W 1° MAGGIO INTERNAZIONALISTA , ANTIRAZZISTA E ANTICAPITALISTA

sabato 1 maggio 2021

 Come per il 25 Aprile, migliaia di antagonisti  sono tornati a riempire le piazze d'Italia il 1° Maggio, nel segno dell'opposizione al governo Draghi e alla modernità capitalista annunciata nel "recovery plan", assecondata da tutto l'arco parlamentare e giubilata da Cgil,Cisl Uil, che proprio il 1° Maggio hanno mostrato la faccia del loro asservimento ai piani padronali facendosi finanziare il concertone dall'ENI, multinazionale dell'estrattivismo fossile e della corruzione,


La manifestazione più partecipata è stata quella di Torino con le motivazioni della rinnovata lotta NO TAV dopo le vincenti battaglie di S. Didero e le solite aggressioni delle forze dell'ordine . Non da meno è stato il partecipato corteo del 1° Maggio a Milano ; così come le manifestazioni di Brescia, Bologna , Firenze, Pisa e Napoli largamente unitarie; a Roma eravamo in p.za S. Apostoli a sostenere la lotta dei lavoratori Alitalia, con la delegazione curda a rappresentare il valore universale del 1° Maggio; a Taranto per chiudere la fabbrica di morte ex Ilva, che il 22-23 maggio porterà a Roma la protesta; iniziative a Cosenza, Messina, Padova,....

1° Maggio vietato in Turchia , con arresti e feriti a Istambul,Izmir, Dyarbakir,...; in Palestina si è lottato "il venerdì del ritorno" e contro Israele+ ANP che impediscono le elezioni; in Colombia sotto assedio" contro la riforma fiscale", in Cile, Perù e Ecuador ; in Europa 150.000 in piazza a Parigi e scontri....; a Madrid e Barcellona;

Primo maggio: migliaia in piazza per un futuro libero da sfruttamento e devastazione

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Oggi primo maggio migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per rivendicare la necessità di un cambio di direzione nella politica istituzionale a fronte della pandemia che sta sconvolgendo il nostro modo di vivere e rendendo evidenti le contraddizioni della società.

Mentre sindacati ed istituzioni celebravano il primo maggio rinchiusi nel Comune di Torino proiettando il comizio su un megaschermo in Piazza San Carlo, cifra distopica della distanza che esiste oggi tra queste componenti e la sofferenza sociale che da Nord a Sud riguarda milioni di persone, due piazze vive e partecipate da lavoratori e lavoratrici, facchini, giovani, migranti e No Tav hanno scelto di condividere lo spirito originario di lotta di questa giornata.

Da piazza Vittorio è partito un corteo di almeno 1500 persone che ha ricordato quanto sta succedendo in Val Susa, la devastazione del cantiere di San Didero, l’allargamento del cantiere di Chiomonte ed i rischi che questi rappresentano per la salute pubblica della valle e per le casse del paese. Mentre viviamo un evento storico che dovrebbe farci ripensare interamente il sistema di sviluppo odierno, la logica delle grandi opere sottrae risorse e possibilità ad una sanità territoriale che sia in grado a rispondere all’emergenza, a scuola ed università, alla riconversione ecologica ed ad un lavoro che non sia sfruttamento e precarietà, ma che sia utile e giusto.

Fridays for Future è intervenuto durante il corteo contestando il piano per la transizione ecologica che dietro il green washing nasconde le solite logiche di finanziamento delle produzioni inquinanti, in barba alla necessaria decarbonizzazione, e delle grandi opere inutili che ancora una volta dentro il recovery plan rivestono un ruolo centrale nonostante le enormi emissioni di CO2 che comportano. La transizione ecologica di questo governo è una farsa dietro cui si nascondono i soliti grandi interessi come quelli di Eni e di Enel, come quelli degli speculatori e devastatori della terra.

In questo primo maggio è stato necessario ancora una volta sottolineare “che c’è lavoro e lavoro”, che esiste lavoro utile, degno, che costruisce condizioni di vita migliori per tutti e che questo lavoro andrebbe liberato dallo sfruttamento, mentre altri lavori significano solo impoverimento, devastazione e inquinamento.

Il corteo di Piazza Vittorio ha poi raggiunto Piazza Castello incontrandosi con i lavoratori e le lavoratrici, gli studenti e le studentesse che hanno condiviso dai microfoni le esperienze di lotta e di sfruttamento che hanno vissuto durante la pandemia.

La manifestazione ha provato a dirigersi verso il Comune dove si teneva la celebrazione istituzionale per rivendicare la necessità di un cambio di direzione rispetto le politiche che sono state messe in campo nel PNRR nazionale e regionale. La polizia ha caricato il corteo a freddo ferendo tre manifestanti alla testa. La solita gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura torinese impegnata come sempre a tenere la legittima rabbia popolare lontana dai responsabili della crisi, delle privatizzazioni e di una gestione della pandemia fallimentare.

La volontà di lottare in questa giornata si è affiancata alla consapevolezza di quanto questo sistema di sviluppo sia insostenibile, di quanto larga parte della popolazione stia pagando le scelte della politica, dei sindacati asserviti al potere e delle lobbies finanziarie e speculatrici del nostro paese. Sappiamo bene come questo momento storico ci imponga una scelta, quella di lottare per salvarci dalla crisi, dalla devastazione ambientale e dalla malattia. Come recitava lo striscione in testa al corteo, per salvarci dobbiamo cambiare sistema.

AVANTI  NO TAV

 

BOLOGNA , alle 10 in via Matteotti la la manifestazione indetta da Cobas,Sgb, Usi,  Unione Inquilini , Comitato emiliano-romagnolo No Autonomia Differenziata, Prc, Pcl, Pci e Nessuno resti indietro.

 

A Milano importante manifestazione organizzata dai sindacati conflittuali,con alcune migliaia di lavoratori e altri movimenti sociali da p.za Cairoli nonostante la pioggia battente .

Una quindicina gli organizzatori: tra gli altri, Non una di meno, i lavoratori dello spettacolo, Cantiere, Lume, la Camera del non lavoro e la brigata Lena Modotti, i sindacati Usb,S.I. Adl ,Sial e Slai Cobas, Usi e Cub,Rifondazione, Partito Comunista dei Lavoratori e Partito Comunista. I rider partecipano con una delegazione.

 

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Primo maggio, manifestazione dei lavoratori dello spettacolo al ‘Rendano’ di Cosenza

La rete composta da Approdi, collettivo di lavoratori dello spettacolo e della cultura della Calabria, insieme ad altre realtà e associazioni di base dell’area urbana, oltre a singole individualità del territorio regionale, si è riappropriata simbolicamente per un giorno del Teatro Rendano di Cosenza. “Dopo un anno di incontri, di riflessioni e mobilitazioni dal basso – raccontano gli operatori del comparto – crediamo sia arrivato il momento di ritrovarsi fisicamente per prendere nuovamente la parola”.

Sulla facciata del teatro cosentino è stato esposto uno striscione con scritto “Senza cultura l’anima muore. Lavoro, reddito, diritti, tutele”. Nel pomeriggio, un dibattito all’interno del teatro cosentino e per consentire l’accesso a chi vorrà partecipare – sempre nel rispetto del distanziamento sociale – sono stati eseguiti dei tamponi rapidi, in modo da consentire lo svolgimento della manifestazione in totale sicurezza.

“Senza un intervento definitivo – spiegano gli organizzatori – e il più possibile unitario, le conseguenze di questa crisi saranno drammatiche. Stiamo già assistendo a ricadute insostenibili sulla vita dei lavoratori, sulla salute dell’intero comparto dello spettacolo, specie per le attività più piccole che non hanno la possibilità e la forza di riaprire senza sostegni concreti”.

 

A Padova l’appuntamento dato da Adl Cobas, Maestranze dello Spettacolo, Priorità alla Scuola, realtà sportive popolari cittadine e dalla rete di mutualismo All You Can Care è nel piazzale della stazione. Qui, in contemporanea con l’inizio del concentramento, è stato montato l gazebo di Granma, il laboratorio di salute popolare, che ha fatto tamponi con l’obiettivo di tutelare la manifestazione, ma soprattutto per garantirli a tutte quelle categorie di lavoratori e lavoratrici a rischio a cui viene negato un servizio così basilare.

Primo Maggio, rendere visibili gli invisibili nella convergenza delle lotte

Il primo maggio c'è. A Milano, Bologna, Roma e in altre città in piazza movimenti, sindacati e auto-organizzati. Dal pomeriggio in tutto il paese sfila un'ampia e eterogenea rappresentanza di un quinto stato ancora frammentato. E' la festa programmatica di chi, al di là delle vertenze settoriali, cerca una rivendicazione comune come il reddito di base e le politiche per superare la precarietà

1° MAGGIO IN TURCHIA:

Primo maggio, Turchia: centinaia di persone fermate per il corteo La polizia in tenuta anti sommossa intorno alle strade ha fermato centinaia di manifestanti Tweet 01 maggio 2021 I numeri di quanti siano stati fermati non sono certi. Alcuni parlano di 100, altri di 200 persone. Secondo l'ufficio del governatore della città turca, sarebbero 212 le persone fermate a Istanbul. Quello che è certo è che nonostante il lockdown, molti sfidando il blocco, sono scesi per le strade per corteo per il 1° maggio a Istanbul. Un corteo che si è trovato davanti transenne e polizia in tenuta anti sommossa. Bloccate le strada che portano a piazza Taksim, luogo simbolo della protesta, e in altre aree vicine, compresa la popolare Istiklal Avenue. Non sono mancati momenti di tensione. Gli arresti sarebbero avvenuti in diverse aree intorno alla piazza, dove i manifestanti hanno cercato di superare gli schieramenti di polizia, i cui agenti in servizio dopo aver invitato più volte le persone a rispettare il lockdown, sono passati alla carica, prima di procedere con gli arresti. La cronaca parla di focolai di scontri tra poche centinaia di manifestanti e le forze dell'ordine in diversi quartieri attorno alla piazza.

 

 

PALESTINA, Abbas rinvia le elezioni palestinesi. I giovani protestano

il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato che le elezioni saranno rinviate fino a quando non ci sarà la garanzia che il voto possa aver luogo nella Gerusalemme est occupata, ritardando ulteriormente le votazioni in un Paese che è andato alle urne per l’ultima volta nel 2006.

Rivolgendosi a una riunione delle fazioni palestinesi, Abbas ha affermato di aver esortato la comunità internazionale a spingere Israele a consentire la campagna elettorale e il voto a Gerusalemme est, un’area annessa dallo Stato ebraico nel 1967 che i palestinesi rivendicano come loro futura capitale.

Abbas ha aggiunto che il processo elettorale non può proseguire perché Israele non ha fornito garanzie riguardo a Gerusalemme prima delle elezioni legislative e presidenziali – indette rispettivamente per il 22 maggio e il 31 luglio.

“Abbiamo deciso di rinviare le elezioni fino a quando non ci sarà una garanzia su Gerusalemme”, ha dichiarato il leader palestinese di 85 anni.

I palestinesi nella Cisgiordania occupata da Israele e nella Striscia di Gaza bloccata hanno espresso la speranza che le elezioni, dopo 15 anni di attesa, potrebbero aiutare a risanare il sistema politico palestinese e le divisioni interne.
Le elezioni erano state indette a seguito di un accordo tra il movimento Fatah, di Abbas, che controlla la Cisgiordania, e il suo rivale di lunga data Hamas, che amministra la Striscia di Gaza bloccata da Israele.

Hamas ha affermato mercoledì che rifiuterà “qualsiasi tentativo di rinviare le elezioni”.

Un ritardo rischia di infiammare le tensioni nella società palestinese politicamente fratturata e i manifestanti a Ramallah hanno prontamente denunciato la mossa di Abbas.
“Abbiamo un’intera generazione di giovani che non sa cosa significano le elezioni”, ha detto all’Afp il manifestante Tariq Khudairi.

“Questa generazione ha il diritto di eleggere i suoi leader”, ha aggiunto.

I critici di Abbas hanno avvisato che avrebbe usato la questione di Gerusalemme per guadagnare tempo poiché le prospettive di Fatah sono state minacciate da fazioni interne.
Hamas è visto come meglio organizzato di Fatah e in una buona posizione per guadagnare terreno in Cisgiordania.

Abbas deve anche affrontare le sfide delle scissioni all’interno di Fatah, tra cui una guidata da Nasser al-Kidwa, nipote dell’iconico leader palestinese Yasser Arafat, e un’altra da un potente ex capo della sicurezza di Fatah in esilio, Mohammed Dahlan.

1 Maggio: 150mila in piazza in Francia, tensioni a Parigi

Lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere la folla

© ANSA

 

Quest'anno il ritorno delle manifestazioni di piazza e dei cortei dopo lo stop dello scorso anno a causa del covid-19: alle 18 la Confederation Generale du Travail (Cgt), la principale sigla sindacale in Francia, conta 150mila partecipanti ai raduni in tutto il Paese, 25mila a Parigi dove si sono registrate anche tensioni e 34 fermi, stando a Le Parisien. Melenchon interrvistato" Francia e Italia sbagliano su ex terroristi,l'estradizione è una inutile vendetta".

1° Maggio in Colombia,proteste e scontri   contro la riforma fiscale

Mobilitazioni in tutto il paese contro la proposta di legge del presidente Ivan Duque. Se approvata, comporterà l’aumento dei prezzi dei generi alimentari in un paese già gravemente colpito dalla crisi pandemica e dalla violenza di Stato .

 

INTERVENTI E PRESENTAZIONI DEL CONVEGNO CESP UMBRIA LA PAROLA CI FA UGUALI, disuguaglianze educative e scuola pubblica 15.04.2012

giovedì 29 aprile 2021

 CLICCANDO SUI LINK POTETE SCARICARE LIBERAMENTE LE PRESENTAZIONI DEGLI INTERVENTI AL CONVEGNO DI FORMAZIONE E DI AGGIORNAMENTO

LA PAROLA CI FA UGUALI      Disuguaglianze educative e scuola pubblica

RELAZIONI

-         Gabriella Giudici (Liceo” Pieralli” - Perugia)

Educazione e processi di soggettivazione da Condorcet alle 

neuroscienze

-      Giovanni Carosotti (Liceo “Virgilio” - Milano)

Il programma Bianchi. La dispersione: da dramma reale a strumento ideologico della scuola neoliberista.


-         Sebastiano Ortu (CESP- Pisa)

Nuovo PEI e nostalgia delle classi differenziali

-         Patrizia Puri (Cobas – Perugia)

Quando è lo Stato che discrimina: la Riforma degli Istituti di Istruzione Professionale


-         Franco Coppoli (Cobas-Terni)

Dispositivo di selezione sociale o scuola della Costituzione? Due modelli per la scuola della pubblica


Il curriculum dello studente: un altro vestito nuovo dell’imperatore

Con l’avvio quest’anno scolastico del “curriculum dello studente” la transizione da scuola reale a scuola virtuale, alla quale si sta lavorando da anni negli uffici di viale Trastevere, raggiunge un nuovo traguardo. Ma che cos’è il curriculum dello studente? E’ l’ennesimo lascito della Buona Scuola renziana, la quale, prescrivendo alle scuole secondarie di introdurre «insegnamenti opzionali nel secondo biennio e nell’ultimo anno anche utilizzando la quota di autonomia e gli spazi di flessibilità», introduceva il “curriculum dello studente” al fine di realizzare un documento nel quale tali insegnamenti opzionali venissero registrati; quindi allargava il curriculum alla raccolta di «tutti i dati utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, relativi al percorso degli studi, alle competenze acquisite, alle eventuali scelte degli insegnamenti opzionali, alle esperienze formative anche in alternanza scuola-lavoro e alle attività culturali, artistiche, di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extrascolastico»; infine prescriveva che «nell’ambito dell’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado, nello svolgimento dei colloqui la commissione d’esame tiene conto del curriculum dello studente». Potrà forse sembrare strano, ai non addetti ai lavori, che una ‘riforma’ così intimamente legata alla figura del riformatore continui a produrre i suoi effetti, dopo il repentino declino politico di quella stagione e l’insuccesso della sua campagna propagandistica. Ma questa, di mantenere in vigore tutti gli obblighi e adempimenti introdotti dalle riforme precedenti aggiungendo i propri desiderata, è la regola aurea dell’endemico riformismo scolastico italiano (già annunciata la Bianchi: il prossimo sarà “un anno costituente per la scuola”): come un cuoco di Masterchef che aggiungesse ogni volta nuovi ingredienti al minestrone preparato dai concorrenti precedenti, così la scuola-minestrone diviene anno dopo anno più faticosa e indigesta.



Il curriculum dello studente

Con l’avvio quest’anno scolastico del “curriculum dello studente” la transizione da scuola reale a scuola virtuale, alla quale si sta lavorando da anni negli uffici di viale Trastevere, raggiunge un nuovo traguardo.

Ma che cos’è il curriculum dello studente? Leggiamo dalla nota ministeriale protocollo 15598 del 2 settembre 2020:

«La prima parte, a cura della scuola, denominata “Istruzione e formazione”, riporta i dati relativi al profilo scolastico dello studente e gli elementi riconducibili alle competenze, conoscenze e abilità acquisite in ambito formale e relative al percorso di studi seguito […] La seconda parte, denominata “Certificazioni”, riporta le certificazioni (linguistiche, informatiche o di eventuale altra tipologia) rilasciate allo studente da un Ente certificatore riconosciuto dal MIUR […] La terza parte, denominata “Attività extrascolastiche”, è a cura esclusiva dello studente e contiene, in base al dettato della norma, le informazioni relative alle competenze, conoscenze e abilità acquisite in ambiti informali e non formali, con particolare riferimento alle attività professionali, culturali, artistiche e di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extrascolastico».

A quale scopo da quest’anno si obbligano le scuole superiori e si invitano gli studenti a compilare un documento del genere, del quale nessun docente e nessuno studente ha mai espresso il bisogno o il desiderio? A che cosa serve? Leggiamo la risposta nella stessa nota ministeriale:

«Con il curriculum dello studente si introduce nel secondo ciclo di istruzione, a partire dall’a.s. 2020/2021, un documento di riferimento fondamentale per l’esame di Stato e per l’orientamento dello studente, così come indicato dalla normativa di riferimento: art. 1, comma 30, Legge 13 luglio 2015, n. 107 […] art. 21, comma 2, D.lgs. 13 aprile 2017, n. 62».

La prima delle due leggi richiamate, la 107/2005, è la sedicente “Buona scuola” fortemente voluta dall’allora presidente del consiglio Matteo Renzi[1]. Difatti essa, prescrivendo alle scuole secondarie di introdurre «insegnamenti opzionali nel secondo biennio e nell’ultimo anno anche utilizzando la quota di autonomia e gli spazi di flessibilità» (art. 1 comma 28: una prescrizione fortunatamente mai applicata), introduceva il “curriculum dello studente” al fine dichiarato di realizzare un documento nel quale tali insegnamenti opzionali (dunque liberamente eligibili dal singolo studente) venissero registrati; quindi allargava il curriculum alla raccolta di «tutti i dati utili anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, relativi al percorso degli studi, alle competenze acquisite, alle eventuali scelte degli insegnamenti opzionali, alle esperienze formative anche in alternanza scuola-lavoro e alle attività culturali, artistiche, di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extrascolastico»; infine (comma 30) prescriveva che «nell’ambito dell’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado, nello svolgimento dei colloqui la commissione d’esame tiene conto del curriculum dello studente».

Una tipica misura da Buona scuola renziana, dunque, che prescinde dalla realtà delle cose postulando un mondo artificiale nel quale lei, la Buona scuola, soddisferebbe bisogni e porterebbe benefici: come se gli studenti del mondo reale avessero bisogno, nel momento in cui scelgono la facoltà universitaria, di un curriculum che ricordi loro le esperienze che hanno fatto; come se i datori di lavoro del mondo reale fossero interessati alle esperienze maturate dalle persone quando erano ragazzi tra i 14 e i 18 anni; come se i commissari di un pubblico esame potessero o dovessero, per formulare le domande di un colloquio orale nel quale a ciascuna materia sono dedicati cinque-dieci minuti, studiare il curriculum vitae et studiorum degli esaminandi. È la stessa Buona scuola, si ricorderà, del “mai più precari nella scuola”; la stessa in cui il bonus di fine anno elargito direttamente dai presidi avrebbe incentivato i professori a lavorare di più e meglio, a seguire l’esempio virtuoso dei colleghi premiati, addirittura avrebbe attivato una proficua “mobilità orizzontale”…[2]

Potrà forse sembrare strano, ai non addetti ai lavori, che una ‘riforma’ così intimamente legata alla figura del riformatore continui a produrre i suoi effetti, dopo il repentino declino politico di quella stagione e in specie l’insuccesso della campagna propagandistica della “Buona scuola”. Ma questa, di mantenere in vigore tutti gli obblighi e adempimenti introdotti dalle riforme precedenti aggiungendo i propri desiderata, è la regola aurea dell’endemico riformismo scolastico italiano (già annunciata la Bianchi: il prossimo sarà “un anno costituente per la scuola”): come un cuoco di Masterchef che aggiungesse ogni volta nuovi ingredienti al minestrone preparato dai concorrenti precedenti, così la scuola-minestrone diviene anno dopo anno più trimalcionica e pantagruelica, faticosa e indigesta: i piatti e i cibi semplici, sostanziosi e salutari, difesi strenuamente dai docenti più anziani che, ricordandone ancora il sapore, vorrebbero continuare a prepararli per i loro studenti, sono assediati e sepolti da una pletora di inutili snacks di ‘nuova ricetta’ dei quali, alla fin fine, nessuno sa mai cosa fare e che non lasciano alcun nutrimento.

Con la new entry del “curriculum dello studente”, però, siamo di fronte a una cosa che non è tanto espressione di un orientamento politico quanto sintomo dell’impostazione di fondo che da anni ha investito, dall’alto e da fuori (anche stavolta non troverete un solo docente che dica: che buona idea, il curriculum dello studente), la scuola pubblica italiana in ogni suo aspetto: e questa è la promozione fideistica delle carte, delle certificazioni, dei protocolli, degli attestati, dei moduli al rango di sostanza, la degradazione noncurante di tutto ciò che è sostanza culturale e disciplinare al rango di accidente, di accessorio: entrambe sotto il dogma trinitario, effuso e profuso manibus plenis su entrambi i versanti, delle Conoscenze, Competenze e Abilità, per l’imposizione del quale non sono serviti concili o guerre di religione ma è bastata la consueta acquiescenza della classe docente. Il passaggio, insomma, dalla scuola reale alla scuola virtuale.

Per questo motivo vale la pena di riflettere su questa ennesima pennellata di Nuovo e di Buono imposta alla scuola italiana dal MIUR, che di per sé non meriterebbe tanta attenzione: nella speranza che ci si renda finalmente conto che la scuola finta di cartone e plastica che da anni stiamo sovrapponendo a quella vera di cultura e di scienza la intralcia, la soffoca, la umilia; e che se alla presunzione riformatrice di pochi fanatici o ingenui che non vivono la scuola, ma dal di fuori promettono di guarirla da mali veri o immaginari con farmaci e terapie la cui efficacia non è mai stata sperimentata né verificata, si unisce dal di dentro l’ipocrisia e il silenzio opportunista o rassegnato dei molti che vi lavorano, la decadenza della scuola pubblica non avrà fine.

“Un documento di riferimento fondamentale per l’esame di Stato”

“Nello svolgimento dei colloqui si tiene conto del curriculum”, recitava la legge 107: il curriculum è “un documento di riferimento fondamentale per l’esame di Stato”, rettifica la nota ministeriale n. 15598. E non è propriamente la stessa cosa.

Avremo quindi un orale dell’esame di Stato che già

«partirà dalla discussione di un elaborato il cui argomento sarà assegnato a ciascuna studentessa e a ciascuno studente dai Consigli di classe entro il prossimo 30 aprile. L’elaborato sarà poi trasmesso dal candidato entro il successivo 31 maggio. Ci sarà dunque un mese per poterlo sviluppare. Ciascuna studentessa e ciascuno studente avrà il tempo di curarlo approfonditamente grazie anche al supporto di un docente che accompagnerà questo percorso, aiutando ciascun candidato a valorizzare quanto appreso»[3].

Al solito una ‘tesina’ prodotta prima dell’esame, con l’ausilio e la collaborazione non solo di tutte quelle persone che lo studente potrà e vorrà adibire tra parenti, amici, conoscenti e professionisti sul mercato, ma espressamente di uno dei docenti o commissari d’esame. Bello, ipocrita sistema, quello di blandire e adulare gli studenti e allo stesso tempo di postulare e asserire il loro stato di minorità intellettuale e psichica nel momento in cui li si chiama a sostenere l’esame di Stato, l’esame di Maturità; e alla faccia dei principi di uguaglianza tanto sbandierati, di favorire ancora e sempre Pierino del dottore.

Poi il colloquio dovrebbe proseguire tenendo presente, come “riferimento fondamentale”, il curriculum dello studente: cioè essenzialmente – dato che la sezione “Istruzione e formazione” del curriculum è comune alla classe, in assenza dei famigerati e mai comparsi “insegnamenti opzionali” – tenendo presenti le “Certificazioni” e le “Attività extrascolastiche” del curriculum (sezione, questa, la cui compilazione è «a cura esclusiva dello studente»). E che esame è un esame che nella sua stessa prova tiene conto di certificazioni pregresse, se non un esame che rinuncia ad essere se stesso? E che esame scolastico è un esame che nella sua stessa prova tiene conto delle attività extrascolastiche? E non è che per caso Pierino del dottore avrà certificazioni e attività extrascolastiche che Martino e Berta non hanno potuto acquisire?

Ma il contributo democratico e ugualitario venuto alla scuola da sinistra, in questi anni, si è limitato alla lotta senza quartiere per l’uguaglianza di tutti i docenti, declinato per lo più come preteso diritto umano all’assunzione in ruolo per chiunque avesse messo piede in un istituto scolastico. Per il resto non è stato che una progressiva e inesorabile spinta a prendere in considerazione e a valorizzare, a scuola, qualsiasi cosa non avesse a che fare con la scuola: cosicché lo studente che, semplicemente, studia è ormai considerato una figura poco interessante, marginale, indegna di attenzione; anzi potenzialmente un usurpatore di attenzioni che devono, tutte, essere riservate a chi presenta qualche specialità esogena alla scuola stessa.

E naturalmente è facile capire che, a prescindere dalle considerazioni di merito, lo scenario previsto dal MIUR per l’utilizzo del curriculum nell’esame di Stato è assolutamente velleitario: se mai fosse giusto farlo, non ci sarebbe materialmente il tempo di prendere in considerazione e di utilizzare seriamente un documento del genere. Ma anche questa è una regola del riformismo scolastico italiano: introdurre misure che sono ugualmente deprecabili tanto in linea di principio quanto nell’applicazione pratica.

“Un documento di riferimento fondamentale per l’orientamento dello studente”

Orientamento: il mantra della scuola pubblica italiana di oggi. L’orientamento “in entrata”, eufemismo col quale si maschera da servizio alla collettività un’attività di pubblicità del singolo istituto, in una competizione ormai allo stesso tempo ridicola e feroce nella quale il livello di ipocrisia sulle proprie magagne e sui propri pregi è divenuto colossale; l’orientamento “in uscita”, che dovrebbe aiutare gli studenti a scegliere il percorso successivo, dunque nella scuola superiore tipicamente a scegliere un corso universitario.

La crescita delle attività e del tempo dedicati all’orientamento in uscita, nel triennio delle superiori, è stata continua negli ultimi anni: paradossalmente pari, come ben sanno i genitori, i docenti e in primo luogo gli studenti stessi, alla crescita del disorientamento dei beneficiari. Paradosso apparente: perché è evidente che riducendo e svalutando la scuola nella sua sostanza culturale si rende più difficile, nei ragazzi, la maturazione di quella ‘bussola interiore’ che, essa sola, permette a un individuo di orientarsi nella vita e nel mondo; e senza quella bussola interiore – che a scuola nasce da uno studio serio, continuo, riflessivo di discipline storicamente costituitesi come fondative della cultura – tutte le attività di orientamento non sono che rumore di fondo, pulviscolo negli occhi, specchietti per le allodole che abbagliano la vista invece di far vedere meglio la direzione in cui si vuole veramente andare.

All’orientamento viene ora aggiunto, naturalmente presentandolo come “fondamentale”, il curriculum dello studente. E chi è che dovrebbe utilizzare questo strumento, lo studente per orientarsi o qualcun altro per orientarlo? Lo studente si presume che sappia quali materie ha studiato, quali lingue conosce e quali attività sportive o musicali ha svolto: se non lo sapesse, dubito che il curriculum dello studente potrebbe risolvere i suoi problemi di orientamento. Lo orienterà qualcun altro, a diciotto-diciannove anni, leggendo il suo curriculum? Proverebbe che tutto quanto è stato fatto per permettere allo studente di orientarsi lo ha completamente disorientato. Ma qui la distanza e la sproporzione tra il mezzo ed il fine sono tali da meritare la frase manzionana su Antonio Ferrer: «Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto? che l’essere il pane a un prezzo giusto è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla».

Una cosa molto desiderabile: tanto basta al MIUR; ed ecco le carte, le certificazioni, i protocolli, gli attestati, i moduli… Entità di un mondo fittizio proposte ed imposte alle scuole come soluzione ai bisogni del mondo reale. Entità che la scuola intimamente disprezza e rifiuta; ma di fatto adotta, e propone agli studenti e ai genitori, divenendo complice di una narrazione che tutti ci stiamo raccontando ad occhi chiusi: i vestiti nuovi dell’imperatore.
di Enrico Rebuffat, Roars, 20.4.2021.


[1] Rapporto La Buona scuola. Facciamo crescere il Paese, settembre 2014, p. 133: «Il Rapporto “La Buona Scuola. Facciamo crescere il Paese” è il frutto del lavoro portato avanti congiuntamente, tra luglio e agosto 2014, dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal Ministro Stefania Giannini».

[2] Rapporto La buona scuola, cit., p. 58: il sistema premiale «permetterà di migliorare le scuole di tutta Italia, dal momento che favorirà una mobilità “orizzontale” positiva. I docenti mediamente bravi, infatti, per avere più possibilità di maturare lo scatto, potrebbero volersi spostare in scuole dove la media dei crediti maturati dai docenti è relativamente bassa e quindi verso scuole dove la qualità dell’insegnamento è mediamente meno buona, aiutandole così ad invertire la tendenza». I docenti mediamente bravi, la qualità mediamente buona: su concetti del genere siamo stati chiamati a confrontarci, come cosa seria, nel 2014.

[3] Https://www.miur.gov.it/web/guest/comunicati, comunicato del 19 febbraio 2021.

ISCRIZIONE-AGGIORNAMENTO GTRADUATORIE 24 MESI ATA

lunedì 26 aprile 2021 · Posted in ,

 

INSERIMENTO

AGGIORNAMENTO

GRADUATORIE ATA

24 MESI


Il requisito d’accesso per inserirsi nelle suddette graduatorie: un’anzianità di ALMENO DUE ANNI DI SERVIZIO (24 MESI, OVVERO 23 MESI E 16 GIORNI) ANCHE NON CONTINUATIVI  prestato in posti corrispondenti al profilo professionale di cui si richiede l’accesso o in posti corrispondenti a profili professionali dell’area del personale ATA statale della scuola immediatamente superiore.

Le immissioni in ruolo verranno disposte in estate sul numero dei posti autorizzati dal MEF per l’a.s. 2021/22

LE DOMANDE  VANNO PRESENTATE ENTRO IL 14 MAGGIO 

NELLA SEDE COBAS DI TERNI IN VIA F.CESI 15 A

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Con Bianchi alla scuola si premia chi è più ricco

venerdì 16 aprile 2021

Da qualche giorno, informa ilare il sito del ministero dell’Istruzione, è disponibile “la piattaforma per la compilazione del Curriculum dello Studente: il nuovo documento debutta quest’anno all’esame di Stato del secondo ciclo di istruzione”. Il curriculum che mezzo milione di maturandi dovranno compilare è diviso in tre parti: Istruzione e Formazione, Certificazioni, Attività Extrascolastiche. In quest'ultima parte i ragazzi sono invitati a inserire “informazioni sulle attività svolte in ambito extrascolastico e sulle certificazioni che possiedono, con particolare attenzione a quelle che possono essere valorizzate nell’elaborato e nello svolgimento del colloquio”. E “al termine dell’esame, il Curriculum sarà allegato al diploma e messo a disposizione di studentesse e studenti all’interno della piattaforma”.
Non è un’idea del ministro Patrizio Bianchi, era una delle “innovazioni” contenute nella Buona Scuola di Renzi: per fortuna finora lasciata inattuata da ministri con un residuo di consapevolezza della missione della scuola della Repubblica e della Costituzione. Ma l’economista ferrarese a cui Mario Draghi ha affidato la scuola ha rotto gli indugi, varando il Curriculum. Si tratta di una delle decisioni che chiariscono meglio la natura di questo governo: un gabinetto paleoliberista di destra, guidato dalle idee di Giavazzi e dell’istituto Bruno Leoni.
Il curriculum mette tra parentesi il diploma a cui è allegato: perché al mercato non basta il valore legale del titolo di studio, e nemmeno il voto. Il mercato vuole sapere cosa sta comprando. E così il ministero glielo dice: rendendo ben chiaro che la scuola deve servire non a formare cittadini, e prima persone umane, ma a piazzare capitale umano sul mercato del lavoro. E questo curriculum serve egregiamente a far capire che tipo di “pezzo di ricambio” è il ragazzo a cui sta attaccato – proprio come un cartellino sta su un pezzo di carne, sul bancone del supermercato. Ma il peggio deve venire, ed è legato alle Attività Extrascolastiche. Le commissioni della maturità si troveranno a interrogare e a valutare anche in base a un esplicito documento dell’abisso di diseguaglianza economica, sociale e culturale che divide e inghiotte i ragazzi della nostra scuola. Perché è chiaro a tutti che soggiorni all’estero, viaggi, sport, corsi di lingua, di teatro, di fotografia, di danza, di informatica, di musica… che i ragazzi inseriranno tra le Attività Extrascolastiche certificheranno solo una cosa: la ricchezza e la povertà delle rispettive famiglie. Dalla scuola in grembiule, solennemente egualitaria, siamo passati a un’esibizione della ricchezza autorizzata, anzi sollecitata, dal superiore ministero.
Così il governo dell’oligarchia ci spiega cosa sia, per lui, la meritocrazia: esattamente ciò che il diritto divino era per l’aristocrazia dell’antico regime, cioè la rassicurante certezza che chi sta sopra ci sta perché se lo merita, perché Dio vuole così. E che nulla, ma proprio nulla, arriverà mai a sovvertire questa immutabile scala sociale. Papa Francesco non si stanca di ripetere che da questa pandemia non si esce come prima: ma solo migliori, o peggiori. Che dopo due anni scolastici all'insegna della più turpe diseguaglianza (perché è questa, e non già l’ignoranza, la più grave conseguenza della didattica a distanza), il ministero della (già Pubblica, ora sempre più privata) Istruzione se ne esca con una simile nefandezza, lascia pensare che ne usciremo certamente peggiori.

In un suo recente, ottimo libro (La meritocrazia, Futura 2020) lo storico delle dottrine politiche Salvatore Cingari nota come “questi processi svuotino la scuola della sua funzione etica proprio nella misura in cui cercano di valorizzare il merito in una prospettiva competitiva che divide docenti e studenti in vincenti e perdenti, anziché come incomparabile potenzialità di ognuno. È proprio la coniugazione con la competizione che sottrae il merito alla sfera della libera realizzazione della propria individuale differenza, dell’espressione dei talenti nella più vasta accezione possibile della messa in comune della diversità, facendolo diventare parola chiave della diseguaglianza e della omologazione”. Che il merito così inteso non possa essere altro che la manifestazione dello status economico della famiglia degli studenti è ovvio: ma se si arriva a far considerare alle commissioni della maturità le “attività extrascolastiche” (che per un diciassettenne-diciottenne non possono che essere quelle assicurategli dalla famiglia), significa che ormai questa ratifica della diseguaglianza per censo non è un effetto collaterale, ma proprio il fine ultimo assegnato alla scuola. Nella sua strepitosa imitazione, Maurizio Crozza ritrae il ministro Bianchi a giocare a carte col morto: e il morto è la scuola. Ci stiamo andando pericolosamente vicini. — 

di Tomaso Montanari da Il Fatto quotidiano del 16 aprile 2021

15.04.21 LA PAROLA CI FA UGUALI Disuguaglianze educative e scuola pubblica

domenica 11 aprile 2021

CESP – CENTRO STUDI PER LA SCUOLA PUBBLICA

Sede nazionale: Viale Manzoni, 55 - 00185 ROMA, Tel. 06/70452452

CESP UMBRIA- Sede di Terni: Via Federico Cesi 15/A – 05100 Terni

Referente Provinciale  CESP Terni, Elisabetta Grimani tel. 328 7148835


GIOVEDÌ 15 APRILE 2021 8.30 - 13.30

CONVEGNO DI FORMAZIONE E DI AGGIORNAMENTO    IN VIDEOCONFERENZA PER IL PERSONALE DELLA SCUOLA PUBBLICA 

LA PAROLA CI FA UGUALI

          Disuguaglianze educative e scuola pubblica

Il link per il collegamento sarà reso disponibile il giorno prima del convegno

ore 8.30 – 8.45 : ACCOGLIENZA ONLINE DELLE/DEI PARTECIPANTI

ore 8.45 – 12.45 RELAZIONI

-         Gabriella Giudici (Liceo” Pieralli” - Perugia)

Educazione e processi di soggettivazione da Condorcet alle neuroscienze

-         Giovanni Carosotti (Liceo “Virgilio” - Milano)

Il programma Bianchi. La dispersione: da dramma reale a strumento ideologico della scuola neoliberista.

ore 10.15-10.30 PAUSA

-         Sebastiano Ortu (CESP- Pisa)

Nuovo PEI e vecchie abitudini: burocrazia, tagli e nostalgia delle classi differenziali

-         Patrizia Puri (Cobas – Perugia)

Quando è lo Stato che discrimina: la Riforma degli Istituti di Istruzione Professionale

-         Franco Coppoli (Cobas-Terni)

Dispositivo di selezione o scuola della Costituzione? Dalla Legge Casati al programma Bianchi

SCARICA QUI IL MODULO DI ESONERO DAL SERVIZIO DA PRESENTARE AL PROTOCOLLO

SCARICA QUI IL MODULO DI ISCRIZIONE AL CONVEGNO DA INVIARE A COBASTR@YAHOO.IT


Nel segno dell’impresa la scuola del ministro BIANCHI

sabato 10 aprile 2021

 Proponiamo qui uno stralcio del ampio articolo di Carosotti&Latempa postato su Roars, ci sembra l’ideale continuazione di un precedente articolo, qui proposto, a firma di Serena Tusini, in cui appunto si richiamava l’attenzione sulla filosofia di fondo che ha guidato e guida l’operato di Patrizio Bianchi , prima come assessore regionale della Regione Emilia - Romagna, poi nello staff di esperti del Ministero e, ora, ministro esso stesso. G.Z.

Nel segno dell’impresa la scuola del ministro BIANCHI

di Giovanni Carosotti e Rossella Latempa da roars.it

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Difficile, dal nostro punto di vista, individuare in questo progetto di nuova scuola principi e caratteristiche in linea con lo spirito della Costituzione repubblicana. Eppure, è ciò che i documenti del Ministro rivendicano in modo risoluto in più parti. La nuova scuola renderebbe finalmente concreto il principio più nobile del testo costituzionale, quello dell’uguaglianza, che la scuola è incapace di realizzare.
Il paralogismo utilizzato, per sostenere una tesi che a noi continua a sembrare paradossale, sta nell’identificare la raggiunta eguaglianza con la capacità da parte di tutti di essere in grado di conformarsi alle esigenze avanzate dal mercato del lavoro e del mondo delle imprese; e quindi di non venire esclusi dalla possibilità di percepire un reddito.

Poiché il mercato del lavoro è feroce, e molti giovani rischiano di esserne espulsi se non ricevono una formazione adeguata alle sue richieste, diventa dovere delle scuole -e di conseguenza fondamento deontologico della professione docente- quello di adeguarsi a tale imperativo. L’esigenza dell’utente-studente sarebbe così prioritaria, coinvolgendo la sua stessa possibilità di sopravvivenza, tanto da sacrificare quel fastidioso principio contenuto nell’art.33, la “libertà d’insegnamento”, che andrebbe trasformato da diritto individuale a diritto assegnato all’entità “metafisica” collegiale, le cui decisioni prevarrebbero su quelle dei singoli. Sarebbe questa ciò che nel rapporto finale viene indicata come “funzione sociale dell’insegnamento”.[7]

Si tratta in realtà, a nostro parere, di una profonda operazione di condizionamento culturale, di naturalizzazione dello stato di cose e dei rapporti di forza del presente, sullo sfondo di una visione conciliatoria delle relazioni sociali, delle relazioni lavoro-impresa, delle differenze territoriali e delle loro cause – che sparirebbero dall’orizzonte dei progetti educativi dei singoli istituti – ciascuno centrato sul proprio territorio. E’ questa un’educazione concepita nel senso della resilienza, intesa come capacità di accettare la dimensione futura della precarietà quale condizione permanente; condizione che diventa sopportabile quanto più si è capaci di conformarsi intellettualmente e materialmente alle richieste della “società”. Invece in Nello Specchio della Scuola leggiamo: “alla scuola viene quindi demandato il compito di rendere effettiva la democrazia affermata dalla Costituzione» e nel Rapporto c’è addirittura un riferimento al secondo comma dell’articolo 3. Noi dubitiamo che una scuola in cui la formazione risulti così condizionata dagli interessi economici possa poi coincidere con quella “dignità sociale” richiamata proprio all’inizio di quell’articolo.

L’ apertura necessaria alla società e alla logica del mondo produttivo vengono invece giustificate, quasi paradossalmente, con affermazioni di segno contrario. Il mettere “Le mani sulla scuola” viene descritto come un processo solidale ed inclusivo. L’inclusività, evidentemente, consisterebbe nel rendere universale la costruzione di una forma mentis imprenditoriale, creativa e strategica, che garantirebbe l’accesso al mondo delle imprese, considerato come quello in cui ogni individuo raggiungerebbe la più piena emancipazione e la realizzazione di sé.

Poco importa che tale inserimento non sarà per tutti, e che la competenza di chi sarà costretto a realizzarsi in forme di lavoro non gratificanti, soprattutto se poste in relazione al titolo di studio posseduto, dovrà fare riferimento con la gestione delle incertezze. Su questo Patrizio Bianchi soprassiede, ma tale cruda realtà la troviamo espressa proprio in un testo che fa riferimento alla Fondazione Agnelli: essere competenti significa “saper porsi in modo proattivo in ambienti difficili e contraddittori, come quelli caratterizzati dall’incertezza sulla permanenza della propria occupazione”.[8] Una prospettiva, quella promessa dagli economisti, dunque tutt’altro che irenica. È solo in questa chiave che a nostro parere vanno interpretati i concetti di “comunità” e i corrispondenti “patti educativi” che, nelle parole di Bianchi, hanno l’obiettivo di garantire un “travaso” continuo, dalla filiera scuola-università a quella d’impresa:

“rendere la comunità corresponsabile dell’educazione dei giovani, dando piena attuazione alla legge sull’autonomia. Qui diviene cruciale il rapporto con l’università e i centri di ricerca, che devono avere la possibilità di costruire relazioni più strette con la scuola, in modo da garantire un “travaso” continuo dei loro studi e la loro messa a disposizione di un sistema educativo che deve poterli tradurre – soprattutto per quanto riguarda le materie scientifico-tecnologiche (Science, Technology, Engineering and Mathematics, STEM), cioè quelle più legate all’evoluzione delle scienze sperimentali – nella capacità di lavorare in gruppo per risolvere problemi complessi. Del resto, le imprese che stanno affrontando oggi la transizione verso la Quarta rivoluzione industriale richiedono proprio queste competenze – le cosiddette soft skills – […]”.

Come si nota, le “comunità educanti” educano alle richieste delle imprese, oggi preda di una nuova fase di crisi, mentre la scuola perde così ogni autorità nell’immaginare il proprio progetto didattico.

Sarebbe questo l’esito definitivo della completa realizzazione dell’“autonomia scolastica”. Risulta difficile, giunti a questo punto, evitare il sospetto di trovarsi di fronte a una ben pensato progetto politico, che ai nostri occhi si presenta, oltretutto, come un’indubbia operazione di espropriazione di un patrimonio e di una tradizione culturale, presentata con l’immagine opposta dell’apertura, dell’inclusività e della partecipazione. Conviene allora riflettere proprio su questo: sull’ inferenza ingiustificata, sulla distorsione del lessico che vuole convincere che il dominio neoliberale sulla cultura si traduca in solidarietà e interesse generale, e non invece in una forzatura delle finalità che la Costituzione repubblicana assegna alla scuola democratica.

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