LA SENTENZA DI CONDANNA DELLA 1° CORTE DI CASSAZIONE NEI CONFRONTI DI 10 COMPAGNI/E E’ NEL SEGNO DELLA “ RAGION DI STATO”.

sabato 14 luglio 2012 · Posted in , ,

VITTIME  SACRIFICALI  PER GENOVA 2001

LA SENTENZA DI CONDANNA DELLA 1° CORTE DI CASSAZIONE NEI CONFRONTI DI 10 COMPAGNI/E  E’ NEL SEGNO DELLA “ RAGION  DI  STATO”.

Per la “ragion di Strato”, qualcuno del movimento che si oppose al G8 di Genova 2001 doveva pagare : il mostruoso reato fascista di “ devastazione e saccheggio” è servito per condannare a prescindere da qualsiasi azione effettivamente svolta da ciascuno.
INGIUSTIZIA E’ FATTA !
Sentenza feroce, cinica,ridicola , in quanto resta incredibile che la tragedia vissuta a Genova nel luglio 2001 possa essere stata prodotta e gestita da 10 persone !
Delle due l’una , se a Genova c’è stata “ devastazione e saccheggio” , questa non può che essere stata agita da centinaia , se non migliaia di persone – noi tutte/i 300.000 ! – viceversa , “ devastazione e saccheggio” non c’è stata, allora i 10 selezionati senza prove evidenti dovevano rispondere solo di eventuali reati specifici, invece sono stati utilizzati come capri espiatori !
Nel clima torbido e complice del dopo Genova e che ha impedito l’insediarsi di una Commissione di Inchiesta - al fine di rilevare il ruolo svolto dal governo Berlusconi, dalle Istituzioni e dalle forze dell’ordine -  sono intervenuti i giudizi e le condanne sommarie delle Corti Genovesi nei confronti dei  no global e le pesanti reticenze-blandizie verso l’intera catena di comando dei violenti criminali di Stato, responsabili delle sevizie e torture di Bolzaneto e Diaz, dell’assassinio di Carlo Giuliani.
La 1° Corte di Cassazione aveva la possibilità di riparare a questa gravissima lesione dello stato di diritto , eliminando la cortina fumogena della “ devastazione e saccheggio” e rinviando ad un nuovo processo solo per i reati specifici, libero cioè dagli orpelli e dai condizionamenti istituzionali.
Ha prevalso la “ ragion di stato” , che se ne frega di “ LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI “, stante la evidente sproporzione che passa tra le miti condanne per la Diaz , senza che i criminali di Stato facciano un sol giorno di carcere , e l’abnorme condanna a oltre 10 anni in media da scontare per i no global ; la sentenza per 5 di loro – Ursino , Arculeo, Cuccomarino,Valguarnera, Finotti – pur mantenendo la “ devastazione e saccheggio” , rinvia alla Corte di Appello di Genova per la possibilità o meno di riconoscergli le “attenuanti generiche”,che danno diritto allo sconto di 1/3 della pena : per le/i compagne/i  Marasca, Cugnaschi, Funaro, Pugliesi, Vecchi , c’è il carcere !

“ GENOVA NON E’ FINITA” , dice lo slogan coniato per la campagna “ 10 x 100 “ , che ieri a Roma ha mobilitato per l’intera giornata, da sotto la Cassazione al lungo e partecipato corteo partito da p.za Trilussa e transitato al Ministero di Giustizia , mentre nelle altre città si svolgevano altrettante iniziative di sostegno ai 10 compagni/e .
“ Genova non è finita” , perché il clima che si respira oggi , tra tagli e distruzione dei beni,servizi, diritti, salari e pensioni , è una falcidia infinita che punta ad annichilire i lavoratori e i ceti popolari di tutta Europa.
Di questo si parlerà tra pochi giorni a Genova durante l’11° anniversario della morte di Carlo Giuliani , così come in altre occasioni – è in preparazione per novembre l’iniziativa “ Firenze 10 anni dopo” – verrà messa a punto una intelligenza comune , per permettere un piano di azione per contrastare la deriva liberista e reazionaria del governo Monti  e di chi lo appoggia.

Con amore e rabbia a fianco dei compagni/e condannati per Genova 2001.
LIBERI TUTTI

Roma 14.7.2012                                      CONFEDERAZIONE  COBAS

Genova G8: Cassazione, ingiustizia è fatta

venerdì 13 luglio 2012

Ore 19.45, la sentenza viene letta in Cassazione. Ci vogliono alcuni minuti perché le posizioni sono diverse per i dieci manifestanti condannati per devastazione e saccheggio. Alla fine, queste le prime notizie, ci sono cinque manifestanti che si sono visti annullare la condanna con rinvio al processo di appello, tre ricalcoli di pena e due conferme della condanna ma il dato che non varia, al di là delle posizioni personali e soggettive – importantissime – è il dato politico. Come si fa ad arrivare undici anni dopo un terzo grado di giudizio per dieci manifestanti che sono accusati per azioni contro cose, mentre la sentenza per le sevizie e le torture nel caso Diaz ha visto condanne, ma senza carcere? L’Avvocato Romeo a Radio Popolare: “Cinque persone da oggi entrano in carcere e altre cinque affronteranno un nuovo processo. La Cassazione ha confermato l’impianto della Coprte d’Appello. Per noi difensori ingiustizia è fatta. Il prezzo dei cittadini condannati è enorme, per azioni che sono state commesse su cose e non verso persone”.
Un verdetto che non modifica il primo e il secondo grado. Il reato fu inserito ai tempi dl fascismo, ma è quanto di più utile per la repressione contemporanea, che non riguarda solo i fatti di Genova undici anni fa, ma anche tutte le occasioni in cui si esprime il dissenso, anche in forma non pacifica, ma comunque contro cose e non persone.
Con la sentenza della Cassazione ci sono persone che sconteranno fino a quindici anni di carcere. Con buona pace per chi non solo se l’è cavata con una sospensione di qualche anno, grazie alle coperture guadagnate con la divisa. Il paragone con la sentenza per la Diaz è inevitabile. Quale devastazione e saccheggio si chiedeva ieri in una lettera appello Enrica Bartesaghi, presidentessa del Comitato Verità e Giustizia per Genova, che abbiamo pubblicato in questo stesso articolo.
Davanti alle immagini delle persone pestate, in ospedale, a Bolzaneto, dentro la scuola, vessate, torturate, oggi è svelato il grado di giustizia di cui si è capaci nelle aule di giustizia. Per non parlare della politica, che in undici anni non è stata solo assente, ma colpevolmente responsabile.
da eilmensile

LA CHIUSURA DEL CERCHIO

DEMOCRAZIA NELLA SCUOLA

LA CHIUSURA DEL CERCHIO

chiamare tutti alla mobilitazione contro l’espropiazione della democrazia anche nella scuola

LA CHIUSURA DEL CERCHIO chiamare tutti alla mobilitazione contro l’espropiazione della democrazia anche nella scuola

La didattica, il rapporto intersoggettivo alunno-docente, la vita sociale della scuola italiana hanno subìto una radicale trasformazione sull’onda dei movimenti, connotati da un denso antiautoritarismo, cresciuti sul finire degli anni 60. La ricaduta normativa di tali movimenti produsse una virata nell’istituzione scolastica italiana producendo dal 1973 a seguire un corpus di 6 leggi che vanno sotto il nome di Decreti Delegati: hanno segnato l’ingresso della democrazia, della cooperazione, della compartecipazione e della sperimentazione nella nostra scuola. In vero il movimento li ha fortemente contestati individuando in essi il tentativo istituzionale di ingabbiare, di svuotare, di stravolgere la spinta destrutturatrice delle lotte studentesche, ma indubbiamente hanno segnato una svolta che ha segnato e segna in profondità il cambiamento nel fare scuola con la presenza degli Organi Collegiali attraverso cui passerà una buona parte della decisionalità nella gestione del sistema scolastico periferico. Questa è l’accusa sottesa agli insegnanti e più in generale alla scuola di sessantottina memoria contro cui si sono scagliati i ministri Moratti e Gemini, con il codazzo di giornalisti, giornali e metre a pensè di tutti gli orientamenti politici. E’ stato il ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer del 1° governo Prodi nel lontano 1996 a prendere la scuola pubblica per le corna dando l’avvio a quel processo di trasformazione strutturale che ha come obiettivo la mutazione antropologica dello studente - cittadino in cliente – utente di un servizio erogato secondo i principi aziendali e privatistici con la finalità di ottenere un prodotto finito [lo studente – addestrato] capace di essere duttile e flessibile, al passo con le esigenze della produzione nell’epoca del just in time, superando d’un balzo le peculiarità del sistema educativo italiano.
Mentre in quasi tutti i paesi del mondo l’accesso alle professioni avviene attraverso rapporti diretti con il mondo delle professioni e con l’esercizio pratico del mestiere all’interno del curriculum, in Italia il momento della formazione è costantemente rinviato..Fattore determinante per la crescita della professionalità è il contesto lavorativo, che assume forte vocazione formativa soprattutto in sistemi come quello statunitense e giapponese..In tale visione, un grado soddisfacente di responsabilità presuppone una adeguata formazione culturale, supportata da una corretta filosofia ed etica del lavoro”. “L’istruzione e la formazione sono considerate investimenti strategici vitali per il futuro successo dell’impresa..Purtroppo l’insegnamento e la formazione sono sempre considerate dai governi e dagli organi decisionali come un affare interno..L’industria ha una modestissima influenza sui programmi didattici..Gli insegnanti hanno una insufficiente comprensione della realtà economica, degli affari e della nozione di profitto”
Berlinguer fu dimesso da ministro dalla rivolta degli insegnanti contro l’introduzione della gerarchia/meritocrazia nella professione docente [forse per l’ultima volta nella scuola l’egualitarismo è stato il collante di una lotta vincente] ma la filosofia che sottendeva la sua riforma della scuola aveva già messo forti radici capaci di svilupparsi rizzomaticamente fino a produrre, pur con resistenze e momenti di lotta importanti, quei cambiamenti che si era prefissata. La trasformazione è stata imposta modificando i cicli scolastici, le discipline d’insegnamento, i tempi d’apprendimento, le modalità di verifica degli apprendimento, il tutto forzato e giustificato dalle direttive europee, dal progressivo decadimento del successo scolastico anche in riferimento agli standard europei ed internazionali. La progressiva introduzione dell’INVALSI quale strumento di rilevazione e misurazione delle conoscenze e competenze ha segnato la determinata volontà di, appunto, destrutturare tutto il peculiare percorso formativo italiano per ricondurlo dentro gli alvei delle esigenze e delle compatibilità proprie del contemporaneo modo di produzione. In questo quadro la legge Aprea, licenziata con parere favorevole di tutti gli schieramenti parlamentari, vuole segnare un punto di non ritorno nella struttura del sistema scolastico italiano, con una istituzionalizzazione della privatizzazione oltre che nella gestione delle scuole anche nelle pratiche didattiche [vedi di seguito scheda].

Organismi Geneticamente Modificati nella Scuola


E’ passato il 22 marzo 2012 alla VII Commissione della Camera. Esso prevede lo stravolgimento degli organi di governo della scuola e l’ingresso dei privati nei nostri Consigli d’Istituto. Considerando che in Parlamento non c’è attualmente quasi nessuna opposizione democratica, è possibile che venga approvato già a giugno – senza neppure discuterlo in aula, ma solo in commissione in quanto classificato come “non di rilevante importanza”- . Riassumiamo qui sotto alcuni punti chiave, quelli che riteniamo più distruttivi di una idea di scuola e di cittadinanza costruita negli ultimi decenni.
Autonomia statutaria
Ogni scuola dovrà elaborare il proprio statuto che regolerà “l’istituzione, la composizione e il funzionamento degli organi interni nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica, comprese le modalità di elezione, sostituzione e designazione dei propri membri.” In questo modo lo Stato rinuncia a definire degli standard minimi di democrazia e trasparenza nel governo delle Scuole. Ogni Istituto si configurerà secondo la realtà locale. Facile immaginare scuole padane, oppure confessionali, oppure un po’ camorriste. Speriamo siano maggioritarie quelle ispirate semplicemente alla cooperazione ed alla democrazia?
Consiglio dell’Autonomia
Oltre a docenti e genitori, due esponenti provenienti dalle “realtà culturali, sociali, produttive, professionali del territorio” potranno sedere nel Consiglio d’Istituto (ribattezzato Consiglio dell’autonomia) che potrà essere composto da un minimo di 9 ad un massimo di 13 membri (escludendo offensivamente il personale ATA). Chi saranno questi esponenti? Lo decide lo Statuto, vedi sopra. Speriamo bene?
Nucleo di autovalutazione
Un organo nuovo e strategico perché:
- sarà disciplinato dal Consiglio dell’autonomia (vedi sopra);
- potrà essere composto da 3 a 7 membri, designati dal Consiglio dell’autonomia su proposta del preside (lo staff di presidenza sarà spinto a forzare di fatto il Collegio dei docenti), e tra questi ci dovrà essere almeno un “membro esterno esperto”. Un altro! Nonostante il nome, il “nucleo” dovrà lavorare in raccordo con l’Invalsi e operare la propria valutazione sulla base degli strumenti di rilevazione forniti dall’INVALSI. Come a dire che questi 3 o 7 membri –già non te li vedi?- potrebbero pesantemente valutare per conto Invalsi i “risultati” dei loro colleghi. Alla faccia della collegialità e della libertà d’insegnamento. Speriamo bene? No, scioperiamo.
Consiglio dei docenti
Sostituisce il Collegio perdendo molte prerogative. Il nuovo organo, presieduto dal DS, viene sottomesso al Consiglio dell’autonomia il cui Statuto disciplina l’attività del Consiglio dei docenti e delle sue articolazioni (commissioni, consigli di classe, dipartimenti). Non basta. Al Collegio la prossima Legge Aprea vorrebbe togliere anche l’autonomia didattica: infatti il Piano dell’ Offerta Formativa, finora di sua piena competenza, dovrà essere redatto in base al Rapporto del nucleo di valutazione (leggi Invalsi) che “è assunto come parametro di riferimento per l’elaborazione del Piano dell’Offerta Formativa e del programma annuale delle attività”. Se il PdL Aprea diventerà legge, sancirà anche giuridicamente una micidiale sinergia tra abbandono della scuola pubblica, aggressività dei privati, pratica e didattica della competizione aziendalistica tra scuole, tra docenti e naturalmente tra alunni. La nuova governance intende dirigere il nostro fare scuola quotidiano perché risponda agli standard imposti dai mercati e veicolati da dirigenti, esperti esterni e nuclei di autovalutazione. E a costo zero.
CESP - COBAS SCUOLA del Veneto

TFA, concorso, graduatorie ad esaurimento

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facciamo il punto

TFA, concorso, graduatorie ad esaurimento e reclutamento. Vantaggi e svantaggi.
di Fabio Milito Pagliara 6.7.2012
Quali graduatorie vengono usate per le immissioni in ruolo?
Quando vengono autorizzate assunzioni a tempo indeterminato nella scuola, come normato dal Testo Unico (DL 297/1994 art.399), queste avvengono attingendo da due tipi di graduatorie, le Graduatorie di Merito e le Graduatorie ad Esaurimento, ognuna per la quota del 50%.
La quota relativa alle Graduatorie di Merito (ovvero le graduatorie di chi è risultato idoneo all’ultimo concorso utile per quella classe di concorso e quella provincia) serve a colmare la quota che il Testo Unico riservava ai concorsi per titoli ed esami, ed è importante ricordare che la situazione di tali graduatorie è molto diversificata sul territorio e la loro durata doveva essere di 3 anni per poi essere sostituite da un successivo concorso; ma il non aver dato seguito alla legge che prevedeva un concorso regionale ogni 3 anni (Testo Unico DL 297/1994 art.400 comma 01), hanno lasciato validità a graduatorie di merito provinciali risalenti al concorso del 1990 e graduatorie di merito regionali risalenti al concorso del 2000. Invece le Graduatorie ad Esaurimento sono le ex-Graduatorie Permanenti (istituite dal Testo Unico DL 297/1994 art. 401; trasformate in Graduatorie ad Esaurimento con la legge finanziaria del 2006 – art.1 comma 605 legge 296/2006). Tali Graduatorie Permanenti erano state divise in 4 fasce (DM 146/2000 art.3 comma 2) ma una serie di sentenze del TAR e successive modifiche le hanno portate a 3 fasce, ultimamente è stata inserita una 4Åå fascia delle Graduatorie ad Esaurimento, per cui al momento delle prossime immissioni in ruolo le GaE saranno divise in 4 fasce così composte:
I fascia: personale docente e educativo inserito nelle graduatorie dei concorsi per soli titoli;
II fascia: personale docente ed educativo in possesso di abilitazione, prima del 25/5/1999, che aveva 360 giorni di servizio maturati tra il 1/9/1995 e il 25/5/1999;
III fascia: personale docente ed educativo in possesso di abilitazione senza titolo per entrare in I o II fascia (idonei ai concorsi abilitanti, ai corsi-concorsi riservati, abilitati tramite SSIS, cobaslid e altre scuole di specializzazione, abilitati tramite Scienza della Formazione Primaria); IV fascia: Alcuni abilitati (in particolare in musica e SFP) tra il 2008 e il 2011 secondo il D.M n. 53 del 14/6/2012 ai sensi dell’articolo 14 commi 2-ter e 2-quater della legge n. 14/2012.
OVVERO?
In pratica quando il ministero autorizza un certo numero di immissioni in ruolo queste vengono distribuite su tutte le province in base ai posti vacanti e disponibili nei vari ordini di scuole e tra le varie classi di concorso . Ad esempio se in una data provincia vengono assegnate 10 immissioni in ruolo in una specifica classe di concorso, queste vengono suddivise in 5 per la Graduatoria di Merito/Concorso e 5 per la Graduatoria ad Esaurimento. Se le Graduatorie di Merito risultano esaurite tutti i posti vengono assegnati alle Graduatorie ad Esaurimento.
È opportuno osservare che in alcune province/regioni le Graduatorie di Merito risultano esaurite da anni mentre in altre non si esauriranno che tra molti anni.
Cosa succede se si fa un concorso?
Se venisse bandito un concorso i posti che oggi vengono assegnati alle Graduatorie di Merito sarebbero assegnati invece ai vincitori di questo nuovo concorso (ovviamente solo per le classi di concorso e regioni dove si bandisse il concorso) questo significa che l’eventuale concorso non va in nessun modo a modificare il numero di immissioni in ruolo, ed è altrettanto importante ricordare che il concorso non cancella e non modifica in alcun modo le Graduatorie ad Esaurimento, ma non bisogna neanche nascondere che rallenterebbe la velocità di scorrimento delle Graduatorie ad Esaurimento laddove le Graduatorie di Merito risultassero esaurite, mentre aumenterebbe la platea dei docenti interessati all’assegnazione dei posti attualmente riservati a chi è iscritto in Graduatoria di Merito. Dal punto di vista del diritto è importante ricordare che le Graduatorie di Merito non erano intese ad esaurimento, infatti sempre nel testo unico, all’articolo 400, sono previsti concorsi per titoli ed esami ogni 3 anni per coprire il 50% dei posti per soli docenti abilitati tranne che alcune norme di salvaguardia per il primo concorso dopo il 2002 previste dal (DL 460/1998).
Proviamo allora a riassumere chi sarebbe avvantaggiato e chi sarebbe svantaggiato da un eventuale concorso:
SVANTAGGIATI
Chi si trova in una provincia/regione dove le Graduatorie di Merito della sua classe di concorso risulta esaurita vedrà le Graduatorie ad Esaurimento scorrere più lentamente.
Chi si trova nelle Graduatorie di Merito vedrà ridursi le sue possibilità se verrà bandito il nuovo concorso per la sua regione e classe di concorso.
AVVANTAGGIATI
Chi non è inserito nelle Graduatorie di Merito (di fatto tutti coloro che si sono abilitati dopo il 2000) potrà concorrere anche all’assegnazione dei posti in quota al concorso (da cui oggi è escluso);
Chi è in possesso di un abilitazione potrà partecipare al bando di concorso anche per quelle Classi di Concorso dove non è in posizione utile in Graduatoria ad Esaurimento, in particolare chi ha più di un abilitazione potrà partecipare al concorso per più Classi di Concorso;
Chi è abilitato potrà partecipare al concorso in qualsiasi regione voglia, ovunque sia iscritto in Graduatorie ad Esaurimento e/o in Graduatoria di Merito.
Chi è abilitato e non è iscritto in nessuna Graduatoria.
In definitiva a parere di chi scrive, indire un nuovo concorso darebbe maggiori opportunità alla gran parte dei docenti abilitati.
Inoltre resto convinto che il concorso aiuti a preservare le Graduatorie ad Esaurimento essendo legato, attraverso il testo unico (e successive modifiche), al reclutamento per mezzo delle Graduatorie ad Esaurimento.
Concludendo ritengo che rinunciare al concorso significa aprire le porte ad un nuovo schema di reclutamento che, viste le proposte avanzate dai vari politici, porterebbe danni tanto alla scuola che ai docenti iscritti nelle Graduatorie ad Esaurimento.

La nuova vita di 10 mila esuberi Dal sostegno alle supplenze brevi, anche senza abilitazione


I docenti in esubero che non troveranno piena ricollocazione in sede di mobilità annuale saranno assegnati a posti o cattedre disponibili per i quali possiedano il titolo di studio di accesso. Anche se non hanno l’abilitazione specifica. Per esempio, un docente di economia aziendale (classe A017), se ha la laurea prevista per insegnare geografia (A039), potrà essere assegnato per un anno su una cattedra di geografia invece che di economia aziendale.
Oppure, se si tratta di una maestra elementare, l’amministrazione potrà tentare anche la ricollocazione nella scuola dell’infanzia. Il tutto con assegnazioni d’ufficio.
Lo prevede una disposizione contenuta ne decreto sulla spending review varato dal governo. Il dispositivo riscrive l’intera disciplina del trattamento dei docenti in esubero e, cioè, dei docenti che dopo essere diventati soprannumerari, non riescono ad ottenere una nuova sede nemmeno con il trasferimento d’ufficio. E quindi vengono collocati nella famigerata Dop (dotazione organica provinciale): una specie di limbo in cui vengono tenuti in stand by fino all’assegnazione di una sede provvisoria per un anno, ad esito delle operazione di utilizzazione o assegnazione provvisoria. Sono circa 10 mila, recita la relazione tecnica.Se non sarà possibile ricollocare i docenti in esubero su altro posto o classe di concorso secondo il titolo di studio posseduto, l’amministrazione dovrà ricollocarlo sul sostegno.
A patto, però, che il docente interessato risulti in possesso dell’apposito diploma di specializzazione oppure abbia frequentato almeno un corso di formazione specifico. Se nemmeno in questo modo sarà possibile trovare all’insegnante interessato una nuova collocazione, l’amministrazione potrà ricollocarlo su eventuali spezzoni residui, con priorità rispetto ai docenti interni.
Inoltre, ad anno scolastico già avviato, l’amministrazione potrà comunque procedere all’assegnazione dei docenti in esubero su posti che dovessero rendersi successivamente disponibili. Infine, in assenza di diversa collocazione, i docenti interessati saranno assegnati a disposizione delle scuole per la copertura delle supplenze brevi e saltuarie nella provincia di appartenenza.
Le assegnazioni dei docenti sugli spezzoni o sui posti che si renderanno disponibili in corso d’anno saranno effettuate secondo un piano di utilizzo, predisposto dall’ufficio scolastico regionale. Idem per quanto riguarda le assegnazioni a disposizione nelle scuole, ai fini della copertura delle supplenze brevi e saltuarie. Il provvedimento prevede, inoltre, che qualora l’insegnante venga utilizzato in scuole di ordine o grado superiore, percepirà le relative differenze stipendiali. Nessuna decurtazione, per i gradi inferiori. Tutte queste operazioni saranno effettuate con priorità rispetto all’attribuzione delle supplenze. Va detto, inoltre, che le operazioni di ricollocazione del personale in esubero, attualmente, sono regolate da norme contrattuali. E quindi, fino ad ora, le relative disposizioni venivano scritte al tavolo negoziale. Adesso la disciplina della mobilità d’ufficio dei docenti in esubero sarà sottratta alla contrattazione collettiva. Il tutto in continuità con l’orientamento assunto dal governo precedente che, con l’avvento della legge 15/2009, ha dato prima un colpo di spugna alla facoltà di derogare le norme di legge da parte della contrattazione collettiva. E poi, con il decreto Brunetta, ha riscritto una serie di regole con le quali ha decontrattualizzato materie importanti del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici. Come per esempio, le sanzioni disciplinari e le assenze per malattia.
ItaliaOggi
Antimo Di Geronimo

TIRARE A CREPARE

giovedì 12 luglio 2012


L'Italia finora ha tirato a campare ha detto Monti.
E giù un decreto per farla tirare a crepare!
E' questa la filosofia del decreto legge del 6 luglio, con cui il governo Monti sta continuando la guerra contro il mondo del lavoro dipendente e contro lo stato sociale.
Non si era mai visto dal dopoguerra un governo con politiche sociali così spietate contro i lavoratori.
Con la tiritera della lotta agli sprechi nella spesa pubblica, il decreto del 6 luglio chi poteva prendere di mira se non i lavoratori pubblici e, insieme, tutto ciò che di pubblico esiste in questo Paese, allo scopo di tagliarne le risorse per devastare occupazione e retribuzione nel pubblico impiego, servizio sanitario, servizi pubblici e sociali (dai trasporti agli asili ai contributi assistenziali)?
Decenni di evasione fiscale da capogiro, di denaro pubblico investito in ricche “consulenze” clientelari, in appalti miliardari, in ruberie organizzate, in stipendi e pensioni d'oro a manager e dirigenti inetti: dopo tutto ciò, il risanamento dei conti dello Stato devono pagarlo, come sempre, i lavoratori.
Un risanamento, che è fatto di un taglio di 26 miliardi da rapinarci in poco più di 2 anni.
Questi i punti centrali del decreto:
-         Pubblico Impiego: 250-300mila licenziamenti, blocco dei salari, blocco delle assunzioni, blocco dei contratti.
-         Dimezzamento del numero delle Province.
-         Tagli per 5miliardi del Fondo sanitario nazionale, che si aggiungono ad altri 22 miliardi tagliati nell'ultimo triennio e che vorranno dire per le Regioni minore spesa in beni e servizi ospedalieri e in farmaci; 18mila posti-letto azzerati negli ospedali; interi pezzi della sanità pubblica messi ko; chiusura di mille reparti ospedalieri. E i medici avvisano: “Ci restano a malapena le barelle”.
-         Regioni, verranno depredate di altri 2miliardi. Destino che riguarderà anche le Province (1,5 miliardi) e i Comuni per 2miliardi e mezzo. * Sotto la scure anche Tribunali, Procure, Uffici del Giudice di pace, uffici dell'Agenzia delle Entrate.
-         Scioglimento di enti, che sono vere eccellenze nel campo della ricerca scientifica e storica.
-         E ancora: taglio dei permessi sindacali, ferie imposte d'agosto, riduzione dei buoni pasto, ecc.
Tutto questo, mentre sono sparite la tassa sui grandi patrimoni e la tassazione degli affari finanziari e 230 miliardi in venti anni (cioè 11 miliardi e mezzo ogni anno) andranno alle forze armate e al loro arsenale di guerra, per garantire ai poteri forti di questo Paese un posto importante nel controllo e nel dominio del mondo.
In Grecia, i primi a essere fatti inginocchiare sono stati i lavoratori pubblici. Da noi, l'attacco al pubblico impiego, iniziato dal ministro Brunetta, si “perfeziona” ora, a coronamento dell'assalto della ministra Fornero al lavoro privato. Cambiando l'ordine degli addendi, però, il risultato non cambia: l'Italia sta andando verso la Grecia.
Padroni e governo vogliono farci credere che l'economia possa ripartire con milioni di disoccupati e precari, attraverso l'immiserimento feroce del salario e delle pensioni, l'esproprio dei diritti sociali e civili. Ma a questa crisi ne seguirà un'altra e poi un'altra ancora, perché è il sistema che è malato.
Basta con le menzogne sull' “equa distribuzione dei necessari sacrifici richiesti dai mercati per uscire dalla crisi”!
Cosa fare di fronte a tanta ferocia sociale, che i padroni, il loro governo e i partiti loro amici ci stanno scaricando addosso, confidando nella complicità delle segreterie Cgil-Cisl-Uil?
Prima di tutto, unità alla base: unità dei lavoratori pubblici, unità di quelli privati, unità tra gli uni e gli altri, per una lotta comune. Se ognuno se ne andasse per conto suo, non si andrebbe da nessuna parte.
Una lotta generale e di massa, di tutto il lavoro dipendente, dei disoccupati, degli studenti, dei movimenti.
Quest'ultimo assalto del governo, infatti, non è diretto solo contro chi lavora nel pubblico impiego, ma anche contro tutti gli altri, che si ritroveranno senza servizi pubblici e sociali o li avranno meno adeguati e più costosi.
Non c'è più tempo da perdere PER fermare questo governo dell'infamia sociale che ci schiaccia nella precarietà di vita e di lavoro; PER cancellarne tutti i provvedimenti di legge decisi da dicembre a oggi.
 
PER APRIRE UNA PROSPETTIVA DI LIBERAZIONE.
CONFEDERAZIONE COBAS TOSCANA (pubblico impiego, lavoro privato, sanità)
via S. Lorenzo 38, Pisa,
telefono: 050 8312172

DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO: il 13 luglio la cassazione dovrà dirci se le merci contano più delle persone

martedì 10 luglio 2012 · Posted in , , ,

il 13 luglio la cassazione dovrà dirci se le merci contano più delle persone

by insorgenze
Se la gestione dell’ordine pubblico condotta durante il G8 del luglio 2001 è quella riconosciuta appena una settimana fa dalla quinta sezione penale della corte di cassazione, allora vuol dire che esiste un nesso molto forte con il verdetto che un’altra sezione della cassazione dovrà pronunciare il prossimo 13 luglio.
I giudici sono chiamati a decidere sulla pertinenza del reato di “devastazione e saccheggio” contestato nei confronti di dieci manifestanti condannati a pene molto pesanti per un totale di quasi 100 anni di reclusione.
Dagli atti processuali emerge come la contestazione di questo reato sia stata il  frutto di una scelta politica fatta a tavolino dai vertici dell’ordine pubblico. Quegli stessi vertici condannati e rimossi pochi giorni fa dagli incarichi di direzione investigativa più importati del Viminale per il ruolo svolto nella catena di comando che portò all'assalto e al massacro dentro la Diaz e alla successiva attività di falsificazione delle prove nel tentativo di depistare e coprire le brutali violenze commesse.
All’indomani dei fatti di Genova il capo della Polizia diede incarico a tre prefetti di condurre un’inchiesta amministrativa sul comportamento delle forze di polizia. Da questa ricostruzione si venne a sapere che Francesco Gratteri, allora capo dello Sco, su incarico diretto dello stesso De Gennaro dalla mattina del 21 luglio smise di occuparsi della sicurezza dentro la zona rossa per seguire in prima persona ciò che accadeva all’esterno. Le nuove direttive erano molto chiare: «bisognava fare più arresti, si chiedeva un cambio di passo, una maggiore incisività nella gestione della piazza». In fondo il giorno prima c’era stato solo un morto. Evidentemente non bastava, dalla politica giungevano altre pressioni.
Ricevuto il nuovo mandato, Gratteri mette subito in campo una strategia molto più aggressiva: fin dal mattino dirige personalmente la perquisizione nella scuola Paul Klee, dove vengono effettuati 23 arresti. «Si tratta di un episodio fondamentale per comprendere l’esito successivo degli eventi», spiega l’avvocato Francesco Romeo. E’ la prova generale del dispositivo che verrà impiegato in serata con la famigerata irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli. «Le persone fermate alla Paul Klee vengono arrestate utilizzando lo stesso schema di accusa che sarà poi impiegato per la Diaz: ovvero associazione a delinquere finalizzata alla devastazione saccheggio». A dimostrazione che fin dal mattino era stato congeniato un modello operativo che prevedeva la contestazione di un capo d’imputazione confezionato ancora prima che alcuni degli episodi contestati dovessero accadere. Altre contestazioni - come fu per le molotov e le armi improprie rinvenute alla Diaz - vennero inventate di sana pianta.
L’indeterminatezza e la geometria variabile del capo d’accusa
Il reato di devastazione e saccheggio è una eredità dal codice Zanardelli. Faceva parte delle imputazioni che attentavano alla sicurezza interna dello Stato, tant’è vero che in un unico articolo erano previste insieme «guerra civile, devastazione, saccheggio e strage». Reato politico per definizione, la sua applicazione richiedeva una violenza politica organizzata sotto il profilo associativo. Con il varo del codice Rocco, “devastazione e saccheggio” perde una parte della sua estensione e politicità. Le condotte incriminate vengono suddivise: alla vecchia “devastazione, saccheggio e strage finalizzati alla sovversione dello Stato”, reato punito con l’ergastolo si affianca il semplice danneggiamento. In mezzo c’è il 419 cp, ovvero la sola “devastazione e il saccheggio”, punita con pene che oscillano da 8 a 15 anni. Si tratta di un reato contro l’ordine pubblico, privo però di una precisa definizione per quanto riguarda l'estensione, l'intensità e la gravità dei fatti incriminati.
Indeterminatezza che contrasta con l’esigenza, prevista dalla costituzione, di indicare condotte «determinate e precise» per ogni reato. «Lo strumento era pronto e predisposto dal regime fascista - spiega sempre l’avvocato Romeo - ma chi lo ha raffinato e reso efficiente ai fini della repressione dei movimenti sociali di piazza è stata certamente la magistratura repubblicana che ha ridotto l’ambito di estensione delle condotte di danneggiamento e di furto per poter ritenere compiuto il reato più grave di devastazione, anche di fronte ad episodi circoscritti sia nel tempo che nello spazio». Tutto ciò in totale contrasto con il significato letterario dei due termini: devastazione vuole dire rendere deserto, distruggere totalmente; saccheggio significa depredazione totale. Per cui si è arrivati al punto di qualificare come atti di devastazione e saccheggio anche leggeri danneggiamenti, vetrine rotte o bancomat danneggiati, allineandosi in questo modo alle direttive europee che fin dal 2001 raccomandavano di introdurre i tradizionali scontri di piazza all’interno di una definizione estensiva dellla nozione di terrorismo.
Questa incertezza ha lasciato ampio spazio alle interpretazioni arbitrarie degli investigatori e della magistratura, come è accaduto per Genova. Tant’è che a parità di comportamenti altri manifestanti coinvolti in scontri, anche più duri, avvenuti in altre zone della città hanno visto derubricata la devastazione a semplice danneggiamento. E’ avvenuto per il corteo delle Tute bianche. Tuttavia lo stesso giudizio non è stato applicato per questi dieci manifestanti. Perché? La brutta sensazione è che si sia utilizzato un metro politico: i buoni da una parte e i cattivi, i soliti Black bloc, dall’altra.
Le merci valgono più delle persone?
La Cassazione dovrà dirci anche se ritiene ammissibile un diritto processuale asimmetrico e diseguale. Per esempio tra il trattamento riservato al personale di polizia coinvolto nelle brutali violenze di Bolzaneto, e quello toccato agli imputati di devastazione e saccheggio. Perché i manifestanti che si trovavano nelle vicinanze di una vetrina rotta hanno dovuto rispondere di “compartecipazione psichica” con le violenze commesse contro le cose, mentre il personale di polizia che ha assistito alle sevizie contro i fermati dentro la caserma di Bolzaneto non si è visto contestare nessuna compartecipazione, nonostante il loro status di pubblici ufficiali imponeva l’obbligo di intervenire per interrompere la consumazione di qualsiasi reato?
Alla fine le violenze e le sevizie fisiche e morali esercitate contro le persone, con l'aggravante del loro stato di fermo, derubricate in assenza del reato di tortura a semplici lesioni e abuso di autorità sono cadute in prescrizione mentre il danneggiamento di vetrine, bancomat ed autovetture rubricati come atti di devastazione e saccheggio restano tuttora passibili di condanne che oscillano tra gli 8 e i 15 anni. La cassazione dovra dirci anche questo: se l'integrità delle merci conta più di quella delle persone.

ATTACCO AL DIRITTO DI STUDIO: meno studi, meglio vivi

lunedì 9 luglio 2012 · Posted in , ,

di Francesca Coin* - Il Fatto Quotidiano - 8 luglio 2012 
Una campagna pubblicitaria consiglia di andare a lavorare in fabbrica per avere subito un reddito e abitare con la fidanzata: inutile sprecare tempo con l'università che non fa guadagnare

 Qualche giorno fa uno slogan pubblicitario piuttosto originale diceva così: "Licenzia un dipendente, assumi una web agency". L'annuncio ha fatto discutere: ritraeva un uomo in giacca e cravatta fatto uscire dal posto di lavoro con un calcio sul fondo-schiena. Un'altra campagna pubblicitaria ritrae due giovani trentenni, l'uno belloccio con le braccia conserte e lo sguardo sicuro; l'altro impacciato e goffo, giacca e cravatta piuttosto scialbe. Il primo ha "un posto fisso, un ottimo reddito e vive con la sua donna", diceva l'annuncio. Il secondo "è laureato da sei anni, ha un lavoro precario, un reddito basso e vive con i suoi genitori". Quale dei due preferisci? Questa era la domanda. Non si tratta di un sito di appuntamenti ammiccanti, ma della pubblicità dei corsi di formazione permanente del consorzio Enfapi, un centro di formazione professionale di Bergamo, legato a Confindustria e finanziato dalla Regione Lombardia. Preferisci laurearti e divenire l'ennesimo colto precario senza donna, senza reddito e senza lavoro, o divenire capo reparto in fabbrica a sedici anni e vivere "con la tua donna" già a 30, come farebbe un uomo vero?
A prima vista i due spot non hanno molto in comune. L'uno è una volgare rappresentazione visiva dei benefici della novella libertà di licenziamento: vuoi risparmiare? Licenzia, troverai sicuramente qualcuno disposto a fare lo stesso lavoro a minor prezzo. L'altro è un'amara rappresentazione dell'inutilità dello studio. Vuoi sprecare tempo e denaro? Laureati. Entrambi gli slogan sono in tema oggi. Entrambi, infatti, ci dicono precisamente quello che ha detto la Fornero: il lavoro non è un diritto.
Devi guadagnartelo, o qualcuno lo farà al posto tuo. Nemmeno lo studio è un diritto. In fondo, a che serve studiare se poi fai il precario? Insomma la Fornero ha ragione. Con la disoccupazione giovanile al 36,2%, qualcuno realmente credeva che il lavoro fosse ancora un diritto?
Qualche giorno fa un'indagine commissionata da Confindustria Bergamo a Astra Ricerche ha portato alla luce i sogni e le aspettative per il futuro dei giovani bergamaschi, destinatari della campagna del Consorzio Enfapi. "I giovani bergamaschi non si fanno illusioni", riassumeva il trafiletto del Sole 24 Ore intitolato "Perché a Bergamo la laurea non attira". Questi ragazzi "in un prossimo futuro potranno fare i camerieri, i cuochi, i commessi, al massimo gli operai, magari anche specializzati. Ma non certo, e non più, i manager o i consulenti". Insomma: è "inutile alimentare generazioni di laureati frustrati".
Il punto, dunque, non è che i diritti costano. È che è tempo di essere umili. Il problema non è che la Fornero ha detto la verità, quando al Wall Street Journal ha detto che il lavoro non è un diritto. È che ha detto di farsene una ragione. La controprova di tutto questo è il comparto istruzione. Dal 2008 a oggi i tagli hanno consentito ben 8 miliardi di risparmio su scuola e università.
Al momento dell'entrata in vigore del decreto, l'Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica, la Stazione Zoologica Anton Dohrn, l'Istituto Italiano di Studi Germanici, l'Istituto Nazionale di Alta Matematica, l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, l'Istituto Nazionale di Astrofisica, il Museo Storico della Fisica e il Centro di studi e ricerche Enrico Fermi saranno soppressi. Dal 2010 al 2011 sono stati tagliati più di mille corsi di laurea. Dal 2008 a oggi più di 20 mila scienziati, post-doc, assegnisti, co.co.co hanno lasciato il lavoro. Il tasso di indebitamento degli atenei è tale che con tutta probabilità sarà difficile ogni sostanziale reclutamento. Se non vengono reintegrati, i docenti saranno dimezzati in meno di dieci anni.
Non contento, il rettore della Iulm Puglisi vuole di più: il 70% degli atenei italiani è inutile, ha dichiarato il 2 luglio. Possiamo finalmente abbattere il sistema universitario pubblico tout court, quale occasione ghiotta. In alternativa, l'ex decreto 437 offre un'altra chance: vuoi sopravvivere? Alza le tasse studentesche. Capito il trucco? Poco importa se gli studenti avranno il minor numero di atenei, docenti, borse di studio e (quasi) posti di lavoro del mondo occidentale. Vuoi un diritto? Paga. Gli altri possono sempre andare in fabbrica e a vivere con la loro donna.
* docente di Sociologia Università di Venezia Cà Foscari

La spendig review decreta che l’abilitazione è carta straccia

domenica 8 luglio 2012

di Lucio Ficara, da La Tecnica della Scuola

Che l’abilitazione all’insegnamento specifico di una data disciplina sia diventata superflua o addirittura carta straccia lo avevamo capito già con le tabelle di confluenza sostitutive di un tardivo regolamento di accorpamento delle classi di concorso.
Con il comma 17 dell’art.14 del decreto legge 95 del 6 luglio 2012, questa evidenza viene addirittura decretata in modo inequivocabile
Infatti in questo particolare comma c’è scritto quanto segue: 

 
"Al personale dipendente docente a tempo indeterminato che, terminate le operazioni di mobilità e di assegnazione dei posti, risulti in esubero nella propria classe di concorso nella provincia in cui presta servizio, è assegnato per la durata dell’anno scolastico un posto nella medesima provincia, con priorità sul personale a tempo determinato, sulla base dei seguenti criteri:
a) posti rimasti disponibili in altri gradi d’istruzione o altre classi di concorso, anche quando il docente non è in possesso della relativa abilitazione o idoneità all’insegnamento, purché il medesimo possegga titolo di studio valido, secondo la normativa vigente, per l’accesso all’insegnamento nello specifico grado d’istruzione o per ciascuna classe di concorso;
b) posti di sostegno disponibili all’inizio dell’anno scolastico, nei casi in cui il dipendente disponga del previsto titolo di specializzazione oppure qualora abbia frequentato un apposito corso di formazione;
c) frazioni di posto disponibili presso gli istituti scolastici, assegnate prioritariamente dai rispettivi dirigenti scolastici al personale in esubero nella medesima provincia e classe di concorso o che si trovi in situazioni in cui si applichino le lettere a) e b), purché detto personale non trovi diversa utilizzazione ai sensi delle medesime lettere;
d) posti che dovessero rendersi disponibili durante l’anno scolastico, prioritariamente assegnati al personale della medesima provincia in esubero nella relativa classe di concorso o che si trovi in situazioni in cui si applichino le lettere a) e b), anche nel caso in cui sia stata già disposta la messa a disposizione di detto personale e purché non sia già diversamente utilizzato ai sensi delle precedenti lettere;
e) il personale in esubero che non trovi utilizzazione ai sensi delle precedenti lettere è utilizzato a disposizione per la copertura delle supplenze brevi e saltuarie che dovessero rendersi disponibili nella medesima provincia nella medesima classe di concorso ovvero per posti a cui possano applicarsi le lettere a) e b) anche nel caso ne sia stata già disposta la messa a disposizione;
Il governo facendo puri calcoli ragionieristici e senza tenere in alcun conto gli aspetti epistemologici tipici di una qualità specifica dell’insegnamento, stabilisce che tutti possono insegnare tutto, purché siano in possesso , magari avendola presa anche trent’anni addietro, di una laurea che permetta quel tipo di insegnamento. Consigliamo ai dotti ministri del governo di ricordarsi il significato del termine greco episteme che significa “conoscenza certa” e logos “discorso”, in modo tale che anche loro possano capire che per insegnare una specifica materia bisogna averne chiari, i fondamentali specifici e specialistici. Quindi non è sufficiente possedere una laurea, anche se ottenuta con merito, per potere essere buoni insegnanti. Purtroppo non ci resta che fare un’amara riflessione: “dura lex, sed lex” e constatare che l’abilitazione specifica è diventata carta straccia. Non ci si venga poi a lamentare dei pessimi risultati che OCSE-PISA rileva sulle competenze dei nostri ragazzi, forse questo è dovuto anche ad un “Governo” che scrive certe pessime leggi.

IMPORRE CATTEDRE OLTRE LE 18 ORE E' ILEGALE: BLOCCHIAMO I TAGLI

mercoledì 4 luglio 2012

Né l'USP nè i dirigenti scolastici possono imporre ai docenti cattedre oltre le 18 ore. 
Il docente potrebbe accettare  sino a 6 ore aggiuntive volontariamente, ma in questo caso sappia che contribuisce al taglio di posti di lavoro dei precari e precarizza sé ed i suoi colleghi, rendendo possibile un ulteriore taglio e/o smantellamento delle cattedre.
Se venite a conoscenza che nella vostra scuola cercano di formare cattedre di oltre 18 ore e cercano di imporle ai docenti contattateci subito (anche tel. 328 6536553) perchè inviamo immediatamente il reclamo .
E' importante per evitare ulteriori tagli ai precari e l'aumento dei sovrannumerari tra i docenti a tempo indeterminato.
Evitiamo la "cannibalizzazione" dei posti di lavoro,  inoltre se insegnamo sappiamo che 18 ore sono abbastanza e qualsiasi incarico aggiuntivo attacca la qualità del nostro lavoro.

A rischio migliaia di cartelle di Equitalia se arrivate con raccomandata


 Negli ultimi mesi la società pubblica incaricata della riscossione nazionale dei tributi è finita nel mirino per i suoi metodi. Destando non poche polemiche. Non sono mancati poi i cittadini che hanno fatto ricorso. Adesso, grazie a un giudice di pace di Genova, i “sogni” di molti potrebbero diventare realtà. Dando ragione a una ex impiegata di Sanpierdarena, infatti, una sentenza ha stabilito che le cartelle esattoriali di Equitalia inviate per posta raccomandata - cioè senza il passaggio di un messo comunale o di un ufficio giudiziario - sono da considerarsi nulle. E che il contribuente non è tenuto dunque a pagarle.
La donna che aveva presentato ricorso, una ex impiegata finita in cassa integrazione, da un anno aveva smesso di pagare le multe arrivando ad accumulare verbali per oltre 8mila euro. Dopo aver ricevuto le richieste di pagamento, ha deciso di opporsi. E la sua motivazione - «la legge non permette più a Equitalia di notificare gli avvisi di riscossione tramite raccomandata» - si è rivelata vincente.
La sentenza del giudice di pace di Genova potrebbe fare scuola. E dettare la linea nella contesa tra la Corte di Cassazione, secondo la quale è valida la notifica per posta con raccomandata e ricevuta di ritorno, e decine di giudici di pace e commissioni tributarie che stanno annullando le cartelle di pagamento: a loro avviso, deve essere per forza un ufficiale giudiziario o un messo comunale a notificarle al contribuente. Proprio come stabilito dal giudice di Genova. 

L'auspicio è che migliaia di contribuenti possano seguire l’esempio e presentare altrettanti ricorsi (Tratto da yahoo.it).

La storia si ripete. Riflessioni sulle conclusioni del summit europeo del 28-29 giugno 2012


La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?
Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.
L’idea è tanto semplice quanto perversa. Poiché, dopo 20 anni, ci si è resi conto che la sola Unione Monetaria non era sufficiente a fare da scudo alle pressioni speculative (nonostante quanto dichiarato più volte), allora si propone (sempre negli ambiti dell’oligarchia finanziaria) che un maggior coordinamento bancario a livello europeo possa costituire una sorta di scudo in grado  di prevenire comportamenti opportunistici e speculativi. Di fatto, come ai tempi di Maastricht, lo scopo è quello di rinsaldare la struttura della governance finanziaria, oggi perno su cui ruota il processo di valorizzazione capitalistica. Tale strategia viene giustificata con l’argomentazione, tipicamente neo-liberista,  che è il “mercato” come entità metafisica a volerlo. Nella realtà sappiamo bene che si tratta dell’ennesimo tentativo ribadire la forza dei dispositivi dominanti, nella stretta della crisi. Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Il secondo punto dell’ordine del giorno riguardava invece la definizione di una strategia comune europea a breve termine per favorire la fuoriuscita dalla crisi. Oramai ci si è completamente dimenticati delle origini della crisi del debito pubblico europeo. Nessuno menziona più che  gli stati si sono indebitati per tamponare i buchi di bilancio di quelle istituzioni finanziarie di medie dimensioni (che non facevano parte del gotha finanziario) causati dallo scoppio della crisi dei sub-prime del 2007-2008. La situazione di crisi in Europa è poi peggiorata perché l’adozione di politiche recessive ha favorito il perdurare di situazioni di debito (e nel debito, la speculazione sguazza), coniugando indebitamento pubblico a quello privato (anche laddove la crisi economica non aveva particolarmente colpito il sistema finanziario, come nel caso dell’Italia).  L’attendismo e le politiche opportunistiche di un Europa, sotto il cappio sì di una unione monetaria che non consentiva politiche di espansione di liquidità, ma segnata dal nazionalismo fiscale, hanno fatto il resto. Se l’unione monetaria europea ha portato vantaggio alla politica economica della Germania, soprattutto a partire dalla riunificazione, la non esistenza di una politica fiscale comune ha fatto da tappo o meglio è stata la scusa principale perché non si potesse discutere una seria politica anti-speculativa.
Gli ultimi sei mesi sono al riguardo esemplificativi. A febbraio, si è raggiunto l’accordo per la rinegoziazione del debito greco, dopo che la Bce ha garantito l’iniezione di due tranche di liquidi di più di 1000 miliardi a favore delle banche per compensare le perdite del default controllato della Grecia e dopo che a fine gennaio è stato approvato il Fiscal Compact per imporre vincoli ancor più stringenti alla gestione dei debiti pubblici nazionali, sotto l’egida tedesca. Ad aprile, entra in sofferenza il debito pubblico e il sistema creditizio spagnolo, oggetto di particolare pressione speculativa al pari dell’Italia. La BCE decide allora di devolvere parte del Fondo Salva Stati, che si era nel frattempo costituito con riluttanza tedesca, per finanziare direttamente la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà. Si noti che si tratta di denaro pubblico direttamente concesso, senza alcuna garanzia sull’uso e gratuitamente, a mani private: provvedimento salutato immediatamente come salvifico anche dai più sfrenati liberisti. Ma tutto ciò non è bastato e non basta: le medicine prescritte svolgono solo il ruolo di un pietoso pannicello caldo. Nel frattempo, le previsioni congiunturali peggiorano e non può essere altrimenti  in presenza di una, questa sì, unica politica economica europea: quella dell’austerity “lacrime e sangue”.  La speculazione al ribasso per lucrare sui derivati non può che goderne, soprattutto se lo smantellamento dello stato sociale incrementa ulteriormente il processo di finanziarizzazione privata della vita. A fronte di questa situazione, ecco allora che comincia a diffondersi il mantra della “crescita”, parola magica, che ricorre in ogni documento europeo e nazionale, favorito anche dal cambio di maggioranza politica in alcuni paesi europei e regioni (Francia e Westfalia, ad esempio). In Italia, per crescita si intende ulteriore precarizzazione del lavoro (legge Fornero), incentivi all’edilizia (!!!) e alle imprese, quando sarebbe stato sicuramente più produttivo rendere più equa la distribuzione del reddito e favorire la stabilità del lavoro.  In questo quadro, ecco allora sortire dal cappello a cilindro una nuova stregoneria. Il Fondo Salva Stati, di fronte al perdurare della speculazione al ribasso sui titoli pubblici, può essere utilizzato per l’acquisto di titoli di stato di nuova emissione, laddove lo spread supera un determinato livello. Di fatto significa autorizzare quelle che in politica monetaria si chiamano “operazioni di mercato aperto”, ovvero il loro acquisto con moneta di nuova creazione. In questo caso, si tratterebbe di un’operazione spuria, dal momento che il Fondo Salva Stati è solo parzialmente finanziato dalla BCE. Ed è questo il punto  che rende dubbiosa la Germania. Non solo la signora Merkel teme che ciò significhi abbassare la guardia sui paesi indebitati, che troverebbero in tale strumento un  escamotage per allentare le politiche di austerity, ma potrebbe preludere alla futura emissione di Eurobond. I dubbi della Germania sugli Eurobond derivano dal fatto che una loro emissione richiede, a ragione,  una politica fiscale comune. Godendo di una rendita da posizione dominante sulle esportazioni europee e quindi sulle possibilità di crescita, al fine di mantenere intatto la sua egemonia economica sugli altri paesi europei, la Germania subordina la possibile emissione di Eurobond alla costituzione di vera e propria unione fiscale europea. Si tratta di una prospettiva sicuramente non negativa, perché andrebbe a colmare quella lacuna nel processo costituente europeo che volutamente era stata tralasciata negli anni di Maastricht per imporre la logica dominante del monetarismo e del neoliberismo, la logica del comando del capitale sul lavoro.  La costituzione di una politica fiscale unica europea richiede una road map che non può essere immediata: nella migliore delle ipotesi, richiede un periodo di 4-5 anni (come fu per il Trattato di Maastricht). L’idea di Unione Fiscale europea per la Germania non rimanda però all’idea di una politica economica discrezionale con valenza anticongiunturale e espansiva, liberamente proposta e democraticamente discussa in sede di maggioranza parlamentare. L’idea tedesca di politica fiscale europea è quella che ha i suoi prodromi nel Fiscal compact recentemente approvato: deve essere il risultato del riconoscimento dell’egemonia fiscale e di bilancio della Germania fondata sull’assioma del rigore, con gli obiettivi addirittura fissati in sede costituzionale (pareggio di bilancio) e quindi non discutibili ex post. Si tratta di un processo costituente che per alcuni versi ricorda, mutatis mutandis, l’imposizione – all’epoca fortemente voluta dalla stessa Germania – dell’art. 105 del Trattato di Maastricht che definiva nel 1992 in modo inequivocabile e assoluto i compiti della Bce: il solo controllo del tasso d’inflazione.
L’indomani del summit europeo, nell’euforia del supposto cambio di rotta riscontrabile nella maggior parte dei commenti da parte della stampa e del pensiero economico-politico mainstream, non si evidenzia abbastanza il punto che in conferenza stampa la signora Merket ha sottolineato come il più importante, ovvero che la possibilità di un eventuale intervento del cosiddetto “scudo anti spread” potrà essere concesso solo dopo che una commissione della troika europea avrà visionato la richiesta e avrà avuto il benestare della Germania. In altri termini, sarà la stessa Germania (che nella Troika economica è quella che detta legge) a deciderne l’attuazione. Il tutto sarà deciso nella riunione “tecnica” del 9 luglio, dove, lontano dai riflettori mediatici, si sancirà il diktat tedesco in materia fiscale. Occorre sottolineare che su questo punto, c’è piena convergenza anche degli altri leader europei, in primo luogo di Monti. Di fatto, l’egemonia tedesca in politica fiscale è già in atto.
Il mantenimento dell’euro è quindi affidato alla rigorosità dell’assolutismo economico in materia fiscale. Nulla di nuovo dunque, se non che il livello di governance si è spostato più in alto e ed è evidentemente gestito in modo totalitario. Un ennesimo tassello di  quella poca democrazia formale ancora rimasta sta sparendo, esattamente come era successo con l’imposizione della moneta unica.
La storia tende quindi a ripetersi. Ma dalla tragedia, stiamo sempre più scivolando nella farsa.

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