Appunti per la ripresa della discussione e del conflitto . Coordinamento sedi Cobas Scuola autoconvocate

martedì 13 giugno 2023

 L’ultima Assemblea Nazionale del 29 e 30 ottobre 2022 a Firenze ha sancito una  divisione significativa all’interno dei Cobas Scuola, tant’è che non sono stati eletti, come sarebbe dovuto avvenire, i nuovi organismi. A questo punto una risicata maggioranza, che nelle votazioni non avevaraggiunto il 50% + 1 dei voti (46 a favore, 39 contrari, 9 astenuti) ha deciso che, contrariamente a quanto previsto dallo Statuto, il quale afferma che «Ogni mandato non può avere durata superiore ad un anno e non è tacitamente rinnovato», per l’anno successivo sarebbero restati in carica gli organismi eletti precedentemente. In precedenza, nell’assemblea provinciale di Napoli, addirittura, dopo l’elezione dei delegati, che aveva visto prevalere la mozione alternativa a quella proposta dai componenti della maggioranza dell’esecutivo provinciale, l’assemblea è stata sciolta d’imperio, impedendo la votazione del nuovo organismo provinciale, punto regolarmente presente nell’O.d.g.

Infine, al termine dell’Assemblea Nazionale è stato prodotto un verbale che non corrispondeall’andamento dei lavori (mettiamo a disposizione di quante/i fossero interessate/i una registrazione dell’assemblea).

Pur avendo chiesto più volte che si procedesse alla convocazione di una nuova Assemblea Nazionale, deliberante e con delegati, abbiamo ricevuto solo risposte negative.

Si tratta di tre fatti molto gravi, e molte altre cose gravi sono accadute al nostro interno. Per discutere le iniziative da intraprendere, al fine di superare le contraddizioni e i limiti di questa situazione, rappresentanti delle diverse sedi e singoli militanti nei giorni 27 e 28 maggio si sono dati appuntamento a Roma.

L’autocritica dei Cobas Scuola

Occorre, innanzitutto, prendere atto che la difficoltà di estensione e radicamento del sindacalismo dibase (e dei movimenti in generale) necessita di un’analisi approfondita e complessa che non può essere ulteriormente rinviata. Il riconoscimento diffuso della realtà del sindacalismo di base (che eredita l’esperienza di consigli di fabbrica e simili) viene solitamente datato alla metà degli anni ‘80 con la nascita dei Cobas Scuola. Una valutazione dell’agire teorico e pratico si rende quindi necessaria dopo 37 anni di presenza nello scenario sindacale e politico italiano, cercando di comprendere i motivi che oggi ne determinano una quasi insignificanza nel contesto attuale.

Noi ne individuiamo in particolare due: le difficoltà interne, determinate dalla scarsa capacità di riuscire a superare modelli verticistici tipici di altre organizzazioni, e le difficoltà esterne, rappresentate dalla non comprensione della fase politica degli ultimi decenni.



Le difficoltà interne

La critica al modello competitivo di relazione sociale, tipico della società capitalistica, non è riuscita a produrre anche un’autocritica in riferimento alle modalità di relazione interne, nonostante la puntuale e ormai consolidata produzione teorica del movimento femminista su questa questione. Invece si tende a riprodurre una modalità di organizzazione verticistica e centralizzata secondo gli schemi consolidati che contestiamo e che spesso, in modo perfino più subdolo, si attua con il riconoscimento “carismatico” del leader all’interno di organizzazioni e movimenti che si definiscono di base.

Riteniamo che questi rischi riguardino il sindacalismo di base, ma anche i movimenti tout court e quindi anche i Cobas Scuola in cui, come afferma Stefano Boni in “Orizzontale e verticale. le figure del potere”, emerge una certa «insofferenza con cui un processo decisionale orizzontale viene accolto da alcune istituzioni, abituate a considerare la parola pubblica come una prerogativa

di un capo che la impone verticalmente a un uditorio passivo»[1].

Di fronte all’evidente tentativo di restringimento degli spazi di democrazia in atto nel nostro Paese ci sarebbe, invece, necessità sempre più urgente di capacità di coinvolgimento, di momenti che favoriscano la partecipazione personale e collettiva.

L’esperienza dei Comitati di Base della Scuola, consapevolmente o inconsapevolmente, era nata anche con questi paradigmi, come tutte le esperienze storiche “dal basso”. Più in generale le agitazioni promosse dai Cobas Scuola avevano sì lo scopo di produrre un risultato a breve termine di miglioramento delle condizioni del personale scolastico, ma erano concepite come parte di un processo a lungo termine di autoeducazione collettiva. La partecipazione e la condivisione non erano pertanto elementi di contorno, ma essenza dell’azione politico-sindacale: i mezzi e il fine rappresentavano due poli dialettici e non un nesso causale.

Il ribaltamento critico delle scelte dei soliti Cgil, Cisl e Uil non era solo nel merito di un contratto (1987), già allora orrendo e aziendalistico, ma era anche determinato dalla totale assenza di condivisione di tali scelte: si decideva nelle segrete stanze delle segreterie e poi, attraverso assemblee sindacali nelle scuole, si tentava la classica operazione di convincimento del personale sulla bontà delle piattaforme.

L’originalità del nostro percorso si era ulteriormente manifestata negli anni ‘90 e 2000, quelli dell’egemonia “neoliberista”, che hanno messo in luce i limiti delle organizzazioni operaie tradizionali che, nel migliore dei casi, hanno tentato di resistere agli attacchi padronali, ma che non erano in grado di fornire una visione alternativa all’impianto teorico egemone a causa dell’accettazione della narrativa del mercato come sistema economico autonomo e autoregolatorio.

I confederali (e i loro riferimenti partitici) sono anche riusciti a depoliticizzare le proprie politiche, che sono state presentate come mere espressioni di scelte economiche razionali, la cui logica era appannaggio esclusivo di una classe di teorici, tecnocrati, esperti. In tale contesto si sono anche ripristinate gerarchie di valori e di ruoli, esplicitando i limiti della democrazia parlamentare e

partecipativa con tendenze a restringere a numeri sempre più ristretti luoghi e poteri decisionali in relazione a ciò che deve rimane di competenza collettiva.

Ora, tornando all’oggi e osservando l’attuale situazione dei Cobas e del sindacalismo di base in generale, ci pare che alcune delle difficoltà che incontriamo, e che stanno determinando addirittura un regresso nella nostra capacità di rappresentanza (vedasi ultime elezioni RSU), siano determinate da una “normalizzazione” della nostra prassi e da una silente accettazione dello status quo. Nello specifico della scuola attribuire la responsabilità delle nostre difficoltà alla categoria che sarebbe ormai non coinvolgibile sul terreno sindacal-politico è una scorciatoia teorica autoassolutoria che non serve a nessuna/o. Dobbiamo, invece, recuperare la dimensione dei Comitati di Base come luogo di riflessione e azione in un’ottica educante ed autoeducante, così come è stato fatto da quel personale scolastico, seppur non maggioritario, che si è reso protagonista delle lotte nei decenni passati quando siamo stati in grado sia di elaborare contenuti propositivi che di opporre resistenza aiprocessi di ristrutturazione capitalistica in atto.

I Cobas Scuola, infatti, pur largamente minoritari per voti e numero di iscritti, sino ad un certo punto sono stati credibili nel contrastare politiche nefaste in ambito scolastico e ciò sia dal punto di vista della difesa materiale sia della battaglia culturale, come è accaduto nel caso della lottaall’Invalsi. I Cobas Scuola hanno rappresentato, al di là della quantità di adesioni, un punto di riferimento per quanti, prescindendo dalla loro collocazione, avevano, e hanno, un’altra idea di scuola rispetto a quella governativa, cioè credono in una scuola democratica, orizzontale e con l’obiettivo di sviluppare la soggettività critica degli studenti e delle studentesse.

Le elezioni RSU del 2018, pur con un risultato distante dalla soglia della rappresentatività del 5%, avevano confermato una presenza sufficientemente diffusa e credibile. E ciò nonostante la lotta contro la Legge 107/2015 non avesse mantenuto le potenzialità emerse con gli scioperi del 5 maggio e quelli degli scrutini. I referendum avrebbero potuto rappresentare una prosecuzione possibile della lotta, ma in quel caso abbiamo sottovalutato il fatto che insieme con noi raccoglieva le firme chi aveva condiviso (si pensi alla FLC),

e spesso promosso, quanto prodotto da Luigi Berlinguer in poi.

Si è così determinata una sorta di paradosso: la lotta contro la Legge 107/2015 ha ottenuto risultati importanti (fine della chiamata diretta, abolizione del bonus premiale, riduzione dell’alternanza) chenon sono stati valorizzati, contribuendo così a far crescere l’idea dell’inutilità delle lotte e degli scioperi e il conseguente approssimativo giudizio che siamo di fronte a una categoria interessata ormai solo a difendere piccoli, e personali, obiettivi materiali. Un’idea che ha fatto strada anche al nostro interno, per cui bisognava fare attività strettamente sindacale e dall’altro utilizzare il CESP per una battaglia politico-culturale di “nicchia”, come se si trattasse di due momenti separati: da un lato i microconflitti, dall’altro la riflessione sui temi generali.

In sostanza, a prescindere dal dibattito e dal confronto interno, è prevalsa l’idea che il conflitto non fosse più possibile all’interno delle scuole e che chi non era d’accordo rappresentava un romantico nostalgico del passato, dimenticando che la scuola è una delle principali casematte per rimettere in discussione il presente, anche, e forse soprattutto, quando sembra prevalere l’idea della Fine della storia[2].

Invece noi riteniamo che oggi, come ieri, non hanno senso le battaglie sindacali, se non sono parte di un’idea complessiva di trasformazione, in grado, nel nostro caso, di contestare alla radice competenze e merito e di rimettere al centro la questione della funzione sociale della scuolapubblica. Un terreno, quest’ultimo, progressivamente espulso dalle nostre riflessioni. A questo deficit teorico/concreto è seguita una progressiva difficoltà nelle mobilitazioni, basti ricordare l’enorme differenza della nostra (e dell’intero movimento) partecipazione al primo e al secondo corteo romano degli Indivisibili.

Tutte queste difficoltà, peraltro, sono ulteriormente cresciute con la diffusione del Covid. Soprattutto perché non abbiamo messo al centro la difesa della sanità pubblica di prossimità (come tutti, ci siamo concentrati sulle terapie intensive) e contrastato adeguatamente quell’idea di società chiusa e repressiva che è cresciuta, anche nel linguaggio - si pensi al termine coprifuoco o alla “guerra” al virus - durante la pandemia. Con riluttanza si è

accettata la scelta delle quattro sospensioni di componenti l’EN (nella conferenza stampa fatta a Roma, erano presenti testate delle province dei quattro, ma nessun mass-media romano, neanche una radio di quartiere, per non parlare delle testate nazionali); non si è fatta una coerente battaglia contro il green pass e contro l’obbligo vaccinale introdotto, pena la sospensione da lavoro e stipendio: siamo stati troppo timidi di fronte a lavoratori cui, caso unico, è stato tolto l’intero stipendio. Insomma, un pasticcio che, per evitare scelte chiare e per preservare una unità interna, dimostratasi solo di facciata, alla fine non hapagato in nessuna direzione.

Non solo, l’avvento del Covid ha evidenziato anche altre nostre fragilità, tra cui quella di non saper gestire collettivamente una situazione che aveva determinato letture differenti, difficili da ricondurre a sintesi. Abbiamo ripercorso pratiche di esternazioni individuali con poco o scarso confronto e molto avventurismo, come, ad esempio, la fuorviante lettura del PNRR, come “reale” opportunità che avrebbe messo in discussione i parametri neoliberisti, rilanciando la spesa in deficit e determinando un positivo ritorno economico per le masse popolari.

La mancanza di confronto politico collettivo e il tentativo stesso di negare le differenze, riducendo la dialettica interna ad un mero scontro di potere, ha determinato a questo punto il prevalere di una banale logica dei numeri, che, una volta applicata, determina schieramenti preventivi: non si interviene in base ai contenuti, ma in rapporto a chi li propone. In sostanza, la nostra fragile democrazia interna ha funzionato solo sino a quando c’è stata una larga maggioranza concorde, capace eventualmente di accettare i singoli dissenzienti.

Anche la gestione della guerra ha riproposto questi stessi meccanismi. Non colpisce tanto il fattoche alcuni (pochi) al nostro interno si siano dichiarati a favore dell’invio delle armi all’Ucraina, quanto la diffusione di critiche, che non tenendo conto della realtà e di quanto prodotto (si pensi ai convegni CESP La scuola laboratorio di pace e alla costruzione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, che pure sta avendo ottimi riscontri nazionali), utilizzano la banalizzazione delle posizioni altrui (l’adozione acritica del termine di “putiniani” usato dal

mainstream) che, oltre a fare giustamente indignare chi le subisce, non permette certo lo sviluppo di una dialettica necessaria.

In conclusione, crediamo che vada portata avanti una seria autocritica su un duplice terreno: da una parte, occorre fare i conti con i residui teorici del passato, cioè con la parte “consapevole” dell’intellighenzia che si fa depositaria della “Verità assoluta” e che prefigura già in partenza un’organizzazione verticistica, al di là di come ci si autodefinisca. Dall’altra parte, occorre riconoscere le incrostazioni che questo modello sociale ha introdotto anche nei nostri rapporti, riproducendo competitività e leaderismo dove dovrebbero prevalere solidarietà e condivisione. Il paradosso determinato dalla sincronizzazione di questi due aspetti ha come conseguenza il soggettivismo esasperato che contraddistingue il sindacalismo di base, creando le difficoltà precedentemente evidenziate sia nella gestione dei processi democratici interni alle singole organizzazioni sia in riferimento alle difficoltà di relazione tra le organizzazioni.

In sostanza crediamo che vadano cercate e praticate nuove forme di relazione, di confronto e di rappresentanza atte a concretizzare una struttura organizzativa che sia partecipata e di “base”. Nel merito vi sono esperienze interessanti a livello mondiale dal Chiapas al Sudamerica, dal Kurdistan alle comunità berbere ed anche in alcuni paesi europei alcune esperienze costruite dal basso stanno cercando di affrontare questa questione anche attribuendo a rotazione ad un membro dell’assemblea il ruolo di portavoce con un semplice sorteggio, prassi considerata da molti studiosi il correttivo necessario per innestare il meccanismo della responsabilità politica e sociale sugli automatismi elettorali, sempre più inficiati dall’egemonia economica e mediatica neoliberista di grandi centri di potere[3]. Potrebbe essere un modo per superare l’attuale incancrenimento?

Le difficoltà esterne

In merito a questo, non possiamo non vedere come le difficoltà dei movimenti sindacali di base, ma, in generale, di tutte le associazioni/organizzazioni che si occupano della questione sociale, si intrecci inevitabilmente con la questione politica. I

“movimenti” che dagli anni Sessanta fino, per qualche aspetto sociale, agli anni Novanta, avevano in qualche modo un interlocutore nella sinistra istituzionale e, quindi, una concreta sponda alle rivendicazioni e alle lotte, oggi sono del tutto privi di riferimenti all’interno delle istituzioni o, addirittura, come per alcuni movimenti dei precari della scuola, gli interlocutori vengono paradossalmente cercati a destra. Va da sé che anche la dinamica sociale del capitale, che ha consentito in quegli anni una redistribuzione di parte della ricchezza prodotta, oggi, all’interno della crisi globale in atto, non è più proponibile.

Per questi motivi i movimenti hanno di fatto dismesso di intraprendere azioni “offensive”, volte a cambiamenti normativi ispirati al bene comune (l’ultimo tentativo è stato quello dei referendum sull’acqua pubblica). Tuttavia, permane una necessità di mobilitazioni “difensive”, ma spesso anche queste non riescono a centrare l’obiettivo e, comunque, sono in genere prive di prospettiva politica (ad eccezione forse dell’esperienza della GKN). Sembra, però, che in generale i movimenti tendano a replicare schemi del passato in una parodia di quanto accaduto negli anni Sessanta e Settanta, senza che ci si renda conto della nuova fase antropologica, sociologica, economica e politica in cui versiamo, completamente diversa rispetto al passato e per cui è necessario un rinnovato spettro di lettura con un margine più ampio.

Non possiamo non notare, ad esempio, come anche l’unico tentativo di costruire una sponda politicaalle istanze sociali (Potere al Popolo nel 2017-18) sia scarsamente riuscito, da un lato a causa di diatribe soggettive di chi aveva cercato di dare vita a quell’esperienza, dall’altro, a causa delle differenze di analisi politica. Non vogliamo dilungarci nel merito su questa questione specifica, tuttavia l’abbiamo citata solo per concretizzare quanto affermato in relazione agli strumenti di lettura della realtà, che mettono in circolo meccanismi che passano dall’analisi biopolitica ad un approccio che si allarga anche alla dimensione psicopolitica[4].

Ci troviamo, quindi, di fronte ad una evidente contraddizione: da una parte, nella scuola come in altri settori, domina una politica istituzionale compattamente schierata a difesa del modello di

rapporti sociali capitalistici; dall’altra si continua a perpetrare una prassi di rivendicazioni rivolte alle principali istituzioni per l’adozione di politiche di segno opposto, attente al sociale, quando sono proprio le attuali forze politiche istituzionali, con scarse o nulle differenziazioni, che rappresentano il motore cosciente della ristrutturazione capitalistica in atto.

Autonomia differenziata, quiz Invalsi, scuola delle competenze, Alternanza scuola lavoro/PCTO, “merito” e carriere, attacco alla scuola della Costituzione, tagli al comparto istruzione e all’organico, digitalizzazione sono solo alcune delle iniziative condivise, nella sostanza, da tutti i governi succedutisi da oltre vent’anni in Italia. Insieme all’attacco “ideologico” si è venuto a determinare il progressivo impoverimento dei salari (tranne, ovviamente, per i Dirigenti Scolastici)e la graduale “emarginazione sociale” dei lavoratori della scuola.

L’Italia governata dalla destra vuole fare a pezzi il Paese togliendo il reddito di cittadinanza, promuovendo la flat tax, respingendo gli immigrati e riscrivendo la storia italiana. Nell’Europa attraversata dalla guerra e dall’economia di guerra, sempre più subordinata alla NATO, i lavoratori non hanno più rappresentanza nei parlamenti.

Queste considerazioni sono necessarie anche per introdurre una riflessione su alcuni aspetti della vita politica italiana. Le lacrime di coccodrillo sul decremento pressoché costante della partecipazione al voto denotano una lettura dei fatti distorta: le cose vanno male perché le persone non partecipano alle elezioni, sostengono alcuni politici e relativi commentatori. Si tratta dell’ennesima immagine capovolta della realtà, che si impone attraverso quella che potremmoormai definire una pervasiva guerra cognitiva ai danni delle soggettività. Noi diciamo che le persone non partecipano alle elezioni proprio perché queste sono, di fatto, diventate una farsa in cui non si decide quali saranno le politiche governative (di fatto sempre le stesse appunto) ma solamente chi debba gestirle, evidenziando palesemente il contrasto alla radice dell’opposizione, funzionale al dominio neoliberista, tra government e governance.

La crisi di rappresentanza e il malessere della maggioranza della popolazione possono rappresentare una miscela pericolosa, ecco perché oggi come 100 anni fa si pone la necessità di un governo

“autoritario”, che gestisca la crisi capitalistica in atto e tutte le altre crisi concentriche e collaterali, difendendo gli interessi di una minoranza privilegiata in uno stato di eccezione ed emergenza continua. Ma questo governo e i rapporti sociali determinati dal capitalismo, non possono risolvere le crisi in atto, in quanto sono essi stessi la causa della crisi.

Per questo pensiamo che non ci si possa limitare ad una sorta di geremiade sulla latitanza di partecipazione e di opposizione delle masse popolari, ree anche di aver scelto Giorgia Meloni come unica novità in cui sperare! Piuttosto non possiamo non constatare come a tale non irresistibile esito politico abbiano appunto contribuito anche errori di analisi, pochezza politica, disorganizzazione e protagonismo leaderistico che pure alberga nella sinistra anticapitalistica, sinistra da ripensare e riorganizzare.

Riteniamo, infatti, che ricondurre teoria e pratica politica al solo

«uniamoci tutti contro i fascisti» in un neo frontismo degli anni Duemila possa essere estremamente fuorviante e sintomo di enorme cecità, non cogliendo, in concreto, dove sia riposta la radice del potere nel presente momento storico e, di conseguenza, mancando l’obiettivo strategico dell’azione politica.

Ci riconosciamo, pertanto, nella parte della comunità politica che coniuga antifascismo e anticapitalismo, pur vedendo di questa area i limiti, gli errori e le carenze che non hanno consentito di produrre un’analisi seria commisurata alla portata della situazione sociale, politica ed economica del Paese: sono venuti a mancare un dibattito accurato e un’analisi anche delle nostre responsabilità su come si è venuta a determinare la situazione attuale, mancanze riconducibili sia a singolisoggetti che a gruppi politici.


Conclusioni

E veniamo al centro della questione che cerchiamo di denunciare: occorre urgentemente superare questa fase di smarrimento o, addirittura, di possibili ulteriori divisioni, che non sono minimamente contemplate nel nostro orizzonte di lettura della strategia politica e sociale; occorre, invece, creare sinergie e contatti tra le esperienze e le vertenze in atto; occorre realizzare forme di

coordinamento tra realtà diverse a partire dal sindacalismo di base, nel rispetto delle specificità di ciascuna, provando a essere presenti con iniziative di informazione, dibattito e lotta “in comune”, così come il coordinamento di molte sedi Cobas Scuola è stato capace di realizzare con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole. Così come molti Collegi Docenti, ancora non coordinati fra di loro, stanno rifiutando le figure dei Tutor e Orientatori, ultima realizzazione dell’idea di scuola-azienda, come altri docenti, insieme a studenti e famiglie, stanno esprimendo pesanti critiche e/o bocciando iprogetti del PNRR.

In questo contesto c’è tutto lo spazio necessario per un rinnovato impegno dei Cobas, ma per realizzarlo occorre sanare subito la situazione antidemocratica che abbiamo descritto. È anche sintomatico il fatto che un sindacato di base autorganizzato, che si è sempre opposto alla delega e ha negato il sindacalismo di professione, proprio per la necessità che i conflitti partano dai posti di lavoro, veda oggi una impossibilità nel rinnovo e una difficoltà di rotazione nelle cariche statutarie incistate da anni sugli stessi soggetti.

Le destre oggi stanno esercitando un potere reale, politico, economico e culturale, ma chi come noi vi si oppone non può autoassolversi da quanto successo, ponendosi come punto di osservazione esterno e illusoriamente estraneo: non è più pensabile affrontare l’attuale situazione lavorativa, ambientale, sociale, economica e politica con una miriade di comitati, associazioni, movimenti, sindacati, che agiscono in ordine sparso senza la capacità di sintesi culturale e politica e senza una dolorosa e stringente autocritica dell’operato individuale e di gruppo di ciò che non siamo state/i in grado di produrre in questi ultimi anni.

Il Coordinamento delle sedi Cobas Scuola autoconvocate, dunque, ritiene sia giunto il momento di avviare una profonda riflessione all’interno dei Cobas Scuola, non per dividere, ma per rilanciare l’attività politico-sindacale che ha sempre contraddistinto la nostra organizzazione.

Si tratta di riconoscere la profondità di analisi e l’ottimo lavoro strategico svolto in passato da tutti e tutte coloro che hanno fatto crescere i Cobas Scuola, ma si tratta anche di riconoscere, senza acrimonia, che il salto antropologico e sociologico attuale richiede un supplemento di analisi, richiede uno sguardo più lucido dentro la società, dentro i luoghi di lavoro, dentro il mondo dell’associazionismo e del sindacalismo di base, in grado di riallacciare legami proficui in vista di quegli obiettivi politico- sindacali che contraddistinguono la storica attività dei Cobas Scuola.

Perché questa discussione possa avvenire coinvolgendo l’intera organizzazione riteniamo perciò necessario che sia convocata, prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, l’Assemblea Nazionale.


Firmato:

Coordinamento sedi Cobas Scuola autoconvocate


Esecutivi Provinciali di: Ancona, Arezzo, Bari, Catania, Genova, Grosseto, La Spezia, Lecce, Livorno, Macerata, Massa, Milano, Palermo, Perugia, Pisa, Reggio Emilia, Siracusa, Terni, Tuscia, Viterbo. Assemblea Provinciale di Varese

Mozione di maggioranza assemblea provinciale di Napoli Componenti Esecutivo Provinciale di Cagliari: Giovanna Liccardi,

Simona Loddo


  1. S. Boni, Orizzontale e verticale. Le figure del potere, Elèuthera, Milano 2021, p. 176.

  2. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, De Agostini, Milano 2020.

  3. D. Van Reybrouck, Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico, Feltrinelli, Milano 2015.

  4. B.C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, Milano 2016.

Aggiornamento GAE: al via dal 15 giugno

venerdì 9 giugno 2023

Dal prossimo 15 giugno e al 4 luglio 2023, i candidati già presenti nelle GAE potranno presentare la propria domanda che potrà riguardare l’inserimento del titolo di specializzazione per il sostegno, la presentazione di titoli di riserva per usufruire dei benefici di cui alla Legge N. 68 del 12 marzo 1999, e lo scioglimento della riserva, qualora il docente risulti iscritto con riserva.

 Presentazione e delle domande dal 15 giugno al 4 luglio

La domanda deve essere presentata in modalità telematica attraverso la piattaforma di Istanze on line: bisogna indicare l’Ufficio Scolastico provinciale relativo alle GaE inserite per il biennio 2022/23 e 2023/24.

 Sarà possibile compiere 3 scelte:

 l’inserimento del titolo di specializzazione per il sostegno o dei metodi didattici differenziati che potrà permettere a chi è già inserito nelle GaE di poter essere assunti anche su posto di sostegno, oltre che per le classi di concorso per cui sono si già inseriti.

La presentazione dei titoli di riserva per poter godere dei benefici previsti dalla Legge N. 68 del 12 marzo 1999 e successive modificazioni e integrazioni.

Infatti i titoli di riserva fissavano una riserva dei posti per le cosiddette ‘categorie protette’. Il termine entro il quale i docenti iscritti nelle GaE devono possedere i requisiti indicati dalla sopracitata Legge N. 68 è fissato al 4 luglio.

Lo scioglimento della riserva, nel caso in cui il docente sia iscritto con riserva in quanto in attesa di conseguire il titolo abilitante (a condizione che il titolo sia stato conseguito o sarà conseguito entro il termine fissato per la finestra).

Docente che arriva fino al termine delle lezioni: proroga contrattuale fino agli scrutini o stipula di un nuovo contratto?

giovedì 1 giugno 2023

Il docente in servizio fino al termine delle lezioni (ad esempio l’8 di giugno) ha diritto (non l’obbligo) a partecipare agli scrutini e agli eventuali esami di stato previsti per il primo ciclo di istruzione.

 
A tal fine è necessario però distinguere due diverse ipotesi che danno luogo rispettivamente a due diverse fattispecie:
 
  • La stipula di un nuovo contratto limitatamente ai giorni in cui il supplente è impegnato negli scrutini (ed eventualmente agli esami di stato del I ciclo).
  • La proroga contrattuale senza soluzione di continuità fino agli scrutini (ed eventualmente agli esami di stato del I ciclo).
Per gli esami di stato nella scuola secondaria di II grado si veda questo articolo.
 

DOCENTE IN SERVIZIO SINO AL TERMINE DELLE LEZIONI

La Nota prot. n° 9038 del 17/06/2009 disciplina il caso del docente che presti servizio fino all’ultimo giorno di lezione.
 
In particolare:
 Per il restante personale docente supplente temporaneo che – al di fuori delle ipotesi di cui al sopraccitato art.37 – si trovi in servizio al termine delle lezioni, dovrà essere disposto non il mantenimento in servizio sino al termine delle attività di valutazione ma bensì uno specifico contratto che, per i giorni strettamente necessari, includa il periodo che va dal primo all’ultimo giorno di presenza del docente supplente interessato nelle predette attività di scrutinio e valutazione finale”.
Pertanto, al di là dell’ipotesi di cui all’art. 37 del CCNL di cui si dirà successivamente, in tutti gli altri casi ai docenti che si trovano in servizio al termine delle lezioni, dovrà essere disposto uno specifico contratto per i soli giorni in cui sono impegnati in scrutini (ed eventualmente negli esami conclusivi del I grado) e questo comporterà una interruzione del contratto fra il termine delle lezioni e gli scrutini stessi (salvo che gli scrutini si tengano già il giorno successivo al termine delle lezioni).
 

IL CASO PARTICOLARE DELL’ART. 37 CCNL COMPARTO SCUOLA

 
L’art.37 del vigente C.C.N.L. del personale del comparto scuola, nel disciplinare i casi di rientro del docente titolare dopo il 30 aprile, dispone che, per ragioni di continuità didattica, ove l’assenza del titolare si sia prolungata per periodi non inferiori a 150 giorni, ridotti a 90 per le classi terminali, il supplente sia mantenuto in servizio per gli scrutini e le valutazioni finali. Tale disposizione – estensibile, ovviamente, alla generalità del personale docente supplente temporaneo in servizio sino al termine delle lezioni che abbia l’incombenza della partecipazione agli scrutini e alle valutazioni finali – comporta che l’eventuale contratto del supplente originariamente previsto fino al termine delle lezioni debba essere prorogato fino al termine delle operazioni di scrutinio o di esami (diversi da quelli di maturità) del mese di giugno cui ha titolo a partecipare il supplente medesimo”.
 La norma in questione quindi prevede quindi che il supplente venga mantenuto in servizio per gli scrutini.
 A tal fine è necessario che si verifichino contemporaneamente le seguenti due condizioni:
 
  • docente titolare assente per almeno 150 giorni (ridotti al 90 nel caso in cui abbia le classi terminali, ovvero le classi quinte della scuola secondaria di secondo grado o le classi terze della scuola secondaria di primo grado)
  • rientro in servizio del titolare dopo il 30 di aprile (o, nel caso estremo, nessun rientro in servizio)
Si badi come si parli di “proroga” e non di uno “specifico contratto” con la conseguenza che il contratto non avrà interruzioni fra il termine delle lezioni e gli scrutini stessi.
 
É opportuno sottolineare come la norma in questione si applicha anche nel caso del mancato rientro del titolare che si sia comunque assentato per lo stesso periodo (almeno 150 giorni ridotti al 90 nel caso in cui abbia le classi terminali, ovvero le classi quinte della scuola secondaria di secondo grado o le classi terze della scuola secondaria di primo grado).
 
Anche in questo caso al supplente in servizio al termine delle lezioni deve essere prorogato il contratto fino agli scrutini e non si avrà alcuna interruzione del contratto.
 

A CHI SPETTA LA PROROGA O IL CONTRATTO PER GLI SCRUTINI

Il supplente che arriva con un contratto “fino al termine delle lezioni” (indipendentemente dalla tipologia contrattuale ovvero se ci arriva con delle proroghe/conferme del contratto in essere o direttamente) ha sempre diritto ad un contratto per gli scrutini (secondo le due diverse modalità descritte sopra).
 
Questo purché il supplente sia effettivamente in servizio al termine delle lezioni. Se il supplente a sua volta si assenta e subentra il “supplente del supplente” il quale rimane in servizio fino al termine delle lezioni, allora la proroga spetterà a quest’ultimo e non al supplente originario.
 
 

Graduatorie 24 mesi ATA, le domande dal 27 aprile al 18 maggio

domenica 23 aprile 2023

Per l’inserimento nelle graduatorie provinciali ATA, anche denominate “graduatorie 24 mesi”, sarà possibile presentare istanza telematica dal 27 aprile al 18 maggio. Requisito per l’inclusione nelle graduatorie permanenti del personale ATA è un’anzianità di servizio di almeno due anni (ovvero 23 mesi e 16 giorni) prestata in posti corrispondenti al profilo professionale cui si richiede l’accesso o immediatamente superiore a quella del profilo cui si concorre.

Per presentare Istanza servono SPID o CIE: l’accesso ai servizi del Ministero dell’istruzione e del merito può essere fatto esclusivamente con credenziali digitali SPID/CIE.

Dopo bisognerà compilare anche l’allegato G, per la scelta delle istituzioni scolastiche, in cui si richiede l’inclusione nelle graduatorie di circolo e di istituto di prima fascia per l’a.s. 2023/2024 (Allegato G), è stata adottata la modalità telematica. L’istanza sarà resa disponibile dopo che gli Uffici Provinciali avranno completato la valutazione delle domande di inserimento/aggiornamento in graduatoria (presumibilmente nel giugno o luglio 2023).

Può inserirsi nella graduatoria 24 mesi chi è in possesso dei seguenti requisiti:

a) essere in servizio in qualità di personale ATA a tempo determinato nella scuola statale nella medesima provincia e nel medesimo profilo professionale, cui si concorre;

b) il personale che non sia in servizio all’atto della domanda nella medesima provincia e nel medesimo profilo professionale cui concorre, non perde la qualifica di “personale ATA a tempo determinato della scuola statale”, se inserito nella graduatoria provinciale ad esaurimento della medesima provincia e del medesimo profilo (per il profilo di CS) e negli elenchi provinciali per le supplenze (per i profili di AA – AT – CR – CO – GA – IF );

c) il personale che non si trovi nelle condizioni di cui alla precedente lettera a) né nelle condizioni di cui alla precedente lettera b) conserva, ai fini del bando, la qualifica di “personale ATA a tempo determinato della scuola statale” se inserito nella terza fascia delle graduatorie di circolo o di istituto per il conferimento delle supplenze temporanee della medesima provincia e del medesimo profilo cui si concorre (AA – AT – CR – CO – GA – IF – CS);

COMPILAZIONE C/O LA SEDE COBAS VIA F.CESI 15A, TERNI: MARTEDÌ’ 2 MARTEDÌ’ 9, GIOVEDÌ’ 11 E MARTEDÌ’ 16 MAGGIO - GLI ISCRITTI POSSONO PRENOTARSI IN CHAT DAL 21 APRILE, CHI SI ISCRIVE AI COBAS SCUOLA PUÒ’ PRENOTARE AL 328 6536553 O AL 347 2248887


INDISPONIBILITA' per SOMMINISTRAZIONE e CORREZIONE. Atto di rimostranza scritta ai sensi dell'art. art. art 17 DPR 3/57

 Al Dirigente Scolastico

e, p. c. alle RSU


Oggetto: attività collegate alle prove di valutazione INVALSI 2023.

INDISPONIBILITA' per SOMMINISTRAZIONE e CORREZIONE.

Atto di rimostranza scritta ai sensi dell'art. art. art 17 DPR 3/57

___ sottoscritt__ docent__ in relazione alla somministrazione delle prove INVALSI previste per i giorni 3, 5 e 9 maggio 2023 ed al presunto obbligo delle/dei docenti di partecipare a vario titolo a tale adempimento, dichiarano la propria indisponibilità alla somministrazione e/o correzione delle prove INVALSI in quanto:

  1. (nel caso in cui il Collegio Docenti non abbia deliberato in merito alle prove INVALSI, altrimenti eliminare questo punto 1)

non è stata sottoposta al voto del Collegio docenti l’adesione alle prove INVALSI, adesione decisa unicamente dal Dirigente Scolastico nell’atto dell’iscrizione della scuola alle prove stesse, mentre la normativa prevede che il Dirigente Scolastico debba esercitare i propri poteri nel rispetto delle competenze degli Organi Collegiali (comma 2, art 25 del D.L.vo n° 165/2001). Si vedano, a tale riguardo, l’articolo 4, comma 4 del DPR n° 275/1999 (Regolamento Autonomia) e l’articolo 7, commi 2 e 4 del D.L.vo n° 297/1994 (Testo Unico Istruzione) nei quali sono chiaramente previsti i poteri del Collegio dei Docenti;

  1. il Contratto Nazionale di Lavoro non prevede alcun obbligo di collaborare ad attività di questo tipo (che non rientrano né nella funzione docente né tra altri obblighi di servizio), mentre prevede, invece, che il Piano annuale delle attività, “comprensivo degli impegni di lavoro, è deliberato dal Collegio dei docenti” (art. 28, comma 4 CCNL Scuola 2007);

  2. la Legge delega n° 53/2003, il decreto sull’Invalsi, il D.Lgs. n° 59/2004 e il CCNL Scuola non prevedono in alcun modo l’obbligo per il personale docente di somministrare i Test Invalsi o che l’Invalsi possa utilizzare i docenti per lo svolgimento dei propri compiti istituzionali;

  3. la presunta obbligatorietà dichiarata nella Nota MIUR 6830 del 18.10.2011 è del tutto contraddittoria, in quanto:

    1. le prove INVALSI sono a tutti gli effetti attività aggiuntive, come asserito anche nella suddetta nota che invita a riconoscere con il FIS le attività connesse alla rilevazione;

nessuna attività aggiuntiva nella scuola può essere attivata senza il parere favorevole del Collegio dei Docenti e senza essere quindi inserita nel PTOF d’Istituto (art. 7, comma 2, del Testo Unico sulla scuola);

    1. le Note ministeriali non hanno nessun valore imperativo in quanto esprimono esclusivamente un parere e non vincolano addirittura né la stessa autorità che l'ha emanata né gli uffici gerarchicamente sottordinati (sentenza della Corte di Cassazione n° 23031/2007);

  1. visto quanto normato dal così detto Decreto Scuola, decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, (in Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 214 del 12 settembre 2013), coordinato con la legge di conversione 8 novembre 2013, n. 128, articolo 14 comma 1 lettera a, rilevato che le citate prove dell'Invalsi hanno dunque delle ricadute dirette sullo status giuridico, sulle attività e sulla prestazione lavorativa del personale scolastico

Inoltre, ___ sottoscritt__ docent__,

  1. esprimono un giudizio negativo sulle prove INVALSI, in quanto le stesse non si presentano solamente come strumenti esterni di rilevazione degli apprendimenti, ma interferiscono nell’atto didattico-educativo e rappresentano uno strumento che, in vista delle rilevazioni, modifica l’attività didattica e le sue metodologie proponendo una standardizzazione degli insegnamenti e mettendo in secondo piano le capacità di analisi, sintesi ed elaborazione critica degli allievi;

  2. ribadiscono che ciascun docente ha facoltà, nelle proprie ore di lezione, di decidere quali attività debbano essere svolte (sulla base del PTOF d’Istituto e della programmazione annuale e settimanale) senza che chicchessia possa imporre altre attività prive dell’adesione dell’insegnante e della delibera del Collegio dei Docenti e/o che possa sostituire tali docenti con altre/i di classi/materie non coinvolte nella rilevazione INVALSI;

  3. ricordano che qualsiasi atto che tenti di imporre attività di insegnamento è in palese contrasto con la guarentigia della “Libertà di insegnamento” prevista dall’articolo 33 della nostra Costituzione;

  4. ricordano ancora che nessun docente può essere obbligata/o a far svolgere le prove nel proprio orario di servizio, destinato ad altre attività già programmate, approvate e inserite nel PTOF e programmate dalla/o stessa/o docente, né, tanto meno potrà essere sostituita/o da altri docenti, poiché se ciò accadesse sarebbe un grave attacco alla libertà di insegnamento e si potrebbe delineare il reato di interruzione di Pubblico Servizio;

  5. rilevano che il PTOF del nostro Istituto non prevede alcuna attività riconducibile all’INVALSI, né per i docenti, né per gli studenti; (da verificare, altrimenti eliminare questo punto)

  6. a tale proposito ricordano che le famiglie non sono state informate in merito al momento dell’iscrizione e che molta confusione è stata fatta tra anonimato e privacy, che sono, anche giuridicamente, ambiti ben differenti.

Tutto ciò premesso __ sottoscritt___ insegnanti ritengono, quindi, che qualsiasi tentativo di imposizione di un obbligo della somministrazione/correzione delle prove costituisca una grave violazione delle prerogative del Collegio dei Docenti e della libertà di insegnamento delle/dei singole/i insegnanti ed avvalendosi delle prerogative stabilite dalla normativa vigente

Dichiara/no

di NON ESSERE DISPONIBILE/I a partecipare in nessun modo alla SOMMINISTRAZIONE delle prove INVALSI, di non essere disponibile/i a rinunciare alle proprie ore disciplinari di lezione per lo svolgimento delle prove INVALSI stesse, di NON ESSERE DISPONIBILE/I ad alcuna attività di CORREZIONE e/o TABULAZIONE e che nelle stesse date verrà svolta l’attività didattica programmata o si aderirà agli scioperi, legittimamente indetti, senza poter essere sostituiti.

Tutto ciò premesso lo/la/i sottoscritt__ presenta rimostranza scritta, alla circolare ……….. ai sensi dell'art. art. art 17 DPR 3/57,  avverso la sua esecuzione.

Data firma





MOZIONE COLLEGIO DOCENTI CONTRO TUTOR E DOCENTI ORIENTATORI

martedì 18 aprile 2023

DA PRESENTARE IN COLLEGIO DOCENTI CON PUNTO ALL'ODG E FAR FIRMARE AI COLLEGHI

MOZIONE DEL COLLEGIO DOCENTI DEL…..

DEL… 2023

Il decreto Ministeriale n. 63 e la circolare prot. 958 del 5 aprile 2023, prevedono che le scuole a partire dal 17 aprile 2023 individuino le figure dei docenti tutor e orientatori interni, da attivare dall'a.s. 2023/2024.

Questo provvedimento è, come si legge nella normativa, legato ai fondi del PNRR.

Il collegio docenti del…. , riunitosi in data…. 2023

DICHIARA

la propria indisponibilità a ricoprire i ruoli richiesti dalla normativa citata

per le seguenti motivazioni:

  • le figure di tutor e orientatore rientrano all'interno di quel processo di presunta valorizzazione dei docenti che, così come istituito dalle ultime normative, mina l'unità del collegio docenti introducendo la logica della differenziazione e della competitività tra docenti in un ambiente come la scuola pubblica, che invece, in una società sempre più complessa, richiede forme di collaborazione e continuo confronto tra docenti. Inoltre svolgere queste funzioni per ora è volontario, ma se venisse inserito nel CCNL potrebbe diventare obbligatorio, cosa per la quale il collegio esprime profonda preoccupazione e dissenso;

  • le figure di tutor e orientatore, in nome di presunte competenze, interverranno nel lavoro dei colleghi minando la libertà di insegnamento e di valutazione e intervenendo nel rapporto con gli alunni assumendo parte dei compiti già previsti dalla funzione docente (orientamento, valutazione, personalizzazione dei percorsi, ecc.);

  • le figure tutor e orientatore, in nome di presunte competenze, limitano e delegittimano il ruolo dei consigli di classe che risulterebbero esautorati dal compito di valutare l’andamento scolastico dei ragazzi, modularne i percorsi, valutarne le esperienza extracurriculari, promuovere le opportune esperienze calibrate sul singolo e la classe, combattere l'insuccesso scolastico, favorire l’accesso alle opportunità formative, promuovere la continuità con altri cicli di istruzione, ecc.;

  • le figure di tutor e orientatore mutano, inoltre, notevolmente il ruolo dell'insegnante, trasformando i docenti in orientatori, certificatori di competenze, “psicologi”, valorizzatori, consiglieri alle famiglie, ecc.;

  • le figure di tutor e orientatore, mutano il ruolo della scuola trasformandola sempre più in luogo di accudimento, contenimento e baysitteraggio, con compiti deresponsabilizzanti sia verso le famiglie sia verso gli adolescenti, una scuola come servizio e non come istituzione volta all'istruzione e alla formazione culturale e sociale degli individui;

  • infine, quello del docente tutor e del docente orientatore, sono incarichi sottopagati, come sempre nella scuola. Sono stati calcolati, infatti, 6-7 euro l'ora netti (il lavoro di tutor prevede la “cura” di 30/50 studenti), meno delle attività funzionali (che da FIS vengono pagate 17,50 €, già una miseria) fatto che svaluta ancora di più la nostra professionalità mostrando la considerazione che al Ministero hanno del nostro ruolo.

Presenti: …................

Astenuti: …................

Favorevoli: .................

Contrari: …................ 

Maturità 2023, DOMANDE PER COMMISSARI ESTERNI e presidente dal 20 marzo al 5 aprile

 Il ministero ha emanato la nota n. 9260 del 16 marzo 2023 sulla formazione delle commissioni dell’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione per il presente anno scolastico.

I termini per presentare la domanda di partecipazione come commissario esterno o presidente di commissione

Gli aspiranti commissari esterni o presidente di commissione devono presentare la domanda di partecipazione attraverso i modelli telematici ES-E e ES-1 su Istanze OnLine tra il 20 marzo ed il 5 aprile.

CHI DEVE PRESENTARE LA DOMANDA:

Sono OBBLIGATI a presentare la domanda i docenti di ruolo o con contratto al 30 giugno o a fine agosto che INSEGNANO IN CLASSI DI CONCORSO/MATERIE che il ministero, in quest’anno scolastico, ha ASSEGNATO AI COMMISSARI ESTERNI. Non occorre essere abilitati all’insegnamento della materia.

Se non faccio la domanda entro i termini previsti, l’ambito territoriale informerà la scuola di servizio per cui verrò invitato a presentare comunque domanda come commissario esterno.


CHI PUÒ PRESENTARE DOMANDA? 

I docenti che non siano in pensione da più di tre anni, o gli insegnanti che abbiano insegnato nella scuola in uno degli ultimi tre anni. Allo stesso modo potranno fare domanda – ma non c’è l’obbligo – anche i docenti con contratto a breve termine.


DOCENTE PART TIME E CON SPEZZONE 

I docenti in part time, anche se insegnano una materia che rientra tra quelle che dovrebbero riguardare i commissari esterni, non hanno l’obbligo di presentare l’istanza. Se invece il docente lavora su uno spezzone orario per una scelta non dipendente da lui, dovrà fare la domanda. Sul punto l’USP di Milano era già intervenuto anni fa con la nota n.  6519  dell’ 1 dell’aprile 2014.


INSEGNATI di SOSTEGNO e DOCENTI DISABILI O FRUITORI L.104/92

 gli insegnanti che lavorano sul SOSTEGNO,  anche se hanno un’abilitazione in classi che il ministero quest’anno ha affidato ai commissari esterni, possono scegliere se presentare o meno l’istanza di partecipazione agli esami.

Allo stesso modo potranno scegliere o meno di presentare la domanda i docenti in situazione di DISABILITÀ O CHE FRUISCONO PERMESSI L.104/92.

Powered by Blogger.