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Scuola e controlli antidroga, prevenzione o repressione?




di Marco Barone - In questi mesi, probabilmente perché vi saranno delle ignote
scadenze, ignote alla collettività, non a chi si adopera per rispettarle, nelle scuole di molte città dilagano i controlli antidroga con le unità cinofile. A volte nell'area delle pertinenze scolastiche, a volte dentro le aule scolastiche interrompendo anche l'ordinaria attività didattica.


Non entro nel merito della questione proibizionismo ed antiproibizionismo, mi soffermo sul perché di questi controlli che vengono definiti come attività di prevenzione. A parer mio non si tratta di prevenzione, ma repressione vera e propria e non sempre legittima ed a volte sussistono anche dubbi di legalità. Prevenire significa intervenire tramite i processi cognitivi, formativi, educativi, coinvolgendo l'agenzia educativa scuola famiglia. Prevenire significa dialogo, confronto, informazione, formazione.
Prevenire non significa presentarsi un bel dì in una scuola qualunque, con mezzi delle forze dell'ordine e uomini in divisa e cani antidroga. E' una immagine preoccupante, brutta, che incute timore, che incute dubbi e mille perplessità, ma specialmente è l'immagine che rappresenta il fallimento delle politiche di prevenzione in tema di antidroga;  è il fallimento del processo educativo della e nella scuola. Perché quando lo Stato è costretto a mostrare i muscoli  significa che esiste un deficit enorme, che si cerca di colmare tramite il timore, l'autoritarismo ed all'interno di quel luogo che dovrebbe essere protetto, ed essere protetto non significa terra franca, ma significa semplicemente che la scuola tramite i suoi processi educativi deve essere l'unica soggettività deputata ad intervenire con gli strumenti formativi e preventivi ma non repressivi a sua disposizione. Senza dimenticare che in Italia non esiste alcuna emergenza di  assunzione di droghe tra gli studenti, il Piano nazionale antidroga,per esempio, parla di decremento considerevole rispetto alla media europea, invece risulta essere in aumento  il consumo di alcol. 

Il Piano Nazionale Antidroga 2010/13 in nessuno dei suoi passaggi prevede perquisizioni o controlli nelle scuole, così come oggi vengono effettuati. Si parla, invece, di dialogo, formazione, informazione, ma non di controlli così invadenti come quelli attuati recentemente. D'altronde lo stesso Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze nel 2002 scriveva che “La maggior parte dei programmi di prevenzione dalla droga hanno l’obiettivo di evitare o di ritardare l’assunzione di stupefacenti e la tossicodipendenza, a partire dall’ambito scolastico tradizionale. È necessario distinguere tra programmi di prevenzione specifici al di fuori dei curricula scolastici e attività preventive integrate nei programmi scolastici. La prevenzione nella scuola non dovrebbe focalizzarsi esclusivamente sul problema droga, ma al contrario comprendere aspetti di carattere personale e sociale, anche attraverso il coinvolgimento delle famiglie degli  alunni”.
Anche il protocollo d'intesa stipulato tra il MIUR ed il Dipartimento delle Politiche Antidroga con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel dicembre 2012 sembra indicare vie diverse da percorrere, rispetto ai controlli con unità cinofile o perquisizioni nelle scuole. Si scrive per esempio che “gli interventi di prevenzione, per essere maggiormente efficaci, devono essere associati a interventi finalizzati alla riduzione della disponibilità di droghe sul territorio attraverso il mantenimento del rispetto della legalità ed in particolare mediante la repressione del traffico, dello spaccio, della coltivazione e della produzione non autorizzata. Oltre a queste azioni dirette alla riduzione dell’offerta, è opportuno anche mantenere fattori e condizioni deterrenti l’uso di droghe mediante regolamentazioni e normative nel rispetto dei diritti umani. Tutto questo all’interno di un approccio bilanciato che deve trovare sempre il giusto  equilibrio tra le azioni di riduzione della domanda e le azioni di riduzione dell’offerta”.
Accade però che vengono stipulati accordi territoriali tra Prefetture, Questure, USP, USR e Comuni, che prevedono modalità operative di interventi specifici e dettagliati e spesso questi protocolli,andando oltre le indicazioni nazionali, prevedono procedure che possono legittimare controlli antidroga effettuati all'interno delle scuole. Ma il punto è il seguente:  le scuole coinvolte, in casi come questi, sono state realmente informate di tutto ciò? Il Consiglio d'Istituto ed il Collegio docenti, i rappresentati degli studenti e dei genitori, sono stati coinvolti nei processi formativi ed informativi che interessano la possibilità o la necessità di dover provvedere a simili azioni di controllo?
Spesso ciò non accade.
Ma accade che mentre svolgi la tua lezione in classe senti all'improvviso bussare la porta, e vedi le forze dell'ordine con le unità cinofile lì pronte ad entrare. Come rimanere indifferenti a ciò? Il problema è culturale, sociale, educativo, formativo.  Altra riflessione andrebbe fatta sulla correttezza, anche dal punto di vista normativo, del comportamento assunto dal Dirigente scolastico che richiede l'intervento delle forze dell'ordine per effettuare simili atti all'interno della scuola. Spesso il tutto senza alcuna prova di uso e consumo o spaccio di sostanze all'interno dell'area scolastica, spesso senza indizi gravi, precisi e concordanti, ma solo per un senso del dubbio. Ciò sembra non essere vietato, ma il fatto che non sia vietato non significa automaticamente che il detto comportamento possa essere considerato liberamente come lecito sia dal punto di vista civile che penale che
amministrativo che etico e morale.

Se i cani poliziotto entrano a scuola

Chi commissiona e mette in atto la perquisizione delle scuole con cani poliziotto avrà
le sue leggi di riferimento che dimostreranno che l’azione è legittima. L’ultima, a Terni pochi giorni fa, ha avuto un’eco nazionale perché un professore ha negato la perquisizione all’interno della  classe rifiutandosi di interrompere la lezione. Ora su di lui pende l’ipotesi di un’azione disciplinare. Ma il punto è che se anche la perquisizione fosse legittima, le manca comunque il conforto del buon senso.

Partiamo dal livello più basso. L’ultima operazione - come le altre nel resto della regione - ha dato luogo al rinvenimento di pochi grammi di hashish. Tenuto conto che ad essere perquisite sono state centinaia di persone, non si può certo parlare di un bilancio scintillante. Insomma: se all’interno delle aule perquisite si fosse scovato il nipote di Al Capone dedito a spacciare un carico di cocaina appena arrivato dal Sudamerica, un senso a questa storia lo si sarebbe potuto al limite trovare. Invece, a fronte di un dispiegamento di forze da retata, i risultati sono stati del tutto trascurabili. E per di più hanno riguardato il sequestro di una sostanza che la Corte costituzionale - il massimo organo giurisdizionale - ha di recente nettamente distinto dalle droghe pesanti, che infestano le nostre città in ambienti spesso insospettabili.
Fin qui siamo al livello di base. Ora proviamo a salire un po’. Perché il fallimento di quella perquisizione non è nel bilancio operativo, ma nell’inconsapevole dichiarazione di impotenza di chi l’ha voluta, chiunque esso sia. Nel ricorso all’utilizzo delle forze dell’ordine all’interno di una scuola  per un motivo del genere, c’è la negazione in radice della vocazione stessa di quel luogo. Laddove un docente, un preside o chiunque altro al loro posto avessero la percezione che c’è qualcosa che non va nei ragazzi con i quali lavorano, rientrerebbe nel loro ruolo di educatori parlarne con i singoli, con il gruppo, con i genitori. Al limite, ricorrere a incontri con personale specializzato. Consentire di farli annusare da cani poliziotto in un luogo in cui si va per conoscere il mondo, è abdicare al ruolo stesso di educatori. È negare la complessità, le articolazioni, le fragilità di ragazze e ragazzi che sono materia plastica in cerca di forma. Una forma che dipenderà anche dagli educatori che si hanno. Benché questi a volte non se ne rendano conto. 
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