POCHE IMMISSIONI IN RUOLO, NESSUNA INVERSIONE DI TENDENZA

venerdì 8 agosto 2014

Con le Note prot. nn. 7955 e 7957 del 7 agosto 2014, il Miur ha pubblicato i dati delle immissioni in ruolo 2014/2015: 33.380 posti autorizzati (28.781 docenti compreso sostegno e 4.599 Ata), suddivisi per ordini di scuole e profili, per classi di concorso e province (scarica qui).
Ma questi numeri potrebbero aumentare con l’attuazione del “piano straordinario” dell’ex ministra Carrozza che è ancora in via di conclusione: si parlerebbe di circa 18.000 posti, 4.000 di sostegno.
Se consideriamo che il 1° settembre 2014 andranno in pensione almeno 17.000 colleghi e che sono oltre 140.000 le supplenze annuali attribuite al personale docente e A.T.A. (quasi un precario ogni 6 colleghi di ruolo, oltre il 14% sul totale degli occupati!), capiamo bene che nessuna vera inversione di tendenza si sta realizzando: il precariato continuerà a esistere nelle sue forme pervasive e croniche.
Se il Governo avesse davvero intenzione di migliorare la condizione della Scuola e di chi da anni in essa lavora, una cosa sola dovrebbe fare: assumere tutte le migliaia di colleghi e colleghe sfruttati da decenni, eliminando le classi pollaio, ripristinando il turn-over e abrogando la “Fornero” per svecchiare il più anziano corpo docente d’Europa.

ALLA THYSSENKRUPP SI MINACCIA LA MOBILITA’, NON SI RINNOVANO I CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO MENTRE SI FANNO LAVORARE I PENSIONATI

Sembra giunta ai capitoli finali la lunga storia dell’acciaieria di Terni. Dagli anni ’90, dopo le privatizzazioni che hanno successivamente permesso lo spacchettamento della fabbrica, con la svendita “ai saldi” dell’impianto produttivo alla Thyssenkrupp, si è arrivati dieci anni fa -con l’avallo dei sindacati concertativi- al “furto” del magnetico, vero cuore della produzione di fabbrica, portato in Germania ed ora siamo all’inizio della fine con l’annuncio di un migliaio di tagli ai posti di lavoro. Sia nel 2004 che oggi i momenti più alti, che hanno rilanciato le lotte e prospettato un diverso finale sono stati determinati dalla radicalità e dallo spontaneismo operaio: nel 2004 quando i vertici della TK furono assediati all’Hotel Garden in via Bramante ed oggi dopo il blocco dell’AD Lucia Morselli, nota “tagliatrice di teste” nominata all’inizio di luglio – dopo pubbliche dichiarazioni della dirigenza sulle prospettive di sviluppo dell’acciaieria di Terni- per procedere alla dismissione della produzione a caldo e alla mobilità (cioè di fatto al licenziamento) per i lavoratori delle società controllate (SDF, TUBIFICIO,ASPASIEL,ARASCO EX ILSERV…..). Infatti nel pomeriggio del 31 luglio, dopo un breve ed improduttivo blocco dell’A1 realizzato la mattina che avrebbe dovuto portare alla ribalta nazionale la vertenza dell’acciaieria di Terni e che non aveva neanche avuto l’onore della notizia sui TG, gli operai, alla notizia che nella palazzina dirigenziale di viale Brin era in corso la firma per la messa in mobilità di 586 operai delle società controllate ( sono scesi immediatamente in sciopero circondando la palazzina ed entrando dentro lo stabile. L’AD è stata sotto il controllo degli operai per 14 ore, sino alle 5:30 del mattino quando è stata fatta uscire dalla palazzina dalla Polizia. Il giorno dopo le procedure di mobilità sono state bloccate. La radicalità e la rabbia operaia per un futuro senza salario è stata poi controllata dai sindacalisti di mestiere arrivando alla fine dello sciopero la sera del 3 agosto per garantire ulteriori profitti alla proprietà, permettendo proprio quello che era stato disatteso dalla dirigenza: il rispetto delle commesse che il 31 luglio era diventato secondario riguardo alla premura padronale di iniziare la mobilità, lo smantellamento produttivo, i licenziamenti. Se tutto è “sospeso” sino al 4 settembre l’offensiva contro gli operai non va in vacanza: infatti non vengono rinnovati i contratti a tempo determinato dei dipendenti AST, mentre si continuano a far lavorare i pensionati. Questo succederà dall’11 agosto all’officina meccanica con l’avallo, o almeno il silenzio complice, dei sindacati concertativi che continuano a fare il loro lavoro di pompieri rispetto alla rabbia operaia, garantendo la produzione e i profitti aziendali. I cobas denunciano questa deriva e chiedono di bloccare –da anni- il lavoro dei pensionati all’interno della fabbrica: che senso ha lasciare operai cinquantenni con famiglie senza stipendio per far lavorare chi già percepisce una pensione ogni mese, se non quello dello spremere chi lavora come un limone fregandosene della vita di chi rimane senza salario? NO ALLA MOBILITA’ PER I LAVORATORI DELLE CONTROLLATE NO AL LAVORO DEI PENSIONATI IN AST,NO AI LICENZIAMENTI, SI AL RINNOVO DEI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO LOTTA PER LA DIFESA DEL SALARIO COBAS AST-THYSSENKRUPP

Quota96: le promesse e gli inganni del governo Renzi

Ieri la ministra Madia ha annunciato gli interventi soppressivi al decreto sulla PA , tra i quali quello che sopprime l’emendamento per i Quota96. I rilievi della Ragioneria Generale dello Stato hanno vinto ancora una volta. Non sono passati neppure gli emendamenti per la revisione dei limiti di età per professori universitari e primari, e la cancellazione delle penalizzazioni Fornero per l’uscita anticipata dal lavoro. Rimane invece l’emendamento che permette ai giornalisti il prepensionamento con 57 anni di età e 18 anni di servizio! Il diktat è chiaro: la riforma Fornero non si tocca Esponenti della maggioranza sostengono che il Governo interverrà, in tempi brevi, con un provvedimento specifico per sanare questa ennesima ingiustizia perpetrata nei confronti dei Q96. Come aveva affermato la ministra Giannini, per chiudere “un capitolo che risolve un problema e apre un’opportunità per 4.000 giovani che possono essere assunti”, sarà così? * * * Ennesima e insopportabile truffa nei confronti dei Quota96 Le promesse e gli inganni del governo Renzi Difendono ancora la famigerata riforma Fornero Ennesima e insopportabile truffa nei confronti dei Quota96 quella annunciata ieri dal governo Renzi, inarrivabile nel promettere, ingannare e non mantenere, ennesima beffa a cui sono sottoposti i 4.000 lavoratori della scuola Quota96 (nati nel 1951 con 35 anni di contributi, oppure nel 1952 con 36 anni, o con 40 anni senza limiti di età al 31 dicembre 2012), pensionandi obbligati dalla folle riforma Fornero a rimanere al lavoro coatto fino a sei-sette anni in più del dovuto. E la beffa/truffa frustra anche le attese dei precari/e sui 4.000 posti che si sarebbero resi disponibili. Dopo tre anni di iniziative e di lotte, quando ormai sembrava vicina la sacrosanta uscita dal lavoro, dopo un improvviso attacco da parte di Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale, supportato da alcuni giornalisti incompetenti e di regime – ai quali per inciso continua ad essere garantito, con l’emendamento 1ter al decreto legge sulla Pubblica Amministrazione, il prepensionamento con 57 anni di età e 18 anni di servizio – è arrivato il contrordine dei poteri forti: i disastri creati dalla riforma Fornero non si toccano. Non si tratta solo dei 170 mila esodati, ma anche di 4.000 lavoratori della scuola vittime dell’ignoranza e della superficialità della Fornero e dei suoi compari (Monti, PD, PDL), che non tennero conto che i lavoratori/trici della scuola hanno un’unica uscita possibile per la pensione e cioè il 1° settembre. I lavoratori di tutti gli altri settori sono andati in pensione con gli stessi requisiti al 31/12/2011, quelli della scuola non hanno usufruito di tale possibilità perché bisogna far coincidere per legge il collocamento in pensione con la fine dell’anno scolastico. Non si tratta quindi di pre-pensionamento, come dolosamente viene fatto credere, ma di porre rimedio – seppur tardivamente – ad una discriminazione, adattando la normativa alla specificità della scuola. Mentre denunciamo la passività e la complicità dei sindacati di Stato, che hanno accettato senza batter ciglio e senza indire scioperi la riforma Fornero e il sopruso nei confronti dei Quota96, siamo pronti a indire tutte le iniziative possibili per il riconoscimento dei diritti acquisiti dei Q96, organizzando immediate mobilitazioni per i lavoratori della scuola e per tutte le realtà coinvolte del lavoro pubblico e del privato, come passo essenziale della lotta di tutti i lavoratori/trici e dei precari per l’abolizione della riforma Fornero. Le sedi Cobas rimangono a disposizione di tutti i Quota 96. http://cobasscuolapalermo.wordpress.com/2014/08/05/q96/

PATTO SULLA SCUOLA? NO, PATTO CONTRO LA SCUOLA! RIBELLIAMOCI!

sabato 5 luglio 2014


index Scuola disastrata


1)  Puntuale come la grandine il mese di Giugno,  arriva l’ennesima Controriforma della Scuola, quando le scuole sono chiuse.
Puntuali come la morte, squillano le fanfare dei giornali di regime, che presentano come una “rivoluzione in arrivo” [1], quella che è l’ennesima controrivoluzione, che innalzano un luogo comune “Un premio ai prof ma dovranno lavorare di più” [2]  al Verbo, che  dovrà, finalmente, dannare gli oziosi, gli indolenti, i neghittosi, che, sino ad ora, a centinaia di migliaia, hanno ammorbato le aule scolastiche.
Non vi è neppure bisogno di dire che questo mantra, che sostituirà il tormentone canoro dell’Estate, farà breccia, come tutti i luoghi comuni, in un’opinione pubblica smarrita ed in preda alla sindrome dei polli, che si beccano sino al momento immediatamente precedente quello in cui verrà tirato loro il collo.
Ecco un saggio, tra i molti, della prosa levigata, asettica, fors’anche profumata, con cui il Patto, altro termine non scelto a caso, ( Chi vorrà essere così ignavo da sottrarsi ad un patto?), viene presentato:
“Il nuovo cantiere di viale Trastevere ha prodotto la prima opera: il piano per la scuola.
Prevede un nuovo contratto di lavoro: più ore per tutti i docenti, 36 a settimana, e aumenti di stipendio a chi si prende responsabilità, offre competenze specifiche.
A quattro mesi dall’insediamento, il Miur del ministro Giannini e del sottosegretario Reggi ha preparato il primo dossier sul futuro dell’istruzione italiana.
Nei prossimi giorni andrà al vaglio del premier Renzi e il 15 luglio sarà presentato in società: una consultazione generale.
“Dieci giorni ancora e la nostra proposta diventerà una legge delega”, dice il sottosegretario Roberto Reggi, autore del piano. Prima della pausa estiva il governo vorrebbe approvarlo in Consiglio dei ministri” [3].
Naturalmente, né il raggiante Reggi, né l’incolpevole giornalista spendono una parola sul fatto che il Contratto della Scuola non è stato più rinnovato dal 2009.
Il giornalista, che scrive per “La Repubblica”, quotidiano  che è impregnato di spirito critico più di quanto gli Apostoli lo fossero dello Spirito Santo, neppure si chiede che cosa abbiano fatto i Sindacati con la S maiuscola in questi 5 lunghi e duri anni, in cui il Personale docente e non docente ha perso decine di migliaia di Euri; né si fa una domanda ancor più semplice:“A questo punto, i Sindacati che cosa ci stanno a fare?”.
2)  “La scuola italiana non potrà più essere – “e non sarà più” – un ammortizzatore sociale” [4].
Questa, naturalmente, è un’altra frase, che non significa nulla, ma che, appunto per questo, va benissimo nel clima dell’imperante Nientismo renziano, ove la sostanza è niente ed il suono delle parole, sapientemente amplificato, addolcito, “sviolinato” è tutto. Poteva, poi, mancare il rutto dell’ovvio?
“Oggi nelle medie e nelle superiori un docente lavora 18 ore settimanali (più 80 ore l’anno per consigli di classe e d’istituto)” [5].
Naturalmente, solo gli iniziati ai Grandi Misteri Scolastici, a confronto dei quali i Misteri Eleusini scompaiono, sanno che, tornate/i a casa, le/i docenti hanno anche da preparare le lezioni e correggere i compiti. Inoltre, vorremmo fare una domandina al raggiante Reggi ed all’incolpevole giornalista:
“ Se una/un docente, nel pomeriggio, mollemente, fors’anche lussuriosamente, assisa/o in poltrona, trascorre un’ora a leggere il giornale ed un’altra a leggere “La montagna incantata” di Mann, oppure “La primavera hitleriana” di Montale, queste due ore sono da considerare di ozio o di lavoro?
3)  Comunque, la Sacra Trimurti: Renzi-Giannini-Reggi ha proprio pensato a tutto:
“Il resto, non è contabilizzato: chi fa zero e chi fa troppo. Il Miur di Giannini-Reggi chiede invece una disponibilità doppia e certa: 36 ore per tutti. La soglia dovrebbe valere per elementari e scuole d’infanzia. Una disponibilità maggiore è richiesta anche sull’arco dell’anno scolastico: la stagione dura 230 giorni, la scuola solo 208. Quei ventidue giorni vanno recuperati a giugno inoltrato [6]”.
Infine, l’ “arma segreta”: Ciccio ( non è un insulto, solo una constatazione del fatto che è sempre più in carne: evidentemente, il Potere ingrassa chi lo esercita) Renzi: “Matteo Renzi scommette su un clima diverso e sul patto della qualità: più ore, più impegno, più soldi. Con il nuovo piano prendono un potere fin qui sconosciuto i dirigenti scolastici: saranno loro a decidere a chi dare i bonus stipendiali.
Anche per i presidi sono previsti aumenti in base ai risultati dell’istituto.…  Nel dossier si rafforza l’ipotesi del taglio di un anno alle scuole superiori e si immaginano risparmi globali per 1,5 miliardi” [7].
E qui, cade l’asino, poiché viene svelato il Mistero Doloroso, per la Scuola, mica per il Governo: risparmiare ed avere una popolazione sempre meno istruita e consapevole. Su questo elemento fondamentale dovremo tornare. 

Valerio Bruschini
NOTE
[1]  Zunino Corrado,  http://www.repubblica.it/scuola/2014/07/02/news/patto_sulla_scuola_un_premio_ai_prof_ma_dovranno_lavorare_di_pi-90482709/

CON I LICENZIATI FIAT , CONTRO LA DITTATURA DI MARCHIONNE

mercoledì 25 giugno 2014

Con una rapidità insolita, ad una settimana dallo svolginento dell'audizione opposta alle contestazioni disciplinari , il 24/6 la Fiat-Pomigliano licenzia 4 operai-cassintegrati Cobas , deportati da 6 anni nella cayenna di Nola.
A questo dispotico sopruso si è aggiunto il paradossale licenziamento di Mimmo Mignano. Mimmo, pur non avendo alcun rapporto di lavoro con la Fiat che lo aveva licenziato 6 anni fa per motivi politici, in previsione del suo possibile reintegro da parte del Trib.di Nola nell'udienza finale  del prossimo 17luglio ,viene " licenziato in via preventiva".
Una assurdità giuridico-legale unica nel suo genere, che però testimonia il livore della Fiat nei suoi confronti ed insieme il timore che un suo ricollocamento in fabbrica possa sconvolgere i ritmi da caserma imposti a suon di diktat dal caporale Marchionne.
Un elemento di debolezza e fragilità del prepotente apparato Fiat e del suo manager. Già , perchè se Marchionne si sentiva offeso dal simbolico gesto del capestro esposto davanti la " fabbrica dei suicidi" , aveva la possibilità di rivalersi sul piano penale contro Mimmo, come qualsiasi cittadino normale fa attraverso la querela. Ma " che c'azzecca il licenziamento in previsione del suo reintegro in fabbrica?".
Risulta evidente l'arroganza del caporale Marchionne ! Che se ne frega delle leggi e della Costituzione italiane, facendo a modo suo, come continua a fare in Fiat e di recente alla Maserati, visto che sindacati-partiti-tstituzioni asserviti lasciano fare e disfare !!
La notizia dei licenziamenti sta facendo il giro del mondo, spinta proprio dall'ego megalomane e  borioso del caporale Marchionne che accusa anche gli operai-suicidi di nuocere al business FCA negli Usa e nel mondo!
Va a merito di Mimmo e dei 4 licenziati di aver tenuto botta alla violenza della Fiat, alla sua predisposizione criminale che passa come un rullo compressore sulle fragili esistenze dei lavoratori, tanto da spingerne alcuni di loro al suicidio e all'annichilimento. Questo cinico e baro comportamento di odiosa insensibilità verso gli altri,a maggior ragione nei confronti dei propri dipendenti, non è soltanto sanzionabile come " mobbing"(lo stato di malattia che insorge a causa dell'isolamento e delle discriminazioni) , bensì è più penalmente rilevante in molteplici reati a partire da " l'induzione al suicidio".
Nè la Fiat , nè alcun altro, ci ridaranno i 3 compagni/e di lavoro "suicidatisi" alla Fiat-Pomigliano.
Ma è certo che impediremo lottando con i pugni e con i denti che altri lavoratori giungano all'autolesionismo, così come difenderemo i nostri compagni licenziati, rei di aver infuso coraggio e passione nel far tornare in Fiat la speranza , di un lavoro dignitoso per tutti , in cui primeggino i diritti e non la preoccupazione che in " Fiat si muore".
E' faticoso contrastare da 50 anni il dispotismo del Gruppo Fiat, nel contribuire a far riassumere i licenziati, nel riassorbire i cassintegrati, nel perorare il ripristino dei diritti in fabbrica.
Se ne convinca anche Marchionne, non ci siamo stancati , ne ci stancheremo mai fin quando esisteranno dei despoti come lui !
Siamo con i licenziati e cassintegrati, con tutti i lavoratori che lottano per i diritti e la dignità del lavoro.
Siamo con Mimmo Mignano e i 4 attuali licenziati Cobas , per riaffermare che " nessun licenziamento è giustificato" e per avere la soddisfazione del loro reingresso vincente in fabbrica.

Roma 25.6.14      COBAS LAVORO PRIVATO - CONFEDERAZIONE COBAS

La punizione collettiva: continua l’operazione Brother’s Keeper

martedì 24 giugno 2014

Basta appena aprire gli occhi, quel minimo che permette alla luce e alle immagini di entrare,

basta quel minimo di fessura per capire che l’operazione Brother’s Keeper che Israele sta portando avanti in Cisgiordania e con i raid su Gaza,
è qualcosa di pianificato da tempo, e che il rapimento è solo una scusa.
Nel quartiere di Beit Hanina (gerusalemme est) 12 macchine e uno scuolabus sono state vandalizzate, così come ad al-Ashqariya dove non si era mai verificato prima un fatto simile. L’incursione dei coloni è avvenuta intorno alle 3 di notte. Sulle macchine le parole “vendetta” o “Morte agli arabi”…
Nell’intervista rilasciata al giornale ultra Ortodosso “Hadrei Haredim” (solo in lingua ebraica) da un ufficiale dell’IDF impiegato nella zona di Jenin, si parla di intenzionalità di alzare la tensione della popolazione provocando lanci di pietra, con cecchini pronti a sparare al primo lancio.
“C’era un gruppo di cecchini su un tetto, un intera unità si è mossa nella periferia di Jenin per crear problemi ed alzare la tensione. Questo è il principale obiettivo: provocarli per poi accusarli di aver causato i disordini.
L’IDF dichiara che l’operazione Brother’s Keeper ha due obiettivi: riportare a casa i tre coloni e infliggere un duro colpo ad Hamas in Cisgiordania; l’operazione durerà tutto il tempo che Israele lo riterrà necessario.
Una punizione collettiva, l’ennesima che il popolo palestinese si trova ad affrontare, non a subire, malgrado la sproporzione.
Lo ripeto, lo ripeterò fino alla nausea: un colono non è innocente.
Un colono deve sentirsi in pericolo ogni secondo della sua vita perché ha scelto di essere un corpo in guerra, occupante, stupratore di terra e cultura.
Un colono è un soldato, è il peggiore dei soldati,
un colono è un mercenario assetato di terra altrui e sangue.
Un colono non può essere considerato un civile, perché ha scelto di non esserlo.
E in Israele son 500.000, cinquecentomila persone che scelgono di vivere così (ogni tanto poi succede che ne pagano le conseguenze, ogni tanto)
Poi, anche non fossero coloni,
anche fossero i più pacifici cittadini del più pacifico dei popoli,
la proporzione qui non è nemmeno il 10 a 1 di Via Rasella, ma è molto più alta.
(non si può dire altrimenti siamo antisemiti nazisti blablablablablablablabla)
Ma sì, riempitevi la bocca: è la più grande democrazia del Medioriente.
5 morti, 410 arrestati durante i rastrellamenti casa per casa (38 nelle ultime ore), occupazione di interi villaggi col posizionamento dei cecchini,
coprifuoco, distruzione di case e infrastrutture…

Ogni casa, in ogni rastrellamento, in ogni villaggio e campo profughi…
Hebron… e l’arrivo di Tsahal

Un intero popolo sotto assedio per 3 ragazzi dispersi : si chiama Apartheid (o Israele)

La verità è che ci son tre ragazzi scomparsi, probabilmente rapiti. La verità è che son coloni israeliani, giovani coloni israeliani: e questo comporta che siano degli occupanti per scelta. Comporta la decisione di vivere in un territorio occupato e in una guerra permanente da loro guerreggiata a cemento armato, insediamenti, muri e ovviamente piombo.

Essere coloni, ovviamente per scelta come tutti lo sono, comporta (dovrebbe comportare, se il mondo fosse più giusto e razionale) un elevato rischio quotidiano: d’altronde vivi in terra d’altri, bevi acqua d’altri, espropri case d’altri, seghi colline d’altri, sradichi alberi d’altri e così via,
fino al loro quotidiano tuffo in piscina. E’ l’abuso degli abusi, la violenza delle violenza: l’esser coloni israeliani.
Ieri, ucciso nel villaggio di Dura (Hebron)
Ma torniamo ai fatti: ci son 3 ragazzi scomparsi mentre facevano l’autostop.
C’è il precedente storico di Shalit, che però era un soldato, che rimase anni nelle mani dei suoi rapitori palestinesi, nella Striscia di Gaza.
Un ragazzo tornato a casa comunque, non ce lo dimentichiamo.
Dal momento in cui questi ragazzi son scomparsi la Cisgiordania è tornata ai tempi di Sharoniana memoria: sembra di essere nel 2002.
Le retate son costanti, gli arresti son ovunque: i campi profughi vivono continue scorribande e occupazioni dell’esercito israeliano.
I numeri parlano chiaro e fanno venire una grande impotente rabbia:
Ci sta Ammar Arafat (19 anni) del campo profughi di Jalazon (Ramallah) e poi c’è Mahmoud Jihad Muhammad Dudeen che di anni ne aveva 13 e che ieri è stato ucciso, colpito in pieno petto, nel villaggio di Dura (in questo caso vicino ad Hebron).
L’operazione “brother’s keeper” ha già fatto due giovanissimi morti e centinaia di arresti.
IL campo profughi di Dheishe ha visto l’irruzione anche nel centro culturale Ibdaa dove a decine son stati portati via incapucciati e da dove è stato sequestrato tutto il materiale tecnologico e l’archivio cartaceo. Hanno arrestato anche chi era stato appena liberato dopo 30 anni di detenzione, come Isa Abdel Rabbo, che fino a poco tempo fa aveva il triste record di esser il palestinese più anziano nelle mani degli israeliani. E’ stato rilasciato dopo un lungo interrogatorio.
Ovviamente nel frattempo siamo al quinto raid aereo su Gaza, che quelli non fanno mai male no?
Ci son tre ragazzi rapiti, tre coloni rapiti in pieno regime di Apartheid:
e c’è un intero popolo sotto scacco, con i cecchini fuori la porta, con la porta che salta con l’esplosivo, con arresti di massa senza senso, con devastazione di case, centri culturali e tutto quel che passa sotto i loro anfibi o cingoli. Sarà la solita storia per molti, ma noi non smettiamo di urlarvela in faccia,
che almeno la verità buchi le vostre orecchie.
FUORI TSAHAL DAI CAMPI, LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI.
LIBERTA’ IMMEDIATA PER I 196 BAMBINI PALESTINESI DETENUTI NELLE CARCERI ISRAELIANE
PALESTINA LIBERA!
L’insediamento di Gush Etzion, da dove provenivano i tre ragazzi e sotto la strada che solo gli israeliani possono percorrere… c’è chi lo chiama Apartheid, chi la grande democrazia del Medioriente: fate voi…

I governanti UE temono la protesta: annullato il vertice a Torino sulla disoccupazione

sabato 21 giugno 2014

Respinta la provocazione UE, revocato lo sciopero generale Cobas dell’11 luglio

L'11 luglio i governanti dell’Unione Europea, con Renzi in prima fila, volevano incontrarsi a Torino per un vertice sulla disoccupazione giovanile: una vera provocazione e una beffa per i giovani italiani, per una città e per un Paese che in questi sei anni di crisi, a causa delle folli politiche liberiste della UE seguite supinamente da tutti i governi italiani, hanno subito a livelli altissimi i disastri della disoccupazione e della precarietà.
L’enorme, ed unitaria come non mai, protesta che la convocazione del vertice a Torino stava provocando, ha impressionato non solo i governanti UE ma soprattutto Renzi, così attento alla propria immagine mediatica, che ha preferito una ingloriosa ritirata piuttosto che una clamorosa contestazione, proprio all’inizio del “suo” semestre di presidenza UE, da parte di una marea di giovani, di lavoratori e di cittadini che si oppongono alla disastrosa politica di “austerità”.

Raffaele Fiore smentisce la rivista Oggi: “a Via Fani c’erano solo le BR”

Raffaele Fiore in un’intervista rilasciata a Paolo Persichetti e Marco Clementi, smentisce le righe apparse sulla rivista Oggi che la Procura di Roma vorrebbe addirittura acquisire.
Si astengano complottisti e dietrologi da quattro soldi.
IMG_8329«In via Fani quella mattina del 16 marzo 1978 c’eravamo solo noi delle Brigate rosse e il convoglio di Moro. Punto». Raffaele Fiore al telefono è perentorio. Operaio, dirigente della colonna torinese, era tra i nove che quella mattina neutralizzarono la scorta e rapirono il presidente della Democrazia cristiana, il “partito regime” per una buona parte dell’opinione pubblica di allora. Condannato all’ergastolo, dopo 30 anni di carcere ha ottenuto la liberazione condizionale. Ora lavora in una cooperativa.
Quando gli telefoniamo sta scaricando un furgone: «sentiamoci tra una mezz’oretta – mi dice – che mi siedo in ufficio e parliamo con più calma».
La dietrologia sulla vicenda Moro è tornata alla carica negli ultimi tempi con la storia della moto Honda guidata dai Servizi, della presenza (presunta) del colonnello Guglielmi, ufficiale del Sismi, in via Fani e ancora prima, poco più di un anno fa, con il libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato che riprendeva le rivelazioni di un ex finanziere sulla mancata liberazione dell’ostaggio in via Montalcini, e subito dopo per le dichiarazioni di un artificiere sul ritrovamento del corpo del presidente democristiano. In questi due ultimi casi è già intervenuta la magistratura che ha fatto chiarezza incriminando per calunnia sia  Giovanni Ladu (l’ex finanziere) che Vitantonio Raso (l’ex artificiere). Nonostante ciò, a riprova della sordità e della separatezza del ceto politico, una nuova commissione d’inchiesta parlamentare è stata appena varata.

Raso indagato
Ora giungono le dichiarazioni (presunte) di Fiore, uno che a via Fani c’era, apparse sul numero di “Oggi” in edicola: un’intervista di tre pagine realizzata da Raffaella Fanelli che raccoglie, come recita l’occhiello, «la clamorosa confessione di un capo delle BR».
Il pezzo riprende un vecchio leit motiv della dietrologia, ossia che le Br in via Fani non erano da sole: «C’erano persone che non conoscevo», avrebbe detto Fiore, «che non dipendevano da noi […] Che erano altri a gestire».
Clamoroso. Se fosse vero andrebbe riscritta almeno la verità giudiziaria [la storia, si sa, è unwork in progress]. Ma il problema è che Fiore quelle parole non le ha mai dette. L’intervista è stata “confezionata” in modo da far dire all’ex brigatista proprio quelle parole, che invece si riferivano ad altro, senza retropensieri e sottintesi. Per questo motivo abbiamo chiamato Fiore.
«Raffaele, insomma, ci spieghi cosa è successo con la giornalista? Che cosa vogliono dire quelle frasi?».
Sentiamo che Fiore non è nemmeno arrabbiato, eppure avrebbe tutte le ragioni al mondo per esserlo.
«In via Fani quella mattina eravamo in nove [Fiore non prende in considerazione la staffetta indicata nelle sentenze processuali nella persona di Rita Algranati, condannata all’ergastolo e attualmente in carcere]. Di questi ne conoscevo sei, i regolari: Mario, Barbara, Valerio, Baffino, Prospero e Bruno (1). Gli altri, due irregolari romani, non li conoscevo ed ancora oggi farei fatica ad identificarli. La giornalista mi ha chiesto se i due situati nella parte superiore di via Fani fossero Lojacono e Casimirri. Ho risposto che non li conoscevo. Che i due che stavano sulla parte alta della via erano della colonna romana e dunque erano altri a gestirli».
Se la domanda sul cancelletto superiore manca nel testo, la risposta può assumere qualsiasi senso. Ed è questo il sotterfugio impiegato dalla giornalista che ha fatto l’intervista, l’origine della “rivelazione”, quell’impasto di livore e odio contro chi ha condotto una lotta in armi in questo paese, cotto da sempre nel forno della dietrologia.
Raffaele Fiore ha semplicemente riposto la propria fiducia nella persona sbagliata. Gli ha parlato a viso aperto, tentando di spiegare ragioni e motivazioni del proprio passato e delle proprie azioni, in generale, non solo su via Fani. Conversando, ha anche provato a ragionare su quella complessa vicenda che è stato il rapimento di Moro. Forse pensava di essere a un convegno di storici, ma non era neanche giornalismo. E alla fine è stato trafitto alle spalle, ripagato col veleno peggiore della menzogna: la manipolazione delle sue parole. E lo chiamano ancora giornalismo.
Note  
1) Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli (Baffino), Prospero Gallinari e Bruno Seghetti.

martedì 17 giugno 2014


La “Controriforma” della Pubblica Amministrazione di  Renzi e Madia.


Tra democrazia virtuale e cancellazione reale dei posti di lavoro e dei servizi pubblici.

Avevamo già preso posizione sui 44 punti della riforma della Pa e sulla vergognosa lettera di Renzi e Madia. La consultazione pubblica si è rivelata un "bluff", il modo innovativo di partecipazione altro non è che muoversi solo lungo le direttive di Confindustria e del Governo, escludendo ogni forma di rappresentanza collettiva e organizzata di lavoratori e lavoratrici, per cui al massimo sarà possibile mediare su qualche punto irrilevante perchè quello che conta (tagli al personale e ai servizi, mobilità, sostanziale perdita del potere di acquisto e di contrattazione) non sarà oggetto di cambiamento.
E' quanto traspare dal report finale del Ministero  della Funzione Pubblica.

Ma dal report  traiamo qualche riflessione in più. Le email arrivate al ministero sono per lo più richieste di rinnovi contrattuali a dimostrazione che i 5 anni e passa di blocco, hanno impoverito i dipendenti pubblici e sostanzialmente bloccato la stessa contrattazione decentrata utilizzata in maniera strumentale, non più per ridistribuire salario, ma al contrario per abbassare il costo del lavoro.

Le e-mail, che non vengono integralmente riportate, ma analizzate strumentalmente per avvalorare la posizione precostituita del Governo, avrebbero avanzato proposte che coincidono, guarda caso,  con quelle dello stesso Governo. Ma è mai possibile che i lavoratori e le lavoratrici siano intervenuti/e per sostenere le tesi di Renzi e Madia? Quale altra bugia ci racconteranno per sostenere la devastazione dei settori pubblici?

E quindi, anticipata dalla consueta fanfara mediatica, il Consiglio dei Ministri  ha approvato un disegno di legge soprannominato “Delega al Governo per la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” che altro non è che un’ulteriore mattanza della pubblica amministrazione, in sintesi:

  • Introduzione del ruolo unico, abolizione delle fasce economiche, incarichi a termine e pensionamento anticipato dei dirigenti (da sostituire con altri dirigenti part time e con rapporto “fiduciario” magari con la propria amministrazione). Basterà lasciarli senza incarichi per accelerare il loro licenziamento e così i nuovi politici al governo potranno avere campo libero e scegliersi i loro;
·         Mobilità obbligatoria nel raggio di 50 Km, con il passaggio anche  da un’amministrazione all’altra e con il demansionamento dei lavoratori che in conseguenza dei tagli, delle riduzioni degli uffici e degli accorpamenti saranno dichiarati in esubero. Di fatto diventa un  incentivo agli esoneri cosiddetti volontari come strumento per tagliare posti di lavoro (se sei vicino alla pensione o se hai figli/anziani a carico e ti sposto di 50 Km, nei fatti sei  costretto a scegliere tra famiglia e lavoro, quindi se hai una certa anzianità di servizio puoi lasciare il lavoro prima del tempo ma con una forte contrazione dell'assegno previdenziale che ovviamente riscuoterai al raggiungimento dell'età minima per la pensione);
  • saranno incentivati i contratti part time per sostituire quelli a tempo pieno, ragion per cui il contratto di riferimento in molti settori e servizi sarà quello a tempo ridotto (minore spesa di personale e maggiore flessibilità);
  • soppressione di enti ritenuti inutili e riduzione delle Camere di Commercio,  per favorire la liberalizzazione del commercio;
  • accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione Civile;
  • riorganizzazione e accorpamento delle Ragionerie Provinciali, delle sedi regionali Istat e riduzione delle Prefetture a 40, con una competenza regionale o similare;
  • accorpamento delle Sovrintendenze e dei Poli Museali, rivendicando di fatto una gestione manageriale e profit della cultura;
  • soppressione dal 1 ottobre 2014 delle sezioni staccate di tribunale amministrativo regionale;
  • unificazione delle scuole di formazione;
  • riorganizzazione alias riduzione delle aziende municipalizzate e apertura alle privatizzazioni, ovviamente senza spendere una parola sul personale delle stesse;
  • riduzione da agosto 2014 dei permessi sindacali delle organizzazioni sindacali rappresentative ma molto peggio è la riduzione del già esiguo monte ore di permessi delle RSU. L'obiettivo del Governo Renzi è quello di indebolire il potere dei sindacati all' interno dello scontro politico interno al suo partito, ma finirà per tagliare quelli dei delegati di base aziendali che prendono qualche ora di permesso per esercitare il loro ruolo in Rsu , e non quelli degli apparati sindacali filogovernativi confederali che godono già di risorse economiche consistenti e di prebende e benefit governativi che in realtà li farà continuare a beneficiare e mantenere i loro distacchi/poltrone sindacali.
Non una parola sul rinnovo dei contratti pubblici ormai fermi al 2009 e la catastrofica perdita di salario, nessun accenno a progressioni economiche e percorsi di carriera.
Non un accenno alle centinaia di migliaia di precari pubblici, che ad oggi non hanno nessuna prospettiva concreta di stabilizzazione.
Nessuna soluzione in questo colossale quadro di tagli, accorpamenti di uffici, di enti e aziende partecipate, di mobilità ed esubero del personale, riguardo   ai servizi all’utenza,  che saranno fortemente penalizzati.
Nessun riferimento a reinternalizzare finalmente funzioni pubbliche centrali, come nelle Agenzie Fiscali il servizio riscossione demandato all’odiata Equitalia e i sistemi informatici gestiti dalla Sogei, esternalizzazioni che hanno avuto negli anni risultati molto scadenti.
Renzi e Madia sanno che i sindacati confederali, a difesa dei diritti dei lavoratori e della cittadinanza tutta, oltre alle chiacchiere producono poco o nulla.

Cgil, Cisl, Uil sono alleati del Governo, gli ultimi a capirlo sono in certi casi proprio i dipendenti pubblici.
Occorre su questo aprire  veri conflitti in tutti  i luoghi di lavoro al fine di creare le condizioni per autorganizzare le proprie rappresentanze di base e opporsi al disegno renziano che vuole cancellare il lavoro pubblico, le amministrazioni e i diritti complessivi del personale.

No alla Colletta Alimentare di Comunione e Liberazione

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Colletta Alimentare: Wu Ming contro CL
Che volete farci, a noi la Compagnia delle Opere…
Ieri in tutta Italia era il giorno della Colletta Alimentare gestita dalla Fondazione Banco Alimentare. Quest’ultima è stata fondata da don Luigi Giussani (1922-2005), capo e massimo ideologo di Comunione e Liberazione, ed è affiliata alla Compagna delle Opere (braccio imprenditoriale di Comunione e Liberazione). La Colletta Alimentare era sponsorizzata da varie banche, dalla Coca Cola etc.
Su Twitter due nostre frasette hanno scatenato un putiferio, ve le riproponiamo qui:
«Sorry, noi a Banco Alimentare non diamo niente, non perché non vogliamo dare ai poveri (lo facciamo in altri modi), ma perché è di CL. E che CL, con tutti i soldi che ramazza ogni giorno, si faccia bella anche con quelli della nostra spesa al supermercato, beh… No, grazie.»
Questa la nostra posizione: noi preferiamo non avere a che fare con la Compagnia delle Opere e preferiamo altri canali. Posizione espressa in meno di 300 caratteri. Che però, evidentemente, hanno messo il polpastrello in una grossa piaga. Ma tempo al tempo.
Fermo restando che è più che mai necessaria una critica del concetto di “beneficenza” – critica dura da esprimere (perché ti rispondono sempre col ricatto morale anziché con argomenti) ma che è sempre appartenuta al filone radicale e rivoluzionario e oggi, per fare un esempio, vede in Slavoj Žižek un valido, donchisciottesco interprete (si veda il video qui sopra) -, noi non ci siamo limitati alla pars destruens. A chi ci chiedeva quali fossero a nostro parere le alternative, abbiamo risposto che sono molteplici. Se si vogliono aiutare poveri, marginali, senzacasa, in tutte le città esistono associazioni non cielline, laiche, che fanno un lavoro meno strombazzato, meno ammanicato ma molto importante e, soprattutto, non meramente caritatevole. Per Bologna, abbiamo indicato l’Associazione Amici di Piazza Grande (http://www.piazzagrande.it ). Ci abbiamo collaborato in varie forme, e intendiamo collaborare anche in futuro.
Anche nello stesso identico settore in cui opera la Fondazione Banco Alimentare esistono alternative, ad esempio Last Minute Market ( http://www.lastminutemarket.it ). Lo ha ricordato la giornalista Valentina Avon, e abbiamo rilanciato la sua segnalazione.
Fin qui tutto piuttosto semplice, no? Siamo pienamente nel diritto di critica, giusto? Per giunta esercitato a partire da un dato di fatto innegabile: la Fondazione Banco Alimentare fa parte del grande mondo ciellino, col quale è legittimo non voler instaurare rapporti.
Règaz, volete vedere cos’è successo dopo la nostra presa di posizione? Cliccate qui https://storify.com/filippocioni/wu-ming-vs-comunione-e-liberazione . E se avete un po’ di tempo, cliccate anche sui link che vengono proposti. Grazie mille a Filippo Cioni per il compendio.

ARGENTINA, SENTENZA STORICA: LA CHIESA MANDANTE DEGLI OMICIDI DEI SACERDOTI, CHE AIUTAVANO IL POPOLO

lunedì 16 giugno 2014

Di Valerio Bruschini 

E di papa Bergoglio che ne pensa?«Faceva parte della gerarchia cattolica argentina. E la gerarchia era complice della dittatura. (…)».

Repubblica 5.5.14 – La retorica dei carnefici, il segreto delle uccisioni, la forza della memoria “Perché l’oblio collettivo è la morte”

Intervista all’argentina Elsa Osorio di Wlodek Goldkorn

Argentina 2Secondo la sentenza del tribunale de La Rijoa la Chiesa cattolica fu complice di crimini contro l’umanità durante la dittatura militare in Argentina tra 1976 e il 1983
La Chiesa argentina è stata giudicata complice della dittatura militare nella repressione contro los rojos, dagli anni che vanno dal golpe militare del 1976 al 1983.
Nello specifico dell’ultima sentenza, l’istituzione religiosa risulta collusa con i militari Luciano Benjamín Menéndez, Luis Fernando Estrella e Domingo Benito Vera, assassini dei sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville.
I due preti, che appartenevano al Movimiento de Sacerdotes del Tercer Mundo, – nato da una costola del movimento evangelico Teologia della Liberazione  -  nel Luglio del 1976, furono sequestrati nella loro chiesa, torturati e uccisi.
Gli assassini sono stati condannati all’ergastolo un paio di mesi fa, da un tribunale de La Rioja, provincia del Nord del Paese.
Le motivazioni della sentenza, pubblicate in questi giorni, puntano il dito contro la Chiesa Cattolica, considerata complice della dittatura militare, che fece scomparire 30.000 giovani argentini.

Jorge Videla,  fedele Soldato della Chiesa
Nella sentenza di condanna per i responsabili militari della zona, i magistrati hanno chiarito che esisteva in tutto il Paese un piano del regime in collaborazione con le alte gerarchie ecclesiastiche, per eliminare i preti scomodi:
“Non si trattò di fatti  isolati e fuori contesto, attuati per moventi particolari.
Al contrario, chiaramente, l’assassinio di Murias e Longueville deve essere interpretato precisamente nel contesto di un piano sistematico per l’eliminazione di oppositori politici.
(…) Certamente i membri del popolo di Dio, così come la società argentina in generale, si aspettano da un’istituzione così significativa come la Chiesa cattolica, un atteggiamento di più nitido e chiaro ripudio dei meccanismi e di chi, in un modo o nell’altro permise e consentì la realizzazione di fatti gravissimi come quelli che giudichiamo adesso”.
Questo è ciò che si legge nelle motivazioni della sentenza.
Nel Novembre del 1975, durante una visita alla base aerea de Chamical, nella zona di La Rioja, il provicario castrense Victorio Bonamín disse che il popolo, ribellatosi allo sfruttamento disumano dei latifondisti, aveva commesso peccati talmente gravi che si potevano redimere solo con il sangue.
Questo era il clima che si respirava in quegli anni.
Argentina 3Gli appartenenti al Movimiento de Sacerdotes del Tercer Mundo assassinati
Durante la dittatura (preparata sin dagli Anni Cinquanta, come scrive Horacio Verbitsky, nel suo libro ‘L’isola del silenzio,  dalla Chiesa cattolica argentina, in combutta con l’Opus dei, P2, potere economico, militari, politici”) i preti progressisti, che idealmente avevano aderito alle istanze democratiche della Teologia della Liberazione, si trovarono non solo a dover contrastare i terratenientes (latifondisti)  ed i militari, ma anche “l’indifferenza” della loro stessa gerarchia.
In realtà, nella storia del Sudamerica i militari furono solo degli esecutori.
I mandanti furono, come scrive John Perkins  nel suo libro “Confessioni di un sicario dell’economia”, coloro che stavano all’apice di un sistema creato per lo sfruttamento delle risorse umane e naturali: finanza, corporation, Chiesa cattolica.
Argentina 4
Il papa Giovanni Paolo II con il generale Gualtieri e L’ammiraglio Jorge Anaya nel 1982 in una visita durante la guerra delle Malvianas
Secondo i giudici, che hanno dettato la storica sentenza,  José Camilo Quiroga, Jaime Díaz Gavier y Carlos Julio Lascano, la scomparsa dei due preti della provincia di La Rioja, non fu «un fatto isolato», ma «parte di un piano sistematico di eliminazione degli oppositori politici».
I sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville «facevano parte di un gruppo della Chiesa considerato nemico» e pertanto dovevano essere eliminati.
La Chiesa, secondo la sentenza, sapeva e lasciò fare.
Nel giro di poche settimane, tra Luglio ed Agosto del 1976, furono assassinati in provincia di La Rioja anche monsignor Pedernera e il vescovo Enrique Angelelli.
In questo modo la Chiesa decapitò la cupola del pensiero evangelico cattolico dell’area.
La Chiesa di Roma, scrive il giornalista argentino HoracioVerbitsky, non fu solo complice passivo della tragedia dei desaparecidos, ma autore attivo:
«Laghi (il nunzio apostolico del Vaticano in Argentina N.d.R.) non agiva di sua iniziativa.
La Santa Sede appoggiava la relazione speciale tra il suo ambasciatore e Massera”; (“L’isola del silenzio”).
«… i valori cristiani sono minacciati dall’aggressione di una ideologia che è rifiutata dal popolo.
Per questo ognuno ha la sua quota di responsabilità, la Chiesa e le Forze Armate: la prima sta inserita nel Processo e accompagna la seconda, non solamente con le sue preghiere, ma anche con azioni in difesa e promozione dei diritti umani e la patria …»;  (Nunzio papale, Monseñor Pío Laghi, 27/06/76).
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L’ambasciatore americano Raul Castro ed il Nunzio Apostolico Pio Laghi, assistono spensierati a una partita di tennis a Buenos Aires (1978)
Quando, durante un incontro con il Papa, Massera goffamente si scusò, perché gli squadroni della morte avevano assassinato alcuni sacerdoti ed alcune suore a Buenos Aires, Paolo II, visibilmente impacciato, rispose che si trattava di «episodi superati».
Inoltre, la Chiesa argentina in combutta con CIA, Forze Armate, Aviazione e Marina, preparò il golpe criminale.
Fu sempre la Chiesa cattolica a prescrivere ai militari le modalità di assassinio dei prigionieri politici, che venivano gettati dagli aerei ancora vivi; la Chiesa cattolica, attraverso i propri cappellani militari, convinse i marinai reticenti ed angosciati, a torturare e ad uccidere i desaparecidos, facendo dire loro dai preti in divisa militare che «separare l’erba buona da quella cattiva» era un precetto biblico da applicare senza nessun timore.
In Argentina, dagli Anni Cinquanta in poi, prelati, cardinali, vescovi, papi, fecero a gara per incoraggiare l’odio verso i ‘sovversivi’, tra i quali, come dice la sentenza dei giudici di La Rijoa, vi erano numerosi religiosi, che appartenevano in gran parte ai movimenti popolari cristiani, che volevano che il messaggio evangelico evocato dal Concilio Vaticano Secondo si tramutasse in giustizia sociale.
Teologia della liberazione Montoneros, Movimiento de Sacerdotes del Tercer Mundo, furono alcuni dei movimenti cattolici nati in quegli anni.
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Le due religiose francesi Alice Domon e Léonie Duquet,
fotografate all’E.S.M.A. dopo il loro sequestro
e prima di venire torturate, uccise e fatte sparire
Chiesa cattolica, potere economico, militari, politici, Cia, dalla fine degli Anni Cinquanta, prepararono la logistica, indottrinarono ed addestrarono i loro uomini con un fine preciso e lucido: eliminare la parte migliore del paese che, secondo loro, voleva:
«… sovvertire l’ordine cristiano, la legge naturale o il progetto del Creatore».
Per fare questo, la Chiesa argentina, appoggiata dalle gerarchie vaticane, al grido di “Dio è giusto”, non esitò a legittimare la tortura, gli assassinii, e le sparizioni di migliaia di esseri umani:
«Quando la Chiesa si sente minacciata nella sua stessa esistenza, cessa di essere soggetta a principi morali. (…) tutti i mezzi sono benedetti: inganno, tradimento, violenza, prigionia e morte», questo è ciò che facevano imparare a memoria a preti e militari nei corsi di ‘Guerra controrivoluzionaria’, dove molti docenti erano dei prelati cattolici.
«A volte, la repressione fisica è necessaria, è obbligatoria e come tale lecita»; (Monsignor Miguel Medina, Aprile 1982).
I giudici ricordano che le autorità ecclesiastiche argentine non mossero un dito per fermare la carneficina neppure davanti alle persecuzioni sofferte dai sacerdoti vicini ad Angelelli, scomparso in un misterioso incidente automobilistico, considerato poi un assassinio, mentre trasportava i documenti, che informavano sulle persecuzioni e che sono serviti oggi come prova nei processi.
“Página 12”, il quotidiano progressista di Buenos Aires, che segue con attenzione i processi contro i criminali della dittatura, ha rivelato tempo fa dell’incontro tra i vertici della Conferenza Episcopale argentina e l’allora dittatore Jorge Videla, nel 1978.
In quell’occasione, quando si parlò dei desaparecidos, il cardinale Juan Aramburu commentò che «il problema è cosa rispondere perché la gente smetta di fare supposizioni».
Quindi, il problema non stava negli assassinii di massa, ma come nascondere la verità sui desaparecidos.
A quanto pare il rapporto ambiguo tra Chiesa cattolica e dittatura continua ad esistere.
I giudici sostengono, nella loro sentenza, che ancora adesso le autorità cattoliche hanno «un atteggiamento reticente» verso chi vuole scoprire i crimini.
Lo stesso parroco della parrocchia in cui furono sequestrati i due sacerdoti assassinati ha tentato di impedire l’ingresso nella sua chiesa ai giudici, sostenendo fossero in corso «esercizi spirituali», nonostante la visita fosse stata ampiamente annunciata.
Scrivono i giudici nella sentenza:
«I membri del popolo di Dio, così come il resto della società argentina si aspettano oggi da un’istituzione cosi importante come la Chiesa cattolica un ripudio chiaro e nitido a chi permise che si perpetrassero i gravissimi crimini che conosciamo».
Se i giudici fanno questo appello significa che la Chiesa cattolica vuole continuare a coprire i propri crimini in tutti i modi possibili.
Inoltre, come per i mafiosi italiani, la Chiesa non ha mai scomunicato i criminali argentini.
«I membri della Giunta Militare saranno glorificati dalle generazioni future»; (Monsignor Bonamín, marzo 1981). *

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