IL LAVORATORE CHE DENUNCIA UN REATO NON PUO’ ESSERE LICENZIATO

Una sentenza della Cassazione del 14 marzo 2013 sancisce che tra i doveri di fedeltà cui è tenuto il lavoratore non è compreso il dovere di “omertà” su fatti di potenziale rilevanza penale accaduti nell’azienda in cui lavora.

Questo l’interessante caso preso in esame dalla recente sentenza Cassazione Lavoro 14 marzo 2013 n.6501: un lavoratore ricorre in Cassazione contro la decisione che aveva respinto (il suo appello avverso la pronuncia del Tribunale che aveva rigettato) la sua domanda di reintegra nel proprio posto di lavoro previa dichiarazione di nullità del licenziamento disciplinare in quanto “discriminatorio, ritorsivo e comunque privo di giusta causa e di giustificato motivo”.
Al lavoratore licenziato era stato in particolare addebitato di aver diffamato la società presentando, assieme ad altri cinque dipendenti, un esposto alla Procura della Repubblica, corredato da documenti aziendali, per irregolarità che sarebbero state commesse dalla medesima società in relazione ad un appalto pubblico, senza averle previamente segnalate ai superiori gerarchici.

La Corte dà sostanzialmente ragione al lavoratore e sancisce il seguente principio: “non costituisce giusta causa o giustificato motivo di licenziamento l’aver il dipendente reso noto all’Autorità Giudiziaria fatti di potenziale rilevanza penale accaduti presso l’azienda in cui lavora né l’averlo fatto senza averne previamente informato i superiori gerarchici, sempre che non risulti il carattere calunnioso della denuncia o dell’esposto”.
Inoltre, prosegue la Cassazione, “non costituisce giusta causa o giustificato motivo di licenziamento l’aver il dipendente allegato alla denuncia o all’esposto documenti aziendali”.

Inutile dire che questo principio di diritto è applicabile a qualunque tipo di reato e quindi anche ai reati in materia di salute e sicurezza sul lavoro, ai reati ambientali etc.

E la Cassazione prosegue, a sostegno della sua argomentazione: “se l’azienda non ha elementi che smentiscano il lavoratore e/o che ne dimostrino un intento calunnioso nel presentare una denuncia od un esposto all’ Autorità Giudiziaria, deve astenersi dal licenziarlo, non potendosi configurare come giusta causa la mera denuncia di fatti illeciti commessi in azienda ancor prima che essi siano oggetto di delibazione in sede giurisdizionale”, altrimenti “si correrebbe il rischio di scivolare verso – non voluti, ma impliciti – riconoscimenti di una sorta di “dovere di omertà” (ben diverso da quello di fedeltà di cui all’art. 2105 Codice Civile), che, ovviamente, non può trovare la benché minima cittadinanza nel nostro ordinamento.”

Questo concetto è ben riassunto in questo passaggio della sentenza: “in altre parole, non può nemmeno lontanamente ipotizzarsi che rientri tra i doveri del prestatore di lavoro il tacere anche fatti illeciti (da un punto di vista civile, penale od amministrativo) che egli veda accadere intorno a sé in azienda.”

Ciò in quanto il dovere di fedeltà cui è tenuto il lavoratore ai sensi del codice civile va inteso come “divieto di abuso di posizione mediante condotte concorrenziali e/o violazioni di segreti produttivi (non già di segreti tout court, non meglio specificati)”; cosa diversa è invece, sottolinea la Corte, “una precipua volontà di danneggiare il proprio datore di lavoro mediante false accuse”, per la dimostrazione della quale occorre in ogni caso che “risulti dimostrata la mala fede del lavoratore, cosa che nella vicenda in esame non può ritenersi insita neppure nell’eventuale archiviazione del suo esposto”.

A questo proposito infatti la Cassazione ricorda che un esposto può essere archiviato per innumerevoli ordini di ragioni che nulla hanno a che fare con un eventuale dolo del lavoratore e più in generale del denunciante, quali ad esempio “difetto di una condizione di procedibilità, intervenuta prescrizione del reato, sopravvenuta abolitio criminis, sussistenza storica dei fatti e loro illiceità civile e amministrativa ma non anche penale, ecc.”

Inoltre “va poi escluso in punto di diritto”, secondo la Suprema Corte, “che il denunciare o l’esporre all’Autorità Giudiziaria fatti potenzialmente rilevanti in sede penale sia contegno extralavorativo comunque idoneo a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario tra lavoratore e datore di lavoro, vuoi perché si tratta di condotta lecita [...] vuoi perché il rapporto fiduciario in questione concerne l’affidamento del datore di lavoro sulle capacità del dipendente di adempiere l’obbligazione lavorativa e non già sulla sua capacità di condividere segreti non funzionali alle esigenze produttive e/o commerciali dell’impresa”.

Sul fatto poi che il lavoratore non avesse previamente segnalato ai superiori gerarchici le anomalie rilevate, la Cassazione precisa che non “si rinviene nelle fonti legislative del rapporto di lavoro, neppure sotto forma di leale collaborazione e/o di fedeltà”né “nelle fonti contrattuali della disciplina del rapporto lavorativo de quo” un presunto “generale dovere, in capo al lavoratore, di non denunciare alcunché (di quanto avvenuto in azienda) senza prima informarne per iscritto od oralmente i propri superiori”.

E per quanto riguarda infine l’addebito mosso al lavoratore di essersi impossessato di documenti aziendali per depositarli presso la Procura della Repubblica a corredo dell’esposto, la Corte ricorda - citando anche vari precedenti giurisprudenziali - che “il lavoratore che produca in una controversia di lavoro copia di atti aziendali riguardanti direttamente la propria posizione lavorativa non viene meno ai doveri di fedeltà di cui all’art. 2105 Codice Civile”.
Quindi - secondo la Corte - “a maggior ragione, dunque, il lavoratore può produrre tali documenti a corredo d’un esposto o di una denuncia penale, dovendo precostituirsi la dimostrazione di aver agito con cognizione di causa per evitare rischi di incriminazione per calunnia, a tal fine potendo non rivelarsi sufficiente la mera indicazione all’Autorità Giudiziaria dell’esistenza dei documenti medesimi affinché provveda ad acquisirli (nel frattempo potrebbero venire distrutti od occultati)”.

Un ultimo passaggio che merita di essere richiamato di questa sentenza è quello relativo al primo motivo di ricorso del lavoratore, con cui questi lamenta la circostanza che la Società datrice di lavoro abbia “attivato l’iniziativa disciplinare sulla base di un documento [...] che afferma esserle pervenuto in forma anonima”.
A questo proposito la Corte, giudicando infondato questo motivo di ricorso del lavoratore, precisa che “nessuna norma di legge vieta che l’esercizio del potere disciplinare possa essere sollecitato (non anche provato, ovviamente) a seguito di scritti anonimi”, specificando che “il divieto di utilizzo di denunce anonime è disciplinato solo dagli articoli 240 e 333 Codice Procedura Penale, in un’ottica, per altro, strettamente funzionale agli obiettivi e alle regole del processo penale, ma si tratta pur sempre d’un divieto di utilizzabilità a fini probatori, che non esclude l’avvio di successive indagini di polizia giudiziaria (vedi Cassazione Penale n. 28909 del 19/04/11)”.

La Sentenza n.6501 del 14/03/13 della Corte di Cassazione - Sezione Diritto del Lavoro “Tra i doveri di fedeltà cui è tenuto il lavoratore non è compreso il dovere di “omertà” su fatti di potenziale rilevanza penale accaduti nell’azienda in cui lavora: il lavoratore che denuncia all’Autorità Giudiziaria un reato commesso in azienda non può essere licenziato” è scaricabile all’indirizzo:

Da: PuntoSicuro http://www.puntosicuro.it di Anna Guardavilla

Brasile: dopo il pane vogliamo le rose. Il tetto di cristallo dei governi progressisti?

Convocati a guardare al Brasile a causa del calcio, opinionisti che nell’ultimo decennio mai si sono interessati alle grandi trasformazioni di uno dei più importanti attori globali, si arrampicano sugli specchi dei loro pregiudizi. 

di Gennaro Carotenuto

Starebbe andando in scena la fine dei governi socialdemocratici di Dilma Rousseff e Lula da Silva, il ritorno del Brasile al suo destino terzomondista, il fallimento dell’utopia progressista in America latina. Poche analisi vanno oltre una superfice tendente a riprodurre l’eterno immaginario di un Brasile incapace di esercitare il proprio ruolo nel mondo ma basta fare i conti col fatto che quasi un’Italia (50 milioni di persone) è uscita dalla povertà in Brasile negli ultimi dieci anni, per capire come verità e pregiudizi sul Brasile contemporaneo si mescolino in un rituale semplificatorio e malintenzionato.

La decadenza della scuola italiana

L’Italia è “l’unico paese dell’area dell’Ocse che dal 1995″, si legge nel rapporto, “non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria”. Anche se, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il risparmio di risorse non pregiudica l’efficienza della scuola: c’è poco da stare allegri, perché significa che la situazione non peggiora, ma nemmeno migliora. Anzi, il numero dei laureati rimane tra i più bassi, cala la percentuale di diplomati che accede all’università, le classi si fanno più affollate con maggior carico per ogni docente. scuola
L’Ocse ha aggiornato i suoi dati sullo stato dell’arte della scuola. L’Italia anche stavolta non ne esce bene. Gli insegnanti sono mediamente più anziani e meno pagati rispetto agli altri paesi, mentre calano i laureati e vengono investite sempre meno risorse pubbliche.
In questi ultimi due decenni abbiamo assistito a una lenta agonia della scuola pubblica. Sono stati anche due decenni in cui con un governo di centrodestra è stata approvata l’entrata in ruolo dei docenti di religione (scelti dai vescovi ma pagati dai contribuenti, tutti) e con un governo di centrosinistra è stato riconosciuto un ruolo pubblico alla scuola privata (un discreto ossimoro).
Pd, Pdl, Scelta Civica, la stessa ministra dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza si sono tutti spesi, nel recente referendum bolognese, per la necessità di continuare a erogare contributi alla scuola privata, anche laddove mancano fondi per garantire che sia rispettato il dettato costituzionale, che impone che la scuola pubblica sia un diritto da garantire a chiunque la richieda. I dati Ocse sono stati accolti con indifferenza. Sembra proprio che vogliano solo perseverare nei loro progetti confessionali.
La redazione UAAR

Militari israeliani violentano bambini palestinesi

La cosa era nota da tempo, ma adesso ad inchiodare pubblicamente lo Stato di Israele è un dossier dell’Onu. Sono bambini dai 9 ai 15 anni, con l’unica colpa di aver resistito all’artiglieria dei militari e poliziotti israeliani lanciando sassi contro i blindati dell’esercito. 7mila di loro, tra il 2002 e il 2013 sono stati torturati, subendo abusi sessuali, picchiati e minacciati di morte nelle democratiche galere israeliane. Ma Israele non vede e non sente. È questo l’agghiacciante bilancio pubblicato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che ha formalmente accusato il governo di Benjamin Netanyahu di ripetute violenze contro i piccolissimi prigionieri.
Quasi tutti loro sono stati arrestati durante incursioni notturne, venivano bendati e caricati sui mezzi dell’esercito. Il più delle volte, poi, trasferiti senza preavviso in altre carceri e senza comunicarlo alla famiglia, che perdeva le loro tracce. Veri e propri metodi da Cile di Pinochet, per esercitare sui giovanissimi violenze psicologiche, al fine di estorcere una confessione. malmenati in cella, violentati e spinti alla confessione con la minaccia di fare del male ai loro familiari. Spesso lasciati senza cibo, né acqua e senza la possibilità di andare in bagno. A confermare le accuse delle Nazioni unite, ci sono anche le confessioni di molti soldati israeliani, che hanno ammesso le violenze.
«Profonda preoccupazione circa i maltrattamenti e le torture ai bambini palestinesi arrestati, processati e detenuti da parte della polizia e dei militari israeliani», scrive il gruppo di lavoro dell’Onu, nel dossier pubblicato di recente. «Metodi – scrive ancora l’Onu – perpetrati dal momento stesso dell’arresto, passando per la fase del trasferimento e gli interrogatori. Lo scopo è quello di ottenere una confessione, anche in maniera del tutto arbitraria. Ad ammetterlo sono stati diversi soldati israeliani». Secondo le leggi di Israele, i minori palestinesi possono essere arrestati e condannati fino a 20 anni di reclusione, con l’accusa di aver lanciato sassi contro i blindati dei militari. di Massimo Lauria -

«COME VINCERE LA GUERRA DI CLASSE» DI SUSAN GEORGE PER FELTRINELLI

Un saggio costruito come un'avvvincente fiction sui un mondo dove i ricchi esercitano un indiscusso potere
«C'è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo». Questa famosa frase di Warren Buffett, investitore finanziario, la terza persona più ricca al mondo, campeggia in epigrafe appena si apre il nuovo libro di Susan George, intitolato Come vincere la guerra di classe, uscito di recente per Feltrinelli (pp. 175, euro 14). Chiunque conosca anche superficialmente l'autrice - stimata economista, presidente del «Transnational Institute di Amsterdam», presidente onorario di Attac France, esponente di spicco della stagione dei movimenti alterglobal e dei Forum sociali mondiali - vedendo un titolo del genere penserebbe subito a un testo dedicato agli oppressi che cerchi di riflettere su nuove strategie volte a sconfiggere la classe dominante. Ma le cose non stanno proprio così. E quella citazione iniziale è un segnale forte. Così come lo è anche l'immagine di copertina, dove compare il classico pugno chiuso che però fuoriesce dalla manica di una giacca e da un polsino di una camicia bianca chiuso da un gemello con impresso sopra il simbolo del dollaro. Si tratta allora sì della lotta di classe ma vista dalla parte dei padroni, di quelli che, come afferma Buffett, la stanno vincendo. Susan George, in questo suo ultimo lavoro - «un lavoro di finzione basata sui fatti», come lo definisce lei stessa nella nota iniziale rivolta al lettore - ripropone lo stesso espediente utilizzato nel precedente Il rapporto Lugano (Asterios), ovvero immagina che un gruppo di personaggi ricchi e potenti, denominati i Committenti, selezioni alcune delle personalità scientifiche e intellettuali più in vista e le riunisca in una Commissione di studio incaricata di redigere un rapporto sulle questioni chiave riguardanti il futuro del sistema capitalistico.

Il Principe del male

In questo modo, l'autrice costruisce un vero e proprio saggio su tematiche d'ordine economico, politico e sociale, dato che tutto quello che viene esposto all'interno del rapporto si basa su dati e proiezioni assolutamente veri e realistici, ma racchiude il tutto all'interno di una cornice di pura fiction. È un po' come se avesse fondato una sorta di nuovo genere letterario ribaltando, per così dire, il romanzo-saggio del primo Novecento nel saggio-romanzo, dove è il primo termine dell'endiade a farla da protagonista. Inoltre, tale operazione, proprio per il modo in cui viene portata avanti e per gli obiettivi che si propone, ovvero svelare tattiche e strategia del nemico di classe, richiama subito un altro grande classico, quel Machiavelli letto da Ugo Foscolo come «quel grande/ che temprando lo scettro a' regnatori/ gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela/ di che lagrime grondi e di che sangue». La struttura del testo della George è semplice e lineare. Inizia con la lettera dell'Assemblea dei Committenti che, esprimendo soddisfazione per il lavoro svolto in precedenza, conferisce il nuovo incarico alla Commissione di studio, per poi proseguire con il rapporto vero e proprio, introdotto da una lettera d'accompagnamento. Sono passati oltre dieci anni, tante cose sono cambiate, due membri della vecchia Commissione sono stati sostituiti, anche stavolta però gli studiosi saranno ospitati per tutta la durata del lavoro nella stessa splendida villa di Lugano e dovranno rispondere in modo esauriente a una domanda. Quella della volta precedente era: «Come può il capitalismo non soltanto funzionare ma prosperare e diventare infine invulnerabile nel ventunesimo secolo?». Questa volta invece la questione è: «Viviamo in un'epoca di ineluttabile crisi, di declino e di definitivo collasso del mondo occidentale così come lo abbiamo conosciuto, o di rinascita di un rinvigorito sistema capitalista? E come possiamo fare per incoraggiare questa rinascita?». La prima parte del testo offre un breve riassunto del vecchio «Rapporto Lugano», dimostrando come gran parte delle conclusioni si siano poi avverate. Dall'altra effettua una disamina dello stato dell'arte nei tre settori in cui si strutturava il testo precedente: ambiente, società e finanza. Si insiste in particolare sulla catastrofe ambientale che ha colpito il pianeta, sul forte incremento della disuguagliana sociale, sul carattere ideologico delle politiche di austerità, volte a «pacificare i mercati disciplinando la forza lavoro», sulla crisi finanziaria che da cinque anni non è stata risolta ed ha anzi aggredito gli stati e il debito sovrano, rimarcando inoltre come tale crisi fosse stata prevista nel precedente lavoro. Tutto questo risulta utile non soltanto perché offre al lettore un quadro chiaro e supportato da dati e informazioni della sitazione attuale ma anche perché lo rende consapevole dei punti principali affrontati nel libro del 2000. La seconda e più corposa parte affronta direttamente la questione sottoposta al Comitato. E dopo un elenco di buone ed inattese notizie che vanno dal vuoto politico attuale al ritorno sulla scena di banche, banchieri e traders, dal trionfo dei paradisi fiscali all'utilizzo delle tasse come «arma suprema della lotta di classe» - grazie alla tendenza inarrestabile a diminuirle sui ricchi e ad aumentarle sugli altri - si propone sostanzialmente di agire con decisione e discrezione per imporre definitivamente un cambio di paradigma, per diffondere globalmente il nuovo mito portante, passando dal vecchio modello illuminista al cosiddetto «Men», il nuovo modello economico/elitario neoliberista.

Le enclave del privilegio

Così tra una rilettura di Gramsci e l'apologia di von Hayek, tra sterilizzazione della democrazia e investimenti nella green economy, tra colpi di stato striscianti e filantropia interessata, il quadro per tentare di rinverdire «le magnifiche sorti e progressive» del capitalismo si va delineando con sempre maggior precisione. Certo, occorre comunque prendere delle precauzioni perché non è detto che tutto vada come ci si augura. Ad esempio, per quanto concerne la catastrofe ambientale bisogna essere pronti, «se non per se stessi quantomeno per i propri figli» adottando misure quali «enclave fortificate, autosufficienza alimentare, idrica ed energetica e milizie private per respingere orde di gente arrabbiata e disperata». E poi ci sono sempre quei fastidiosi movimenti sociali. Certo, per il momento sono divisi, sembrano comunicare poco tra loro, la loro visibilità mediatica pare durare solo lo spazio di un mattino. Ma se dovessero iniziare a parlarsi, ad unirsi, a capire che le diverse lotte che portano avanti sono in realtà un'unica lotta, allora sarebbe meglio farsi trovare preparati. E il rapporto si chiude proprio con un elenco di armi non letali che, però, a volte, possono anche dimostrarsi letali: «Ma si tratta di casi eccezionali e il loro uso - anche solo la consapevolezza della loro esistenza - può dimostrarsi un significativo deterrente convincendo molti, con l'eccezione dei più coraggiosi o dei più disperati, a non partecipare».

La maturità non vale una pizza

giovedì 27 giugno 2013 · Posted in ,

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Insegna italiano in un istituto tecnico della periferia romana ed è commissaria interna agli esami di maturità. Da quando ha ricevuto quella telefonata, le si è rovesciato il mondo. «Professoressa? Sono il padre di Andrea». Uno dei suoi maturandi migliori. Un adolescente caparbio che per tutto l’anno si è diviso fra lo studio e il lavoro in nero ai tavoli di una pizzeria. «Professoressa, la chiamo per la maturità di mio figlio...». «Non si preoccupi, Andrea la supererà senza problemi». «E’ proprio questo il punto… Ho bisogno che lei me lo bocci».  

La prof ha abbozzato un sorriso. In tanti anni di onorata carriera aveva dovuto fronteggiare ogni genere di richieste da parte dei genitori. Ma un padre che ti chiama a casa per chiederti di bocciare suo figlio non le era mai capitato. Si trattava chiaramente di una battuta… «Non sto scherzando, professoressa. La pizzeria ha detto ad Andrea che può assumerlo in pianta stabile grazie alla nuova legge sul lavoro: però le agevolazioni valgono solo per i ragazzi senza diploma». La prof ha deglutito: «Lei mi sta chiedendo…» «… di aiutare mio figlio. Il diploma potrà sempre prenderlo l’anno prossimo». Così la prof ha cominciato a covare in solitudine il suo dubbio amletico. Fare il proprio dovere e promuovere Andrea, trasformandolo in un disoccupato? O bocciare un ragazzo meritevole per consentirgli di ottenere il posto? Consapevole che in questo caso boccerebbe anche se stessa, accettando il principio che l’insegnamento a cui ha dedicato la vita non rappresenta più un vantaggio, ma un handicap? Ci sarebbe da diventare pazzi, se non lo fossimo già. 

La scelta del nome "Commissione Comunista Operaia" (CCO) (autunno 1976)

Come ho ricordato nel frammento di memoria “Nel Consiglio di Fabbrica della Belleli (1976-1980)” (pubblicato su questo sito), quando fui eletto delegato del Consiglio di Fabbrica nell’autunno 1976 “facevo parte allora di una piccola organizzazione di base costituita da lavoratori e da delegati sindacali e ci proponevamo di portare avanti quelli che, secondo noi, erano gli interessi immediati dei lavoratori inserendoli nella prospettiva della emancipazione storica come classe (la “Commissione Comunista Operaia”, CCO per noi e i nostri simpatizzanti).”
Anzi, per essere preciso, fondammo la CCO proprio nell’autunno del 1976. Allora eravamo appena in quattro ma, con l’andar del tempo, aumentammo pian piano di numero (sempre, per la verità, con piccoli numeri) man mano che aumentava la nostra notorietà e crescevano i consensi nei confronti delle nostre posizioni politiche tra i lavoratori delle fabbriche della zona industriale di Mantova e dei comuni vicini (di Porto Mantovano, in particolare).
All’inizio eravamo in quattro … Fu Albino, un compagno fuoriuscito da Lotta Comunista che io e mia moglie ospitavamo a casa nostra per solidarietà proletaria e per simpatia umana, a spingerci ad uscire dalle nostre posizioni di critica radicale “astratta” di quel periodo (improntate al rifiuto del “cattivo esistente”, per dirla alla T. W. Adorno) e ad imboccare di nuovo la strada della “prassi” politica. Ma prima di arrivare a quel punto, su consiglio di Albino, avevo affrontato un percorso di progressivo avvicinamento alla teoria “leninista” partecipando a tutte le relazioni pubbliche di Lotta Comunista (cosa che mi spinse a leggere le “Opere scelte” per farmi un’idea personale della interpretazione leninista del marxismo).
Dopo mesi di discussioni e dibattiti tra noi quattro, che provenivamo da esperienze politiche ed esistenziali diverse ed avevamo sensibilità politiche (e, ovviamente, personali) molto diverse, decidemmo ch’era giunto finalmente il momento di passare alla pratica. Si approssimava l’autunno del 1976 e pensavamo che fosse doveroso “scendere in campo” per contribuire all’avanzata del movimento dei lavoratori e del proletariato che, nonostante le stragi di Stato (Piazza della Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus, e quelle minori) e nonostante la repressione continua delle avanguardie di lotta, sembrava deciso ad affermare i propri diritti e, con ciò, a radicalizzare la crisi del sistema borghese.
Io ero propenso a continuare al “vecchio” modo della controcultura: darsi un nome diverso a seconda delle specifiche caratteristiche della fase. Questo significava, implicitamente, che, secondo me, la nostra avrebbe dovuto proporsi a livello progettuale come una “organizzazione per obiettivi”, che poteva cambiare nome e composizione – quanto agli appartenenti – a seconda delle esigenze di crescita della lotta fase per fase (allora non si contemplava l’ipotesi di dover arretrare pesantemente, com’è accaduto invece successivamente a partire dalla sconfitta dell’ottobre 1980 alla FIAT). D’altra parte, questa era la mia esperienza personale: da “Un occhio in due” fino alle “Streghe”, continuando a cambiare compagni di lotta e di strada, e nome del collettivo di riferimento.
Albino, che invece aveva frequentato le scuole di formazione politica prima nella FGCI e poi in Lotta Comunista, mise noi tre “spontaneisti” davanti al fatto che il “San Paolo del movimento comunista internazionale”, il compagno Lenin, aveva detto che la questione del nome dell’organizzazione era fondamentale per la implicita dichiarazione del suo programma e per la sua riconoscibilità e identificazione da parte degli strati proletari di riferimento (come si diceva allora: gli strati proletari di avanguardia).
Così, si avviò il dibattito tra noi sul nome da assumere come organizzazione, il nostro piccolo strumento di lotta. Condividevamo tutti l’idea che ci dovesse essere un chiaro richiamo alla classe operaia, perché era il nostro comune riferimento (“La classe operaia deve dirigere tutto” all’epoca era uno degli slogan non solo dei maoisti, ma anche dei comunisti consiliaristi, degli operaisti, ecc.). Albino sosteneva che nel nome ci doveva essere un riferimento anche al comunismo, perché gli operai senza la guida del Partito non si elevano alla coscienza di classe ma, al più, maturano una coscienza sindacale. Nel bel mezzo della discussione, mi venne un’idea: “Frazione Comunista Operaia”. << Perché Frazione?>> mi chiese Albino, con il tono tra il mellifluo e il perentorio che assumeva quando si investiva del ruolo di commissario politico nei confronti della nostra “armata Brancaleone”. “Perché non siamo un partito e neppure una vera e propria organizzazione, ma una particella, una frazione del movimento comunista.” risposi pronto, ma lui aveva capito qual’era il “conio” da cui proveniva il termine “frazione” e mi obiettò: <> E, dopo un attimo di esitazione, aggiunse: << Se proprio, come mi pare di capire, vogliamo comunque far sentire anche nel nome il nostro comune sentimento internazionalista, allora propongo che il nome sia Commissione Comunista Operaia, in onore delle Comisiones Obreras organizzate dal PCE negli anni ‘60 in Spagna per condurre la lotta di resistenza sindacale e politica clandestina contro il regime fascista di Franco.>>
Inutile dirlo che fummo tutti d’accordo e che il nome che adottammo per la nostra piccola organizzazione “dal basso” fu proprio “Commissione Comunista Operaia”.
Esordimmo con una campagna massiccia di affissioni: nel giro di 2-3 notti attacchinammo in giro per Mantova e nella zona industriale 300 manifesti dal contenuto inequivocabile: “Nessun sacrificio, non collaborare!”. 300 manifesti in una cittadina di neppure sessantamila abitanti erano tanti (rispetto ai livelli globali della comunicazione all’epoca): ce n’erano davanti alle fabbriche della zona industriale, sulla stazione delle corriere, davanti all’INAM, davanti all’INPS, davanti all’ospedale, davanti all’ENEL, davanti alla SIP, sulle cabine telefoniche in città, ecc. Non si poteva non notarli. Fu un esordio con il “botto”.
Purtroppo, la campagna ebbe come conseguenza inattesa l’abbandono di M. che ci disse che si era reso conto di non essere portato per il tipo di iniziative che noi volevamo attuare e tornò alla sua attività di artista d’avanguardia. Ma fu presto rimpiazzato da Bruno, un giovane operaio delegato di una fabbrica importante di Porto Mantovano, la TecnoSalotto. L’ingresso di Bruno fu determinante per lo sviluppo della CCO sotto vari aspetti: la sua grande esperienza di lotte di fabbrica, il prestigio di cui godeva come delegato combattivo presso gli operai della zona industriale di Porto Mantovano, la sua capacità di elaborazione autonoma della linea politica e sindacale, non da ultimo, la sua concretezza operaia che fungeva da antidoto rispetto alla tendenza ad ideologizzare mia e di Albino.
Pian piano aumentammo di numero e godevamo di consensi e appoggi operai (soprattutto alla Belleli, alla TecnoSalotto e in altre fabbriche minori). Quando ci sentimmo sufficientemente radicati nelle fabbriche, decidemmo di aprire il “fronte giovani”, contando sulla esperienza che alcuni di noi avevano avuto nel movimento studentesco degli anni precedenti. Così, nel marzo 1978, aprimmo un centro di documentazione militante davanti alla stazione di Mantova, il Filo Rosso. A quel punto la nostra piccola organizzazione aveva due livelli: la CCO che era l’organismo “operaio” dirigente e il Filo Rosso che era il nostro organismo giovanile “di massa” con una trentina di iscritti/partecipanti alle varie iniziative.
La CCO si sciolse nel 1982 a seguito dell’ondata repressiva che si abbatté sulle avanguardie di lotta nella stagione degli arresti di massa (circa 7000 persone imputate in processi per ‘associazione sovversiva’, ‘banda armata’ e ‘insurrezione armata contro i poteri dello Stato’, tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80. Fonte: “La mappa perduta”, Edizioni Sensibili alle foglie, 2006).
Dante Goffetti
Bergamo, 1° novembre 2012

Atto stragiudiziale di comunicazione e diffida illegittimità formazione cattedre con oltre 18 ore.

i docenti di non devono accettare cattedre oltre le 18 ore per evitare la "cannibalizzazione" dei precari e, comunque in prospettiva, il taglio delle cattedre di diritto delle varie discipline.
Se cercassero di imporvi cattedre di 19/24 ore potete rifiutarvi.
In allegato la diffida contro la formazione di cattedre orari oltre le 18 ore inviata ai dirigenti scolastici della provincia di Terni e per conoscenza al dirigente dell'USR dell'Umbria. 
Nel caso cerchino di imporvi cattedre orarie oltre le 18 ore contattate i cobas della scuola


Ai Dirigenti Scolastici degli istituti di Istruzione secondaria superiore della                           provincia di Terni
 e p.c. Al Dirigente Generale dell'Ufficio Scolastico Regionale per l’Umbria                                            Dott.ssa Maria Letizia Melina




Oggetto: illegittimità formazione cattedre con oltre 18 ore.
                Atto stragiudiziale di comunicazione e diffida

Risulta alla scrivente Organizzazione Sindacale che negli organici docenti per l’anno scolastico 2013/2014 l’Amministrazione Scolastica stia provvedendo a formare cattedre, di alcune classi di concorso, con oltre 18 ore di insegnamento settimanali.
Le SS.LL. sono chiaramente a conoscenza che tale pratica è assolutamente illegittima.
Infatti, è notorio che senza l’assenso dell’interessato/a non è possibile lo svolgimento di ore di lezione oltre quelle contrattualmente previste che per i docenti delle scuole e istituti di istruzione secondaria sono determinate in 18 ore settimanali. Infatti, l’articolo 28, comma 5, del CCNL del Comparto Scuola 2006/2009 definisce in modo univoco, e senza eccezioni di sorta, in 18 ore settimanali l’orario di insegnamento dei docenti: “L’attività di insegnamento si svolge ... in 18 ore settimanali nelle scuole e istituti di istruzione secondaria ed artistica, distribuite in non meno di cinque giornate settimanali.” Lo stesso articolo 28, al comma 6, precisa che: “negli istituti e scuole di istruzione secondaria, ivi compresi i licei artistici e gli istituti d’arte, i docenti, il cui orario di cattedra sia inferiore alle 18 ore settimanali, sono tenuti al completamento dell’orario di insegnamento da realizzarsi mediante la copertura di ore di insegnamento disponibili in classi collaterali non utilizzate per la costituzione di cattedre orario, in interventi didattici ed educativi integrativi, con particolare riguardo per la scuola dell’obbligo, alle finalità indicate al comma 2, nonché mediante l’utilizzazione in eventuali supplenze e, in mancanza, rimanendo a disposizione anche per attività parascolastiche ed interscolastiche”.
Dalle norme pattizie citate risulta quindi, in modo evidente ed inconfutabile, che l’orario obbligatorio di cattedra nelle scuole secondarie non può superare le 18 ore settimanali. Si noti, a tale riguardo che l’articolo 22 della Legge n. 448/2001 (la c.d. finanziaria 2002) ribadiva in modo esplicito lo stesso concetto, ovverosia che l’orario di insegnamento oltre l’orario di lavoro stabilito dai contratti di lavoro collettivi, può essere attribuito soltanto con il consenso degli insegnanti: “nel rispetto dell'orario di lavoro definito dai contratti collettivi vigenti, i dirigenti scolastici attribuiscono ai docenti in servizio nell'istituzione scolastica, prioritariamente e con il loro consenso, le frazioni inferiori a quelle stabilite contrattualmente come ore aggiuntive di insegnamento oltre l'orario d'obbligo fino ad un massimo di 24 ore settimanali”. Tale eventualità è quindi possibile (ore eccedenti oltre le 18 settimanali) solo con attribuzione da parte del Dirigente Scolastico, previo consenso da parte dell’interessato/a, e solo nel caso in cui residuino ore non assegnate quali spezzoni di supplenza a docenti a tempo determinato inseriti nelle graduatorie ad esaurimento provinciali.
Si aggiunga che nemmeno l'art. 35, comma 1, della Legge n° 289/2003 prevedeva la possibilità di superare il limite dell’orario obbligatorio di 18 ore. La norma, infatti, recita che “le cattedre costituite con orario inferiore all'orario obbligatorio d'insegnamento dei docenti, definito dal contratto collettivo nazionale di lavoro, sono ricondotte a 18 ore settimanali, anche mediante l'individuazione di moduli organizzativi diversi da quelli previsti dai decreti costitutivi delle cattedre, salvaguardando l'unitarietà d'insegnamento di ciascuna disciplina e con particolare attenzione alle aree delle zone montane e delle isole minori.” La norma citata non prevede che sia possibile superare tale limite di 18 ore obbligatorie.
            L’art. 19 del DPR n. 81 del 20 marzo 2009 (GU n. 151 del 2 luglio 2009) recante “Norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola”  ai sensi dell’art. 64, comma 4 del DL 25/6/2008 n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6/8/2008 n. 133 ha innovato la materia solo con la eliminazione della cosiddetta “clausola di salvaguardia”, ma anch’esso non ha previsto, la possibilità di superare il limite delle 18 ore settimanali e testualmente al comma 4 ribadisce “I Dirigenti Scolastici ... attribuiscono spezzoni orario fino a 6 ore ai docenti in servizio nell’istituzione, con il loro consenso, fino ad un massimo di 24 ore settimanali”.
            Per ultima, la circolare 25 del 29/3/2012 così recita a proposito delle cattedre in deroga alle 18 ore settimanali: ”Fanno eccezione le cattedre che non sia possibile formare per complessive 18 ore anche ricorrendo ad una diversa organizzazione modulare, fermo restando che le stesse non potranno comunque avere un orario inferiore alle 15 ore settimanali. In tal caso l’orario necessario per completare la cattedra potrà essere impiegato per il potenziamento degli insegnamenti obbligatori per tutti gli studenti e/o per attivare ulteriori insegnamenti, finalizzati al raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano dell’offerta formativa. Solo allo scopo di salvaguardare le titolarità dei docenti soprannumerari (e nel rispetto degli obiettivi finanziari di cui all’art. 64) è possibile formare cattedre con un orario superiore alle 18 ore che, di norma, non devono superare le 20 ore settimanali, sempreché non sia possibile attivarle secondo quanto previsto dal comma precedente."
Dunque l’obbligo di completamento della cattedra è fissato da tutte le norme sino alle 18 ore di insegnamento, e non oltre. Nessuna norma prevede la costituzione di cattedre oltre le 18 ore senza il consenso del docente e solo con le procedure già richiamate in ordine all’assegnazione di ore eccedenti da parte dei Dirigenti Scolastici.
A riprova di quanto fin qui sostenuto, e cioè della mancanza di obbligo di accettare un insegnamento superiore alle 18 ore settimanali, si devono anche considerare le norme che regolano la retribuzione delle ore di cattedra eccedenti le 18 ore, che sono attività straordinarie e compensate in misura assai inferiore rispetto alle ore di insegnamento obbligatorio. Infatti, le ore di insegnamento prestate oltre le 18 obbligatorie previste contrattualmente sono retribuite in misura di 1/78 dello stipendio mensile. Pertanto, anche le norme vigenti sulla retribuzione di tali ore ribadiscono in modo inconfutabile che il servizio prestato su tali attività di insegnamento è aggiuntivo e non obbligatorio.
Con la costituzione di cattedre oltre le 18 ore, quindi, è stato violato palesemente il CCNL del Comparto Scuola e il DPR 81/2009.
A sostegno di quanto affermato si ricorda che in svariati recenti contenziosi giurisdizionali è stato acclarato univocamente tale assunto e l’Amministrazione Scolastica è stata condannata dai Tribunali del Lavoro per aver illegittimamente costituito cattedre di insegnamento con oltre 18 ore, anche in insegnamenti, quali ad esempio scienze e disegno e storia dell’arte, per i quali i previgenti ordinamenti (previgenti perché non più in vigore) prevedevano la possibilità di costituire cattedre di 20 ore settimanali di insegnamento. La disposizione del vecchio DM del 1952 di costituire cattedre di scienze e disegno e storia dell’arte 20 ore è inoltre incompatibile con il testo unico del 1994 e con tutte le altre norme successive. Inoltre, c'è da sottolineare che dal 1952 a oggi il vecchio ordinamento dei licei è profondamente cambiato e non esiste più quello previsto dal DM del 1952 dato che sono state introdotte tutte le varie sperimentazioni (mini, maxisperimentazioni, autonomia, proteo, etc) che presentano quadri orari di scienze e disegno e storia dell’arte completamente diversi da quello previsto dal suddetto decreto. Inoltre il quadro orario per le classi prime dei nuovi licei è diverso sia da quello del 1952, sia da quello presente nelle varie sperimentazioni. Non ha, pertanto, alcun riscontro giuridico la tesi secondo cui l’organico per le classi prime dell’anno prossimo vada predisposto applicando il vecchio DM del 1952, perché si tratta di liceo ordinario: infatti, il Regolamento sui nuovi Licei non richiama in nessun punto il D.M. del 1952, rimandando ad un successivo decreto interministeriale “l’articolazione delle cattedre per ciascuno dei percorsi liceali ... in relazione alle classi di concorso del personale docente ...” (art. 13 comma 10 lett. b DPR 89/2010).
La CM 25/2012 sugli organici prevede a pag. 13 la riconduzione delle cattedre a 18 ore, ma aggiunge: “si fa eccezione, ovviamente, per quelle cattedre che non sia possibile formare per complessive 18 ore ... fermo restando che le stesse non potranno avere comunque un orario inferiore alle 15 ore settimanali”. La stessa CM prevede ancora che “solo allo scopo di salvaguardare la titolarità dei docenti soprannumerari è possibile formare cattedre superiori alle 18 ore” sempre con il consenso dell’interessato: ma questa ipotesi residuale non può esser applicata in via preventiva a tutte le cattedre. Infine, sempre la CM 25/2012 a pag. 14 prevede che " ... in considerazione della progressiva applicazione della riforma, non vengono più formate cattedre ordinarie ma solo cattedre interne, utilizzando contributi orari sia del nuovo che del pregresso ordinamento ancora vigente nelle classi successive alle prime ...".
Alla luce della normativa vigente e soprattutto in riferimento al DPR 81/2009 e alla CM 25/2012 le cattedre di Scienze e Disegno e Storia dell’Arte devono essere ricondotte a 18 ore.
Si aggiunga che tutte le operazioni effettuate dai Vostri Uffici sono inficiate di illegittimità anche perché l’Amministrazione Scolastica procede alla riduzione delle cattedre, delle classi e dei posti sulla base di tabelle inserite in uno schema di Decreto Interministeriale che, allo stato, non pare sia entrato in vigore poiché la procedura prevista dalla legge non è stata completata. Inoltre, alcuni Dirigenti Scolastici non hanno fornito  informazione preventiva sugli organici relativa a questa problematica ed, infine, le operazioni di individuazione di soprannumerarietà delle/dei colleghe/i si stanno attuando illegittimamente poiché l’Amministrazione Scolastica non ha formalmente notificato alle scuole le nuove tabelle organiche.
Le illegittime cattedre così costituite provocano e provocheranno un danno grave alle/ai docenti che diventano soprannumerari, a coloro cui vengono assegnate cattedre superiori alle 18 ore ed, infine, al personale docente precario che in tal modo si vedrà scippare dalle future disponibilità ulteriori ore di insegnamento, cui avrebbe diritto nel prossimo anno scolastico. 

Tutto ciò premesso e considerato, e valutato che nessuna norma prevede che sia possibile attribuire una cattedra oltre le diciotto ore settimanali di insegnamento obbligatorie, la scrivente Organizzazione Sindacale COBAS - Comitati di Base della Scuola
DIFFIDA
le SS.LL. in indirizzo per quanto di rispettiva competenza, e chiede che tutte le cattedre composte illegittimamente con oltre 18 ore settimanali di insegnamento siano ricondotte nell’ambito e nel limite delle diciotto ore obbligatorie.
Si segnala che in difetto si valuterà l’opportunità di presentare formale ricorso amministrativo giurisdizionale e patrocinare l’attivazione di ricorsi giurisdizionali da parte delle/dei colleghe/i illegittimamente danneggiati dai Vostri atti.
Si rimane in attesa di un Vostro urgente e formale riscontro e si coglie l’occasione per porgere cordiali saluti.

Le torture ai brigatisti raccontate da Luigi Bisignani

by insorgenze
luigi-bisignani-uomo-sussurra-potenti-acquista-libro-online-sconto-scarica-download-pdf1Chi è Luigi Bisignani? I magistrati che lo hanno arrestato qualche tempo fa per poi concedergli i domiciliari, lo hanno descritto come un «soggetto più che inserito in tutti gli ambienti istituzionali e con forti collegamenti con i servizi di sicurezza». Uno che sa o che lascia credere di sapere, che del posseso di informazioni riservate ha fatto il suo mestiere.
Coinvolto in un'inchiesta sul mondo delle lobby, condotta dai pm napoletani Francesco Curcio e Henry John Woodcock, Bisignani si è visto contestare l'appartenenza ad un'associazione per delinquere finalizzata alla gestione di notizie riservate, appalti e nomine, in un misto, secondo l’accusa, di dossier e ricatti, anche attraverso interferenze su organi costituzionali realizzate manovrando un sistema informativo parallelo.
Trovare una definizione esatta per collocarlo è difficile: faccendiere, lobbista, uomo d'affari, addentro al mondo dell'informazione e dei servizi, capace di far circolare e orientare notizie, a suo tempo iscritto alla loggia P2, insomma un uomo di relazioni, punto di raccordo tra ambienti diversi, sempre capace di far valere i suoi rapporti influenti, la ricca agenda e la quantità di informazioni riservate in suo possesso. Un evergreen del potere discreto, che non agisce in prima fila ma dietro le quinte del palcoscenico.
In un libro-intervista, L'uomo che sussurra ai potenti, appena apparso per Chiarelettere, rispondendo alle domande del giornalista Paolo Madron, Bisignani si diverte a raccontare retroscena, piccoli segreti, gossip, lo fa con ironia, schizza ritratti velenosi di personaggi della finanza, della politica, della chiesa, della magistratura (tra i più gustosi), dei Servizi segreti, dei media, in altri casi è servile, appare un magiordomo del potere, ogni tanto rivela qualche verità. Tra queste, in una paginetta e mezza racconta delle torture condotte nel 1982 dalla squadra del professor De Tormentis, ovvero quel Nicola Ciocia che i lettori assidui di questo blog conoscono molto bene. Se un frequentatore del potere come Bisignani sapeva, quanti altri come lui sapevano?
Eccovi l'estratto, buona lettura
Bisigna 1Bisigna 2bisPer saperne di più
Chi è “Tormentis”?
Per approfondire la storia delle torture
Le torture della repubblica

COOP ITALIA CAMBIA IL VERTICE IN UNO SCONTRO DI STRATEGIE CHE DURA DA ANNI

giovedì 20 giugno 2013 · Posted in , ,


Il 25 giugno si svolgerà l'assemblea annuale di Coop Italia, si approverà il bilancio, ma verrà ufficializzato anche un cambio dei vertici che era nell'aria da tempo e prenderà corpo un ripensamento alla strategia complessiva del mondo cooperativo. Sullo sfondo l'antica diatriba tra Coop emiliane e toscane con storie e modelli diversi.

L'articolo di Roberta Scagliarini sull'argomento ha dato lo spunto per un'approfondimento scritto per il blog da Mario Frau
Le coop della Toscana e Unicoop Firenze alcuni mesi fa minacciarono di uscire da Coop Italia, un ritornello che a fasi cicliche ha caratterizzato da sempre i rapporti tra le coop emiliane e toscane.

Nei momenti di scontro sulle strategie i toscani minacciano di separarsi per creare una Centrale Acquisti separata, ma tutti sanno che non lo faranno mai. Troppe sono le ragioni che ostacolano tale scelta separatista. I toscani sanno bene che godono dei vantaggi della “massa critica” rappresentata dal consorzio nazionale per gli acquisti Coop Italia, poi ci sono le sinergie negli spot pubblicitari milionari, c’è la questione dei prodotti a marchio Coop che non potrebbero più utilizzare una volta fuori, infine c’è la comune militanza politica della stragrande maggioranza dei dirigenti apicali. 

Ma allora perché si arriva a minacciare scissioni e scelte separatiste dal sistema Coop Italia? Le ragioni sono tutt'altro che marginali. In primis è che ci sono strategie e storie diverse tra le coop toscane, gli emiliani e il resto del movimento. Gli emiliani fanno sempre la parte dell’asso pigliatutto, lasciando ai toscani quasi sempre qualche briciola, come ad esempio la scelta delle sedi, che significano posti di lavoro e potere. Coop Italia e Unipol sono entrambe a Bologna, con alla testa due emiliani doc come il Presidente di Unipol Luigi Stefanini (ex segretario del P.C.I. Bolognese) e il Presidente di Coop Italia Vincenzo Tassinari, (di provenienza P.S.I. ) cresciuto all'interno del mondo coop emiliano. Ai toscani vengono riservati sempre ruoli subordinati se non proprio marginali, evidenziando un certo sciovinismo emiliano. 

La spaccatura del 2005 sulla scalata alla Bnl portò il movimento cooperativo a separare i propri destini finanziari. Unicoop Firenze, guidata dall'inossidabile Campaini, scelse di rafforzare la propria presenza in Mps, su Unipol invece si concentrarono soprattutto le coop emiliane, altre ancora con presenze in alcune banche come la Carige (Coop Liguria), la Popolare di Spoleto (Coop Centro Italia) e la Popolare dell’Emilia Romagna (Coop Estense). Proprio in questi giorni, con le dimissioni di Tassinari da Presidente del Consiglio di Gestione di Coop Italia, si è consumato l’ennesimo scontro tra le cooperative toscane, quelle emiliane e del nordovest.  Il contrasto verte su come affrontare la crisi, la perdita di clienti e di ricavi e su come gestire i rapporti con l'industria e i consumatori. Si tratta di uno divergenza di vedute che vede una divisione piuttosto netta tra i toscani e il resto del movimento che, prima o poi, sarà destinato a ricomporsi, magari concedendo spazi di autonomia alle strategie di Unicoop Firenze e delle altre coop toscane, come del resto è sempre accaduto. 

Le figure storiche che dominano la discussione sono pezzi da novanta come Turiddo Campaini, 73 anni, da più di 30 anni a capo di Unicoop Firenze (dai tempi di Nixon, come ha precisato recentemente il sindaco di Firenze,  Renzi), e Vincenzo Tassinari, 64 anni, da 25 presidente di Coop Italia, ora soccombente e dimissionario. 

Questo il motivo centrale dello scontro strategico: secondo i cooperatori toscani guidati da Campaini la leva vincente per affrontare la crisi e le prospettive future sarebbe da ricercare nell'efficienza e nel presidio del territorio anziché nella centralizzazione e la dimensione aziendale (quindi meno centralizzazione delle strategie e più spazio invece all'autonomia di ciascuna cooperativa e di ciascun manager-presidente). E’ convinzione di Unicoop Firenze che di fronte all'impoverimento di vasti strati sociali della popolazione, le coop sono chiamate a svolgere un ruolo anti-inflattivo, cioè di calmierazione dei prezzi per tutelare un potere d’acquisto di soci e consumatori che si va sempre più assottigliando. Il problema di fondo è come realizzare un simile ambizioso obiettivo, visto che una parte rilevante del movimento cooperativo manifesta serie difficoltà competitive, con il margine operativo se non in rosso certamente molto risicato. L'unica che riesce a farlo con successo è Unicoop Firenze, che ha i prezzi più bassi di tutte le altre cooperative. E' inoltre la più grande coop Italiana, con quasi 3 miliardi di fatturato,da anni citata per la sua convenienza davanti ad Esselunga e con uno scarto rispetto alle altre Coop (dato certificato da una indagine di Altroconsumo). Forte di una leadership dimensionale e di prezzo, è circolata la voce che Campaini , negli ultimi mesi, aveva più volte minacciato la scissione da Coop Italia trascinando con sé le altre Coop Toscane e Umbre e ipotizzando di creare una propria centrale acquisti separata. Campaini aveva una grande fretta di cambiare strategia commerciale, a cominciare dal ridimensionamento degli ipermercati, da tempo in sofferenza per la crisi dei prodotti no food e per la concorrenza dei grandi specialisti. I grandi ipercoop che operano nel territorio toscano sono in corso di ridimensionamento, con l’abbandono dell'insegna Ipercoop, per essere trasformati in Superstore (il format vincente inventato dal temibile concorrente Esselunga di Bernardo Caprotti) di dimensioni più ridotte. E nelle altre cooperative cosa sta succedendo? Tale ricetta non verrà seguita dagli Ipercoop delle altre cooperative emiliane e del nord ovest, che continueranno a sviluppare gli ipermercati, dimostrando di credere ancora in quel format.

Una vera e propria scissione da parte dei toscani non è però ipotizzabile in quanto essa avrebbe un prezzo altissimo come, ad esempio, la perdita del marchio Coop e soprattutto dei prodotti a marchio Coop che da soli rappresentano il 25% del giro d'affari del sistema. Lo scontro è comunque destinato a durare.

Le dimissioni di Tassinari e la decisione di sostituirlo con il Presidente della Coop Nordest, Marco Pedroni rappresenta un indubbio successo per Campaini per due ordini di ragioni. 
Ne esce sconfitta la strategia di Tassinari e di Dalle Rive di puntare ad un accentramento dei poteri e delle funzioni più importanti in Coop Italia a discapito della autonomia delle singole cooperative; esce perdente anche il disegno di realizzare nel tempo una unica grande Coop nazionale mediante un processo di fusioni (del resto il Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Coop Italia, Dalle Rive, che è anche Presidente di Novacoop, ha fallito propria a casa sua quando è abortito il disegno di unificare le tre coopdel Distretto Nord Ovest).
Esce invece vincente la strategia di Campaini che ha sempre ritenuto che la soluzione dei problemi di redditività che evidenziano le varie cooperative non si risolverebbe con il gigantismo e ha sempre puntato all'autonomia delle singole cooperative, alla flessibilità , alla valorizzazione del legame con il territorio, alla efficienza e alla competitività mediante politiche di contenimento dei prezzi. 

La partita sulla strategia del sistema cooperativo è ancora tutta aperta, ma obiettivamente occorre riconoscere che Tassinari e Dalle Rive, fautori di una strategia di accentramento delle funzioni strategiche in Coop Italia, per il momento ne escono sconfitti e a goderne è Campaini. E ciò nonostante le disavventure sue e di Unicoop Firenze in MPS, che hanno comportato perdite colossali. 

Mario Frau, 

Vincenzo Tassinari, lascerà
la guida operativa di Coop Italia
Marco Pedroni, 54 anni,
il favorito per guidare Coop Italia

Il braccio di ferro tra emiliani e toscani divide il sistema.
Il nuovo ceo è considerato vicino a Cimbri, alla guida di Unipol Fonsai.
Niente integrazione tra i nove grandi gruppi per farne uno.
Il fronte del no.

Cambia il vertice della cooperazione italiana: se ne va uno degli uomini chiave del largo consumo nazionale e gli alti dirigenti del movimento serrano le file su una nuova governance.

Vincenzo Tassinari lascerà il suo incarico alla guida operativa di Coopitalia. Il manager emiliano non metterà la sua firma sull'inversione di strategia rispetto a quella visione unitaria che era stata formalizzata cinque anni fa, appena spente le braci della vicenda Unipol-Bnl, quando fu introdotta la governance duale in Coopitalia. Allora venne nominato un consiglio di sorveglianza presieduto dal piemontese Ernesto dalle Rive (Novacoop) mentre il consiglio di gestione fu affidato a Tassinari con la missione di centralizzare gradualmente tutte le funzioni commerciali delle coop per avvicinarsi al sogno di dare vita ad un campione nazionale della grande distribuzione.

Il progetto approvato da tutti, mirava ad integrare i 9 grandi gruppi degli scaffali mutuali per farne un solo soggetto con 13 miliardi di fatturato e 8 milioni di soci. Ma quel disegno è tramontato, le coop hanno deciso di fare marcia indietro e di ripartire da zero. Il compromesso sulla governance leggera, con cui Tassinari non è in sintonia, è il prezzo della tregua con i cooperatori toscani e con il loro leader, il 73enne Turiddo Campaini, che dai tempi della scalata alla bnl si trova in opposizione frontale con i colleghi emiliani.

La svolta avverrà ufficialmente il 25 giugno quando si riunirà l'assemblea di Coopitalia per approvare il bilancio del 2012 ed eleggere il nuovo consiglio di gestione. La settimana scorsa il consiglio di sorveglianza ha convocato l'assemblea straordinaria per il secondo punto all'ordine del giorno. Le dimissioni di Tassinari daranno il via ad un domino di poltrone: il manager indicato per sostituire Tassinari è il reggiano Marco Pedroni, un dirigente di 54 anni che è considerato un «giovane» all'interno della Legacoop. Pedroni  attualmente è presidente  di Coop Nordest ed è il numero uno di Finsoe, la finanziaria cui fa capo il controllo di Unipol-Fonsai. Un cumulo di incarichi che ne fa uno degli uomini più potenti della Lega e più vicini al numero uno del gruppo assicurativo, Carlo Cimbri.

Coop Nordest, insieme alle altre due coop emiliane (Adriatica e Estense) è il nocciolo duro dell'azionariato di Unifonsai. Pedroni scioglierà ufficialmente la riserva in questi giorni dopo di che si deciderà chi lo sostituirà a capo della coop reggiana. Come vicepresidente di coopitalia dovrebbe essere riconfermata la manager della Legacoop toscana Maura Latini.

L'addio di Tassinari, che è stato uno dei protagonisti della crescita della cooperazione di consumo in Italia ed è stimato da tutti i capitani della grande industria alimentare nazionale e multinazionale con cui ha trattato, è vissuta come un erore da una parte dei dirigenti e anche da molti competitori. Alcuni fanno notare che ridurre le iniziative di coordinamento e marketing di Coopitalia significa rinunciare ad una fetta del margine della gestione extra-caratteristica che per i bilanci di molte imprese e cruciale.

Ma sono mesi che Unicoop firenze, che è il primo gruppo del settore mutuale con 2,4 miliardi di ricavi pone veti alle iniziative unitarie. La divergenza di strategie è arrivata al punto che Unicoop Firenze ha cambiato nome ai suoi supermercati montando l'insegna Coop.fi al posto del marchio rosso Coop, ufficialmente registrato della Lega.

Un altro fronte di discussione si è aperto sugli ipermercati (Ipercoop) quando i toscani hanno deciso di vendere o di ridimensionari gli spazi e i format dei loro punti vendita. Anche sulla gestione delle promozioni e sulla scelta dei fornitori (per esempio la carne) i toscani hanno imboccato sentieri autonomi rispetto agli altri. Avanti così e allo storico scenario di collaborazione solidale si sostituirà un quadro di disgregazione senza prospettive.

In base al compromesso raggiunto in questi giorni Coopitalia per i toscani non sarà più il centro direzionale e strategico, il nucleo della futura maxi-coop, ma tornerà ad essere una semplice centrale acquisti, tutte le altre decisioni torneranno in mano alle singole cooperative e ai loro padri-padroni.

Il malumore è trapelato ufficialmente. «All'interno di Legacoop - si legge nell'editoriale di Paolo Bedeschi, presidente di Coopreno nel mensile Con - sono state definite regole, una delle quali, tra le più importanti è la transgenerazionalità. Significa che la cooperativa non essendo una società privata non viene tramandata agli eredi degli azionisti ma deve essere trasmessa dai dirigenti eletti pro-tempore a dei nuovi dirigenti scelti dai soci. Per regolamentare questi passaggi venne fissato un limite a 65 anni, in alcune cooperative questa regola viene disattesa, alcuni presidenti hanno superato i 70 anni di età ed altri si fanno rieleggere anche se il limite è superato». Il riferimento neanche troppo velato è al 73enne Campaini e al 67enne Mario Zucchelli, numero uno della Coop Estense, ex capo dei discount Dico, ex numero uno di Finsoe, consigliere di Unipol e di Bper.

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