fondo d’istituto; c3) i criteri per l’attribuzione di compensi accessori, ai sensi dell’art. 45, comma 1, del d.lgs. n. 165/2001 al personale docente, educativo ed ATA, inclusa la quota delle risorse relative all’alternanza scuola-lavoro e delle risorse relative ai progetti nazionali e comunitari, eventualmente destinate alla remunerazione del personale; c4) i criteri generali per la determinazione dei compensi finalizzati alla valorizzazione del personale, ivi compresi quelli riconosciuti al personale docente ai sensi dell’art. 1, comma 127, della legge n. 107/2015;” (art. 22 CCNL). Tali elementi hanno trovato puntuale disciplina nel Contratto Collettivo integrativo di Istituto sottoscritto dall’organizzazione sindacale ricorrente e in particolare negli art. 19 e ss. (TITOLO V – Trattamento economico accessorio). Le citate disposizioni permettono quindi di riconoscere la piena legittimazione dell’associazione sindacale ricorrente ad esercitare l’accesso sulla documentazione relativa ai trattamenti economici accessori. Sussistono, infatti, gli elementi richiesti dall’art. 22, comma 1, lett. c) della l. 241 del 1990, ovvero un “interesse diretto, concreto e attuale”, quello alla verifica della congruità tra quanto contrattato e corrisposto, e una “situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso”, costituita dal diritto all’informazione dell’associazione sindacale sulle materie nelle quali si esplica la contrattazione collettiva.

I dati in forma aggregata non sono idonei a garantire il diritto all’informazione

Osservano i giudici, “quanto al profilo relativo all’estensione del diritto d’accesso e all’adeguatezza dei dati forniti, il Tribunale non ritiene sufficiente, ai fini dell’esercizio delle prerogative sindacali di verifica, la documentazione contenente i dati in forma aggregata o parzialmente disaggregata, fornita dalla scuola. A questo proposito, l’associazione sindacale ha evidenziato che “il dato aggregato non consente di verificare se vi è stata una corretta distribuzione del fondo, si potrebbe infatti creare il paradosso che un ipotetico fondo di €1000= destinato a 10 docenti tutti ugualmente meritevoli venga invece suddiviso erogando €10= a 9 docenti e €910= ad un unico docente. Si appalesa quindi l’inidoneità del dato aggregato a soddisfare le esigenze di tutela dei lavoratori”.

Fornire i dati in modo imparziale e incompleto non trova giustificazione nella privacy

“Un’ostensione parziale e incompleta dei dati non può trovare giustificazione nel diritto alla riservatezza dei soggetti coinvolti (che peraltro, benché notificati dai ricorrenti, non hanno coltivato alcuna iniziativa processuale nel presente procedimento)”. Continuano i giudici triestini affermando che ” La disposizione citata dalla difesa erariale per escludere l’esercizio del diritto di accesso a “dati personali” quali sono i dati retributivi, cioè l’art. 2-ter, comma 3 del novellato codice della privacy (d.lgs. 196 del 2003) non appare conferente. La disposizione richiede, ai fini del trattamento dei dati, una “base giuridica”, costituita “esclusivamente da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento”. Nel caso di specie, tuttavia, a giustificare il trattamento sono proprio le disposizioni sul diritto di accesso di cui alla legge 241 del 1990, come dimostra, ad esempio, il loro espresso richiamo quale “base giuridica” del trattamento dei – ben più riservati – dati relativi a condanne penali e reati (art. 2-octies, comma 3, lett. f). Quanto al diritto di accesso a “dati personali”, in particolare, il codice della privacy regola solo l’ipotesi – non ricorrente nel caso di specie – in cui esso abbia ad oggetto dati c.d. sensibilissimi (cioè “dati genetici, relativi alla salute, alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona”, art. 60), mentre rinvia per il resto (cioè con riguardo a “i presupposti, le modalità, i limiti per l’esercizio del diritto di accesso a documenti amministrativi contenenti dati personali, e la relativa tutela giurisdizionale”) alla legge 241 del 1990. Quest’ultima garantisce sempre “l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici” (art. 24, comma 7). Sotto questo profilo non sussistono dubbi in merito al carattere di necessarietà dei documenti richiesti, che consentono di verificare il rispetto della contrattazione integrativa, per la cura degli interessi facenti capo all’associazione sindacale”.

I pareri ARAN e del Garante della privacy sono superati

Affermano i giudici in modo significativo che “non appare, dirimente, pertanto, la mancata menzione, nei contratti collettivi nazionali o locali, di un obbligo di informazione che abbia ad oggetto specificamente i dati in forma individuale, giacché un siffatto può ricavarsi in via interpretativa, in ragione del nesso di strumentalità che esiste tra “informazione” ed “esercizio delle relazioni sindacali”. Né una minore estensione del diritto di accesso può derivare dal fatto che la contrattazione collettiva integrativa abbia ad oggetto i soli “criteri generali” di distribuzione delle risorse aggiuntive. In primo luogo, ciò non è vero per tutte le voci di trattamento economico accessorio: per la ripartizione del fondo d’istituto e per i compensi accessori l’art 22 comma 4 del CCNL parla semplicemente di “criteri”, senza menzionare il carattere di generalità. In ogni caso, non è chiaro come secondo l’amministrazione potrebbe operarsi una verifica circa l’applicazione di un criterio di distribuzione di risorse economiche, se non attraverso l’esame del dato specifico riguardante i singoli percettori. Per le ragioni esposte, non può certamente affermarsi che l’istanza di accesso sia preordinata ad un controllo generalizzato dell’azione pubblica, apparendo al contrario sorretta da un interesse specifico e giuridicamente qualificato. Si rileva, infine, l’esistenza di un autorevole precedente conforme del Consiglio di Stato (Cons. St., sez. VI, 20 luglio 2018, n. 4417), citato dall’associazione ricorrente, che verte su questione del tutto sovrapponibile a quella di cui al presente giudizio. Non rileva il fatto che la sentenza sia stata pronunciata con riferimento al precedente CCNL del Comparto Scuola (che disciplinava più nel dettaglio la materia dell’informazione successiva). Ciò non tanto perché lo stesso, come sostenuto dalla ricorrente, continuerebbe comunque a trovare applicazione – a tale proposito e in senso contrario, si evidenzia che l’art. 4 comma 5 del CCNL 2018 afferma: “Le clausole del presente CCNL sostituiscono integralmente tutte le disposizioni previste dai precedenti CCNL che riguardano gli obiettivi e gli strumenti delle relazioni sindacali, i modelli relazionali, i livelli, i soggetti, le materie, i tempi e le relative procedure, nonché le clausole di raffreddamento” – quanto piuttosto perché un obbligo informativo di analoga portata è, ad avviso del Tribunale, comunque desumibile in via interpretativa dalle disposizioni del vigente CCNL”.


Mozione dei sindacati di base Cobas, Cub, Unicobas a Antonio Guterres Ufficio Esecutivo del Segretario Generale ONU

sabato 6 febbraio 2021

 Mozione dei sindacati di base Cobas, Cub, Unicobas a Antonio Guterres  Ufficio Esecutivo del Segretario Generale ONU

Era il 15 febbraio 1999 quando il leader del popolo curdo Adbullah Ocalan, al culmine di un intrigo internazionale, fu messo nelle mani dei suoi aguzzini turchi, che da allora lo tengono sequestrato in regime di isolamento, nell’isola-prigione di Imrali.

Sono trascorsi 22 anni, ed anche in quelle condizioni disumane paragonabili alle vicessitudini capitate al prigioniero Nelson Mandela,  Ocalan non ha mai smesso di indicare alle sue genti la strada maestra della pace e della democrazia in Turchia, Siria e nell’intero Medio Oriente, come ne è testimonianza la saggezza e lungimiranza del testo sul “Confederalismo Democratico” .

Purtoppo inascoltato. Innanzi tutto dal sanguinario regime turco che, attraverso la dittatura di Erdogan, ha fatto della Turchia una prigione e una caserma, in cui sono negati i più elementari diritti umani e politici, nascondendo la perdurante crisi economico-sociale e le moltiplicate povertà attraverso le campagne militari , che oltre ad occupare e perseguitare le popolazioni curde,jazide,arabe e cristiane in Siria ed Irak, porta guerra e lutti in Libia e nel Caucaso, nonchè lancia pretese minacciose sul Mediterraneo e all’Europa.

Quell’Europa che continua a mercanteggiare in armi e migranti con il fascista Erdogan, è sorda ai diritti umani di cui si proclama paladina non alzando un dito per promuovere la liberazione di Ocalan, sapendo bene il ruolo di “mediatore di una pace giusta” che può svolgere in Turchia e nell’intera regione mediorientale, come lo fu Mandela per il Sud Africa e per l’umanità oppressa.

Anche ai governi italiani premono più gli sporchi affari( tra cui la vendita di armi, in barba alla legge che vieta di venderle ai paesi in guerra) che i diritti umani e il contrasto alle guerre :

– con la Turchia che procura sofferenze e morte : a chi invoca ” libertà e giustizia” , come gli artisti del Grup Yorum e i loro legali; ai prigionieri curdi in sciopero della fame “per la libertà di Ocalan” ;

– con l’Egitto, il cui governo è responsabile dell’uccisione di Giulio Regeni e di centinaia di oppositori politici,mentre le carceri sono piene di egiziani dissenzienti,tra cui Patrick  Zaki ;

– con l’Arabia Saudita, per cui produce bombe a pieno ritmo la RWM di Domusnovas(Cagliari) che fanno stragi di inermi yemeniti , sopratutto bambini.

In questi tempi tragici, in cui la pandemia distrugge e affama milioni di vite, colpendo in particolare le persone più fragili e le più indifese tra cui i detenuti , si rinnova la mobilitazione per la liberazione per Ocalan, a cui stanno dando il loro spassionato contributo , con petizioni e campagne pubbliche, decine di migliaia di cittadini nel mondo.

Le scriventi Organizzazioni Sindacali , già da anni in campo con molteplici iniziative a favore del Rojava e della pace-democrazia in Turchia,Siria e Medio Oriente, sono nel presente schierate a sostegno della Campagna Internazionale ” Il tempo è arrivato: libertà per Ocalan, verso una pace giusta in Turchia”, e in tal senso aderiscono agli appelli ovunque promossi da associazioni umanitarie, sindacali e sociali.

                                  COBAS           CUB         UNICOBAS

IL 25 GENNAIO CHIUDONO LE ISCRIZIONI: ORA CHIUDIAMO LE CLASSI POLLAIO!

giovedì 21 gennaio 2021

RIDURRE IL NUMERO DI ALUNNI PER CLASSE   ASSUMERE IMMEDIATAMENTE I PRECARI 

IL 25/01 MANIFESTAZIONI IN DECINE DI CITTA' (a Roma al Ministero, ore 16) promosse da Priorità alla Scuola e dai COBAS

La ministra Azzolina è entrata al Ministero dell'Istruzione affermando che avrebbe preso di petto le classi pollaio ed ha continuato a ribadire lo stesso concetto anche nel corso della pandemia. Queste sono le parole. E i fatti?


I fatti ci dicono che nemmeno un euro è stato stanziato né nel Recovery Plan 
né in Finanziaria per la riduzione del numero di alunni per classe e il problema del sovraffollamento delle classi è letteralmente scomparso nelle recenti linee guida emanate dal Ministero. Così le scuole, che hanno appena finito di raccogliere le iscrizioni, procederanno con i soliti coefficienti a costruire le classi iniziali. Il tutto come se non si fosse nel pieno di una pandemia, il tutto come se la pandemia non avesse mostrato la condizione disastrosa della scuola pubblica italiana, condizione che ha comportato l’interruzione (o il forte depotenziamento attraverso la DAD) del diritto costituzionale all’istruzione per un’intera generazione la quale sta subendo, anche psicologicamente, i danni che negli anni sono stati inflitti alla scuola pubblica e che la crisi ha ulteriormente aggravato. Continuiamo a chiedere un punto di PIL per finanziare la scuola pubblica; chiediamo che i soldi pubblici, siano essi fondi europei o nazionali, non siano investiti ancora in digitale o in una fantomatica sinergia con le attività produttive, ma vengano utilizzati per una riduzione significativa del numero di alunni per classe e per il conseguente ampliamento dell’organico docente e ATA, docenti e ATA che devono essere al più presto stabilizzati. Non vogliamo rientrare nella scuola miseria che abbiamo conosciuto prima della pandemia, vogliamo una scuola pubblica di qualità, unico vero e reale deterrente alla sua progressiva privatizzazione.

Il giorno 25 gennaio saremo davanti agli Uffici Scolastici regionali e Provinciali e al Ministero a Roma, Bologna, Pisa, Trieste, Firenze, Massa, La Spezia, Napoli, Salerno, Catania, Siracusa e in molte altre città per chiedere:

●  riduzione del coefficiente del numero di alunni per classe: massimo 20 alunni e 15 in presenza di alunne/i con disabilità

● immediata assunzione dei precari della scuola italiana

● investimenti seri e veloci sull’edilizia scolastica

● rientro almeno al 50% nelle scuole superiori delle Regioni e del 100% negli altri ordini di scuola in Campania

● tracciamento capillare e diffuso all’interno delle scuole

 

                                                                                                 Esecutivo nazionale COBAS                                                                                       Comitati di base della Scuola


IN PIENA PANDEMIA E NEL MEZZO DI UNA CRISI ECONOMICA E SOCIALE, MOLTE SCUOLE ALL’ATTO DELL’ISCRIZIONE NON SONO CHIARE E PRETENDONO CONTRIBUTI CHE SONO INVECE VOLONTARI

 “I contributi scolastici delle famiglie sono assolutamente volontari e distinti dalle tasse scolastiche che, al contrario, sono obbligatorie, con l'eccezione dei casi di esonero. Le famiglie dovranno essere preventivamente informate sulla destinazione dei contributi in modo da poter conoscere le attività che saranno finanziate con gli stessi, in coerenza con il Piano triennale dell'offerta formativa.”

Anche quest’anno, in occasione delle iscrizioni, le famiglie sono alle prese con le richieste dei  contributi scolastici, una prassi ormai sfacciatamente diffusa in molte scuole di ogni ordine e grado, contributi che sono volontari, ma resi  velatamente o palesemente  obbligatori utilizzando metodi di  richiesta  che contrastano con la normativa vigente verificabile nelle varie circolari Ministeriali, note  del Miur n.312 del 2012 e n. 593 del 2013 e dell’Ufficio Scolastico Regionale.

Succede però che molte famiglie continuano a pagare non sapendo che tali contributi sono volontari perché nella maggioranza dei casi viene presentato un conto indistinto tra tasse dovute e contributo volontario accompagnato da informazioni non chiare e generiche.

Oltre a ciò occorre ribadire che con i contributi delle famiglie non si può acquistare materiale ed è vietato introdurre lezioni a pagamento in orario curricolare:  nota Miur  n.312 del 2012: “…il contributo, ad ogni modo non potrà riguardare lo svolgimento di attività curricolari”  e i contributi volontari si devono utilizzare per l’arricchimento dell’offerta formativa con attività extracurricolari.

Con le Scuole superiori chiuse da un anno e nell’incertezza del futuro ci chiediamo quali siano le motivazioni di queste richieste e che fine hanno fatto i contributi versati dalle famiglie lo scorso anno insieme alle rimanenze del Fondo d’Istituto anche dell’anno in corso.

Ci siamo sempre opposti alle richieste dei contributi volontari perché lesivi del diritto all’istruzione senza differenze di ceto e di classe sociale così come dettato dalla Costituzione, ma, nel pieno di un anno difficilissimo e in vista di quello che ci aspetta , la richiesta di ulteriori balzelli alle famiglie oppresse dalla crisi economica e dalla perdita del lavoro ci sembra ancora più scandalosa e inadeguata.

 I Cobas Scuola invitano a non pagare i contributi volontari richiesti all’iscrizione e daranno supporto legale e sindacale a tutte le famiglie, agli studenti e alle studentesse, ai lavoratori e alle lavoratrici della scuola che vogliano segnalare e denunciare violazioni ed attacchi al diritto all'istruzione. 

ALCUNE SCUOLE FUORI DALLA REALTÀ: IN PIENA PANDEMIA E NEL MEZZO DA UNA DEVASTANTE CRISI ECONOMICA E SOCIALE, SI STA RIPETENDO IL VERGOGNOSO RITO DEI CONTRIBUTI VOLONTARI.

 “I contributi scolastici delle famiglie sono assolutamente volontari e distinti dalle tasse scolastiche che, al contrario, sono obbligatorie, con l'eccezione dei casi di esonero. Le famiglie dovranno essere preventivamente informate sulla destinazione dei contributi in modo da poter conoscere le attività che saranno finanziate con gli stessi, in coerenza con il Piano triennale dell'offerta formativa.”

Anche quest’anno, in occasione delle iscrizioni, le famiglie sono alle prese con le richieste dei  contributi scolastici, una prassi ormai sfacciatamente diffusa in molte scuole di ogni ordine e grado, contributi che sono volontari, ma resi  velatamente o palesemente  obbligatori utilizzando metodi di  richiesta  che contrastano con la normativa vigente verificabile nelle varie circolari Ministeriali, note  del Miur n.312 del 2012 e n. 593 del 2013 e dell’Ufficio Scolastico Regionale.

Succede però che molte famiglie continuano a pagare non sapendo che tali contributi sono volontari perché nella maggioranza dei casi viene presentato un conto indistinto tra tasse dovute e contributo volontario accompagnato da informazioni non chiare e generiche.

Oltre a ciò occorre ribadire che con i contributi delle famiglie non si può acquistare materiale ed è vietato introdurre lezioni a pagamento in orario curricolare:  nota Miur  n.312 del 2012: “…il contributo, ad ogni modo non potrà riguardare lo svolgimento di attività curricolari”  e i contributi volontari si devono utilizzare per l’arricchimento dell’offerta formativa con attività extracurricolari.

Con le Scuole superiori chiuse da un anno e nell’incertezza del futuro ci chiediamo quali siano le motivazioni di queste richieste e che fine hanno fatto i contributi versati dalle famiglie lo scorso anno insieme alle rimanenze del Fondo d’Istituto anche dell’anno in corso.

Ci siamo sempre opposti alle richieste dei contributi volontari perché lesivi del diritto all’istruzione senza differenze di ceto e di classe sociale così come dettato dalla Costituzione, ma, nel pieno di un anno difficilissimo e in vista di quello che ci aspetta , la richiesta di ulteriori balzelli alle famiglie oppresse dalla crisi economica e dalla perdita del lavoro ci sembra ancora più scandalosa e inadeguata.

 

I Cobas Scuola invitano a non pagare i contributi volontari richiesti all’iscrizione e daranno supporto legale e sindacale a tutte le famiglie, agli studenti e alle studentesse, ai lavoratori e alle lavoratrici della scuola che vogliano segnalare e denunciare violazioni ed attacchi al diritto all'istruzione. 

COBAS SCUOLA

Qui il vademecum da consultare con tutte le informazioni


TERNI SOLIDALE E LA SPESA SOLIDALE

mercoledì 20 gennaio 2021 · Posted in

 CRESCE IN CITTÀ IL  MUTUALISMO SOCIALE E CONFLITTUALE

A partire dal lockdown di ottobre, determinato dalle misure governative volte a limitare la diffusione del Covid-19, a Terni (come in altre città italiane) alcune realtà sociali, sindacali, culturali e politiche e hanno deciso di coordinare le forze e le capacità organizzative per fronteggiare la crisi economica e sociale che mordeva su quelle fasce della popolazione ternana che già si trovavano in situazioni precarie.

Alle difficoltà derivanti dalla crisi del 2008 si sono aggiunte quelle della pandemia attuale.

L’Umbria è la Regione del Centro-Italia che a partire dalla crisi finanziaria di 13 anni fa, ha subito probabilmente una delle peggiori flessioni degli indicatori socio-economici dei cittadini e delle famiglie, del sistema produttivo e del mondo del lavoro. I tassi di disoccupazione sono cresciuti di molto, come anche il ricorso a forme contrattuali precarie e flessibili e parallelamente sono aumentati gli infortuni e le morti sul lavoro. Naturalmente sono incrementati i soggetti e le famiglie in situazioni di povertà assoluta e relativa soprattutto nelle due città principali: Perugia e Terni.

Il Covid non ha fatto altro che far esplodere le contraddizioni di questo sistema ovunque.

In questo contesto, a Terni, è nato il Comitato Terni Solidale, ispirato dalla logica del mutualismo conflittuale e incentrato sull’organizzazione della Spesa Solidale per rispondere direttamente alle esigenze di quei soggetti e di quelle famiglie che in città e nei suoi quartieri periferici non trovavano alcuna risposta dalle istituzioni locali (oltre alla scarsità delle soluzioni adottate dal Governo Conte, che si sono tradotte essenzialmente nelle briciole – tardive- del Reddito di Emergenza e in poche altre misure palliative).

La platea sempre più affollata di disoccupati, migranti, lavoratori in nero-precari-senza tutele, si è trovata a essere ancora più invisibile agli occhi dei governanti.

A molte di queste persone, il Comitato, grazie alle donazioni private dei singoli, è riuscito a dare una risposta sin da subito. Però sin dalla sua nascita, non si è trattato di puro e semplice assistenzialismo, ma appunto di mutualismo popolare – in cui ci si aiuta reciprocamente senza un rapporto caritatevole o gerarchico tra chi dona e chi riceve- fondato sull'autorizzazione dei militanti e delle famiglie beneficiarie della spesa.

Consapevoli della gravità della situazione e dell’incapacità e non volontà delle istituzioni locali di fronteggiare queste problematiche emergenti, il Comitato ha deciso di lavorare per costruire una linea politica rivendicativa e conflittuale, di non cadere nella pratica dell’associazionismo che va a tappare i buchi e le falde dei governanti, ma di far emergere quelle contraddizioni che attraversano questa società e chiedere risposte urgenti a chi ha il dovere giuridico-politico e morale di elaborarle.

Ma come si è tradotta questa modalità nel pratico? Partendo dal piano più strettamente organizzativo, TERNI SOLIDALE, è animata da alcuni soggetti già presenti in città come il centro sociale “GERMINAL CIMARELLI”, il laboratorio sociale “BLOG-LGC”, organizzazioni studentesche come l’”UDS-Unione Degli Studenti”, la cooperativa sociale “LAB. IL BICICLARIO”, l’associazione”ISOLA-COLOMBIA”, settori organizzati della tifoseria “QUELLI DELLA EST”, autorganizzazione sindacale come la confederazione “COBAS-Comitati di Base” organizzazioni politiche comuniste ed anticapitaliste e tanti e tante altri/e militanti singoli/e.

Il comitato ha organizzato il 7 novembre 2020 un primo presidio “SE CI CHIUDETE CI PAGATE: REDDITO, CASA, SCUOLA E SANITA’” in piazza della repubblica. In collegamento con l’esperienza ternana, sono poi nate altre iniziative a Arrone e Sangemini.

TERNI SOLIDALE ha aderito al manifesto nazionale della SOCIETÀ DELLA CURA organizzando il 21 novembre un presidio sotto la Prefettura di Terni “NESSUNO SI SALVA DA SOLO-FUORI IL PROFITTO DALLA SALUTE”

 


Successivamente si è organizzata la SPESA SOLIDALE, iniziata a novembre, che oggi è alla sua 10 settimana continuativa e che attualmente riesce a distribuire a oltre 100 persone  50 cassette a settimana per altrettante persone o famiglie.

La spesa solidale si occupa della distribuzione (e la consegna a domicilio per i soggetti con disabilità) delle cassette alimentari e di mantenere rapporti con le persone con cui entra in contatto. Una volta alla settimana si tiene un’assemblea generale organizzativa.

 

Le cassette alimentari sono realizzate:

- in parte grazie alle donazioni all’IBAN IT70Q0760105138273704673711 intestato a Benedetta Calderigi con causale “spesa solidale” oppure tramite PAYPAL: TERNISOLIDALE@GMAIL.COM

- In parte con la raccolta presso i supermercati TODIS via di Vittorio 27 e Hurrà, via Brodolini 10b si stanno organizzando “CARRELLI SOLIDALI”

- in parte con i beni dei produttori locali anche con la volontà di favorire circuiti autorganizzati e alternativi alla grande distribuzione organizzata, alle multinazionali e ridare fiato alla filiera corta e locale.

Un ricordo particolare va al professor M.F. la cui compagna ha donato alla SPESA SOLIDALE i fondi raccolti dopo il funerale.

 Per quanto riguarda invece il rapporto con le persone e con le famiglie beneficiarie della spesa, si sta strutturando un percorso di integrazione e coinvolgimento organizzativo cercando di favorire la partecipazione attiva alla lavorazione delle cassette nel giorno della consegna, che avviene tutti i venerdì dalle ore 15 presso il Centro Sociale Autogestito Germinal Cimarelli in via del Lanificio 29 (dietro il palazzone di viale B. Brin).

Oltre a questo primo importante momento di condivisione sono in fase di organizzazione:

-presso il laboratorio BLOB LGC di via Giovanni XXIII n.20 tutti i giorni previo appuntamento telefonico allo 0744 614768 (zona piazza della pace) e presso i COBAS SCUOLA in via F. Cesi 15A (vicino piscina CLT) il giovedì dalle 17,30 alle 19,00 (prenotazioni al 391 1061311) uno Sportello Sociale che si occupa, anche, attraverso l’ausilio di legali, delle pratiche legate alla richiesta dei vari Bonus (spesa e affitti) e offre supporto gratuito sulle questioni lavorative e abitative.

-momenti di riflessione e approfondimento, seminari su tematiche collegate alla sanità, all’ambiente e al mutualismo, alla scuola pubblica, reddito a partite con l’incontro del 14 gennaio “Fuori il profitto dalla salute” con Carlo Romagnoli dell’ISDE UMBRIA organizzato con l’UDS-Unione degli Studenti, iniziative che continuano il 2 febbraio “REDDITO PER TUTTI tra reddito di cittadinanza e reddito universale” con il docente dell’Università di Perugia Ugo Carlone.

– il Centralino del Comitato, telefono 328 3737162 che gestisce le varie richieste di aiuto.

Si sta cominciando inoltre di organizzare:

- una attività di inchiesta sociale, intervistando con dei questionari autoprodotti le persone e le famiglie che necessitano di aiuto per avere un quadro delle condizioni sociali ed economiche di determinati settori della popolazione della città, cosi da orientare, poi, il processo rivendicativo sulla base delle esigenze emerse con questo lavoro.

– assemblee di quartiere per costruire un processo di autorganizzazione e di democrazia diretta (a partire dai beneficiari della spesa solidale) in cui si decida senza meccanismi di delega e in forma orizzontale quali iniziative compiere e dove discutere dei problemi più pressanti.

Con queste pratiche e questa logica, il Comitato, sta cercando di costruire un metodo del mutualistico e conflittuale in città su alcune linee guida:  autorganizzazione, inchiesta, radicamento territoriale, rivendicazioni su sanità, ambiente, reddito e istruzione.

La prospettiva è quella di rafforzarsi per diventare una forma di controllo popolare dei meccanismi decisionali dei governanti locali, le prime iniziativa hanno dato i primi frutti, soprattutto nel senso della ricostituzione di senso e di forme di comunità nel territorio con l’obiettivo di diffusione nei quartieri periferici dove il tessuto sociale appare sempre più sfibrato.

Invitiamo gli organi di informazione e di stampa alla presentazione della distribuzione di venerdì 22 gennaio, dalle ore 16,30 alle 17,30 presso il CS Germinal Cimarelli, via del Lanificio 19a previo contatto al 328 3737162

TERNI SOLIDALE

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