no al catechismo cattolico (IRC) nella scuola svizzera di Bergamo
Etica laica al posto di religione cattolica. La Scuola Svizzera di Bergamo, privata non paritaria, può permettersi di compiere queste scelte di qualità e civiltà.
«Di fronte ad alunni cattolici, atei, o musulmani, abbiamo scelto di non scegliere, evitando di prendere posizione - spiega il preside Friedrich Lingenhag -. I valori delle lezioni di etica sono universali, senza indottrinamenti. L’ora di religione cattolica assomigliava tanto al catechismo e non è un compito della scuola. I cattolici, ad esempio, possono rivolgersi alla parrocchia. Ci sono genitori che apprezzano questo modello laico».
http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/15_gennaio_19/scuola-cancella-l-ora-religione-diocesi-errore-a4378e88-9faf-11e4-84eb-449217828c75.shtml
NON ROMPETECI I COGLIONI!
Tutti voi,
che non potete vivere senza un Babbo Natale e senza un Padre castigatore.
Tutti voi,
che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.
Tutti voi,
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il piu’ stupido, il piu’ meschino, il piu’ sanguinario, il piu’geloso, il più avido di lodi tra voi.
Voi, oh, tutti voi
Non rompeteci i coglioni!»
Chi è alla testa del corteo
| i peggiori guerrafondai, lontani dal corteo, si fanno fotografare circondati da militari e guardie. Charlie li avrebbe sbeffeggiati ed irrisi |
Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, l’alleanza a guida Usa che nella guerra contro la Libia nel 2011 e quella in corso contro la Siria ha armato e addestrato gruppi islamici prima definiti terroristi. Il primo ministro della Turchia, il re della Giordania e il ministro degli esteri degli Emirati arabi uniti, paesi che forniscono oggi anche all’Isis armi, addestramento, vie di transito e finanziamenti per condurre la guerra in Siria e Iraq.
Il primo ministro britannico Cameron e l’ex presidente francese Sarkozy, che hanno usato forze speciali e servizi segreti per operazioni terroristiche in Libia, Siria e altri paesi. Il premier Renzi, in rappresentanza di quell’Italia che, partecipando alla demolizione dello Stato libico, ha contribuito a incendiare il Nordafrica e Medioriente.
Il presidente Hollande, promotore dell’operazione militare lanciata dalla Francia in Mali e Niger (rappresentati dai rispettivi presidenti al corteo di Parigi), ufficialmente per aiutarli a combattere i terroristi islamici, in realtà per sfruttarne le ricche materie prime (oro, coltan, uranio e altre), il cui ricavato finisce nelle tasche delle multinazionali e delle élite locali.
Il primo ministro israeliano Netanyahu che, sfruttando il cordoglio per le quattro vittime ebree in uno degli attentati terroristici di Parigi, cerca di far dimenticare le migliaia di vittime palestinesi, tra cui centinaia di bambini, nell’operazione «Piombo fuso» e nelle successive da lui ordinate contro Gaza. Il fatto che al corteo di Parigi vi fosse Abu Mazen, in veste non di presidente palestinese ma di rappresentante di Al Fatah, non è indice di un cambio di politica da parte di Israele. Con la sua presenza in testa al corteo, Netanyahu cerca di far dimenticare anche il sostegno che Israele fornisce alle operazioni terroristiche dei «ribelli» in Siria.
In testa al corteo avrebbe dovuto esserci in posizione preminente anche il segretario di stato Usa John Kerry, che ha preferito però di restare in India per stringere accordi in funzione anticinese e antirussa. Gli Usa erano rappresentati a Parigi dal ministro della giustizia Eric Holder, che ha partecipato a una riunione con i ministri dell’interno di 11 paesi europei tra cui l’Italia. Kerry arriverà nella capitale francese il 14 gennaio, per preparare un «summit sulla sicurezza globale» che si svolgerà il 18 febbraio a Washington.
Intanto il primo ministro Manuel Valls annuncia che «la Francia è in guerra contro il terrorismo ed è pronta ad adottare nuove misure». L’Occidente si sta così ricompattando, sotto leadership Usa, con la motivazione ufficiale di dover affrontare la minaccia del terrorismo. Quello che esso stesso ha contribuito a creare ed ha alimentato, nelle tragiche situazioni sociali provocate dalle guerre scatenate nell’arco di oltre vent’anni. I cui militanti di base svolgono, quasi sempre inconsapevolmente, un ruolo funzionale agli interessi delle potenze che pensano di combattere. Dando così una mano a chi, in testa al corteo dell’Occidente, cerca come il pifferaio magico di incantarlo con la sua musica, conducendolo sulla via che porta al baratro della guerra.
di Manlio Dinucci, il manifesto, 13 gennaio 2015
“LADRI DI MERENDINE”: IL FATTO NON SUSSISTE. ILLEGITTIMI I LICENZIAMENTI DA PARTE DI COOP CENTRO ITALIA.
MAFIA CAPITALE E LA MUTAZIONE GENETICA DELLE COOP
Per concludere, ritengo indispensabile una riforma organica della legislazione sulla cooperazione in modo da garantire maggiormente i soci circa il rispetto dei principi solidaristici e mutualistici, della correttezza amministrativa ed etica dei propri manager.
Mario Frau
18 dicembre 2014
Renzi, ci fai o ci sei?
Ecco qui di seguito la lettera che ho inviato al Corriere della Sera subito dopo avere letto l’articolo a firma Valentina Santarpia, di cui si trova una versione ridotta nel giornale on line.
Fondata sui principi costituzionali del pluralismo, della democrazia e della laicità, la LIP è il primo progetto organico che affronta il tema della scuola dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore, tenendo conto di tutti gli attori coinvolti (insegnanti, studenti, genitori, personale ATA) e senza escludere alcuno dei temi essenziali, dall’edilizia scolastica, alle risorse finanziarie, alla formazione e valutazione dei docenti, all’obbligo scolastico, solo per citarne alcuni;
E la nuova legge di stabilità conferma lo stesso orientamento: il miliardo destinato alle assunzioni dei precari (che la Comunità Europea ci obbliga a regolarizzare e che risarciscono solo parzialmente le irregolari assunzioni fatte dalla metà degli anni ‘90 a oggi per garantire, anche qui, notevoli risparmi in quei 20 anni) � ciò che si risparmia con il blocco degli scatti stipendiali: le nuove assunzioni sono finanziate con la riduzione dello stipendio a tutti. Inoltre, con la stessa legge di stabilità si tagliano anche il personale ATA e i fondi per l’offerta formativa;
Purtroppo, il fatto che il Presidente del Consiglio abbia fissato per il 22 febbraio,primo anniversario del suo governo, l’incontro con mille rappresentanti del mondo della scuola che dovrebbero portare suggerimenti, lascia proprio intendere questo.
Renzi, mi convinca che non è così, attendo il suo invito per parlare di scuola.
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?
| by insorgenzeAnche le democrazie torturano |
Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.
Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.
In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste, che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese,
nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.
Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?
La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi
Il Garantista 10 dicembre 2014
In Italia, al contrario, dopo oltre 30 anni dalle torture inferte contro persone accusate d’appartenere a gruppi della sinistra armata, domina il buio pesto appena squarciato da una sentenza della corte d’appello di Perugia che un anno fa ha riconosciuto l’esistenza di un apparato parallelo del ministero dell’Interno, attivo tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, guidato da un funzionario di nome Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, specializzato nell’estorcere informazioni con la tortura durante gli interrogatori.
Il 2 ottobre scorso hanno preso avvio i lavori della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro. Da allora sono stati ascoltati una serie di responsabili istituzionali e magistrati (Copasir, Interni, Difesa), l’ex presidente della precedente commissione Giovanni Pellegrino, uno dei suoi membri passati più influenti, Sergio Flamigni. I lavori della commissione sin qui svolti non sembrano di grande interesse storico. Vengono seguite piste già battute in passato, circostanze ultranote, sulla falsa riga di un vetusto teorema dietrologico. I commissari mostrano di essere privi di qualsiasi volontà di rinnovamento, di curiosità, totalmente disattenti alle acquisizioni storiche più recenti.
Non stupisce dunque che non vi sia alcuna volontà di fare chiarezza sulla vicenda delle torture che pure si intreccia strettamente con le indagini condotte durante il caso Moro.
C’è un’immagine che lega la vicenda delle torture, in particolare quelle esercitate contro Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, con il ritrovamento di Moro e le dimissioni di Cossiga. Nella foto che ritrae Cossiga davanti alla Renault 4 rossa, dove giace il corpo senza vita di Moro, c’è anche Nicola Ciocia (alle spalle del ministro dell’Interno), il funzionario che torturò Triaca pochi giorni dopo, come racconta lui stesso in un libro scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, Sperling & Kupfer 2011. Ed è ancora Ciocia a rivelare di aver scortato Cossiga, subito dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, nella chiesa del Gesù.
Enrico Triaca denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Il ministro dell’Interno Cossiga si era dimesso da cinque giorni, l’interim del Viminale rimase nelle mani del presidente del consiglio Andreotti fino al 13 giugno successivo, quando si insediò Virginio Rognoni, che lasciò il posto solo nel 1983 gestendo l’intera stagione delle torture.
Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, Triaca fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi e Ciocia anche), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto alla tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento.
Ricondotto in questura, di fronte al magistrato denunciò le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta incriminato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci.
Nel corso del processo tenutosi nel novembre successivo Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foà, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e sottosegretario agli Interni durante il governo Monti, a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.
Non ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivò anche l’allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente omettendo di fare luce su tutte le circostanze che seguirono l’arresto.
Chi ordinò a Ciocia di intervenire? E chi disse ancora a Ciocia che era meglio fermarsi, perché un solo caso di tortura poteva restare coperto ma di fronte a più casi non sarebbe stato possibile?
E chi, 4 anni dopo, all’inizio del 1982, durante il governo Spadolini, nel pieno del sequestro del generale americano Dozier, decise invece che torturare in massa era possibile garantendo il massimo di copertura all’apparato speciale che fece il lavoro sporco?
Domande alle quali una commissione di indagine parlamentare - che sostiene di voler cercare la verità - dovrebbe avere il coraggio di fornire delle risposte, ma che a quanto pare non è in grado nemmeno di formulare.
La commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, e animata da Gero Grassi, più che porre nuove domande, domande scomode, sembra privilegiare risposte già confezionate, prigioniere dello schema complottista.
E’ proprio questo il punto, lì dove non c’è trasparenza alligna la dietrologia, inevitabilmente si rincorrere il gioco delle ombre, si coltiva il mito dell’occulto fino a scambiare lo scandaglio dei fatti, l’affondo verso la radice delle cose, con la ricerca di un supposto lato nascosto, invisibile.
La coltre fumogena della dietrologia è un ottimo espediente per evitare imbarazzanti domande su quello che è stato l’unico vero grande mistero mai affrontato sugli anni della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.
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LE COOP RIPARTANO DAL MONDO DI TOLMEZZO
Forse Legacoop dovrebbe fare un congresso straordinario a Tolmezzo. La piccola cittadina della Carnia rappresenta simbolicamente tutto quello che nel mondo Coop non funziona, da Carminati e Mafia Capitale al crac di CoopCa, passando per quello di Coop Operaie
Tolmezzo è un paese di 10.000 abitanti in provincia di Udine, nel cuore della Carnia. Il caso ha voluto che due vicende che impattano fortemente col mondoCoop, diverse per importanza e motivi, abbiano a che fare con questo paese a pochi chilometri dal confine austriaco. Anche il mondo delle Coop è arrivato ad un confine: quello tra legalità e malaffare e tra opacità e trasparenza.
A Tolmezzo, per l'esattezza nel carcere di massima sicurezza, sono stati trasferiti Massimo Carminati e gran parte degli arrestati nell'inchiesta Mafia Capitale che ruota intorno agli affari della famigerata Coop 29 Giugno e al suo presidente, Salvatore Buzzi.
A Tolmezzo si sta affannosamente cercando di salvare CoopCa, Coop Carnica, che ha richiesto il concordato preventivo. La prossima settimana potrebbe essere decisiva con l'incontro tra il vice presidente della Regione Friuli, Sergio Bolzonello, per capire se ci sono i presupposti per un salvataggio. In ballo ci sono 650 dipendenti e 30 milioni di prestito sociale versati da 3.000 soci. La vicenda di CoopCa segue a breve il disastro dell'altra storica coop friulana della distribuzione, più grande nelle dimensioni e nel tonfo, le Coop Operaie di Trieste e Istria, anno di nascita 1903. Anche qui a ballare sono i 600 dipendenti e oltre 100 milioni di prestito di 17.000 soci. La Procura di Trieste ha chiesto al tribunale civile di dichiarare il fallimento delle Coop Operaie e l'immediata adozione di provvedimenti atti a tutelare il patrimonio con nomina di un ufficiale giudiziario. Questo dopo la scoperta di un'enorme bolla finanziaria costituita da cessioni di immobili a società controllate dalle stesse Cooperative Operaie.
Il Prestito Sociale rappresenta da sempre per le Coop più strutturate, ma anche per quelle di minori dimensioni, una risorsa importantissima. Le Coop della grande distribuzione, le cosiddette 9 sorelle (Unicoop Firenze, Coop Adriatica, Coop Consumatori Nordest, Coop Estense, Unicoop Tirreno, Coop Liguria, Coop Lombardia, Novacoop e Coop Centro Italia) raccolgono complessivamente 11 miliardi di risparmi dei soci prestatori. Una potenza di fuoco impressionante. La gestione e i controlli che attengono al prestito sociale sono oggetto di critiche da tempo. In particolare si punta il dito su un sistema dove i controlli sono scarsi e affidati alle stesse coop che non sempre brillano per trasparenza. Un mondo autoreferenziale che non viene sottoposto al vaglio di organismi esterni come invece sarebbe d'uopo. Il prestito sociale delle Coop poggia fondamentalmente sutanta fiducia e poche tutele. Abbiamo scritto più volte della disinvoltura con cui alcuni colossi Coop si lanciano in operazioni finanziarie discutibili, come l'acquisto di Fondiaria-Sai da parte di Unipol o del disastro della partecipazione di Unicoop Firenze in Monte Paschi, costata almeno 400 milioni, dilapidazione di risorse che non ha avuto nessuna conseguenza sui dirigenti responsabili.
Dall'altra parte lo scandalo Mafia Capitale mette il carico da undici su un sistema in cui anche in questo caso controlli e trasparenza paiono lontani come Plutone dalla Terra. E non è certo un fulmine a ciel sereno. Nel tempo ne abbiamo viste purtroppo di vicende torbide. Basti pensare al Mose o all'Expo. E Legacoop? Comeal solito balbetta, proprio ora che ha un suo uomo in un ministero chiave. Anzi,balbetta pure lui. Le frasi sono sempre le solite. Ecco cosa dichiarava nel giugno scorso il presidente di Legacoop Veneto, Adriano Rizzi, dopo lo scandalo Mose: «Bene le dimissioni dei coinvolti, cooperazione in campo per il cambiamento». E ora dopo la vicenda della Coop 29 giugno ecco che di nuovo si fa la faccia feroce.Parla Mauro Lusetti, neo presidente di Legacoop nazionale che ha sostituito Poletti: «Fuori subito chi tradisce i nostri valori». Ora, quel subito induce quantomeno a qualche sorriso, se non ad un ghigno. Anche uno dei più apprezzati cooperatori, Adriano Turrini presidente di Coop Adriatica, fa sentire la sua voce: «Tolleranza zero e rinnovamento». Vedremo. Tutto questo invocare misure drastiche quando sotto il naso ti hanno fatto passare di tutto, lascia qualche comprensibile riserva. Ci limitiamo a constatare che finora si è ignorato per negligenza o per altro, il Problema, mentre la slavina via via assumeva dimensioni sempre più preoccupanti.
Il ministro Poletti ha poco da indignarsi per la nota foto in cui è ritratto a cena con i sodali che sappiamo. E' stato a capo di Legacoop per ben 12 anni. Dovrebbe rispondere non della singola cena, ma di come funziona il mondo Coop. Ecco cosa dovrebbe spiegare Giuliano Poletti. Legacoop vuol fare finalmente un'operazione di profonda pulizia e trasparenza? Prenda coraggio e proceda davvero e celermente, altrimenti la slavina sarà un'enorme valanga e sbandierare il mondo valoriale Coop a quel punto non servirà.
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Faraone: pagamento supplenti è "gesto politico di grande rilevanza"??!!!!
Ormai siamo arrivati al punto che il pagamento degli stipendi vene definito da un esponente del Governo gesto di responsabilità politica. Di questo passo gli stipendi diventeranno una elargizione affidata alla bontà d'animo del Ministro di turno?
"Si tratta - afferma Faraone - di un gesto politico di grande rilevanza. È un chiaro segnale che questo governo sta investendo molto nella scuola e non intende penalizzare chi, come i docenti e il personale ausiliario tecnico e amministrativo, lavora ogni giorno per il funzionamento dei nostri istituti”.
La dichiarazione merita una piccola chiosa.
Che stanziare soldi per pagare un lavoro già svolto possa essere definito un "gesto politico di grande rilevanza" ci sembra davvero fuori luogo.
Forse il sottosegretario Faraone farebbe bene a rileggere ciò che sta scritto nel sito del Ministero del lavoro: "Il contratto di lavoro subordinato è caratterizzato da una "subordinazione" del lavoratore, il quale in cambio della retribuzione si impegna a prestare il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione di un altro soggetto" (definizione che peraltro richiama il disposto dell'articolo 2094 del Codice Civile).
Per essere ancora più chiari: il rapporto di lavoro di pubblico impiego ha natura bilaterale e prevede necessariamente un corrispettivo che, ove non erogato, configurerebbe una palese violazione dell'articolo 2094 del CC e non una semplice "penalizzazione" del dipendente.
Il cittadino che non paga le tasse è un evasore e in taluni casi il suo comportamento può essere sanzionato anche in sede penale. Nessuno si sognerebbe mai di affermare che pagare le tasse è un gesto di magnanimità nei confronti dello Stato. Per quale strano motivo il cittadino che paga le tasse "fa il suo dovere" mentre il Governo che paga i supplenti per un lavoro già svolto "compie un gesto politico di grande rilevanza"?
Il sottosegretario Faraone si rende conto di aver detto una autentica corbelleria?
analisi operaia della vertenza Thyssenkrupp-AST
La vittoria dei servi sciocchi
La vertenza TKAST si è conclusa. Lo scorso 3 dicembre al MISE, con la firma dell’ipotesi di accordo si è messa la parola fine ad una delle battaglie sindacali più lunghe e crude che il paese avesse ricordato in questi ultimi anni; uno stato di agitazione iniziato il 17 luglio scorso, 44 giorni di sciopero ad oltranza con blocco delle portinerie, due occupazioni dell’autostrada Milano-Napoli, l’occupazione della sede ternana di Confindustria, l’aula del consiglio comunale occupata per quasi un mese, la Prefettura presidiata e gli scontri con la polizia a Roma.
A Terni perciò, il “Landinicentrismo” rischia di subire una inaspettata incrinatura. Il 15/16/17 dicembre si voterà per il referendum che sancirà l’approvazione o meno dell’ipotesi di accordo, si sta formando il comitato per il NO e il risultato non è così scontato, il malumore tra gli operai è forte e le assemblee per i sindacati non sono andate bene; ma l’insofferenza operaia travalica il giudizio sulla vertenza e apre fronti di forte critica sull’idea stessa e sul ruolo del sindacato; la fabbrica subirà forti modifiche e riorganizzazioni, le relazioni sindacali tramuteranno e probabilmente le condizioni lavorative peggioreranno anche grazie anche al Jobs Act; si è arrivati dunque ad un punto di non ritorno in cui la presenza di un sindacato conflittuale e classista non è più rinviabile. O le organizzazioni già presenti si muoveranno in questo senso, spinte dai delegati sindacali e dagli iscritti che in questa vertenza si sono contraddistinti per radicalità delle proposte, presenza e integrità morale, oppure i lavoratori costruiranno da soli un nuovo soggetto perché se non si risponde adesso a questo che è l’attacco finale alle acciaierie di Terni, la chiusura della fabbrica passera alla storia come la vittoria dei servi sciocchi.


