Presidente Alesse, a che gioco sta giocando? Non può non sapere che lo sciopero COBAS è perfettamente legittimo, proprio in base all’Accordo del 1999 da lei citato.
Perché gli altri sindacati, oltre alla Cgil, non ricordano ad Alesse le “regole del gioco” che proprio loro hanno firmato?
E il Cattivo Maestro Renzi riesuma la leggenda del ’68 che imponeva il “6 politico”
Presidente Alesse (della Autorità di garanzia sugli scioperi) a che gioco sta giocando? Sabato, ha dichiarato: “Chi si muove fuori dalle regole danneggia solo studenti e famiglie e a loro dovrà spiegare le ragioni di un blocco illegale degli scrutini. Userò il massimo rigore!”, lasciando intendere che il nostro sciopero fosse illegale e provocando una sfilza di titoli giornalistici di questo tenore. Ma poteva essere una dichiarazione a “caldo”, non avendo tra le mani la nostra indizione formale dello sciopero ma solo il nostro comunicato, pur inequivocabile. Ma ieri, “a freddo”, ha fatto nella sua intervista al Corriere della Sera una dichiarazione davvero sbalorditiva: “Per quanto riguarda gli scioperi nella scuola, c’è l’accordo del 1999, sottoscritto da tutte le principali sigle sindacali, che vieta categoricamente la proclamazione di scioperi in concomitanza con le giornate in cui si effettuano gli scrutini finali”. Diavolo, Alesse, non riusciamo a credere che davvero non conosca, né si sia andato a rileggere quell’Accordo. Che qui, dunque, siamo indotti a ricordare a lei e a tutti i giornalisti affinché informino i cittadini/e su come stanno le cose. Ecco il brano tratto dall’Accordo, attualmente in vigore, allegato al Contratto nazionale di lavoro sottoscritto il 25 maggio 1999 da Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda: “Gli scioperi proclamati e concomitanti con le giornate nelle quali è prevista l’effettuazione degli scrutini finali non devono differirne la conclusione nei soli casi in cui il compimento dell’attività valutativa sia propedeutico allo svolgimento degli esami conclusivi dei cicli di istruzione. Negli altri casi i predetti scioperi non devono comunque comportare un differimento delle operazioni di scrutinio superiore a 5 giorni rispetto alla scadenza programmata della conclusione”. Chiarissimo, no? Si può scioperare a patto di non bloccare gli scrutini delle classi “terminali” dei cicli di istruzione: e noi abbiamo escluso dallo sciopero tali scrutini; non si può differire la conclusione degli scrutini per più di 5 giorni e noi abbiamo convocato lo sciopero per 2 giorni. Limpidissima la legalità, non le pare Alesse? Ed ora, preso atto di come stanno le cose, interverrà con la stessa tempestività ed estensione mediatica per smentire la presunta illegalità del nostro sciopero? E lo faranno tutti quei mezzi di informazione che avrebbero potuto documentarsi ed arrivare alle stesse nostre conclusioni?
Una domanda, però, la rivolgiamo anche agli altri sindacati che, insieme a noi, hanno indetto lo sciopero del 5 maggio. Possiamo capire che abbiate bisogno di tempo per decidere se convocare lo sciopero pure voi, anche se ne parlate da settimane e sappiate che prima della fine dell’anno non ci sono altre forme di lotta possibile nelle scuole. Ma perché, unica eccezione la Cgil, non avete replicato ad Alesse e dato la corretta interpretazione di un Accordo che porta le vostre firme? Rinunciate persino a questa, residua, arma di lotta dopo che ce ne sono state sottratte quasi tutte? Il danno che ne verrebbe non colpirebbe solo i COBAS ma tutti i docenti ed Ata, non vi pare?
Infine, qualcosa anche per il Cattivo Maestro Renzi. Non siamo noi “a giocare con la pelle dei ragazzi”, ma è il tuo governo, cercando di imporre la cattiva scuola del preside-padrone (a tua immagine, di premier-padrone). Noi stiamo cercando, lealmente (abbiamo respinto ad esempio ogni scappatoia del tipo “diamoci malati agli scrutini”), di bloccare una legge sciagurata che non solo la stragrande maggioranza dei lavoratori/trici della scuola respinge, ma anche tantissimi genitori e studenti, gli stessi che hanno impedito in prima persona, e persino più dei docenti COBAS, di effettuare gli insulsi e umilianti quiz Invalsi. E pensare che centinaia di migliaia di genitori e di studenti siamo stati “plagiati” o “strumentalizzati” dai COBAS dimostra la tua e vostra (Giannini e Faraone in primis) distanza dalla realtà della scuola. Nonché la distanza da quel ’68 che citi a sproposito. Che i “sessantottini” volessero il “6 politico” è una leggenda!. Perché le leadership dell’epoca amavano la cultura e la scuola (anche se la ritenevano classista) ed erano assai più preparati e “acculturati” della stragrande maggioranza dei politici delle ultime generazioni, compresa la tua. E non avrebbero mai potuto chiedere o accettare un presunto “6 politico”, perché in genere avevano la media dell’8!
Il “maestro” Renzi bocciato senza appello
Il “maestro” Renzi bocciato senza appello: molto meglio dietro la lavagna (con le orecchie d’asino) che davanti. In suo soccorso corre Roberto Alesse, presidente della Commissione di garanzia. Da quando decide lui le precettazioni?
Proposte agli altri sindacati e a tutto il popolo della scuola pubblica: dopo le declamazioni, convochiamo lo sciopero durante gli scrutini, del tutto legittimo almeno per i primi due giorni?
E tutti in piazza domenica 7 giugno?
L’annuncio di uno sciopero degli scrutini e lo straordinario successo dello sciopero anti-quiz Invalsi (malgrado gran parte dei mezzi di informazione, e anche Giannini-Faraone, ne nascondano gli autori COBAS) stanno provocando considerevoli sbandamenti nelle file governative. Ha iniziato il Grande Imbonitore che ha provato a vendere la sua mercanzia sul modello del famigerato Patto con gli italiani di Berlusconi. Davanti ad una lavagna ha dimostrato che vi starebbe meglio dietro, magari con il cappellino da somarello “d’antan”. Perché voleva spiegare la bontà della sua misera e cattiva scuola-azienda ma non ha manco tentato di farci capire: 1) come potrebbe un preside con centinaia di docenti nei vari plessi della sua scuola - che vede, se va bene, due o tre volte l’anno in collegio docenti - giudicarne le capacità didattiche; 2) come lo potrebbero fare addirittura i genitori e gli studenti che, al più, potrebbero dire qualcosa su quelli della propria classe ma ai quali verrebbe addirittura dato il potere di assegnare aumenti salariali ad un dieci per cento di “migliori” docenti dell’istituto; 3) con quali doti medianiche un preside potrà “ingaggiare” dagli albi territoriali, per la propria scuola, docenti mai visti e mai conosciuti, 4) perché precari con la stessa anzianità di servizio dei possibili centomila stabilizzati, invece di essere anch’essi assunti stabilmente come richiesto dalla sentenza della Corte di Giustizia europea, verrebbero gettati fuori dalla scuola come limoni spremuti; 5) perché dovrebbero essere i cittadini, e non lo Stato, a finanziare la scuola pubblica con il 5 per Mille, favorendo le scuole delle famiglie ricche a discapito di quelle disagiate, e aumentando ancora i finanziamenti alle scuole private con i 400 euro di detrazioni alle famiglie. Piuttosto che esibirsi in TV senza contraddittorio, come faceva il suo maestro Berlusconi, sfidiamo Renzi ad un confronto pubblico in una delle tante trasmissioni TV che lo ospitano quotidianamente. Le domande/quiz gliele abbiamo già anticipate, avrebbe tutto il tempo di prepararsi.
Nel frattempo, però, il governo ha mosso tutte le sue batterie sparando contro lo sciopero degli scrutini come se esso, e non già il progetto disastroso della cattiva scuola, mettesse a repentaglio gli interessi di studenti e famiglie. Ed oggi è intervenuto a sproposito anche il presidente della Commissione di garanzia sugli scioperi Roberto Alesse che ha pre-annunciato la precettazione dei docenti in caso di sciopero degli scrutini. Ricordiamo ad Alesse che il suo compito è solo quello di giudicare la congruità degli scioperi convocati con la legge-capestro 146/90, a suo tempo definita anti-COBAS e anti-sciopero: le precettazioni, eventualmente, spettano ai Prefetti. Ma ricordiamo anche, a lui e a tutti, cheè perfettamente lecito scioperare per due giorni consecutivi durante gli scrutini, a patto di non coinvolgere le classi “terminali” dei corsi di studio. Se poi si dovesse andare oltre i due giorni, la legge 146 prevede sanzioni pecuniarie ma non precettazioni.
Dunque, ci rivolgiamo ai sindacati che sembrano convenire con noi sulla necessità dello sciopero degli scrutini e diciamo loro: facciamo seguire alle parole i fatti, a meno che voi non riteniate che basteranno annunci eclatanti a far fare al governo marcia indietro. E convochiamo intanto, insieme, i due giorni di sciopero consentiti, i primi dopo la fine delle lezioni, articolati regionalmente. Poi, sulla base delle decisioni governative e delle volontà di docenti ed Ata, valuteremo se e come proseguire, sfidando eventuali precettazioni grazie ad un sostegno plebiscitario alla lotta. Discutiamone con i lavoratori/trici in lotta nelle giornate di mobilitazione unitaria tra il 18 e il 20, in occasione del voto alla Camera: e si ci sarà, come crediamo, grande consenso, effettuiamo congiuntamente la prima convocazione di sciopero. E in più, smontiamo il tentativo del governo di contrapporre i docenti e gli Ata agli studenti e alle famiglie. La nostra opposizione è in nome della scuola Bene comune, degli studenti e dei cittadini tutti/e, e non solo degli “addetti ai lavori”, contro l’immiserimento materiale e culturale provocato dall’insulsa scuola-quiz aziendalistica. Quindi, offriamo a tutti/e un’occasione per manifestare in una giornata in cui la stragrande maggioranza dei cittadini non lavora: una manifestazione nazionale, enorme, di domenica, per il ritiro del Ddl e per la scuola Bene comune (7 giugno?); o in alternativa decine di manifestazioni cittadine nella stessa domenica. In Italia non esiste una tradizione di manifestazioni domenicali: ma proprio per questo risalterebbe quanto elevata è la preoccupazione generale per la disgregazione della scuola pubblica contenuta nella sciagurata idea dell’”uomo solo al comando”. Una domenica con tutti/e in piazza sarebbe un segnale fortissimo, che anche il Grande Imbonitore non riuscirebbe a nascondere.
Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS
Il video di Renzi non è diretto ai prof, ma agli elettori di Berlusconi
http://www.tecnicadellascuola.it/item/11503-il-video-di-renzi-non-e-diretto-ai-prof,-ma-agli-elettori-di-berlusconi.html?fb_ref=Default
Il video di Renzi non è diretto ai prof, ma agli elettori di Berlusconi
Nuova strategia comunicativa di Renzi: si rivolge all’opinione pubblica, scarica i prof, irride i sindacati. L’obiettivo è uno solo: raccogliere voti a destra alle prossime regionali. I sindacati e i docenti dovrebbero lanciare una ben gestita controffensiva mediatica.
Basta guardare le news. Il video di Renzi ha prodotto migliaia di articoli e commenti. Bocciato da chi nella scuola ci lavora e ben conosce le irricevibili proposte, sta facendo breccia nell’opinione pubblica e raccogliendo consenso.
Fa parte di una nuova strategia comunicativa diretta a chi di scuola non ci capisce niente, ma crede facilmente ai miliardi stanziati, alle centomila assunzioni, alla bontà del progetto complessivo. A quell’opinione pubblica che ce l’ha coi sindacati, con i dipendenti pubblici, e con i prof che “lavorano poco”. Su questo facile cavallo di battaglia già in passato si sono costruite campagne elettorali vincenti.
Non dimentichiamo i dati pubblicati dai giornali nazionali: la stragrande maggioranza degli italiani non sa di cosa si parli precisamente con la riforma della scuola. Renzi si rivolge a loro direttamente, con lavagna, gessetto, e messaggi chiari e semplici, che fanno presa: un colpo da maestro! Da maestro di politica e comunicazione.
L’obiettivo è uno solo: raccogliere voti a destra alle prossime regionali. Renzi ha capito di essersi alienato i voti degli insegnanti, ma in questa fase storica di debacle del partito di Berlusconi (v. esiti elettorali a Trento e Bolzano) ha intuito che pescando in quell’area può ottenere più voti di quelli che perde. Ha già cannibalizzato Scelta civica, e lo stesso si appresta a fare col Ncd (al quale è riuscito abilmente a sottrarre un ministero chiave senza conseguenze).
La grande operazione mediatica del premier ha suscitato reazioni a catena nella scuola, ma di fatto i prof parlano fra di loro, sui siti specialistici e nei social, ma i motivi della protesta e dell’indignazione non sono colti all’esterno.
Bisognerebbe portarsi sullo stesso terreno del premier, nelle piazze, sui giornali e sui media nazionali che fanno opinione. E fare presto. Ci vuole qualcosa di eclatante, come la trovata della lavagna e del gessetto. Bisognerebbe che i sindacati si facessero promotori di una qualche iniziativa pubblicitaria o mediatica ben studiata e ben gestita, ricorrendo magari anche a degli esperti della comunicazione di massa.
Bisogna cercare di fare il tutto per tutto. Renzi docet.
Prove INVALSI: e dalli con il termometro…
Di Giorgio Israel on 13 maggio 2015 at 13:08
Sono anni – non mesi – che vengono avanzate critiche argomentate e costruttive nei confronti dell’Invalsi: autoreferenzialità dell’ente sottratto a ogni valutazione e composto sempre dalle stesse persone, discutibilità dei metodi statistici e dei test proposti, eccesso di intervento con la prova per la secondaria di primo grado che fa media, sconsiderata incentivazione del deleterio “teaching to the test”, ecc.
A tanti sforzi si è sempre opposto uno sdegnoso commento: «Chi critica è solo uno che non vuol farsi valutare ed è contro il merito». L’Invalsi ha sgomitato soltanto per ottenere lo stesso potere che ha ottenuto l’Anvur nell’università, per ragioni che sarebbe interessante approfondire.
Ora l’Invalsi paga tale arroganza con il crollo della partecipazione ai test, senza contare che anche quelli compilati sono pieni di cose inattendibili: so direttamente di studenti italiani che hanno scritto che a casa loro la lingua corrente è il bulgaro o lo swahili e altre amenità …
Ma oggi su buona parte della stampa – in cui ogni voce anche moderatamente contraria non trova più spazio – si leva un grido unanime:
A tanti sforzi si è sempre opposto uno sdegnoso commento: «Chi critica è solo uno che non vuol farsi valutare ed è contro il merito». L’Invalsi ha sgomitato soltanto per ottenere lo stesso potere che ha ottenuto l’Anvur nell’università, per ragioni che sarebbe interessante approfondire.
Ora l’Invalsi paga tale arroganza con il crollo della partecipazione ai test, senza contare che anche quelli compilati sono pieni di cose inattendibili: so direttamente di studenti italiani che hanno scritto che a casa loro la lingua corrente è il bulgaro o lo swahili e altre amenità …
Ma oggi su buona parte della stampa – in cui ogni voce anche moderatamente contraria non trova più spazio – si leva un grido unanime:
«È uno scandalo. Rifiutare i test Invalsi è come rompere il termometro quando si ha la febbre».
E giù prediche sulla valutazione e l’assenza di meritocrazia.
Ora, che questo lo faccia un personaggio che ha millantato due lauree e un master mai avuti e tante altre cosucce e che, mostrando impavido di non sapere e capire nulla di scuola, s’impanca – proprio lui! – a parlare di merito, dovrebbe essere considerato un fatto comico, se non fosse che il fatto che gli si dia credito è l’immagine più lampante di come davvero quando si pronuncia questa parola si fa soltanto retorica, e in modo sfacciato.
Ora, che questo lo faccia un personaggio che ha millantato due lauree e un master mai avuti e tante altre cosucce e che, mostrando impavido di non sapere e capire nulla di scuola, s’impanca – proprio lui! – a parlare di merito, dovrebbe essere considerato un fatto comico, se non fosse che il fatto che gli si dia credito è l’immagine più lampante di come davvero quando si pronuncia questa parola si fa soltanto retorica, e in modo sfacciato.
1 maggio- No Expo- Milano
domenica 12 aprile 2015
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Il Primo Maggio non sarà la giornata di inaugurazione di un Grande Evento.
Il Primo Maggio va in scena il teatrino che presenta come eccezionale un paradigma, paradigma che in realtà si sta già affermando sul territorio lombardo e su quello nazionale.
Expo non è limitato a un periodo di tempo, non è circoscritto ad una determinata regione, Expo è l’emblema di un sistema di gestione dei territori che travalica la territorialità del qui ed ora, che sfrutta la logica del grande evento, dello stato di eccezione, per mettere i suoi tentacoli in ogni angolo della metropoli e della società: dall’alimentazione al lavoro, passando agli umilianti discorsi rispetto al ruolo della donna, alla consegna della città alla speculazione edilizia e alla corruzione. Expo non inventa nulla, raccoglie e istituzionalizza percorsi d’attacco ai diritti, alla vita, al futuro che da anni subiamo. Expo è un modello di governance, uno strumento del capitale, quindi è un acceleratore di processi neoliberali che vanno dal superamento dello stato nazione e delle sue rappresentazioni sotto forma di democrazia rappresentativa, alla speculazione e all’esproprio di ricchezza dal territorio e di sfruttamento delle vite, passando per l’imposizione della logica del “privato”. Expo, assieme a “grandi eventi” (Mondiali di calcio ed Olimpiadi), Grandi Opere e gestione dei grandi disastri ambientali ha, quindi, un ruolo centrale in questa fase del capitalismo.
Partendo dalla speculazione sui terreni agricoli, il “governo Expo” accelera i processi di svendita del patrimonio pubblico e di “privatizzazione all’italiana”: si fondano aziende di diritto privato che in realtà sono costituite da enti pubblici (vedi Expo spa); vengono drenate risorse a settori di supporto sociale, come l’abitare, la mobilità accessibile, la cultura; si attivano ingenti processi di cementificazione di aree urbane ed extraurbane (centinaia di km di asfalto tra Teem, BreBeMi, Pedemontana e la distruzione dei parchi a sud-ovest di Milano per realizzare la Via d’acqua) che stravolgono l’assetto urbanistico e la vivibilità dei quartieri.
Negli oltre sette anni di re-esistenza, come rete NoExpo abbiamo più volte descritto e semplificato questi processi, ascrivibili al modello Expo, secondo lo schema debito, cemento, precarietà, mafie, spartizione, poteri speciali, nocività, mercificazione di acqua e cibo e anche corruzione culturale, sociale, politica, ideologica. A queste parole sono corrisposte vicende, fatti e inchieste che Expo ha generato e che hanno confermato quanto affermiamo da tempo: Expo non è un’opportunità ma un problema e una minaccia non solo per Milano ma per l’intero Paese. Con l’apertura dei cancelli di Expo, queste parole d’ordine saranno il filo conduttore delle analisi e delle mobilitazioni che porteremo avanti nei prossimi mesi.
GREENWASHING
Attraverso la mistificazione delle idee di ecologia e di sostenibilità e dell’importanza di un’alimentazione sana, Expo si tinge di verde, con la green economy e il greenwashing, per mascherare l’ipocrisia di un approccio al tema tutto interno al modello economico neoliberista, in continuità con esso nel promuovere le politiche legate agli investimenti di multinazionali dell’alimentazione, del biologico a spot e dell’agricoltura intensiva ed industriale. Un evento, a sentire la propaganda, così dedito alla natura e all’ecologia che dovrebbe favorire i piccoli contadini ed un rapporto diretto con la terra, che si basi sull’acquisto solidale, la vendita diretta, il chilometro zero, la diffusione del biologico all’intera popolazione, in definitiva l’accesso per tutti al cibo.
Tuttavia, basta un’occhiata a sponsor e aziende partner di Expo per comprendere l’ipocrisia dei discorsi ufficiali. La partecipazione delle principali multinazionali dell’industria alimentare (basti pensare a McDonald’s) e della grande distribuzione; l’investimento sull’evento da parte di colossi dell’agroindustria che detengono il monopolio sulla mercificazione delle sementi e la gestione di quelle geneticamente modificate (e che moltiplicano in questo modo rapporti di dipendenza dei paesi economicamente più indigenti verso quelli più ricchi); il supporto alle politiche di sfruttamento intensivo dei terreni e il sostegno ad un’agricoltura di tipo industriale, che segue le regole del mercato schiacciando l’attività agricola rurale, sono tutti elementi che raccontano un modello che nulla ha a che fare con il “ritorno alla terra”. Un concetto, sia chiaro, emerso in funzione della cattura, all’interno della ragnatela di Expo, dei soggetti socialmente attivi sul tema, attirati da un immaginario, frutto di una banalizzazione e d’un appiattimento, utile più a vendere un prodotto che a risolvere problemi o presentare alternative.
Coca-Cola, McDonald’s, Nestlé, Eni, Enel, Pioneer-Dupont, Selex-Es, e altre aziende sponsor dei padiglioni nazionali, rappresentano alcune delle aziende responsabili dell’inquinamento di terre e mari, di deforestazioni, di nocività e morti sul lavoro, di allevamenti come campi di concentramento, di armi da guerra e di nuove tecnologie di controllo utilizzate sia in ambito militare che civile, non certo modelli da imitare. Allo stesso modo la presenza di stati come Israele o di altri regimi dittatoriali, per quanto occultata dietro la retorica del cibo strappato al deserto o altre amenità, non può far scordare le politiche genocide o autoritarie di certi Paesi. Ricordiamo che Israele coltiva sì nel deserto, ma grazie all’acqua rubata al popolo palestinese.
E la propaganda di Expo non può nascondere le reali conseguenze di questo grande evento: enormi colate cemento sui campi agricoli inglobati dalle aree espositive col contentino di seminare qualche mq in città, decine di chilometri di nuovi percorsi autostradali su aree agricole o parchi, con il taglio di migliaia di piante e la distruzione di habitat, opere tanto edonistiche quanto nocive per l’ambiente e inutili per la società.
Attraverso la mistificazione delle idee di ecologia e di sostenibilità e dell’importanza di un’alimentazione sana, Expo si tinge di verde, con la green economy e il greenwashing, per mascherare l’ipocrisia di un approccio al tema tutto interno al modello economico neoliberista, in continuità con esso nel promuovere le politiche legate agli investimenti di multinazionali dell’alimentazione, del biologico a spot e dell’agricoltura intensiva ed industriale. Un evento, a sentire la propaganda, così dedito alla natura e all’ecologia che dovrebbe favorire i piccoli contadini ed un rapporto diretto con la terra, che si basi sull’acquisto solidale, la vendita diretta, il chilometro zero, la diffusione del biologico all’intera popolazione, in definitiva l’accesso per tutti al cibo.
Tuttavia, basta un’occhiata a sponsor e aziende partner di Expo per comprendere l’ipocrisia dei discorsi ufficiali. La partecipazione delle principali multinazionali dell’industria alimentare (basti pensare a McDonald’s) e della grande distribuzione; l’investimento sull’evento da parte di colossi dell’agroindustria che detengono il monopolio sulla mercificazione delle sementi e la gestione di quelle geneticamente modificate (e che moltiplicano in questo modo rapporti di dipendenza dei paesi economicamente più indigenti verso quelli più ricchi); il supporto alle politiche di sfruttamento intensivo dei terreni e il sostegno ad un’agricoltura di tipo industriale, che segue le regole del mercato schiacciando l’attività agricola rurale, sono tutti elementi che raccontano un modello che nulla ha a che fare con il “ritorno alla terra”. Un concetto, sia chiaro, emerso in funzione della cattura, all’interno della ragnatela di Expo, dei soggetti socialmente attivi sul tema, attirati da un immaginario, frutto di una banalizzazione e d’un appiattimento, utile più a vendere un prodotto che a risolvere problemi o presentare alternative.
Coca-Cola, McDonald’s, Nestlé, Eni, Enel, Pioneer-Dupont, Selex-Es, e altre aziende sponsor dei padiglioni nazionali, rappresentano alcune delle aziende responsabili dell’inquinamento di terre e mari, di deforestazioni, di nocività e morti sul lavoro, di allevamenti come campi di concentramento, di armi da guerra e di nuove tecnologie di controllo utilizzate sia in ambito militare che civile, non certo modelli da imitare. Allo stesso modo la presenza di stati come Israele o di altri regimi dittatoriali, per quanto occultata dietro la retorica del cibo strappato al deserto o altre amenità, non può far scordare le politiche genocide o autoritarie di certi Paesi. Ricordiamo che Israele coltiva sì nel deserto, ma grazie all’acqua rubata al popolo palestinese.
E la propaganda di Expo non può nascondere le reali conseguenze di questo grande evento: enormi colate cemento sui campi agricoli inglobati dalle aree espositive col contentino di seminare qualche mq in città, decine di chilometri di nuovi percorsi autostradali su aree agricole o parchi, con il taglio di migliaia di piante e la distruzione di habitat, opere tanto edonistiche quanto nocive per l’ambiente e inutili per la società.
CIBO
L’alimentazione è il tema principale di Expo, ma il modo in cui è affrontata distorce volontariamente alcuni concetti chiave in materia agroalimentare. Expo è un evento-ponte per modellare il vestito nuovo del neo-capitalismo, la green economy che usa concetti come “benessere animale” o “sovranità alimentare” per darsi credibilità.
È evidente quanto il modello Expo sia lontano dal concetto di sovranità alimentare, visto il supermarket del futuro proposto da Coop e M.I.T. e basato sul “consumatore integrato”, cioè un individuo con un conto corrente e la disponibilità di tecnologia di ultima generazione per poter scegliere il cibo, informarsi sull’intera filiera produttiva e riceverlo a casa con i droni. Da buon magnate democratico Expo ha pensato anche a chi non potrà permettersi questo prospero futuro e ha aperto i suoi spazi a McDonald’s, probabilmente il colosso alimentare più cancerogeno e schiavista al mondo.
La formula “benessere animale”, recuperata della propaganda Expo e ripetuta come un mantra dai suoi partners alimentari, è un mal celato tentativo linguistico di edulcorare i drammatici processi dell’allevamento. Sappiamo bene che è un concetto inventato per rendere più accettabile la catena di smontaggio da individui a cibo, in modo da confortare i consumatori, oggi apparentemente consapevoli e attenti all’intero processo dell’alimentazione. Riteniamo che non è importante quanto gli animali da reddito vivano bene, come crede di insegnare Slow Food, ma è importante che ognuno di loro possa autodeterminare la propria esistenza e il proprio habitat e lo si sganci dal considerarlo come merce produttiva all’interno di un modello alimentare antropocentrico.
È evidente quanto il modello Expo sia lontano dal concetto di sovranità alimentare, visto il supermarket del futuro proposto da Coop e M.I.T. e basato sul “consumatore integrato”, cioè un individuo con un conto corrente e la disponibilità di tecnologia di ultima generazione per poter scegliere il cibo, informarsi sull’intera filiera produttiva e riceverlo a casa con i droni. Da buon magnate democratico Expo ha pensato anche a chi non potrà permettersi questo prospero futuro e ha aperto i suoi spazi a McDonald’s, probabilmente il colosso alimentare più cancerogeno e schiavista al mondo.
La formula “benessere animale”, recuperata della propaganda Expo e ripetuta come un mantra dai suoi partners alimentari, è un mal celato tentativo linguistico di edulcorare i drammatici processi dell’allevamento. Sappiamo bene che è un concetto inventato per rendere più accettabile la catena di smontaggio da individui a cibo, in modo da confortare i consumatori, oggi apparentemente consapevoli e attenti all’intero processo dell’alimentazione. Riteniamo che non è importante quanto gli animali da reddito vivano bene, come crede di insegnare Slow Food, ma è importante che ognuno di loro possa autodeterminare la propria esistenza e il proprio habitat e lo si sganci dal considerarlo come merce produttiva all’interno di un modello alimentare antropocentrico.
FREE JOBS
“Nutrire il Pianeta, Energia per la vita” quindi, uno slogan che in superficie tratta nella maniera appena descritta il tema dell’alimentazione, ma nel profondo funge da alibi dietro cui si nascondono il cemento dei piani di gestione del territorio nazionale e in cui si sostanzia una precarietà lavorativa, che oltrepassa la dimensione della crisi e diventa dispositivo strutturale per giustificare le politiche di austerity che sottendono al sistema capitalista e alla sua sopravvivenza.
Expo si fa quindi laboratorio di sperimentazione di nuove politiche sul lavoro che hanno, da una parte lo scopo di anticipare le legislazioni che riguarderanno tutto il paese, e che in gran parte il Jobs Act ha già realizzato, dall’altra quello di garantire un evento in cui la redistribuzione della ricchezza è assente o riservata solo a chi sta in cima alla piramide. Attraverso deroghe al patto di stabilità e accordi con i sindacati confederali, viene sancito, con Expo, lo stravolgimento del lavoro a tempo determinato. Permettendone la somministrazione incontrollata e il rinnovo del 100% del personale utilizzabile tra un contratto e l’altro, si abbassa la percentuale di assunzione dopo il periodo di apprendistato, si determinano condizioni di stage che poco hanno a che fare con l’ambito formativo e che invece riguardano direttamente lo sfruttamento lavorativo.
Ciliegina sulla torta di Expo è l’esercito di volontari ottenuto grazie ai suddetti accordi che permettono ad aziende e datori di lavoro di servirsi del lavoro gratuito. All’inizio 18500 persone solo sul sito, poi fermi a 7000 per carenza di candidature, poi cifre di cui diventa difficile comprendere il fondamento. Quel che è certo è che i volontari saranno la tipologia prevalente di manodopera per Expo. È la ramificazione nella ramificazione: per Expo si cercano lavoratori disoccupati da inserire nei processi di perenne occupabilità, per Expo lavoreranno gratuitamente i Neet e gli studenti medi e universitari, cui vengono imposti progetti e lavori con il ricatto del voto finale, della maturità, della promozione o del “fare curriculum”.
Con Expo viene quindi esplicitato l’obiettivo delle politiche lavorative delle ultime due decadi: da lavoratori a tempo indeterminato si è costretti ad accettare qualsiasi forma di tempo determinato; politiche che hanno portato a una crescente precarietà culminante, ora, nello sfruttamento tout court. Con Expo continua l’economia della speranza rivolta al lavoro, per cui la condizione di sognare un futuro prima o poi stabile parte già dal mondo della formazione e si materializza nel tempo sempre più come un miraggio irraggiungibile, mentre si alimenta il sistema di liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso l’impiego di agenzie interinali come Manpower, macchine di precarizzazione che agiscono sui territori da tempo. Una speranza che, in fondo al percorso, diviene ricatto e minaccia d’esclusione sociale, agito per rimpolpare un esercito di riserva mai così numeroso.
Expo si fa quindi laboratorio di sperimentazione di nuove politiche sul lavoro che hanno, da una parte lo scopo di anticipare le legislazioni che riguarderanno tutto il paese, e che in gran parte il Jobs Act ha già realizzato, dall’altra quello di garantire un evento in cui la redistribuzione della ricchezza è assente o riservata solo a chi sta in cima alla piramide. Attraverso deroghe al patto di stabilità e accordi con i sindacati confederali, viene sancito, con Expo, lo stravolgimento del lavoro a tempo determinato. Permettendone la somministrazione incontrollata e il rinnovo del 100% del personale utilizzabile tra un contratto e l’altro, si abbassa la percentuale di assunzione dopo il periodo di apprendistato, si determinano condizioni di stage che poco hanno a che fare con l’ambito formativo e che invece riguardano direttamente lo sfruttamento lavorativo.
Ciliegina sulla torta di Expo è l’esercito di volontari ottenuto grazie ai suddetti accordi che permettono ad aziende e datori di lavoro di servirsi del lavoro gratuito. All’inizio 18500 persone solo sul sito, poi fermi a 7000 per carenza di candidature, poi cifre di cui diventa difficile comprendere il fondamento. Quel che è certo è che i volontari saranno la tipologia prevalente di manodopera per Expo. È la ramificazione nella ramificazione: per Expo si cercano lavoratori disoccupati da inserire nei processi di perenne occupabilità, per Expo lavoreranno gratuitamente i Neet e gli studenti medi e universitari, cui vengono imposti progetti e lavori con il ricatto del voto finale, della maturità, della promozione o del “fare curriculum”.
Con Expo viene quindi esplicitato l’obiettivo delle politiche lavorative delle ultime due decadi: da lavoratori a tempo indeterminato si è costretti ad accettare qualsiasi forma di tempo determinato; politiche che hanno portato a una crescente precarietà culminante, ora, nello sfruttamento tout court. Con Expo continua l’economia della speranza rivolta al lavoro, per cui la condizione di sognare un futuro prima o poi stabile parte già dal mondo della formazione e si materializza nel tempo sempre più come un miraggio irraggiungibile, mentre si alimenta il sistema di liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso l’impiego di agenzie interinali come Manpower, macchine di precarizzazione che agiscono sui territori da tempo. Una speranza che, in fondo al percorso, diviene ricatto e minaccia d’esclusione sociale, agito per rimpolpare un esercito di riserva mai così numeroso.
SOCIAL?
Expo è al contempo, quindi, l’emblema di una fabbrica di sogni e di immaginari, e una farsa. Le promesse di un futuro migliore, la “pulizia” e l’eticità attraverso la categoria del “biologico&tradizionale”, “buono, sano e giusto”, dice Expo dopo aver fagocitato Slow Food e con esso l’operazione “Expo dei Popoli”. Questo contenitore di oltre 40 ONG, associazioni e reti contadine vuole cavalcare “l’occasione” del grande evento, ma attraverso le sue rappresentanze non esprime una critica alla squallida speculazione sul vivente messa in campo dal grande evento, giustificando e legittimando così tutte le logiche di cui Expo si fa vetrina. Non ci si può dire contro, dichiararsi per la sostenibilità ed essere complici di Expo 2015.
Non contento di aver fagocitato senza particolari resistenze questa fetta di mondo associativo e di società civile, che si dice attenta alle “compatibilità”, Expo rilancia con il tentativo di creare una piattaforma sensibile alle questioni di genere. In un primo momento il carattere “gay friendly” di Expo, con la volontà di creare una gay street in via Sammartini e di presentare uno scenario attento al mondo della diversità di genere, ha fatto ben sperare tutto quel giro di locali e affini che speculano sulle identità, e tutti i sinceri democratici che han creduto in un’apertura sociale del grande evento. Ma le carte in tavola si sono scoperte velocemente: la denuncia del processo di ghettizzazione alla base della creazione di luoghi “per gay” e il patrocinio di Expo ad un evento omofobo nel gennaio 2015, hanno svelato la vera natura di Expo rispetto alle questioni di genere e l’uso strumentale delle stesse. Tale natura viene confermata anche dalla creazione di un portale “Women for Expo” che diffonde una rappresentazione della donna come nutrice, cuoca e madre, parametri funzionali alla conferma di immaginari che vedono la donna relegata ad un unico ruolo e subalterna ai meccanismi di governo della società e dei territori.
Non contento di aver fagocitato senza particolari resistenze questa fetta di mondo associativo e di società civile, che si dice attenta alle “compatibilità”, Expo rilancia con il tentativo di creare una piattaforma sensibile alle questioni di genere. In un primo momento il carattere “gay friendly” di Expo, con la volontà di creare una gay street in via Sammartini e di presentare uno scenario attento al mondo della diversità di genere, ha fatto ben sperare tutto quel giro di locali e affini che speculano sulle identità, e tutti i sinceri democratici che han creduto in un’apertura sociale del grande evento. Ma le carte in tavola si sono scoperte velocemente: la denuncia del processo di ghettizzazione alla base della creazione di luoghi “per gay” e il patrocinio di Expo ad un evento omofobo nel gennaio 2015, hanno svelato la vera natura di Expo rispetto alle questioni di genere e l’uso strumentale delle stesse. Tale natura viene confermata anche dalla creazione di un portale “Women for Expo” che diffonde una rappresentazione della donna come nutrice, cuoca e madre, parametri funzionali alla conferma di immaginari che vedono la donna relegata ad un unico ruolo e subalterna ai meccanismi di governo della società e dei territori.
IL PARADIGMA
Milano è diventata il laboratorio di un paradigma che vuole imporre un modello di sviluppo e governance che trasforma irreversibilmente e in modo lesivo la società e i territori. Vediamo la nostra città trasformata, modellata per farla diventare una bomboniera da vetrina, facendo tabula rasa della memoria dei quartieri popolari e del verde cittadino. Un modello che prevede l’accumulo di ricchezza a favore di quei pochi che regolano il gioco del settore edilizio o che gestiscono in generale le eccedenze di profitto; ci sottraggono territorio, beni comuni, servizi, reddito per darli in pasto ai grandi squali dell’edilizia o della finanza, mentre le aziende appaltanti intascano mazzette. Lo scenario dell’Expo era allestito per far da copertura a queste operazioni e mettere in moto un nuovo dispositivo predatorio.
Questa è la crescita tanto decantata dalla Troika. Questo il tipo di progresso che si sta promuovendo: un avanzare effimero che serve a rigenerare la finanziarizzazione di beni e servizi e la sottomissione di regole e priorità alle esigenze del mercato, applicate in tutti i settori, perfino nell’immaginario, per darsi autogiustificazione. Il paradigma Expo vorrebbe continuare a costruire un mondo che si è già dimostrato superato, protagonista della crisi iniziata nel 2007, e che cerca di rialzarsi calpestando le sue stesse macerie.
L’ATTITUDINE NOEXPO
Il rifiuto di questo modello e il suo superamento nella propulsione di altre logiche sta alla base dei nostri ragionamenti e porta la rete dell’Attitudine NoExpo a individuare le seguenti priorità:
• Fermare l’estrazione di risorse e lo smantellamento dei servizi e dello stato sociale per promuovere la tutela del bene comune e del bene pubblico.
• Riaffermare la sostenibilità della vita attraverso l’abbattimento della precarietà, l’attenzione all’utilità del lavoro e alla sua retribuzione. Combattere la precarietà come dato acquisito e destinare, ad esempio, le risorse finanziarie dedicate a questi eventi ai settori lavorativi messi in ginocchio dalle nuove legislazioni.
• Trovare nella lotta ad Expo la possibilità di un fronte sociale comune, bloccando immediatamente la logica del lavoro gratuito in favore di quella del reddito garantito.
• Promuovere la cura dell’educazione e della formazione che devono tornare a focalizzarsi sullo scambio di saperi e non sulla compravendita di energie da impiegare nel mercato seguendo bisogni determinati unicamente da logiche di consumo. Ripartire dalla scuola, contestando con forza tutte le forme di aziendalizzazione della formazione pubblica e i meccanismi di falsa meritocrazia che sviliscono la qualità dell’insegnamento trasformato in una competizione senza fine.
• Ripartire dal sostegno ai piccoli agricoltori e al biologico per tutti e non solo per la ricca élite che si può permettere Eataly.
• Ripensare ad un rapporto equiparato tra le specie che popolano terre, acque, cielo, in prospettiva del superamento della prevaricazione di una popolazione sull’altra e della specie umana su tutte le altre.
• Affermare immaginari che ribaltino quelli di una società machista, maschilista e patriarcale, che svelino la ricchezza e la pluralità dei generi oltre il binarismo della categorizzazione imposta.
• Tutelare il diritto alla città, salvaguardando in primo luogo i parchi di Trenno e delle Cave che potrebbero subire, a causa di Expo, trasformazioni strutturali che porterebbero alla parziale distruzione di uno dei polmoni più importanti di Milano e metterebbero a repentaglio la vivibilità della zona.
• Riappropriarsi della città, della memoria dei sui luoghi, della ricchezza dei suoi parchi, della possibilità di vivere liberamente il territorio urbano.
• Il carattere estemporaneo di Expo rivela la necessità di una battaglia che non si esaurisce né inizia con il primo maggio, il primo maggio viene assunto come momento centrale di un percorso che si è articolato prima e si articolerà dopo la chiusura del megaevento.
Il rifiuto di questo modello e il suo superamento nella propulsione di altre logiche sta alla base dei nostri ragionamenti e porta la rete dell’Attitudine NoExpo a individuare le seguenti priorità:
• Fermare l’estrazione di risorse e lo smantellamento dei servizi e dello stato sociale per promuovere la tutela del bene comune e del bene pubblico.
• Riaffermare la sostenibilità della vita attraverso l’abbattimento della precarietà, l’attenzione all’utilità del lavoro e alla sua retribuzione. Combattere la precarietà come dato acquisito e destinare, ad esempio, le risorse finanziarie dedicate a questi eventi ai settori lavorativi messi in ginocchio dalle nuove legislazioni.
• Trovare nella lotta ad Expo la possibilità di un fronte sociale comune, bloccando immediatamente la logica del lavoro gratuito in favore di quella del reddito garantito.
• Promuovere la cura dell’educazione e della formazione che devono tornare a focalizzarsi sullo scambio di saperi e non sulla compravendita di energie da impiegare nel mercato seguendo bisogni determinati unicamente da logiche di consumo. Ripartire dalla scuola, contestando con forza tutte le forme di aziendalizzazione della formazione pubblica e i meccanismi di falsa meritocrazia che sviliscono la qualità dell’insegnamento trasformato in una competizione senza fine.
• Ripartire dal sostegno ai piccoli agricoltori e al biologico per tutti e non solo per la ricca élite che si può permettere Eataly.
• Ripensare ad un rapporto equiparato tra le specie che popolano terre, acque, cielo, in prospettiva del superamento della prevaricazione di una popolazione sull’altra e della specie umana su tutte le altre.
• Affermare immaginari che ribaltino quelli di una società machista, maschilista e patriarcale, che svelino la ricchezza e la pluralità dei generi oltre il binarismo della categorizzazione imposta.
• Tutelare il diritto alla città, salvaguardando in primo luogo i parchi di Trenno e delle Cave che potrebbero subire, a causa di Expo, trasformazioni strutturali che porterebbero alla parziale distruzione di uno dei polmoni più importanti di Milano e metterebbero a repentaglio la vivibilità della zona.
• Riappropriarsi della città, della memoria dei sui luoghi, della ricchezza dei suoi parchi, della possibilità di vivere liberamente il territorio urbano.
• Il carattere estemporaneo di Expo rivela la necessità di una battaglia che non si esaurisce né inizia con il primo maggio, il primo maggio viene assunto come momento centrale di un percorso che si è articolato prima e si articolerà dopo la chiusura del megaevento.
Questa è l’Attitudine No Expo: un approccio a questo modello che sappia rispondere tentacolo per tentacolo e crei iniziativa, azione, (ri)creazione oltre alla mera contrapposizione.
COSA VOGLIAMO
Il Primo Maggio deve essere una giornata in cui le vertenze sollevate all’interno del territorio milanese e in tutto il Paese trovino spazio di elaborazione, espressione ed azione condivisa. Dalle politiche dell’abitare alla tutela dei beni comuni; le lotte popolari territoriali e i blocchi sociali metropolitani che resistono ai processi di saccheggio e precarizzazione; dall’analisi sul debito e sullo SbloccaItalia al dibattito su lavoro, lavoro gratuito, Neet e Garanzia giovani; dalle politiche sull’alimentazione al ragionamento sulle metropoli e i processi di gentrification; dalla questione di genere a quella animale
In questo periodo contraddistinto da una liquidità sociale senza precedenti, Expo è emblema “del nemico”, di tutte le lotte che ci accomunano. La nostra forza sta nella capacità di riconoscerci soggettività, inseribili in una globalità che modelleremo solo se sapremo metterci in discussione per tessere nuove reti di espressione, di crescita e sviluppo di lotte, saperi, percorsi e pratiche.
Il superamento di Expo è una scommessa, e in questi sei mesi vogliamo creare un’agenda politica che ci permetta di intrecciare le lotte territoriali, nazionali e internazionali e sviluppare quelle connessioni tangibili, che non si esauriranno in una manciata d’ore nei giorni della “grande” inaugurazione, e che sono condizione necessaria per dare gambe e respiro a una lunga stagione di lotta
La sfida lanciata da Renzi, quella di non rovinare la festa alla vetrina di Expo, è una scommessa che raccogliamo e rilanciamo, e che ci chiama all’azione il Primo Maggio. Ci andremo, ma con lo sguardo volto oltre la data.
Il superamento di Expo è una scommessa, e in questi sei mesi vogliamo creare un’agenda politica che ci permetta di intrecciare le lotte territoriali, nazionali e internazionali e sviluppare quelle connessioni tangibili, che non si esauriranno in una manciata d’ore nei giorni della “grande” inaugurazione, e che sono condizione necessaria per dare gambe e respiro a una lunga stagione di lotta
La sfida lanciata da Renzi, quella di non rovinare la festa alla vetrina di Expo, è una scommessa che raccogliamo e rilanciamo, e che ci chiama all’azione il Primo Maggio. Ci andremo, ma con lo sguardo volto oltre la data.
LE CINQUE GIORNATE DI MILANO (29APRILE-3MAGGIO)
Contro l’inaugurazione di Expo2015 lanciamo una catena di appuntamenti, che per noi inizia il giorno prima, 30 aprile, con l’attraversamento della città da parte di un corteo studentesco di respiro nazionale che parlerà di lavoro gratuito, di riappropriazione degli spazi giovanili, di apertura di nuovi fronti di dibattito metropolitano a livello studentesco.
Seguirà il Primo Maggio, erigendosi a simbolo di un modello di sviluppo lontano dal regime dell’austerity e attento al benessere sociale della popolazione. Una giornata di iniziativa ed azione, un Primo Maggio in grado di raccogliere la radicalità festosa della Mayday milanese e di farne patrimonio per caratterizzare una protesta determinata e incisiva, legittimata dal consenso di coloro che subiscono giorno per giorno lo smantellamento dello stato sociale, capace di comunicare ad ampi strati della popolazione. Il Primo Maggio deve essere lo scenario della capacità di mobilitazione e della convinzione che senza conflitto non c’è cambiamento, ma che non c’è conflitto senza consenso. Una giornata in cui il conflitto si traduce anche in campeggio per garantire l’ospitalità a chi viene da fuori. Il campeggio si aprirà il 30 aprile. Un tempo e un luogo in cui riappropriarsi del verde della nostra città, perché l’alternativa ad Expo per vivere i nostri parchi è possibile e non per forza passa per lo sfruttamento e lo stravolgimento del territorio (vedi vie d’acqua). Un campeggio che sarà animato da dibattiti, workshop e assemblee, proprio sui temi che Expo ha deciso di usare come copertina per nascondere la sua vera natura attraverso operazioni di green-washing e pink-washing.
Il 2 maggio, abbiamo scelto di continuare la mobilitazione, non abbassando il livello del conflitto, ma diffondendo in tutta la città, su più livelli e su più pratiche e tematiche, l’opposizione diretta all’evento Expo. Nei quartieri e nei territori, dal centro storico alla provincia, attraverso l’hinterland e le periferie, mostreremo, in un’ampia varietà di azioni, quanto siamo contrari al circo di Expo.
Il 3 maggio, infine, costruiremo una grande assemblea conclusiva, capace di raccogliere il portato delle tre giornate di cortei e azioni e mettere a valore le opinioni, le proposte, le riflessioni e anche le critiche di tutti e in cui presenteremo AlterExpo, non una fiera alternativa, ma sei mesi di azioni, iniziative, alternative, percorsi, oltre il grande evento e contro il modello delle grandi opere e dei megaeventi. Un momento che sappia rilanciare lo spirito, l’attitudine dell’opposizione a Expo nei sei mesi che seguiranno, ma anche e soprattutto oltre i sei mesi dell’esposizione.
Expo è un modello di gestione del territorio, del lavoro, dell’istruzione, dei rapporti sociali, del cibo e dell’acqua, che presto o tardi ci verrà imposto senza più alcuna grande opera o grande evento a fare da paravento e giustificazione.
Noi ci opponiamo a questo modello ora, il Primo Maggio, nei sei mesi di Expo e oltre.
Expo fa male, facciamo male a Expo. Il Primo Maggio comincia la nostra festa.
See you at the party!
Expo fa male, facciamo male a Expo. Il Primo Maggio comincia la nostra festa.
See you at the party!
LE COMPAGNE E I COMPAGNI DELLA RETE ATTITUDINE NO EXPO
PER UNA SCUOLA PUBBLICA LAICA SENZA SIMBOLI RELIGIOSI NELLE AULE. NO ALLA SCUOLA-PARROCCHIA
giovedì 2 aprile 2015
· Posted in
crocefissi a scuola,
crocefisso,
franco coppoli,
solidarietà coppoli,
sospeso 1 mese,
USR Umbria
PER UNA SCUOLA PUBBLICA LAICA SENZA SIMBOLI
RELIGIOSI NELLE AULE. NO ALLA SCUOLA-PARROCCHIA
sospeso per un mese dal servizio e dallo
stipendio il prof. Franco Coppoli, per la sua battaglia per la laicità’ della
scuola pubblica
Anche se è arrivato il 1 aprile, non si è trattato del
classico pesce, ma di un pesante provvedimento di stampo inquisitoriale: il
dirigente dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, Domenico Peruzzo ha
sospeso per un mese, dall’8 aprile al 7 maggio, dall’insegnamento e dallo
stipendio il prof. Franco Coppoli per aver tolto i crocefissi dalle aule
dell’istituto per geometri Sangallo di Terni in cui insegna, dimostrando che
nel nostro paese, nel 2015, è ancora vietato rivendicare la separazione tra
stato e chiesa e chiedere spazi educativi inclusivi senza simboli religiosi e
che continua la crociata integralista, discriminatoria e diseducativa, di
quelli che pretendono di imporre la connotazione religiosa delle aule
scolastiche della scuola pubblica, nonostante non esista alcuna legge o
regolamento che impongano la presenza del crocefisso nelle aule delle scuole
superiori.
Nel provvedimento si riconoscono varie
irregolarità commesse dal dirigente scolastico nel far tassellare a oltre tre
metri i simboli religiosi “preso atto che
nella memoria difensiva sono presenti riferimenti ad atti … che verranno
trattati con distinte procedure”, ma la motivazione per un provvedimento
disciplinare così grave è superficiale e generica: togliere un crocefisso, che
non dovrebbe trovarsi nelle aule, costituisce per l’USR “una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve
essere improntata l’azione e la condotta di un docente”. Fine delle
motivazioni. Perché? Ma ai sensi di quale legge? Quale violazione sarebbe stata
effettuata? Di quali doveri si parla? I pubblici dipendenti non sono servi che
obbediscono ai presidi-padroni, ma alle leggi e non esiste alcuna norma che
imponga la presenza del crocefisso nelle aule. Tra l’altro a dicembre a
Trieste, il prof. Davide Zotti, per lo stesso comportamento, è stato sanzionato
con una semplice censura dall’USR del Friuli, con motivazioni molto più
articolate e dettagliate. Forse l’USR pensa che l’Umbria sia ancora sotto lo
stato pontificio!
E’ stato il fascismo a collocare nelle scuole e
nei tribunali i crocefissi, ma pensavamo
che il clericofascismo fosse relegato
al passato, mentre il comportamento dell’USR dell’Umbria conferma un grave atteggiamento
intimidatorio ed discriminatorio, nonostante la Corte di
cassazione abbia ritenuto la presenza dei crocifissi nelle scuole, da
un lato, incompatibile con il principio di laicità dello Stato (Cassazione
penale, sentenza Montagnana) e, dall'altro, lesiva dei diritti
di coscienza del pubblico impiegato, al punto da ritenere
giustificata l'autodifesa del lavoratore (Cassazione civile, sezioni
unite, sentenza Tosti).
Le aule della
scuola pubblica sono piene di colori e di mondo, di ragazze, ragazzi e docenti
credenti, atei o agnostici e di tante religioni diverse, ed è inaccettabile che
un solo un simbolo abbia il privilegio di essere esposto sulla testa degli
insegnanti in una posizione di massima rilevanza simbolica e non saranno le
sanzioni disciplinari ad arrestare questa battaglia di civiltà.
L’imposizione
del crocefisso ha un carattere discriminatorio ed escludente, serve a marcare
un territorio e imporre una visione e una simbologia religiosa di parte, in uno
spazio pubblico che deve invece essere libero, includente, laico e aperto a
tutti. I diritti tutelano le minoranze e le diversità e non dovrebbero
rappresentare la dittatura della maggioranza,(tutta da dimostrare tra l’altro.
Per questo è inaccettabile che ancora oggi chi lavora per lo Stato debba subire
pesanti sanzioni disciplinari, senza alcuna norma che le legittimi -o
attraverso bizantinismi giuridici che arrivano ad affermare la… non religiosità
dei simboli religiosi!- per aver contrastato il privilegio, l’arroganza e
l’invadenza simbolica di quello che a molti appare un simbolo “naturale” o
“neutrale” proprio perché l’obiettivo di questa inaccettabile ingerenza ha
ottenuto i suoi risultati.
Mentre il governo sta cercando di far passare una
nefasta riforma della scuola che ne attacca alla radice il carattere solidale e
collegiale introducendo la figura del preside-podestà,
l’USR dell’Umbria decide di sanzionare pesantemente, e a nostro avviso senza
alcuna reale motivazione normativa, il prof. Franco Coppoli, per la sua scelta
di laicità e rispetto delle differenze. Esprimiamo la nostra piena solidarietà
-insieme all’appoggio in ogni sede, a cominciare da quella legale, per
contestare l’iniquo provvedimento disciplinare che gli è stato irrogato- con la battaglia civile dei docenti Franco Coppoli e
Davide Zotti e del giudice Luigi Tosti, contro la presenza del crocefisso nelle
scuole e nei pubblici uffici, affinché si realizzi pienamente quella
distinzione tra Stato e chiesa che è alla base della modernità e perché infine
gli ambienti formativi siano liberi da qualsiasi simbolo religioso, contro
l’arroganza integralista della nuova Inquisizione.
I COBAS
DELLA SCUOLA - Terni
LA NEFASTA SCUOLA DI RENZI. ANALISI DEL DDL A CURA DEI COBAS DELLA SCUOLA
UN UOMO SOLO AL COMANDO. Il filo conduttore del ddl Renzi sulla c.d.
Buona scuola è “rafforzare la funzione del Dirigente scolastico” (art. 2) che
diventa “responsabile (..) delle scelte didattiche, formative, della
valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti” (art. 7). Spesso i
DS in questi anni si sono posti illegittimamente come superiori gerarchici
degli organi collegiali, con questo ddl
si sancisce la supremazia giuridica del DS anche in campo didattico e
formativo, fin qui di competenza esclusiva del collegio. Ciò conferma una
tesi storica dei Cobas: autonomia
significa strutturalmente aziendalizzazione e gerarchizzazione, con connessa
competizione delle scuole sul mercato, con buona pace di tutti quelli che
fantasticano su “un’altra autonomia
possibile”.
IL
PIANO TRIENNALE Prima di tutto il DS ha il potere-dovere di elaborare entro ottobre il Piano
triennale dell’offerta formativa, su cui Collegio e C. d’Istituto sono
solo “sentiti” (art.2). Quindi il potere
decisionale è di competenza esclusiva del DS. Sulla base di esso vengono assegnate
le risorse economiche (e non più sulla base di criteri oggettivi) e l’organico.
Il Piano dovrà contenere il fabbisogno
dell’organico dell’autonomia, articolato in posti comuni, posti di sostegno
e quelli per il “potenziamento dell’offerta formativa” (progetti vari,
supplenze ...), nonché il fabbisogno di infrastrutture e materiali. Su tale base i DS scelgono i docenti
dell’organico dell’autonomia (art.7) nell’ambito di albi territoriali
organizzati per gradi di istruzione, classi di concorso e le 3 tipologie di
posti di cui sopra.
Negli albi
confluiscono tutti i neo assunti, ma anche i docenti già di ruolo in mobilità,
quindi tutti quelli che fanno domanda di trasferimento o che sono dichiarati
soprannumerari a partire dall'a.s. 2015/2016. Inoltre, il DS potrà proporre
l’incarico anche a docenti di altre scuola in un’ottica di competizione tra le
scuole ad accaparrarsi docenti, magari offrendo premi di merito. Tutto questo non accadrà sulla base di
criteri oggettivi (anzianità di servizio, titoli, continuità di servizio), ma sulla base della valutazione
discrezionale del DS, che dovrà solo pubblicare criteri e motivazioni, che
potranno esser diversi da scuola a scuola. Tutti gli incarichi saranno triennali, per cui salta quella stabilità reale
del posto di lavoro in una determinata scuola che è anche il presupposto della
continuità didattica. Essendo l’incarico triennale, non è escluso che, in
caso di valutazione negativa, il DS
possa non rinnovare l’incarico, ricollocando il prof. bocciato negli albi territoriali, con una conseguente precarizzazione anche dei docenti c.d. di
ruolo. È un meccanismo molto simile
al c.d contratto a tutele crescenti del settore privato. Infine, in nome
della flessibilità, il DS potrà
scegliere anche docenti da destinare all’insegnamento di materie non comprese
nella classe di concorso, purché sia in possesso del relativo titolo di studio:
immaginiamo gli effetti sulla qualità dell’insegnamento, che d’altronde
deve diventare sempre più un’infarinatura general–generica. Sembra che la
destinazione all’insegnamento su posto comune o di sostegno o per il
potenziamento dell’offerta formativa verrà determinata al momento
dell’iscrizione all’albo, per cui i DS potranno scegliere i “propri” docenti
all’interno delle diverse sezioni, a seconda del proprio fabbisogno.
In questo modo per legge viene rivoltata completamente
una storica materia contrattuale, quale la mobilità, mettendo il prossimo CCNL
davanti al fatto compiuto. Tra l’altro il ddl ribadisce quanto già previsto dalla
Brunetta: le norme del ddl (sia
quelle immediatamente efficaci, sia quelle che rinviano a decreti legislativi) sono inderogabili dai contratti collettivi
e tutte le norme contrattuali in contrasto sono inefficaci a partire dalla
data di entrata in vigore della legge stessa. La chiamata nominativa, insieme ai premi ai “meritevoli” e ad altri
strumenti, mette il docente in una condizione di subordinazione nei confronti
del DS, che non riguarda più solo gli aspetti amministrativi, ma anche il campo
della didattica e della stessa valutazione, con una drastica riduzione della
libertà di insegnamento e del pluralismo che dovrebbe caratterizzare la scuola
pubblica prevista dalla Costituzione. Anche quel che resta di democrazia collegiale sarà seriamente
compromesso perché un docente sotto continuo controllo gerarchico si sentirà di
fatto meno libero di esercitare il proprio dissenso nell’ambito degli organi
collegiali.
Il ddl fa rientrare tra gli obiettivi del Piano anche
un obiettivo storico dei Cobas, la riduzione del numero di alunni per classe,
ma lo rimette alla discrezionalità del DS, che potrà operare solo nel rispetto dell’organico assegnato e delle risorse disponibili,
quindi se riduce in una classe dovrà aumentare in un’altra come chiarisce la
relazione tecnica.
Se effettivamente si vuole raggiungere
tale obiettivo tutti i neo assunti vanno utilizzati per l’insegnamento e non
per progetti deleteri e supplenze come prevede il ddl per ben 48.812 docenti,
riducendo il numero di alunni per classe per decreto, con norma generale e
astratta. Così, invece, il Grande
Imbonitore si impadronisce mediaticamente anche della parola d’ordine del
“no alle classi pollaio” ma con scarse modifiche reali.
Il Piano per le
superiori può prevedere, oltre alle ore curricolari, alle quote di autonomia e
flessibilità previste dalla riforma Gelmini, anche degli insegnamenti
opzionali ulteriori liberamente scelti dallo studente nell’ottica della
personalizzazione del curriculum. Quindi, anche su questo la decisione finale
spetta al DS.
Anche le esperienze di alternanza scuola
lavoro e l’attivazione dei contratti di apprendistato sono tra i
contenuti del Piano. A partire dalle
classi terze del 2015/2016, 400 ore per il triennio dei tecnici e professionali
e 200 per quello dei licei devono essere destinate alla formazione aziendale,
che può, ma non deve necessariamente,
essere svolta durante la sospensione delle lezioni, nonché con le modalità
dell’impresa simulata. Quindi
l’alternanza può essere sia sostitutiva che complementare alle ore di
insegnamento. Nel primo caso possiamo arrivare anche a 133 ore all’anno, cioè 4
a settimana, sottratte all’insegnamento. Anche nel caso di alternanza fatta
in orario extracurriculare, ma di pomeriggio
con le lezioni al mattino è evidente il possibile effetto negativo
sull’apprendimento, soprattutto se si segue una logica puramente sommatoria e
non funzionale al miglioramento del lavoro in classe, che dovrebbe essere il centro del fare scuola. Inoltre, già dal
secondo anno gli studenti di tutti gli indirizzi potranno svolgere formazione
aziendale tramite i contratti di apprendistato. Si tratta di due fondamentali strumenti di subordinazione degli
obiettivi didattici e culturali agli interessi imprenditoriali, su cui decide
in ultima istanza il DS, perché si tratta di materia di competenza del Piano
triennale.
È chiaro che gli studenti devono essere in grado di
inserirsi nel mondo del lavoro, ma
forniti di strumenti cognitivi che li
mettano in grado di capire in quale contesto si collocano, per chi si produce,
per quali scopi, in quale modo. La formazione aziendale si caratterizza nel
migliore dei casi per l’apprendimento rapido di nozioni o saper fare
decontestualizzati, da smettere rapidamente per acquisire altri saperi e saper
fare analoghi, come è tipico di una forza lavoro flessibile e precaria. La
formazione del cittadino e del lavoratore–cittadino prevista dalla scuola della
Costituzione si pone su un piano del tutto diverso. Poi, nel peggiore e più diffuso dei casi, la
formazione aziendale è lavoro gratuito o sottopagato, come nel caso degli
apprendisti che sono sotto inquadrati di due livelli. Invece fino ai 18 anni
bisognerebbe fare tutto il possibile per formare tutti gli studenti a scuola e
solo dopo deve partire la formazione in azienda.
Lo stato giuridico dei docenti viene modificato ope
legis anche con la formazione obbligatoria, ivi compresa
quella digitale e per la didattica laboratoriale (in cui di bel nuovo
possono entrare pesantemente le imprese
condizionando obiettivi didattici e contenuti). La relazione tecnica parla
di un format con 50 ore di formazione,
che comunque dovrà essere coerente con
il Piano triennale (deciso dal DS) e con il piano di miglioramento emerso dal
SNV, sostanzialmente incentrato sui risultati dei quiz Invalsi. È probabile che i risultati ai quiz siano
uno dei criteri di valutazione del merito dei docenti, anche questa
di esclusiva competenza del DS, che dovrà solo “sentire” il Consiglio
d’istituto. Si tratta di 200 milioni
all’anno dal 2016, da ripartire tra le scuole in proporzione all’organico, che
i DS potranno usare per premiare i migliori (il comunicato stampa del
governo parla di 5% dei docenti di ogni
scuola) in base alla “valutazione dell’attività didattica” con
riferimento “ai risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento,
di rendimento scolastico degli studenti [bisognerà alzare i voti e
praticare il 6 di mercato], di progettualità nella metodologia
didattica, di innovatività e contributo al miglioramento complessivo della
scuola” (art. 11). Quindi, la
valutazione tocca sia l’attività al di fuori della classe (il progettificio e
le attività funzionali all’insegnamento), sia quel che finora eravamo riusciti a
preservare: il lavoro in classe.
Lo scopo è scatenare la competizione e la concorrenza
individuale tra i docenti – come nelle aziende private - perché questo
migliorerebbe la qualità della scuola. Sia ben chiaro, tra i docenti, come tra
tutti gli esseri umani, esistono differenze, ma la domanda è: differenziare la
retribuzione, mettere in competizione i docenti tra di loro, gerarchizzarli,
selezionarli … migliora la qualità della scuola o la peggiora? La scuola ha bisogno di competizione o di
collegialità effettiva?
Qual è il primo
scenario che viene in mente sia per le scelte relative al merito che per quelle
relative all’organico? I DS sceglieranno
i più bravi in base a fattori lobbystici, tra quelli che sono a priori
d’accordo con loro, tra quelli che privilegiano la scuola dei progetti
dispersivi e autoreferenziali rispetto al lavoro in classe, tra i componenti
dello staff (i collaboratori salgono a 3, art. 7). Insomma, servilismo, clientelismo, approccio esecutivo saranno
premiati, mentre coloro che osano criticare il DS o semplicemente hanno
maggiore autonomia di giudizio saranno marginalizzati o addirittura non avranno
il rinnovo dell’incarico triennale? È uno scenario possibile, se non
probabile, ma scartiamolo e ipotizziamo lo scenario migliore.
Il DS sceglie
veramente i più bravi e magari anche i più bravi in classe e non solo nella
marea di progetti che producono dispersione scolastica e affliggono noi e gli
studenti. È prassi costante che nella scuola pubblica vi siano diverse idee
sulla programmazione didattica, sull’articolazione dei contenuti, sulle diverse
teorie o scuole di pensiero nell’ambito dei vari saperi disciplinari, sul
bisogno di semplificare l’approccio o di abituare alla complessità, sul ragionare
per modelli, magari alternativi tra di loro, sull’approccio induttivo o
deduttivo, sui criteri di valutazione.
Se il DS - che presiede gli scrutini, il Collegio
ed è membro del Consiglio d’istituto - deve
giudicare il lavoro di un docente è perlomeno possibile, se non probabile, che
una buona parte dei docenti assimilerà le idee, i criteri di valutazione di chi
dovrà giudicarli! Pensate, per esempio, al dibattito su darwinismo e
creazionismo oppure alla contrapposizione tra classici, marxisti, liberisti e
keynesiani in Economia politica. È chiaro che
l’effetto sarebbe una drastica riduzione del pluralismo, della democrazia e
della stessa libertà di insegnamento! Ma la Costituzione ha dato centralità alla scuola pubblica perché essa
garantisce il pluralismo, perché lo studente nel corso dei vari anni può venire
a contatto con diverse visioni dei vari saperi disciplinari, al contrario di
quello che accade nelle scuole di tendenza o peggio ancora nelle scuole di
mercato, che soddisfano i bisogni dei clienti vendendo titoli di studio e non
istruzione. È questa la ratio legis di quel “senza oneri per lo Stato”
dell’art. 33 che ha spinto la stragrande maggioranza degli studenti verso la
scuola pubblica. E meno pluralismo e
democrazia significa Cattiva e non Buona Scuola.
Anche la centralità dei quiz Invalsi nel meccanismo di
valutazione delle scuole, dei DS e, quindi, anche dei docenti costituisce un
fattore fortissimo di standardizzazione degli insegnamenti e di ulteriore
dequalificazione della scuola. È
uno strumento molto più efficace di qualsiasi imposizione normativa esplicita.
Ipotizziamo che un docente non abbia svolto un determinato argomento per scelta
didattica o per rispetto dei tempi diversi dei suoi studenti o che abbia
impostato diversamente la trattazione di quel tema, magari puntando più allo
sviluppo di capacità cognitive e spirito critico che all’acquisizione rapida di
nozioni decontestualizzate. Se i suoi studenti vanno male ai quiz e, quindi,
lui non accede al premio di merito o addirittura rischia di non vedersi
rinnovato l’incarico triennale, magari temendo che i suoi colleghi più invalsizzati di lui lo superino nella
valutazione del DS, egli inevitabilmente adatterà il suo percorso ai test,
indipendentemente da ogni altra considerazione. È il teaching to test che ha
già ampiamente rovinato le scuole inglesi e USA.
Le agevolazioni fiscali Le scuole-aziende dovranno competere sul mercato anche
a caccia di finanziamenti: le imprese
private, i genitori.. potranno destinare il 5 per mille anche alle scuole, sia
statali che paritarie. È facile immaginare che le scuole private imporranno
tale donazione per ridurre i costi delle iscrizioni. Nelle scuole pubbliche l’effetto sarà che quelle con studenti
provenienti da famiglie più ricche avranno più risorse rispetto alle scuole dei
poveri o degli immigrati: scuole di serie A e B anche dal punto di vista delle
risorse economiche, come è tipico del modello privatistico USA. Soprattutto
la dequalificazione della scuola pubblica dovrà servire a potenziare le scuole private, a cui vengono destinati altri 116 milioni
per il 2016 e successivamente 66,4 milioni annui, mediante detrazioni di imposta del 19 % delle
spese di iscrizione. Il massimale è di 400 € per il quale basta un prezzo di
iscrizione di 2100 €, per cui tutti gli iscritti alle private avranno questo
regalo, che si aggiunge ai 700 milioni di finanziamento diretto alle scuole.
Il Piano
straordinario di assunzioni Renzi ha chiarito più volte il nesso tra
aziendalizzazione della scuola e assunzioni, in una logica di scambio che
costituisce il motivo per cui ha posto il veto al decreto legge solo per le
assunzioni. Se il Parlamento non dovesse fare in tempo ad approvare il ddl si
assumerà la responsabilità di far saltare le assunzioni e/o legittimerà Renzi a
fare il DL, che comunque riguarderà tutto il pacchetto.
Ma è veramente
straordinario questo piano? L’annuncio
di settembre parlava di 148.000 assunzioni a settembre 2015, che comunque
lasciavano fuori almeno altrettanto precari, molti dei quali con più di 3 anni
di insegnamento.
Il ddl riduce le assunzioni a 100.701 (i 2/3 rispetto
alle promesse del Grande Imbonitore), in
relazione all’organico dell’autonomia
che dovrebbe essere definito entro il 30 maggio 2015. La relazione tecnica
prevede 52.889 su posti comune o di
sostegno e 48.812 per il potenziamento. I neoassunti saranno i vincitori di concorso del 2012 (non più anche
gli idonei) e gli iscritti alle GAE. Entrambi dovranno indicare le loro preferenze tra una serie di albi
territoriali, ma se non vi sono posti disponibili (come per es. per
Filosofia) non si procede all’assunzione. I
vincitori di concorso sceglieranno gli albi in ambito regionale nel limite del
50% dei posti disponibili; gli iscritti GaE in ambito provinciale sempre nel
limite del 50% dei posti; quelli che residuano verranno assunti nel limiti
dei posti vacanti a livello nazionale. Quindi, mobilità territoriale, ma anche professionale perché 48.812 neo assunti
andranno nella sezione degli albi
territoriali per il c.d. “potenziamento” dell’offerta formativa: progetti
vari, supplenze fino a 10 gg con la
possibilità di essere usati anche per diversi gradi d’istruzione presumibilmente negli Istituti
compresivi,in una perfetta logica da ”tappabuchi”. Ma attenzione: gli aspiranti all’assunzione indicano le
loro preferenze per gli albi territoriali; in base alla disponibilità di
posti riceveranno la proposta di assunzione (da accettare entro 10 gg; se
rifiutano non potranno essere destinatari di altre proposte), ma non
sceglieranno più la scuola, bensì saranno scelti dai DS! E per ridurre le
supplenze residue potranno essere scelti
anche per insegnamenti diversi da quelli inclusi nella classe di concorso,
purché abbiano il titolo di studio. E gli altri? Il comma 10 dell’art. 8 è
chiaro: dal 1° settembre 2015 le GaE e
le graduatorie dei concorsi perdono efficacia ai fini delle assunzioni! Come ha
detto l’uomo solo al comando (la
versione originale) “chi è dentro è
dentro e chi è fuori è fuori!”
Per chi è fuori vi sarà: - l’ennesimo concorso, unico strumento
dal 1° settembre 2015 per l’accesso ai ruoli e con validità solo per 3 anni; - ancora un po’ di precariato con le
supplenze residue (classi di concorso in cui vincitori e iscritti non sono
sufficienti come matematica) per gli
iscritti alla prima fascia delle graduatorie d’istituto, valide però solo fino
al 2016/2017; - o la disoccupazione!
E se tra gli esclusi vi sono precari con più di 36 mesi
di servizio? La Corte di Giustizia europea aveva lasciato aperta sia l’ipotesi
della stabilizzazione che quella del risarcimento del danno per abuso di
ricorso ai contratti a tempo determinato. Le prime sentenze dei giudici
nazionali hanno optato per la stabilizzazione. Ma l’art. 12 del ddl è chiaro: solo risarcimento, con lo
stanziamento di 10 milioni annui per il 2015 e il 2016. Al tempo stesso
il primo comma dello stesso art. 12
sancisce l’assoluta inderogabilità del limite dei 36 mesi anche non
continuativi per i contratti a tempo determinato per il personale della scuola.
Il che significa che, se non vieni assunto tramite concorso, dopo 3 anni di
supplenze il posto, che ti sarebbe spettato in base alle graduatorie residue,
lo daranno a qualcun altro. Di bel nuovo per chi è fuori non vi sarà neanche un lavoro precario, ma solo
disoccupazione!
Ma se non fanno i
bravi la disoccupazione è un rischio anche per i neoassunti. L’art. 9 prevede che i docenti in prova e
formazione per un anno non sono più sottoposti alla valutazione collegiale del
Comitato di valutazione, ma a quella del DS, che si deve limitare a basarsi
sull’istruttoria del tutor (che il sempre il Ds potrà scegliere se e quanto
retribuire) e ad acquisire il parere del Collegio e del Consiglio, tutti non
vincolanti. Un DM individuerà obiettivi della formazione, valutazione del grado
di raggiungimento, attività di formazione, criteri e modalità della
valutazione, anche con verifiche e ispezioni in classe: il DS onnipotente, oltre che podestà sarà anche un pò poliziotto! “In caso di valutazione
negativa il DS provvede alla dispensa dal servizio con effetto immediato, senza
obbligo di preavviso”: in pratica licenziamento in tronco!
COBAS DELLA SCUOLA -TERNI
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