esami di stato 2019-Elenco delle classi di concorso da indicare sul modello ES-1

Allegato 8 - Elenco delle classi di concorso da indicare sul modello ES-1
Denominazione della classe di concorso (D.P.R. n.19/2016 e successive modifiche ed integrazioni) Codice
A-02 Design dei metalli, dell'oreficeria, delle pietre dure e delle gemme A002
A-03 Design della ceramica A003
A-04 Design del libro A004
A-05 Design del tessuto e della moda A005
A-06 Design del vetro A006
A-07 Discipline Audiovisive A007
A-08 Discipline geometriche, architettura, design d'arredamento e scenotecnica A008
A-09 Discipline grafiche, pittoriche e scenografiche A009
A-10 Discipline grafico-pubblicitarie A010
A-11 Discipline letterarie e latino A011
A-12 Discipline letterarie negli istituti di istruzione secondaria di II grado A012
A-13 Discipline letterarie, latino e greco A013
A-14 Discipline plastiche, scultoree e scenoplastiche A014
A-15 Discipline sanitarie A015
A-16 Disegno artistico e modellazione odontotecnica A016
A-17 Disegno e storia dell'arte negli istituti di istruzione secondaria di II grado A017
A-18 Filosofia e Scienze umane A018
A-19 Filosofia e Storia A019
A-20 Fisica A020
A-21 Geografia A021
A-26 Matematica A026
A-27 Matematica e Fisica A027
A-29 Musica negli istituti di istruzione secondaria di II grado A029
A-30 Musica nella scuola secondaria di I grado A030
A-31 Scienze degli alimenti A031
A-32 Scienze della geologia e della mineralogia A032
A-33 Scienze e tecnologie aeronautiche A033
A-34 Scienze e tecnologie chimiche A034
A-35 Scienze e tecnologie della calzatura e della moda A035
A-36 Scienze e tecnologie della logistica A036
A-37 Scienze e tecnologie delle costruzioni, tecnologie e tecniche di rappresentazione grafica A037
A-38 Scienze e tecnologie delle costruzioni aeronautiche A038
A-39 Scienze e tecnologie delle costruzioni navali A039
A-40 Scienze e tecnologie elettriche ed elettroniche A040
A-41 Scienze e tecnologie informatiche A041
A-42 Scienze e tecnologie meccaniche A042
A-43 Scienze e tecnologie nautiche A043
A-44 Scienze e tecnologie tessili, dell'abbigliamento e della moda A044
A-45 Scienze economico-aziendali A045
A-46 Scienze giuridico-economiche A046
A-47 Scienze matematiche applicate A047
A-48 Scienze motorie e sportive negli istituti di istruzione secondaria di II grado A048
A-50 Scienze naturali, chimiche e biologiche A050
A-51 Scienze, tecnologie e tecniche agrarie A051
A-52 Scienze, tecnologie e tecniche di produzioni animali A052
A-53 Storia della musica A053
A-54 Storia dell'arte A054
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Arpa) AA55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Chitarra) AB55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Clarinetto) AC55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Corno) AD55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Fagotto) AE55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Fisarmonica) AF55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Flauto) AG55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Oboe) AH55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Percussioni) AI55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Pianoforte) AJ55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Sassofono) AK55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Tromba) AL55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Violino) AM55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Violoncello) AN55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Canto) AO55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Contrabbasso) AP55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Organo) AQ55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Trombone) AR55
A-55 Strumento musicale negli istituti di istruzione secondaria di II grado (Viola) AS55
A-56 Strumento musicale nella scuola secondaria di I grado A056
A-57 Tecnica della danza classica A057
A-58 Tecnica della danza contemporanea A058
A-59 Tecniche di accompagnamento alla danza e teoria, pratica musicale per la danza A059
A-61 Tecnologie e tecniche delle comunicazioni multimediali A061
A-62 Tecnologie e tecniche per la grafica A062
A-63 Tecnologie musicali A063
A-64 Teoria, analisi e composizione A064
A-65 Teoria e tecnica della comunicazione A065
A-66 Trattamento testi, dati ed applicazioni. Informatica A066
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (FRANCESE) AA24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (INGLESE) AB24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (SPAGNOLO) AC24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (TEDESCO) AD24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (RUSSO) AE24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (CINESE) AI24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (GIAPPONESE) AJ24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (EBRAICO) AK24
A-24 Lingue e culture straniere negli istituti di istruzione secondaria di II grado (ARABO) AL24
B-03 Laboratori di Fisica B003
B-04 Laboratori di liuteria B004
B-05 Laboratorio di logistica B005
B-06 Laboratorio di odontotecnica B006
B-07 Laboratorio di ottica B007
B-08 Laboratori di produzioni industriali ed artigianali della ceramica B008
B-09 Laboratori di scienze e tecnologie aeronautiche B009
B-10 Laboratori di scienze e tecnologie delle costruzioni aeronautiche B010
B-11 Laboratori di scienze e tecnologie agrarie B011
B-12 Laboratori di scienze e tecnologie chimiche e microbiologiche B012
B-13 Laboratori di scienze e tecnologie della calzatura e della moda B013
B-14 Laboratori di scienze e tecnologie delle costruzioni B014
B-15 Laboratori di scienze e tecnologie elettriche ed elettroniche B015
B-16 Laboratori di scienze e tecnologie informatiche B016
B-17 Laboratori di scienze e tecnologie meccaniche B017
B-18 Laboratori di scienze e tecnologie tessili, dell'abbigliamento e della moda B018
B-19 Laboratori di servizi di ricettività alberghiera B019
B-20 Laboratori di servizi enogastronomici, settore cucina B020
B-21 Laboratori di servizi enogastronomici, settore sala e vendita B021
B-22 Laboratori di tecnologie e tecniche delle comunicazioni multimediali B022
B-23 Laboratori per i servizi socio-sanitari B023
B-24 Laboratorio di scienze e tecnologie nautiche B024
B-25 Laboratorio di scienze e tecnologie delle costruzioni navali B025
B-26 Laboratorio di tecnologie del legno B026
B-27 Laboratorio di tecnologie del marmo B027
B-28 Laboratorio di tecnologie orafe B028
B-32 Esercitazioni di pratica professionale B032
B-02 Conversazione in lingua straniera (FRANCESE) BA02
B-02 Conversazione in lingua straniera (INGLESE) BB02
B-02 Conversazione in lingua straniera (SPAGNOLO) BC02
B-02 Conversazione in lingua straniera (TEDESCO) BD02
B-02 Conversazione in lingua straniera (RUSSO) BE02
B-02 Conversazione in lingua straniera (CINESE) BI02
B-02 Conversazione in lingua straniera (GIAPPONESE) BJ02
B-02 Conversazione in lingua straniera (EBRAICO) BK02
B-02 Conversazione in lingua straniera (ARABO) BL02

COMUNICATO-STAMPA dei COBAS SCUOLA PG su Congresso nazionale delle famiglie di Verona

mercoledì 27 marzo 2019

Dal 29 al 31 marzo si svolgerà a Verona il XIII. Congresso Mondiale delle Famiglie ( WCF), organizzato da una rete transnazionale che raccoglie soggetti e gruppi religiosi tra i più integralisti e reazionari al mondo, uniti in un attacco frontale ai diritti civili (divorzio, aborto, unioni civili..), omosessualità, laicità dello stato e dall’odio contro le donne e le loro conquiste.
Al centro della loro propaganda, la celebrazione anacronistica della famiglia patriarcale, basata su una rigida divisione dei ruoli, con richiami nostalgici all’autorità maschile dei bei tempi e alla vocazione procreativa femminile, all’interno di una più generale esaltazione dell’identità cristiana contro “diversi” e migranti.
In Italia questo movimento raccoglie da tempo adesioni e appoggi sia da parte di influenti movimenti clerico-fascisti (Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Pro Vita...) che di partiti di destra ed estrema destra (Lega, Forza Nuova.); la novità gravissima, però, in occasione di quest’ultimo Congresso, è il sostegno ufficiale del Governo Italiano o meglio -dopo la marcia indietro di Conte, che ha ritirato all’ultimo minuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio- di parti consistenti di esso: la manifestazione avrà infatti il patrocinio del Ministero della Famiglia e vedrà la partecipazione come relatori di membri importanti del governo stesso, quali Salvini (ministro dell’Interno), il ministro per la Famiglia e le Disabilità Lorenzo Fontana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti.
E’ proprio sulla presenza di Bussetti a questa Internazionale della destra integralista che come lavoratori/trici della scuola intendiamo soffermarci, ritenendola assolutamente in contrasto con il ruolo istituzionale che il Ministro della Pubblica Istruzione di uno stato laico e democratico dovrebbe ricoprire. Presenziare a un’iniziativa così spudoratamente oscurantista, i cui valori cozzano radicalmente con quelli di uguaglianza, solidarietà, rifiuto di ogni pregiudizio e discriminazione, pensiero critico sanciti nella nostra Costituzione (a cominciare dagli articoli che riguardano la scuola!) significa non essere degno di rappresentare un’Istituzione così importante della Repubblica e avallare l’ondata oscurantista, sessista, omofoba e razzista che vuole riportare tutte e tutti indietro di secoli.
Non permetteremo che questo accada.
26/03/2019                                                                                        COBAS SCUOLA PERUGIA

RSU: MOTIVAZIONI DELLA NON SOTTOSCRIZIONE DEL CONTRATTO INTEGRATIVO


pubblichiamo le motivazioni per cui la nostra RSU all'ITT Allievi Sangallo di Terni,  non ha sottoscritto il contratto di istituto dopo aver partecipato attivamente alla contrattazione integrativa, al momentaneo blocco del contratto da parte della RSU per il non rispetto dei diritto alla fruizione da parte dei docenti ai 6 giorni di ferie fruiti come permessi per motivi personali e dunque sottratti a quelsiasi discrezionalità dei dirigenti scolastici.


RSU: MOTIVAZIONI DELLA NON SOTTOSCRIZIONE DEL CONTRATTO INTEGRATIVO
Il sottoscritto Franco Coppoli,  RSU eletto nelle liste dell’OS COBAS della scuola, non firma il contratto di istituto ITT Terni considerando che la contrattazione integrativa non può essere in pejus rispetto alle norme ed al CCNL, mentre il contratto di istituto presenta elementi che peggiorano le condizioni lavorative di docenti ed ATA rispetto al quadro normativo ed al CCNL e che  alcune deliberazioni non sono assolutamente condivisibili. Inoltre non è stato inserito da parte datoriale alcun elemento di modifica sostanziale dopo la fase del “confronto” con le RSU.
Nello specifico:
1-per non aver specificato, nel contrato integrativo, le modalità di esercizio per il personale docente del diritto alla fruizione dei 6 giorni di ferie per motivi personali o familiari ex art 15 C. 2 CCNL, diritto non soggetto alla discrezionalità del dirigente e che tutte le OS intervenute alla contrattazione hanno ribadito essere riconfermato  dal CCNL 2018.
Lo scrivente ritiene che senza tale esplicitazione questo diritto, da ottenere a domanda e senza il vincolo presente nell’art.13 C. 9 “senza che si determinino oneri aggiuntivi”, non verrà rispettato dal DS che -come dimostrato negli a.s. precedenti- interpreta in maniera restrittiva e senza il rispetto delle circolari MIUR e del codici meccanografici PE03 indicati dal sistema SIDI del MIUR al personale di segreteria per garantire ai docenti la fruizione di tale diritto.
2- è altrettanto grave la non applicazione  dell’art 55 del CCNL, per cui esistendo condizioni oggettive (apertura della scuola oltre 10 ore almeno tre volte a settimana) e soggettive (orario articolato su turni) non viene individuato il personale ATA che ha diritto alla riduzione dell’orario di lavoro settimanale da 36 a 35 ore.
3- non è legittimo e comunque rappresenta una modifica in pejus, oltre che rappresentare una limitazione del diritto allo studio degli studenti nonché alla professionalità docente, prevedere l’utilizzo degli ITP o dei docenti in orario, per la sostituzione di docenti assenti
4 – si ritiene assolutamente eccessiva -come si ripete da anni- la quota del FIS attribuita ai due collaboratori del dirigente (considerando che uno ha l’esenzione di fatto dall’insegnamento, l’altra lavora in classe 6 ore su 18) e che le cifre di 4.500 e 3.500 euro, sono molto più alte di quelle erogate ai collaboratori degli altri istituti superiori di Terni paragonabili all’ITT per numero di alunni, unicità dell’istituzione scolastica e del plesso.
5 - Non si prevede una quota per il dovuto pagamento delle ore di formazione sulla sicurezza che avviene per i docenti fuori dall’orario di lavoro in violazione dell’art. 37 comma 12 del D.lgs 81/08, che impone di organizzare la formazione in orario di lavoro “La formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti deve avvenire, (…) durante l’orario di lavoro e non può comportare oneri economici a carico dei lavoratori”, come ha ribadito, tra l’altro, la sentenza del Tribunale di Terni del 20 febbraio 2019 che ha condannato il comportamento di un dirigente scolastico protempore e imposto al “MIUR e l’USR dell’Umbria al pagamento delle ore prestate per la partecipazione al corso sulla sicurezza”.
6 -non si garantisce al RLS il diritto ad una formazione particolare in materia di salute e sicurezza concernente i rischi specifici esistenti negli ambiti in cui esercita la propria rappresentanza che, come previsto e novellato dall’art. 37 co. 10, Dlgs. 81/2008, dovrebbe essere svolta in orario di lavoro e senza detrazioni dalla retribuzione.
7 - non si è inserito nel contratto quanto previsto dal precedente art. 7 dell’“accordo integrativo” del 2015 (per il resto integralmente assorbito nel C.I.), che il “RLS (…) può utilizzare la linea telefonica per le incombenze di cui al D.lgs 81/08 e decreto 106/09, NONCHÉ a materiale di segreteria all’uopo messo a disposizione dal dirigente scolastico che dovrebbe provvedere, previa richiesta, a fornire al RLS di pubblicazioni specifiche in materia di sicurezza del lavoro e di una postazione informatica (pc, stampante)”.
8 - si continua a pretendere dai docenti una illegittima firma su un foglio in sala docenti per attestarne la presenza per “l’attività didattica curricolare” (sic!) al posto della firma sul registro di classe. Facendo diventare surrettiziamente una garanzia un obbligo.
9 - si continua a disporre fondi insufficienti (solo 15.000 €) per l’attività di recupero che così vengono pesantemente limitate (materie orali e quantità) o sostituite da PON, mentre sono centrali per il recupero delle lacune e per il successo formativo degli studenti.
10- non si ritiene bilanciato il diritto alla disconnessione perché mentre è possibile consegnare documenti al protocollo della scuola sino alle ore 13:45, le comunicazioni in uscita da parte del DS sono possibili sino alle ore 17.
11- non è stato inserito nella contrattazione che i compensi finalizzati alla valorizzazione del personale docente (cd. “bonus”) non possono essere utilizzati per incarichi per cui è già stato previsto un riconoscimento economico o un parziale/totale esonero dall’insegnamento.

Mobilità 2019, come si compila allegato F: quando spetta il punteggio

sabato 23 marzo 2019

– Una precisazione sulla compilazione dell’allegato F e sulla domanda di mobilità per l’a.s. 2019/20.
Nell’apposita casella del modello di domanda si dovrà riportare il numero di anni di servizio di ruolo prestati senza soluzione di continuità nella scuola o circolo di attuale titolarità
Allegato F
Si ricorda che il punteggio di continuità potrà essere convalidato solo se il docente abbia inserito nel modulo domanda l’allegato F.
Tale allegato che il MIUR mette a disposizione sul proprio sito nella sez. “allegati” dovrà necessariamente compilato indicando quali e quanti anni il docente ha maturato la continuità nella stessa scuola.
Punteggio
il sistema assegna punti 2 per ogni anno entro il quinquennio e punti 3 per ogni anno oltre il quinquennio.
Per il servizio prestato nelle piccole isole gli anni si contano 2 volte per realizzare il raddoppio del punteggio.
Il triennio
Gli anni di servizio continuativo devono essere indicati solo dopo aver maturato il triennio di permanenza nella stessa scuola, nella stessa classe di concorso e per la stessa tipologia di posto, senza mai aver ottenuto assegnazione provvisoria /trasferimento/passaggi di cattedra o di ruolo (provinciali o interprovinciali) che interromperebbe la continuità, a meno che non si tratti, nei soli casi dei trasferimenti, di docenti soprannumerari che richiedono il rientro nell’ottennio.
Quando il sistema dà errore
Dal momento che si parla di almeno un triennio escludendo però l’anno in corso, ai fini del punteggio, gli anni, incluso quello in corso, devono essere almeno 4.
Se si inserisce un valore inferiore a 3 il sistema blocca e segnala l’errore.

TFA sostegno: quale permesso chiedere per test del 15 e 16 aprile

lunedì 18 marzo 2019

– Il 15 e 16 aprile prossimi si svolgeranno i test preselettivi per l’accesso al corso specializzazione sostegno per l’a.a. 2018/19. I docenti in servizio dovranno richiedere permesso o ferie per poter partecipare.

Le prove si svolgeranno il
  • 15 aprile (di mattina per la Scuola dell’infanzia e di pomeriggio per la Scuola primaria)
  • il 16 aprile (di mattina per la Scuola Secondaria di I grado e di pomeriggio per la Scuola secondaria di II grado).”
Sedi e orari si trovano nei bandi o saranno indicate con successive indicazioni dalle Università.

Chi supera il test di accesso

E’ ammesso alla prova scritta un numero di candidati pari al doppio dei posti disponibili nella singola sede per gli accessi. Sono altresì ammessi alla prova scritta coloro che, all’esito della prova preselettiva, abbiano conseguito il medesimo punteggio dell’ultimo degli  ammessi.
Alla prova scritta, dunque, sono ammessi il doppio dei candidati rispetto al numero dei posti disponibili in ciascun Ateneo. Esempio: posti disponibili 50; vengono ammessi alla prova scritta i primi 100 candidati.
Sono inoltre ammessi coloro i quali conseguono lo stesso punteggio dell’ultimo degli ammessi.  Rifacendoci all’esempio sopra riportati, vengono ammessi tutti coloro che conseguano il medesimo punteggio del centesimo candidato ammesso.
In definitiva, non è previsto un punteggio minimo per superare il test, per cui la soglia è rappresentata dal numero di posti disponibili in ciascuna università.
Le date per la prova scritta 

I permessi da poter richiedere

Il personale docente e ATA di ruolo e non di ruolo ha diritto alla fruizione di 8 giorni di permesso per la partecipazione a concorsi o ad esami, ai sensi dell’articolo 15, comma 1, e 19, comma 7, del CCNL 2007, confermato dal nuovo Contratto 2016/18.

Permessi concorsi o esami docenti di ruolo

  • il personale docente e ATA ha diritto a 8 giorni di permesso, durante l’anno scolastico, per partecipare come candidato a concorsi o ad esami.
  • negli otto giorni sono compresi anche i giorni di viaggio per raggiungere la sede dell’esame o del concorso;
  • tali giorni di permesso, per il personale a tempo indeterminato, sono interamente retribuiti, sono valutati ai fini dell’anzianità di servizio e nonriducono le ferie;
  • possono essere fruiti soltanto per le prove d’esame ma non per la preparazione alle stesse;
  • possono essere fruiti per qualsiasi tipologia di concorso o esame, fermo restando che il dipendente produca idonea documentazione per giustificarne la richiesta e la conseguente fruizione (per idonea documentazione si intende l’attestazione di partecipazione all’esame o al concorso, comprovante il giorno o i giorni di svolgimento degli stessi);
  • possono essere fruiti anche se l’esame o la prova di concorso si svolgano al difuori dell’orario di lavoro;
  • possono essere fruiti dal personale in part time, in proporzione alle giornate di lavoro settimanale previste

Permessi concorsi o esami docenti non di ruolo

Anche i docenti assunti a tempo indeterminato possono fruire di 8 giorni di permesso ad anno scolastico per la partecipazione a concorsi o esami.
La differenza tra personale di ruolo e non di ruolo riguarda gli aspetti economici e giuridici:
  • per il personale a tempo determinato gli otto giorni non sono retribuiti e nonsono valutati ai fini dell’anzianità di servizio.
Per il resto vale quanto detto per il personate a tempo indeterminato.

Le ferie

Durante il normale periodo di svolgimento delle lezioni è possibile, per tutti i docenti, fruire di 6 gg. ferie che non devono però determinare oneri per l’Amministrazione.Tutto sulle ferie

Permessi brevi

Alcuni docenti potrebbero aver bisogno solo di un permesso breve.
Il limite annuale massimo dei permessi che possono essere richiesti e di conseguenza concessi, per anno scolastico, non può superare l’orario settimanale di insegnamento:
  • il docente di scuola di I e II grado con orario completo non potrà superare le 18 ore di permesso in un anno scolastico;
  • il docente di scuola primaria con orario completo non potrà superare le 24 ore di permesso in un anno scolastico;
  • il docente di scuola dell’infanzia con orario completo non potrà superare le 25 ore di permesso in un anno scolastico.
    Permessi brevi retribuiti, per esigenze personali. Si recuperano

il Regionalismo differenziato. Roars ne spiega i pericoli per la scuola e l’università

domenica 17 marzo 2019


– Perché avete deciso di pubblicare sul vostro sito le bozze di intesa? [del regionalismo differenziato]
R. Perché su scuola e università si gioca tutto il futuro del Paese. Da anni scriviamo che le politiche sulla scuola e sull’università in Italia […] sono state sequestrate dai “tecnici”, in particolare da una scuola di “economisti dell’educazione” che hanno imposto nel dibattito pubblico le parole chiave che sono state poi adottate dai governi prima di centro-destra poi di centro-sinistra. Le bozze di intesa nascono in questo clima, ed era importante renderle pubbliche subito. […] La questione delle autonomie regionali di Emilia Romagna, Veneto, Lombardia – di cui stiamo dibattendo – non è un “affare” delle regioni che le hanno richieste. Gli effetti con cui tali autonomie si realizzano, con modalità e portata differenti a seconda dell’interpretazione e delle materie di delega che ciascuna regione ha invocato, investono tutti gli italiani. E questo soprattutto quando si parla di diritti fondamentali come la sanità e l’istruzione. La creazione di sistemi regionali con risorse e regole differenziate amplierà i divari regionali; ci saranno scuole e università ricche per le regioni più ricche e, scuole e università povere per le regioni più povere. Non è difficile immaginare che nelle regioni povere si creeranno scuole private che saranno canali di accesso privilegiato per il transito nelle università ricche delle regioni ricche. Gli studenti capaci e meritevoli privi di mezzi delle regioni povere saranno intrappolati in scuole di serie B e in università di serie B.


Pubblichiamo di seguito la versione completa dell’intervista a Redazione ROARS che è stata pubblicata il 2 marzo 2019 su Lettera 43: Gli effetti negativi del regionalismo differenziato sul sistema scuola
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1. Quali sono i cambiamenti che può introdurre nel mondo dell’istruzione il regionalismo differenziato sulla base delle bozze di intesa per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna?
Prima di rispondere alla domanda, una premessa. La questione delle autonomie regionali di Emilia Romagna, Veneto, Lombardia – di cui stiamo dibattendo – non è un “affare” delle regioni che l’hanno richiesta. Gli effetti con cui tali autonomie si realizzano, con modalità e portata differenti a seconda dell’interpretazione e delle materie di delega che ciascuna regione ha invocato, investono tutti gli italiani. E questo soprattutto quando si parla di diritti fondamentali come la sanità e l’istruzione. Per quest’ultima, ad esempio, l’introduzione dell’autonomia regionale, non produrrebbe semplici “cambiamenti” di natura gestionale, organizzativa, contrattuale, che pure paiono di notevole entità. Il punto da sottolineare è un altro: dal momento in cui si lega il tema dell’autonomia differenziata al gettito fiscale, si introduce il principio in base al quale l’accesso al diritto all’istruzione diventa funzione della residenza. La volontà di trattenere la quasi totalità del gettito fiscale (si parla dei 9/10 per il Veneto) nel territorio regionale, ferme restando le risorse complessive dello stato, introduce un elemento di differenziazione nell’accesso a un diritto primario, che diventa invece subordinato alla ricchezza del territorio. A questo è direttamente connessa l’idea di Scuola e i compiti che, come società, riteniamo debbano esserle affidate. Crediamo che la Scuola NON abbia come compito quello di formare cittadini veneti, cittadini lombardi, cittadini emiliani e via andare, rendendoli capaci di affrontare al meglio il mondo e il mercato del lavoro. Compito della scuola NON è quello di rispondere all’indirizzo politico dei governatori regionali. Crediamo che la Scuola, e l’Istruzione in generale, abbia il compito di mettere i cittadini italiani nelle condizioni di diventare membri consapevoli, critici e SOLIDALI di una comunità nazionale e non particolaristica, i cui valori e i cui principi sono custoditi nella Carta costituzionale.
La cosiddetta “identità” di una nazione – a cui molti degli attuali sostenitori della autonomia differenziata si sono sempre richiamati – si edifica attraverso la condivisione di un patrimonio comune fatto di idee, memorie, tradizioni, eroi e protagonisti, insomma di una narrazione che lega insieme, come un ordito, i diversi aspetti della vita nazionale e nella quale i singoli si sono distinti non in quanto portatori di un particolarismo asfittico, ma a condizione di essere protagonisti di una storia nazionale a partire dalla loro esperienza locale. L’unità d’Italia è stata edificata facendosi ciascuno interprete di un sentimento comune nazionale, e non per alimentare l’egoismo delle singole regioni. I grandi padri che hanno edificato l’Italia avevano ben chiaro in mente tutto ciò e hanno appunto per questo puntato alla creazione di una scuola unitaria, diffusa sul territorio nazionale, quanto più universale possibile e dai contenuti uniformi. Mettere in discussione tutto ciò significa negare la stessa idea che è stata alla base dell’unità nazionale, significa di fatto regredire alla condizione dell’Italia preunitaria, quando piccoli staterelli gelosi della propria autonomia erano facile preda delle grandi potenze del tempo. La stessa circolazione degli insegnanti su tutto il territorio nazionale – che con l’autonomia verrebbe messa in crisi, almeno al sentire certe dichiarazioni di regionalizzazione del corpo docente – ha avuto una forte funzione di assimilazione e di superamento degli egoismi e dei sospetti reciproci, una funzione fondamentale nella unificazione intellettuale e culturale del paese. .
2. In che modo l’intesa con l’Emilia Romagna si differenzia da quella per Lombardia e Veneto?
Per quel che riguarda l’istruzione, e limitatamente alla bozza pubblicata e datata 20/12/18, nell’intesa emiliana leggiamo la richiesta (art. 1 comma b) di “particolare autonomia” in tema di “istruzione tecnica e professionale, istruzione e formazione professionale e universitaria” e non, come per Veneto e Lombardia (art 2. comma 2, 3) in “materia di norme generali sull’istruzione e istruzione”.
La differenza sostanziale è qui, e riguarda una vera e propria ridefinizione su scala locale dell’idea di istruzione ed educazione. Idea che deriva da un substrato culturale e da un portato storico ineludibili  di ascendenza celtico-padana, che richiamano quell’auto-rappresentazione e quei miti di efficienza,  merito e abnegazione che lo stesso ministro Bussetti ha eloquentemente sintetizzato qualche giorno fa in visita nelle scuole del napoletano: “impegno lavoro e sacrificio”
Non per caso, nei testi di intesa lombardo veneti (art. 10) si chiede fra le altre cose l’attribuzione alla regione della:
  • “disciplina e finalità, delle funzioni e organizzazione del sistema educativo regionale di istruzione e formazione, anche specificandone le finzioni in relazione al contesto sociale ed economico della Regione”
  • “disciplina e modalità di valutazione del sistema educativo regionale [..] mediante l’introduzione di ulteriori indicatori di valutazione legati al territorio. .
3. Quali sono i punti dell’iniziativa a vostro avviso più controversi?
Non ci sono punti “più controversi”. E’ l’iniziativa tutta ad essere drammaticamente controversa, specie per un aspetto che tutta la caratterizza: l’assenza di una discussione pubblica su un argomento di tale importanza e portata e la esautorazione del parlamento da ogni possibilità di intervento. Il che dà una inevitabile impressione di “coda di paglia”, di chi avrebbe voluto far passare la questione con quanta meno pubblicità possibile, attraverso accordi sostanzialmente riservati e senza occhi indiscreti e critici. Insomma l’impressione che sia voluto attuare un vero e proprio colpo di mano. .
4. Si parla di “Secessione dei ricchi”. E’ a vostro avviso realmente così? In che modo l’iniziativa è destinata ad incidere negativamente sull’uguaglianza fra cittadini in materia di scuola e università?
La creazione di sistemi regionali con risorse e regole differenziate amplierà i divari regionali; ci saranno scuole e università ricche per le regioni più ricche, e scuole e università povere per le regioni più povere. Non è difficile immaginare che nelle regioni povere si creeranno scuole private che saranno canali di accesso privilegiato per il transito nelle università ricche delle regioni ricche. Gli studenti capaci e meritevoli, ma privi di mezzi delle regioni povere saranno intrappolati in scuole di serie B e in università di serie B. .
5. Perché a vostro avviso non c’è stato un ampio dibattito pubblico/parlamentare su un tema così importante? Perché avete deciso di pubblicare sul vostro sito le bozze di intesa?
Perché su scuola e università si gioca tutto il futuro del Paese. Da anni scriviamo che le politiche sulla scuola e sull’università in Italia non sono mai state oggetto di dibattito pubblico. Le politiche sono state sequestrate dai “tecnici”, in particolare da una scuola di “economisti dell’educazione” che hanno imposto nel dibattito pubblico le parole chiave che sono state poi adottate dai governi prima di centro-destra poi di centro-sinistra. Le bozze di intesa nascono in questo clima ed era importante renderle pubbliche subito. .
6. Sulla piattaforma change.org si stanno raccogliendo firme per fermare la “secessione dei ricchi”. Sono utili iniziative come questa?
Sono poche le voci che si sono mosse contro la secessione dei ricchi. Gianfranco Viesti che ha promosso la raccolta firme, è con Marco Esposito, giornalista de Il Mattino di Napoli, una delle poche voci critiche che si sono levate per tempo a denunciare la secessione dei ricchi. Le firme, da poche migliaia, sono gradualmente cresciute fin oltre quota 50.000. In un contesto in cui i mezzi di informazione e la politica avevano sottovalutato la portata del progetto in corso, la raccolta firme ha avuto un duplice ruolo: non solo quello di sensibilizzare i cittadini, ma anche di misurare la crescente consapevolezza del problema nell’opinione pubblica. Una consapevolezza testimoniata anche dall’iniziativa dell’editore Laterza che ha pubblicato e distribuito gratuitamente un breve saggio di Gianfranco Viesti, significativamente intitolato “La secessione dei ricchi”. Un contributo che va ad aggiungersi alla documenta analisi di Marco Esposito che in “Zero al Sud” (Rubbettino 2018) aveva ricostruito in dettaglio le modalità con cui il federalismo fiscale finisce per cristallizzare e legittimare gli squilibri territoriali. .
7. Il rapporto Invalsi 2018 ha rilevato come la preparazione degli studenti meridionali sia meno consistente di quelli del Centro-Nord e in particolare che “gli studenti del Nord-Ovest e del Nord-Est fanno registrare risultati migliori in matematica, italiano e inglese. Resta nettamente indietro il Sud, con risultati peggiori e un sistema definito meno equo”. Siamo in presenza di due Italie in materia di istruzione? Da dove originano queste marcate differenze?
A dire il vero non è il rapporto INVALSI 2018 a registrare il divario Nord-Sud nelle abilità (Italiano, Matematica) misurate dai test standardizzati. Alla stessa conclusione, da ormai 10 anni, giungono inesorabilmente tutti i rapporti INVALSI redatti a valle dei test di fine anno scolastico. Il tema è ampio e articolato ed è stato in numerose e ripetute occasioni affrontato sulle schermate di ROARS. Senza entrare nel merito di questioni  di tipo tecnico (cosa misurano i test standardizzati? su quali modelli statistici sono basati? quali sono i loro limiti?..), pure da autorevoli voci sollevate e mai contraddette, è bene, ancora una volta, sottolineare che la conoscenza delle disparità in campo educativo, nel nostro Paese, non è frutto prezioso delle ricerche e delle analisi condotte dall’Istituto di Valutazione del Sistema Nazionale INVALSI. La sempre più  fiorente attività e risonanza mediatica di quest’ultimo, piuttosto, vanno lette in funzione:
1) del crescente peso che i test hanno assunto nei percorsi di valutazione di tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nella relazione scolastica (studenti  “certificati” in diversi traguardi dall’INVALSI, insegnanti e dirigenti, valutati in maniera più o meno diretta da indicatori elaborati dall’INVALSI, addirittura bambini, stando al mai smentito “progetto pilota” INVALSI VIPS, realizzato in alcune scuole d’infanzia italiane…);
2) di una precisa (e preoccupantemente dilagante su scala globale) concezione dei processi educativi, basata sulla raccolta di “evidenze” standardizzate da quantificare e comparare; evidenze presunte oggettive semplicemente perché numeriche, e dunque ritenute per ciò solo più affidabili dei giudizi e dell’esperienza delle comunità professionali.
Quanto ai divari territoriali, tema su cui la letteratura pedagogica e sociologica  s’interroga da lungo corso, la loro origine – inutile dirlo – sta nella storia che ha condotto alla formazione della scuola unitaria del nostro Paese: una storia politica, sociale, economica. Quanto al loro perdurare, esso non può essere derubricato come una mera questione di dislivelli di “capitale umano”. La parola “equità” – che l’INVALSI scomoda ad ogni piè sospinto – va sostanziata e accompagnata politicamente: non si realizza con “più valutazione” o “più indicatori”. L’equità è un “lusso”, un investimento politico-economico, una visione, un progetto di società. Che costa e va sostenuto con scelte, programmazioni e misure di sostegno adeguate. E di fronte a una simile diagnosi, ammesso che essa sia corretta nella gran parte, ci si può porre in due modi: o rassegnarsi ad essa e quindi decidere di puntare e ulteriormente finanziare avvantaggiandole le realtà che già hanno migliori performance; oppure porsi il problema del superamento del divario e quindi pensare a delle soluzioni e a una programmazione a ciò rivolta. Nel primo caso abbiamo il progetto delle autonomie regionali che, disinteressandosi del destino del paese nel suo complesso, mira a salvaguardare le proprie isole di “eccellenza”; nel secondo caso si ha invece un’idea di nazione che insieme deve superare i propri limiti e punti critici, senza abbandonare parte del paese a se stesso. E in un mondo dalla competizione globale, la divisione (come è avvenuto con la balcanizzazione della ex Jugoslavia) è la via che porta sicuramente alla emarginazione e alla irrilevanza. .
8. Mario Barcellona su Il sussidiario ha affermato che “Di questa questione, che concerne, innanzitutto, l’autonomia differenziata di Lombardia e Veneto, le opposizioni non parlano affatto, e pour cause dato che proprio esse ne sono all’origine. Essa risale alla sciagurata riforma dell’art 116 Cost. voluta nel 2001 da D’Alema, che prevedeva la possibilità che lo Stato contrattasse con singole Regioni il trasferimento di competenze ad esso riservate (soprattutto istruzione e sanità) ed all’indecente “pre-intesa” proditoriamente stipulata dal governo Gentiloni ad esecutivo ormai praticamente scaduto con la Lombardia ed il Veneto. Perché quel governo l’abbia stipulata non si sa: per una ingenua captatio benevolentiae dell’elettorato del Nord? per colpevole collusione con un establishment che nel settentrione ha in larga prevalenza le proprie radici ed i propri interessi e che, con sguardo miope, si aspetta di ricavarne benefici economici diretti o indiretti?” o solo perché la pattuglia berlusconiana guidata da Verdini, di dritto o di storto, si è fatta valere? “ Quali sono secondo voi i motivi reali per cui quel governo l’ha stipulata?
R.: La riforma del 2001 è figlia della malriposta ambizione con la quale la sinistra di governo seguita al primo Governo Berlusconi ha primapensato di riuscire a imbrigliare sul piano tecnico l’istanza politica che l’avvento della Lega Nord aveva posto al Paese (anche con toni preoccupanti: si è cercato di farlo credere, ma non vanno archiviati solo nel folklore i fatti di Piazza San Marco del 9 maggio 1997) e poi di avvalorare, facendosene alfiere sul piano politico, il cattivo risultato tecnico di quell’ambizione. Detto questo, occorre riconoscere che il lungo processo istituzionale che ha partorito la riforma del 2001 ha visto all’opera i migliori costituzionalisti di cui il Paese appariva dotato in quegli anni ed ha conosciuto un momento di ratifica popolare – sia pure assai parziale – con il referendum confermativo del 2001, in esito al quale 10.438.419 italiani su un totale di 49.462.222 di iscritti alle liste si portarono alle urne per dirsi rassicurati da quel risultato. La formulazione assai vaga del secondo comma dell’attuale art. 116 cost., figlio abborracciato e poco dibattuto (fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori) di quella riforma, è all’origine della totale opacità e semiclandestinità con cui il PD, uscito sconfitto dal referendum del 4 dicembre 2016, ha avviato il percorso che ha prodotto gli accordi (in gergo definiti pre-intese) firmati dal Governo Gentiloni, quando ormai la compagine di quel governo era consapevole di essere destinata a uscire di scena.
Data la premessa, alla domanda si può rispondere con quattro tesi.
A) Tesi dell’autoillusione. Candidarsi a “gestire tecnicamente” la pulsione proveniente dal Lombardo-Veneto a trazione leghista, per illudersi di intercettare un elettorato saldamente e storicamente collocato nella pancia più profonda della Lega.
B) Tesi del “Muoia Sansone”. Lasciare una polpetta avvelenata, per un verso destinata a vendicarsi di chi non aveva voluto dar credito al referendum del dicembre del 2016, per l’altro avviata a deflagrare nella scena politica che sarebbe seguita alla irrefrenabile caduta che il PD era consapevole di fronteggiare in quel momento politico.
C) Tesi dell’insipienza. Eminenza grigia di quelle intese è stato, il senatore PD – nato a Belluno – Gianclaudio Bressa, il cui curriculum politico offre modo di verificarne la presenza in tutti i momenti e i luoghi nei quali il processo istituzionale sfociato nel Regionalismo differenziato – e ben prima del 2001 – si è andato dipanando. Aver lasciato che un agente perfettamente allineato alle istanze primordiali che hanno gonfiato le vele della Lega fin dalla prima ora e sempre strategicamente attento a osservare un silenzioso understatement presidiasse questo delicatissimo campo, senza affiancargli uno o più esponenti del partito che fossero interpreti dell’elettorato PD del CENTRO e SUD Italia, offre una cartina di tornasole assai probante per valutare un partito che nelle sue strutture e gerarchie interne ha da lungo tempo smarrito la capacità di istituire quella capacità di studio, sintesi e coesione che faceva storicamente parte del DNA della sinistra italiana quando determinava le sue direttive di azione sui problemi della società italiana, e che non da oggi appare percorso da tanti secondari leader territoriali, il cui orizzonte politico non sa vedere oltre i confini dei propri bacini elettorali. In tal senso una dinamica simil-leghista mostra da tempo di essersi impossessata della tradizione e della struttura decisionale del maggiore partito di quell’area politica che un tempo era la sinistra italiana. La responsabilità di questa incapacità politica è comunque oggettiva e ricade integralmente su chi ha guidato il PD nei due governi che hanno preceduto le elezioni politiche dello scorso anno.
D) Tesi di “San Matteo” (a chi più ha, più sarà dato). C’è, però, un’ulteriore ipotesi, che, più che un’ipotesi distinta è, forse, il terreno di coltura nel quale sono germogliate quelle prima illustrate, l’ambiente entro il quale esse possono aver trovato modo di delinearsi. La riforma promette di concentrare nel NORD del paese, e non una tantum, bensì annualmente e in modo non reversibile, quote importanti di quelle risorse che sono solite transitare attraverso una manovra di bilancio. Buona parte di queste risorse saranno assorbite dall’estensione delle commesse dei diversi centri di spesa (soprattutto dalla sanità), da incrementi stipendiali degli addetti ai servizi trasferiti (soprattutto della scuola) e da nuove assunzioni di personale regionale. Questo immette nello scenario applicativo di un regionalismo differenziato divenuto realtà una inaspettata crescita della domanda, tanto di merci e servizi, quanto di beni di consumo. Una crescita in grado di auto-alimentarsi all’infinito, perché gli incrementi della domanda si traducono in incrementi delle produzioni, i quali, ricorsivamente, incrementano la domanda. Già oggi, questo effetto San Matteo si realizza nei fatti, accompagnando i giovani del SUD che si trasferiscono a studiare al NORD, grazie ai sacrifici delle famiglie meridionali che ancora hanno la possibilità di sostenere economicamente le attese di futuro dei propri figli. Non è difficile immaginare, allora, come l’autonomia differenziata costituisca un grande e appetibile business per il sistema economico del NORD. Il quale già oggi costituisce il nerbo del sistema produttivo nazionale. Tutto ciò spiega le scelte compiute e dà conto dell’autoillusione e dell’insipienza: l’una e l’altra si rendono comprensibili dentro un quadro dove le ragioni del sistema produttivo e dell’establishment che lo sostiene hanno finito per costituire l’ambiente a partire dal quale si pensa, ovvero ciò che, rispettivamente, orienta le aspettative e seleziona l’attenzione del sistema politico. E’ in questo quadro che la politica continua senza ripensamenti a far proprie le ragioni di chi conta e pesa di più. Desta rammarico che recenti analisi tentino ancora una volta di annegare il punto in una visione ostentatamente tecnica del problema, perdendo di vista (o maliziosamente occultando) l’orizzonte e il senso nel quale questo “problema tecnico” viene a collocarsi nel tempo presente. Orizzonte e senso che, per continuare a tenere assieme il Paese ed evitare l’insorgere di conflitti laceranti, dovrebbero restare fermamente collocati sui binari solidali tracciati dagli articoli 2; 3, comma secondo; e 53 della nostra Costituzione. .
9. Capitolo esami di Stato. Secondo i dati del Miur nel 2018 le regioni le Regioni con il più alto numero di lodi sono Puglia (1.066), Campania (860) e Sicilia (560). La Lombardia risulta in fondo alla classifica con lo 0,6% e poi sugli stessi valori si trovano Piemonte, Trentino, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, con lo 0,9%. Se in Italia meridionale c’è una scuola più disagiata, ci sono anche valutazioni d’eccellenza. E’ a vostro avviso più un problema di finanziamenti ministeriali o di qualità della formazione del personale docente?
Provocatoriamente, si potrebbe dire che la domanda è mal posta. Non si può certo affermare che a maggior disagio corrisponda maggiore “generosità meridionale” o maggiore eccellenza!  Basterebbe leggere l’articolo di Giuliano Laccetti. In precedenza su ROARS Fabrizio Alboni e Giorgio Tassinari hanno studiato questo fenomeno con metodologie statistiche in grado di isolare l’effetto dell’area geografica da quello delle altre caratteristiche. Rimandiamo alla loro analisi chi fosse interessato a una decostruzione tecnica della narrazione dei 100 e lode. In questa sede, per capire l’uso strumentale che ne è stato fatto, basterà ricordare un dato assai semplice: a dispetto della vulgata corrente, l’effetto-regione risulta assai più accentuato nelle regioni dell’Italia Centrale, smentendo così le insinuazioni sul cosiddetto lassismo delle scuole del Mezzogiorno. .
10. Cosa non ha funzionato nella riforma della buona scuola e cosa non sta funzionando ora?
Come già detto sub 8, la Buona Scuola (legge 107/2015), a dispetto dell’ambizioso titolo di ””Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione” non fa che perfezionare e portare a compimento oltre un ventennio di interventi normativi che, da Berlinguer (legge Bassanini 1997) in avanti, hanno progressivamente – ed in modo sempre più sfacciato -spinto l’istruzione nella direzione di maggiore autonomia, concorrenza fra istituti, gerarchizzazione e gestione di tipo manageriale dei rapporti di lavoro, riduzione delle finalità educative e formative ad obiettivi di marca economicistica, misurabili e standardizzabili. In quest’ottica, la Buona Scuola sta  svolgendo perfettamente il proprio lavoro, checché ne dicano i dirigenti dell’Associazione Nazionale Presidi, che recentemente e d’accordo con la senatrice PD Malpezzi, hanno rivendicato più ampi margini di manovra nella selezione dei docenti e della progettazione curricolare, la quale andrebbe riorganizzata in termini di competenze certificabili e riconoscibili a livello (di mercato) internazionale. A nulla è valsol’avvicendarsi di un nuovo esecutivo, che  non si è – tuttavia – limitato a non dare alcun segnale di discontinuità rispetto alle politiche scolastiche precedenti, ma – cosa prevedibile – ha perseguito nella progressiva riformattazione del ruolo dell’istituzione scolastica a mero servizio individuale e territoriale: l’istruzione è ridotta a vantaggio competitivo da potersi giocare nel mercato della formazione locale. In questa prospettiva, il tanto proclamato quanto demagogico “successo formativo”, diventa funzione non solo del reddito delle famiglie – ma, in epoca di autonomia rafforzata,  del reddito delle famiglie venete, lombarde ed emiliane. Più diritti a chi è più ricco. .
11. Perché la scuola ha smesso di essere uno strumento di ascensione sociale, specie al sud?
Si può rispondere con un’altra domanda: come potrebbe mai essere la Scuola – ancor più al Sud – uno strumento di mobilità in una società nella quale – a livello globale – l’82% dell’incremento di ricchezza  è nelle mani dell’1% più ricco della popolazione e – nel nostro paese –  il 20% più ricco degli italiani detiene oltre il 66% della ricchezza nazionale netta? O anche: di quale ascensore si può mai parlare nella nazione che in ambito OCSE nel periodo 2008-2014 è il paese che più di ogni altro ha tagliato la spesa pubblica destinata all’istruzione? (fonte: Education at a Glance 2017).
Concepire la scuola come uno strumento macroeconomico  (il solo?) di riequilibrio delle “dotazioni di partenza” (M. Franzini, M Raitano, 2018) riflette una visione limitata e inadeguata. Da un lato,  schiaccia la funzione dell’istruzione – ridotta a puro Capitale Umano – sulla sola riproduzione sociale, eliminandone la funzione civile, di cittadinanza, al servizio dell’uomo. Dall’altro, non riesce – tanto più all’interno di una cornice culturale basata sulla triade merito/efficienza/prestazione – a correggere il dato di partenza, a “livellare il terreno di gioco”. Le politiche che hanno condotto alla Buona Scuola, legittimate dalla parola chiave “meritocrazia”, hanno prodotto un’istruzione che è sempre più quella del primato della ricchezza, della famiglia, del territorio. .
12. Quali sono a vostro avviso i provvedimenti più urgenti da affrontare in materia di scuola e università?
In ordine alla scuola:
  • Fermare in parlamento l’iter del processo di autonomia differenziata regionale;
  • Fermare gli attuali lavori della Commissione preposta (da chi è composta?) alla riscrittura del Testo Unico attualmente vigente (D.Lgs 297/1994), prevista dal comma 181 della L 107/15 e aprire un dibattito pubblico sulle delicate questioni ad essa connessi:riordino degli organi collegiali e dell’organizzazione scolastica.
  • Abrogare la legge 107/15 e ri-pensarne, dopo ampio e serio dibattito pubblico e con i dovuti investimenti a corredo, i nodi cruciali:
  1. i) percorsi di reclutamento dei docenti e il sistema di formazione;
  2. ii) l’alternanza scuola-lavoro, da eliminare e lasciare alle differenti opportunità delle singole istituzioni scolastiche;
iii) valutazione: abrogare il regolamento del 2013 (DPR 80) e separare la valutazione di sistema da quella dei lavoratori e degli apprendimenti degli studenti.
La prima, intesa come  rapporto di efficacia-efficienza tra spesa e rispetto costi e scopi sia qualitativi che quantitativi, da affidare ad enti pubblici in ruolo di terzietà (ad es. Istat), con risultati su dati statistici di frequenza, dispersione, conseguimento titoli resi pubblici e analizzati al fine di studiare gli effetti di struttura ed organizzazione dell’insegnamento sulle popolazioni delle diverse aree geografiche, per trarre informazioni diacroniche ed indirizzare le scelte politiche.
La seconda, intesa come valutazione dell’attività dei lavoratori scolastici – in particolare insegnanti – può essere ricondotta a pratiche di autovalutazione e “valutazione tra pari”, da svolgersi nei rispettivi contesti, anche in reti di scuole, in continuo confronto con Università e Delegati esperti dell’Amministrazione Centrale (Ispettori con competenze disciplinari e didattiche e non solo amministrativo-gestionali, adeguatamente formati);
La terza, valutazione degli apprendimenti (e dei comportamenti, dello sviluppo e crescita) dei singoli studenti, è compito unico e qualificante del/dei docenti, strettamente connesso ai processi di autovalutazione e formazione professionale, oltre che espressione della libera professionalità (Art. 33 Cost.).
In questo senso vanno rifiutate: la logica dell’attuale ciclo della performance scolastica,  le rilevazioni censuarie delle competenze, sostituibili eventualmente da rilevazioni a campione, ogni tipo di certificazione delle competenze a fine I e II ciclo affidate ad agenzie esterne.
In ordine all’università:
  • Garantire un effettivo diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, intervenendo sia sul lato degli aiuti agli studenti sia su quello degli organici degli atenei, requisito indispensabile per assicurare un’adeguata offerta formativa; è urgente invertire quel processo di compressione selettiva e cumulativa – per usare l’espressione coniata da G. Viesti – che da un decennio, oltre a colpire in modo differenziato le diverse aree del paese, ha innescato effetti a valanga nei territori più deboli (Università in declino – Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud, Donzelli 2016).
  • Orientare le energie e le risorse all’effettivo miglioramento della qualità della didattica e della ricerca, disinnescando la competitività tossica che ha indirizzato gli sforzi dei singoli e delle strutture all’ottimizzazione degli indicatori quantitativi, incentivando comportamenti opportunistici che inquinano i risultati ed erodono l’etica scientifica.
  • Recuperare risorse e produttività alleggerendo sia l’ipertrofia burocratica sia le pratiche di (presunta) assicurazione della qualità, da subito degenerate in adempimenti formalistici che sottraggono tempo prezioso al personale docente e tecnico-amministrativo.
  • Roars, 18.3.2019
     

Fridays For Future - Piazze oceaniche per la giustizia climatica

venerdì 15 marzo 2019

TERNI, MANIFESTAZIONE STUDENTESCA 15M
Sull’onda delle battaglie portate avanti
dall'attivista svedese sedicenne Greta Thunberg, in tutto il mondo oggi appuntamenti e manifestazioni per mettere in discussione l'attuale modello di sviluppo che è alla base del climate change. In Italia cortei da nord a sud della Penisola. 
«Everyone is welcome. Everyone is needed. Let’s change history. And let’s never stop for as long as it takes». Con questo slogan milioni di giovani di tutto il mondo stanno scendendo in piazza per fermare i cambiamenti climatici.

Manifestazioni in quasi 110 Paesi, in oltre 5.000 città. Una giornata epocale per la giustizia climatica, che fa tremare chiunque in questi anni ha sistematicamente sabotato ogni iniziativa volta a mettere in discussione l'attuale modello di sviluppo che è alla base delclimate change.Dai negazionisti "alla Trump" ai fautori del capitalismo sostenibile "alla Macron", l'intera governance mondiale si trova oggi inadeguata di fronte alla spinta che viene dal basso e che si rappresenta nelle piazze di tutto il globo.
Il capitalismo non è sostenibile, non lo è perché continua a rimanere ancorato a modelli energetici basati sul fossile, non lo è perché si regge sempre di più sulle grandi opere infrastrutturali che devastano l'ambiente, non lo è perché produce come non mai sviluppo diseguale. Per queste ragioni le piazze di oggi vanno interpretate come una grande sveglia globale da parte di chi pretende una trasformazione radicale e subitanea dell'esistente.
La campagna Fridays For Future sta portando alla luce una fetta di popolazione giovane che sente come propria la preoccupazione per il proprio futuro e per il pianeta. E sono proprio le giovani generazione le vere protagoniste di oggi.

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