Visualizzazione post con etichetta solidarietà. Mostra tutti i post

Scuola e controlli antidroga, prevenzione o repressione?




di Marco Barone - In questi mesi, probabilmente perché vi saranno delle ignote
scadenze, ignote alla collettività, non a chi si adopera per rispettarle, nelle scuole di molte città dilagano i controlli antidroga con le unità cinofile. A volte nell'area delle pertinenze scolastiche, a volte dentro le aule scolastiche interrompendo anche l'ordinaria attività didattica.


Non entro nel merito della questione proibizionismo ed antiproibizionismo, mi soffermo sul perché di questi controlli che vengono definiti come attività di prevenzione. A parer mio non si tratta di prevenzione, ma repressione vera e propria e non sempre legittima ed a volte sussistono anche dubbi di legalità. Prevenire significa intervenire tramite i processi cognitivi, formativi, educativi, coinvolgendo l'agenzia educativa scuola famiglia. Prevenire significa dialogo, confronto, informazione, formazione.
Prevenire non significa presentarsi un bel dì in una scuola qualunque, con mezzi delle forze dell'ordine e uomini in divisa e cani antidroga. E' una immagine preoccupante, brutta, che incute timore, che incute dubbi e mille perplessità, ma specialmente è l'immagine che rappresenta il fallimento delle politiche di prevenzione in tema di antidroga;  è il fallimento del processo educativo della e nella scuola. Perché quando lo Stato è costretto a mostrare i muscoli  significa che esiste un deficit enorme, che si cerca di colmare tramite il timore, l'autoritarismo ed all'interno di quel luogo che dovrebbe essere protetto, ed essere protetto non significa terra franca, ma significa semplicemente che la scuola tramite i suoi processi educativi deve essere l'unica soggettività deputata ad intervenire con gli strumenti formativi e preventivi ma non repressivi a sua disposizione. Senza dimenticare che in Italia non esiste alcuna emergenza di  assunzione di droghe tra gli studenti, il Piano nazionale antidroga,per esempio, parla di decremento considerevole rispetto alla media europea, invece risulta essere in aumento  il consumo di alcol. 

Il Piano Nazionale Antidroga 2010/13 in nessuno dei suoi passaggi prevede perquisizioni o controlli nelle scuole, così come oggi vengono effettuati. Si parla, invece, di dialogo, formazione, informazione, ma non di controlli così invadenti come quelli attuati recentemente. D'altronde lo stesso Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze nel 2002 scriveva che “La maggior parte dei programmi di prevenzione dalla droga hanno l’obiettivo di evitare o di ritardare l’assunzione di stupefacenti e la tossicodipendenza, a partire dall’ambito scolastico tradizionale. È necessario distinguere tra programmi di prevenzione specifici al di fuori dei curricula scolastici e attività preventive integrate nei programmi scolastici. La prevenzione nella scuola non dovrebbe focalizzarsi esclusivamente sul problema droga, ma al contrario comprendere aspetti di carattere personale e sociale, anche attraverso il coinvolgimento delle famiglie degli  alunni”.
Anche il protocollo d'intesa stipulato tra il MIUR ed il Dipartimento delle Politiche Antidroga con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel dicembre 2012 sembra indicare vie diverse da percorrere, rispetto ai controlli con unità cinofile o perquisizioni nelle scuole. Si scrive per esempio che “gli interventi di prevenzione, per essere maggiormente efficaci, devono essere associati a interventi finalizzati alla riduzione della disponibilità di droghe sul territorio attraverso il mantenimento del rispetto della legalità ed in particolare mediante la repressione del traffico, dello spaccio, della coltivazione e della produzione non autorizzata. Oltre a queste azioni dirette alla riduzione dell’offerta, è opportuno anche mantenere fattori e condizioni deterrenti l’uso di droghe mediante regolamentazioni e normative nel rispetto dei diritti umani. Tutto questo all’interno di un approccio bilanciato che deve trovare sempre il giusto  equilibrio tra le azioni di riduzione della domanda e le azioni di riduzione dell’offerta”.
Accade però che vengono stipulati accordi territoriali tra Prefetture, Questure, USP, USR e Comuni, che prevedono modalità operative di interventi specifici e dettagliati e spesso questi protocolli,andando oltre le indicazioni nazionali, prevedono procedure che possono legittimare controlli antidroga effettuati all'interno delle scuole. Ma il punto è il seguente:  le scuole coinvolte, in casi come questi, sono state realmente informate di tutto ciò? Il Consiglio d'Istituto ed il Collegio docenti, i rappresentati degli studenti e dei genitori, sono stati coinvolti nei processi formativi ed informativi che interessano la possibilità o la necessità di dover provvedere a simili azioni di controllo?
Spesso ciò non accade.
Ma accade che mentre svolgi la tua lezione in classe senti all'improvviso bussare la porta, e vedi le forze dell'ordine con le unità cinofile lì pronte ad entrare. Come rimanere indifferenti a ciò? Il problema è culturale, sociale, educativo, formativo.  Altra riflessione andrebbe fatta sulla correttezza, anche dal punto di vista normativo, del comportamento assunto dal Dirigente scolastico che richiede l'intervento delle forze dell'ordine per effettuare simili atti all'interno della scuola. Spesso il tutto senza alcuna prova di uso e consumo o spaccio di sostanze all'interno dell'area scolastica, spesso senza indizi gravi, precisi e concordanti, ma solo per un senso del dubbio. Ciò sembra non essere vietato, ma il fatto che non sia vietato non significa automaticamente che il detto comportamento possa essere considerato liberamente come lecito sia dal punto di vista civile che penale che
amministrativo che etico e morale.

24.02 presidio antifascista davanti al tribunale

lunedì 24 febbraio 2014 · Posted in , ,

In occasione dell’udienza del processo che vede imputati quattro antifascisti locali per i fatti connessi al presidio antifascista all’aviosuperficie del 28 febbraio 2010, stamattina la RAT, rete antifascista ternana, ha organizzato un presidio davanti al tribunale di Terni per manifestare la solidarietà agli imputati. Le indagini della Questura hanno cercato di ridurre una manifestazione di centinaia di persone a problema di ordine pubblico cercando di accanirsi su pochi capri espiatori antifascisti.
Decine di persone hanno partecipato all'iniziativa, esprimendo il loro appoggio agli imputati e sostando accanto allo striscione con la scritta: “condannando l’antifascismo si legittimano odio e razzismo
E’ stato fatto un giornale parlato e sono stati distribuiti volantini (in allegato) ribadendo che l’antifascismo non è un reato, nonostante l’atteggiamento della Questura di Terni.
Al processo sono stati sentiti quattro testimoni: Simone Guerra, assessore alla cultura del comune di Terni, Mauro Nannini, consigliere comunale di Rifondazione Comunista, Silvano Ricci assessore ai LLPP  e Franco Coppoli della Confederazione Cobas. Tutti i testi hanno confermato il carattere determinato ma pacifico della manifestazione. Inoltre sono stati acquisiti agli atti delle foto che vedevano tra i neofascisti romani partecipanti alla manifestazione dell’associazione di copertura “Istinto rapace” uno dei protagonisti del pestaggio degli studenti da parte dei militanti di Casapound a piazza Navona del 29 ottobre 2008.
La prossima udienza è stata fissata dal giudice Simona Tardelli il 17 settembre. La RAT preannuncia un altro presidio in solidarietà con gli imputati. 
Terni 24 febbraio 2014                               RAT-Rete Antifascista Ternana

NOTAV: COLPEVOLI DI DIFENDERE LA NOSTRA TERRA E I BENI COMUNI. CHIEDIAMO A TUTTI UN APPOGGIO E UNA SOLIDARIETA’ CONCRETA.

martedì 21 gennaio 2014 · Posted in , , ,

Appello per la raccolta fondi per le spese legali del movimento anche alla luce dell'ultima condanna al risarcimento danni alla società Lyon Turin Ferroviaire.
Da far girare con ogni mezzo.

Il Tribunale ordinario di Torino, sezione distaccata di Susa, in data 07/01/14 depositata in data 14/01/14 ha sentenziato: "dichiara tenuti e condanna Alberto Perino, Loredana Bellone e Giorgio Vair, in solido tra di loro, al pagamento a parte attrice Lyon Turin Ferroviaire (LTF) di euro 191.966,29 a titolo di risarcimento del danno;" oltre al pagamento sempre a LTF di euro 22.214,11 per spese legali, per un importo totale di euro 214.180,40.
La causa civile era stata intentata da LTF perché, a suo dire, gli era stato impedito di fare in zona autoporto di Susa il sondaggio S68 la notte tra l’11 e il 12 gennaio del 2010.
I sondaggi S68 e S69 erano inutili e infatti non sono mai stati fatti né riproposti sia nel progetto preliminare sia nel progetto definitivo presentato per la tratta internazionale del TAV Torino-Lyon.
Quella notte, all'autoporto centinaia di manifestanti erano sulla strada di accesso all'area per impedire l'avvio del sondaggio. La DIGOS aveva detto che non sarebbero arrivate le forze di polizia per sgomberare il terreno dai manifestanti, ma che sarebbero venuti gentilmente a chiedere di poter fare il sondaggio, se avessimo rifiutato se ne sarebbero andati. E così avvenne.
Poi si scoprì che era una trappola per tagliare le gambe ai NO TAV con una nuova tecnica: richiesta di danni immaginari per centinaia di migliaia di euro a carico di qualche personaggio del movimento.
LTF aveva nascostamente stipulato un contratto di utilizzo di due aree di circa 150 mq cadauna, mai registrato, con la Consepi SpA, che vantava un diritto di superficie sull’area di proprietà del comune di Susa per una cifra completamente folle: 40.000 euro per i primi quattro giorni e 13.500 euro al dì per i giorni successivi per un totale dichiarato di 161.400 euro IVA compresa.
Questo contratto serviva solo per gonfiare i costi e quindi la richiesta di danno.
In merito la Consepi SpA nella relazione di bilancio 2010 scriveva testualmente: “Si tratta di una vicenda a tutti ormai ben nota e che risale ad un periodo nel quale l’attività dei corsi di guida sicura di Consepi, rivolti soprattutto ai ragazzi neopatentati erano al massimo del loro svolgimento. La Società interpellata dalla stessa Prefettura oltre che da LTF, fece chiaramente presente tali considerazioni chiedendo un rinvio di qualche settimana dei sondaggi, rimarcando il fatto che se questi fossero stati procrastinati l’onere per LTF sarebbe stato di gran lunga inferiore a quelli che contrattualmente si assumevano. L’onere sopportato da LTF deriva pertanto dal fatto che quest’ultima e la Prefettura, nonostante le esplicite richieste di rinvio di Consepi, sono state irremovibili sulle date dei sondaggi.”
Infatti LTF aveva stipulato con la Consepi, in violazione di ogni principio di buon andamento della gestione dei fondi pubblici, una scrittura privata per accedere ai predetti terreni, sborsando ben 161.400 euro alla stessa Consepi per avere in concessione un terreno di pochi metri quadrati, già oggetto di una autorizzazione amministrativa per occupazione temporanea a costo quasi zero, come prevede la legge italiana sugli espropri ed occupazioni temporanee.
Il fatto che sia del tutto ingiustificata la somma pagata da LTF a Consepi è sancita in modo inequivocabile anche dalla Commissione Europea che, come confermato dall’OLAF (Office européen de Lutte Anti Frode - Ufficio europeo per la lotta antifrode) rispondendo ad una nostra segnalazione in merito, con la lettera Protocollo Numero OF/2010/0759 in data 29/10/13 affermava che “La Commissione Europea non ha pagato le spese in quanto non ammissibili”.
Il fatto che tutta l’inutile campagna di sondaggi di inizio 2010 fosse solo un colossale bluff per dire alla Comunità Europea che i lavori erano iniziati, è testimoniato dal fatto che dei 34 sondaggi previsti ne furono effettuati soltanto 5 per una lunghezza complessiva di metri lineari 243 rispetto ai 4.418 metri lineari previsti.
Ora gli avvocati del Movimento NO TAV presenteranno appello, ma essendo una causa civile, se LTF pretende il pagamento immediato, occorrerà pagare al fine di evitare pignoramenti o ipoteche sui beni delle tre persone condannate al risarcimento.
Il Movimento NO TAV non ha le possibilità economiche per fare fronte a queste pretese. Tutto questo è stato concertato e messo in atto solo al fine di stroncare la nostra lotta.
Non a caso sul quotidiano “La Stampa” del 22/09/10, poco prima dell’inizio della causa, si leggeva “Il ricorso alla causa civile contro i NO TAV potrebbe così diventare uno strumento di dissuasione che i soggetti incaricati della progettazione o dell’esecuzione dei lavori potrebbero utilizzare per contenere la protesta”.
Il Movimento NO TAV sta già sostenendo un pesantissimo onere per le difese legali, a cui si aggiunge questa batosta tremenda, che da solo non può sopportare.
Per questo, con molta umiltà, ma altrettanta dignità e fiducia, chiede a tutti quelli che ci dicono: “Non mollate!”, “Siete l’unica speranza di questo Paese”, “Resistete anche per noi” di dare un concreto appoggio aiutandoci economicamente in modo che possiamo resistere ancora contro questo Stato e questi Poteri Forti e mafiosi che ci vogliono per sempre a cuccia e buoni.
Ci sono più di 400 persone indagate per questa resistenza contro un’opera imposta, inutile e devastante sia per l’ambiente sia per le finanze di questo Stato e che impedisce di fare tutte le altre piccole opere utili.
ANCHE UTILIZZANDO QUESTI SPORCHI MEZZI NON RIUSCIRANNO A FERMARE LA RESISTENZA DEL POPOLO NO TAV.
Aiutateci a resistere, grazie.
MOVIMENTO NO TAV
I contributi devono essere versati esclusivamente sul conto corrente postale per le spese legali NO TAV 1004906838 IBAN IT22L0760101000001004906838 intestato a Pietro Davy

Cécile Kyenge & Fabio Zerbini Due pesi ... tre misure ...

sabato 18 gennaio 2014 · Posted in , , ,

in questi ultimi giorni, Cécile Kyenge (medico-oculista, ministra per
l’integrazione) ha subito alcune fastidiose indiscrezioni da parte del quotidiano «La Padania», organo della Lega Nord, accompagnate dai soliti insulti razzisti.
In questi stessi giorni, per la precisione il 14 gennaio a Milano, Fabio Zerbini (operaio, attivista del sindacato SiCobs) ha subito una pesante aggressione.
Il primo episodio, incruento, riguardante la ministra Cécile Kyenge, ha avuto un grande risalto mediatico, su stampa, radio, televisione, web ...
Il secondo episodio, cruento, riguardante l’attivista operaio Fabio Zerbini è passato quasi sotto silenzio, ne hanno parlato solo alcuni quotidiani sensibili alle tematiche del «lavoro», ma con poca visibilità nazionale («Il Fatto Quotidiano», «Il Giorno» e «Il Cittadino» di Lodi)
Come mai, tanta stridente differenza?
È semplice.
Ecco che cosa fa la differenza ...
Cécile Kyenge è ministra di un governo che ha il compito di curare il fallimento dell’Azienda Italia (fallimento decretato, per chi se ne fosse dimenticato, dal governo Monti-Fornero & Co.). Il governo Letta-Alfano non deve far altro che coprire il disastro con nuvole di fumo, spacciandole per «fatti». In poche parole: meno cose si fanno e più chiacchiere si dicono, meglio è. I fatti li fanno le banche.
La ministra Cécile Kyenge è un’esponete esemplare di questo governo.
Titolare di un dicastero certamente delicato ma del tutto secondario per l’Azienda Italia, Cécile Kyenge ha svolto egregiamente il suo compito.
Ha levato grandi strilli per episodi ridicoli, come i cori razzisti durante le partite di calcio e per altre amenità di medesima risma.
Si è però dimostrata del tutto assente di fronte a recenti  tragedie che avrebbero dovuto coinvolgere i suo dicastero.
Fu una bella statuina alla commemorazione della strage di Lampedusa (4 ottobre 2013); è stata del tutto indifferente di fronte allo sconcio permanente dei Centri di Identificazione ed Espulsione (i famigerati Cie); ed è sempre assai distratta di fronte allo sfruttamento selvaggio dei lavoratori emigrati, che non avviene solo a Rosarno, tanto per fare un esempio balzato alle cronache di questi ultimi anni ... Lo sfruttamento avviene nelle mille e mille piccole e grandi aziende del Bel Paese.
Ed è proprio per questa sua discrezione (e distrazione) di fronte allo sfruttamento che è molto apprezzata dai pennivendoli della borghesia italiana, «La Repubblica» in primis. Certo ... il peggio non ha fine, e i padroncini della Lega Nord vorrebbero avere una maggiore disponibilità di carne da macello ... e sbraitano, contro Cécile Kyenge. Fanno solo pressione, in attesa che Renzi e Ichino possano dettar legge in materia di lavoro.
Ed è proprio il differente comportamento che fa la differenza tra la ministra Cécile Kyenge e l’operaio Fabio Zerbini.
Fabio Zerbini da molti (moltissimi) anni è a fianco dei suoi simili, è a fianco dei proletari, degli sfruttati, bianchi e neri. E sarebbe il caso di dire che non è il colore della pelle che fa la differenza. La differenza la fa lo sfruttamento. Anche se allo sfruttamento il razzismo dà una bella spinta, favorito com’è dalle fetenti leggi dello Stato, con i mille ricatti della Bossi-Fini. E Fabio questo lo capì subito, e si schierò con i lavoratori emigrati, con i facchini della logistica, inquadrati nelle cooperative del lavoro interinale, vere agenzie dello sfruttamento selvaggio. Gestito dal sindacalismo malavitoso, stile Fronte del Porto (per chi si ricorda il film).
Non ci vuol molto a capir con chi si ha a che fare e che cosa si rischia .... oltre alle immancabili denunce e botte di Stato.
Su un’altra sponda, e ben protetta, si pone la ministra Cécile Kyenge che l’11 gennaio replicò agli insulti razzisti ricevuti Brescia dicendo che eran rivolti contro le istituzioni, da lei incarnate. Lesa maestà!
Dopo le violenze, pacata e propositiva è stata invece la dichiarazione di Fabio Zerbini. Che riporto.


Il pestaggio da me subito oggi può avere responsabilità dirette difficili da definire ma è, in ultima istanza, una chiara rappresentazione politica della reazione borghese al movimento di lotta che sta attraversando l'intero paese, con al centro i facchini (per lo più immigrati) della logistica e del trasporto
La scia degli episodi di violenza contro il movimento di sciopero che continua ad allargarsi è ormai abbastanza lunga da richiedere una risposta all’altezza della situazione con il chiaro obiettivo non di porvi fine (nessuno di noi si può illudere in questo senso) ma, piuttosto, di non segnare il passo e alzare ulteriormente il contenuto (non stupidamente le sole forme) dello scontro
Illusi quei nemici che pensano che tale movimento di lotta passi per alcuni militanti magari (?) più convinti e abnegati di altri.
Il movimento nasce da condizioni materiali ben precisi, destinati ad approfondirsi per via della crisi del capitalismo che impone uno sfruttamento sempre più intenso della classe operaia.
Attentati e pestaggi dei dirigenti e dei delegati più in vista, minacce e ricatti diffusi nelle fabbriche, licenziamenti e violazioni sistematiche dei diritti, cariche, denunce, fogli di via e arresti da parte degli organi repressivi dello stato, non sono altro che sfaccettature diverse di una verità che viene a galla. Da una parte gli sfruttatori dall'altra gli operai che vanno organizzandosi dal basso
Il conflitto è inevitabile e finalmente lo possiamo dire, l'esito tutt'altro che scontato
Stolti quindi anche coloro (tra i presunti amici) che si accontentano di gridare vendetta o che cascano dal pero e si inorridiscono per la violenza appellandosi alla democrazia e al rispetto delle sue regole. Perché proprio questa è la democrazia, riflesso diretto, anche se distorto, di un dominio di classe che "qualcuno" ha deciso di sfidare, nella convinzione profonda che, battendosi per i bisogni elementari delle grandi masse, si possono anche raggiungere conquiste immediate, per quanto parziali.
Insomma, poco ci deve importare cercare di scoprire l'autore materiale dell'ennesima violenza anti-operaia di cui si è dovuta nutrire la nostra stessa scelta politico-sindacale in quanto S.I. Cobas
La mano che ha colpito non è cattiva (e a pensarci bene non ha fatto nemmeno un gran danno) ma è piuttosto una rappresentazione evidente del fatto che il padronato (incluso i suoi servi, o sgherri, ovviamente) non trova, al momento, una soluzione praticabile per sottrarsi dal ricatto dell'azione operaia.
Quindi, ancora una volta: che fare?
Al momento la mia proposta è una sola: la convocazione di un attivo pubblico di tutte le strutture del S.I. Cobas e di tutti i solidali con questa battaglia, per sfruttare al meglio l'occasione e rilanciare la lotta attraverso uno sciopero generale da organizzarsi....bene
Data la possibilità che tale incontro, che propongo si tenga questa domenica 19 gennaio, alle 11, possa vedere una certa partecipazione, propongo inoltre che si svolga al Csa Vittoria (Milano) ed in forma pubblica e nazionale
Fabio Zerbini
D. E., Milano, 17 gennaio 2014.

PARTE LA CAMPAGNA DI SOLIDARIETA' CON I LICENZIATI DA COOP CENTROITALIA

“LADRI” DI MERENDINE?
natale solidale con i licenziati della coop!
Alla fine di novembre sono arrivate le lettere di licenziamento a due lavoratori della COOP con l’accusa di aver rubato merendine e caramelle esposte in un contenitore del magazzino. Il caso sembra molto simile a quello che successe in coop Tirreno nel 2010 quando vennero fatte accuse simili a 24 lavoratori, di cui 7 licenziati e poi reintegrati dai giudici.
La questione apre molte perplessità sulle forme di controllo e videocontrollo illegale all’interno della COOP, ma soprattutto sull’opportunità di procedere a misure così drastiche ed infamanti per i lavoratori. Dopo decenni di lavoro in COOP qual è la logica che porta a licenziare lavoratori, uno dei quali vicino alla pensione, con l’accusa, tutta da dimostrare tra l’altro, di essersi mangiati qualche caramella? Infatti tra i lavoratori prevale la perplessità: per anni in Coop il materiale deteriorato era a disposizione dei lavoratori e mangiare un dolcetto non è proprio lo stesso che organizzare e perpetrare un furto. 
Un romanzo di Camilleri con protagonista Montalbano si intitola proprio il “ladro di merendine”, a sottolineare l’inconsistenza della questione, ed allora cosa passa in mente a COOP Centro Italia in questo momento di crisi, di mettere sulla strada due lavoratori per una questione così risibile? Può la stessa COOP presentarsi come moralizzatrice assoluta dopo le operazioni finanziarie che l’hanno vista protagonista di investimenti (e perdite sostanziali di milioni di euro, spesso del “prestito sociale”) in Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Spoleto e nell’operazione Fondo Etrusco?
Come mai un sindacato come FILCAMS CGIL si è rifiutato di organizzare un’assemblea in solidarietà coi lavoratori licenziati, facendo di fatto saltare una risposta unitaria dei lavoratori?
Gli autorganizzati ed i COBAS della COOP, rifiutando i licenziamenti e ritenendoli quantomeno inopportuni, eccessivi e lontani dalla storia e dalla pratica del movimento operaio da cui Coop proviene, lanciano una campagna di solidarietà con i licenziati della coop per garantire loro le spese legali per opporsi ai licenziamenti.
MERCOLEDI 25 DICEMBRE DALLE ORE 23 CONCERTO DELLA CONCABANDA E POI DJ SET, IN SOLIDARIETA’ AI LICENZIATI DALLA COOP, PRESSO IL CENTRO SOCIALE GERMINAL CIMERELLI IN VIA DEL LANIFICIO 21, ENTRATA BENEFIT PER LE SPESE LEGALI
SABATO 28 DICEMBRE NATALE SOLIDALE: RACCOLTA FONDI PER PAGARE LE SPESE LEGALI DEI LICENZIATI COOP
PERCHÉ IL NATALE NON SIA UNA DATA VUOTA E CONSUMISTICA, LANCIAMO AD UN MESE ESATTO DAI LICENZIAMENTI UNA  RACCOLTA DEI FONDI. INVITAMO TUTTI I LAVORATORI A DEVOLVERE LA GIORNATA LAVORATIVA (50 EURO O QUANTO VORRANNO) PER LE SPESE LEGALI DEI LICENZIATI COOP: CONSEGNANDOLI ALLA RSU ANDREA LEONARDI (SINO AL 7 GENNAIO 2014) OPPURE A VERSANDOLI SUL  CC. DEI COBAS IBAN:  IT14 X076 0114 4000 0003 9956 966 CON LA CAUSALE “SPESE LEGALI LICENZIATI COOP”
COBAS ED AUTORGANIZZATI COOP CENTRO ITALI
A

DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO: il 13 luglio la cassazione dovrà dirci se le merci contano più delle persone

martedì 10 luglio 2012 · Posted in , , ,

il 13 luglio la cassazione dovrà dirci se le merci contano più delle persone

by insorgenze
Se la gestione dell’ordine pubblico condotta durante il G8 del luglio 2001 è quella riconosciuta appena una settimana fa dalla quinta sezione penale della corte di cassazione, allora vuol dire che esiste un nesso molto forte con il verdetto che un’altra sezione della cassazione dovrà pronunciare il prossimo 13 luglio.
I giudici sono chiamati a decidere sulla pertinenza del reato di “devastazione e saccheggio” contestato nei confronti di dieci manifestanti condannati a pene molto pesanti per un totale di quasi 100 anni di reclusione.
Dagli atti processuali emerge come la contestazione di questo reato sia stata il  frutto di una scelta politica fatta a tavolino dai vertici dell’ordine pubblico. Quegli stessi vertici condannati e rimossi pochi giorni fa dagli incarichi di direzione investigativa più importati del Viminale per il ruolo svolto nella catena di comando che portò all'assalto e al massacro dentro la Diaz e alla successiva attività di falsificazione delle prove nel tentativo di depistare e coprire le brutali violenze commesse.
All’indomani dei fatti di Genova il capo della Polizia diede incarico a tre prefetti di condurre un’inchiesta amministrativa sul comportamento delle forze di polizia. Da questa ricostruzione si venne a sapere che Francesco Gratteri, allora capo dello Sco, su incarico diretto dello stesso De Gennaro dalla mattina del 21 luglio smise di occuparsi della sicurezza dentro la zona rossa per seguire in prima persona ciò che accadeva all’esterno. Le nuove direttive erano molto chiare: «bisognava fare più arresti, si chiedeva un cambio di passo, una maggiore incisività nella gestione della piazza». In fondo il giorno prima c’era stato solo un morto. Evidentemente non bastava, dalla politica giungevano altre pressioni.
Ricevuto il nuovo mandato, Gratteri mette subito in campo una strategia molto più aggressiva: fin dal mattino dirige personalmente la perquisizione nella scuola Paul Klee, dove vengono effettuati 23 arresti. «Si tratta di un episodio fondamentale per comprendere l’esito successivo degli eventi», spiega l’avvocato Francesco Romeo. E’ la prova generale del dispositivo che verrà impiegato in serata con la famigerata irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli. «Le persone fermate alla Paul Klee vengono arrestate utilizzando lo stesso schema di accusa che sarà poi impiegato per la Diaz: ovvero associazione a delinquere finalizzata alla devastazione saccheggio». A dimostrazione che fin dal mattino era stato congeniato un modello operativo che prevedeva la contestazione di un capo d’imputazione confezionato ancora prima che alcuni degli episodi contestati dovessero accadere. Altre contestazioni - come fu per le molotov e le armi improprie rinvenute alla Diaz - vennero inventate di sana pianta.
L’indeterminatezza e la geometria variabile del capo d’accusa
Il reato di devastazione e saccheggio è una eredità dal codice Zanardelli. Faceva parte delle imputazioni che attentavano alla sicurezza interna dello Stato, tant’è vero che in un unico articolo erano previste insieme «guerra civile, devastazione, saccheggio e strage». Reato politico per definizione, la sua applicazione richiedeva una violenza politica organizzata sotto il profilo associativo. Con il varo del codice Rocco, “devastazione e saccheggio” perde una parte della sua estensione e politicità. Le condotte incriminate vengono suddivise: alla vecchia “devastazione, saccheggio e strage finalizzati alla sovversione dello Stato”, reato punito con l’ergastolo si affianca il semplice danneggiamento. In mezzo c’è il 419 cp, ovvero la sola “devastazione e il saccheggio”, punita con pene che oscillano da 8 a 15 anni. Si tratta di un reato contro l’ordine pubblico, privo però di una precisa definizione per quanto riguarda l'estensione, l'intensità e la gravità dei fatti incriminati.
Indeterminatezza che contrasta con l’esigenza, prevista dalla costituzione, di indicare condotte «determinate e precise» per ogni reato. «Lo strumento era pronto e predisposto dal regime fascista - spiega sempre l’avvocato Romeo - ma chi lo ha raffinato e reso efficiente ai fini della repressione dei movimenti sociali di piazza è stata certamente la magistratura repubblicana che ha ridotto l’ambito di estensione delle condotte di danneggiamento e di furto per poter ritenere compiuto il reato più grave di devastazione, anche di fronte ad episodi circoscritti sia nel tempo che nello spazio». Tutto ciò in totale contrasto con il significato letterario dei due termini: devastazione vuole dire rendere deserto, distruggere totalmente; saccheggio significa depredazione totale. Per cui si è arrivati al punto di qualificare come atti di devastazione e saccheggio anche leggeri danneggiamenti, vetrine rotte o bancomat danneggiati, allineandosi in questo modo alle direttive europee che fin dal 2001 raccomandavano di introdurre i tradizionali scontri di piazza all’interno di una definizione estensiva dellla nozione di terrorismo.
Questa incertezza ha lasciato ampio spazio alle interpretazioni arbitrarie degli investigatori e della magistratura, come è accaduto per Genova. Tant’è che a parità di comportamenti altri manifestanti coinvolti in scontri, anche più duri, avvenuti in altre zone della città hanno visto derubricata la devastazione a semplice danneggiamento. E’ avvenuto per il corteo delle Tute bianche. Tuttavia lo stesso giudizio non è stato applicato per questi dieci manifestanti. Perché? La brutta sensazione è che si sia utilizzato un metro politico: i buoni da una parte e i cattivi, i soliti Black bloc, dall’altra.
Le merci valgono più delle persone?
La Cassazione dovrà dirci anche se ritiene ammissibile un diritto processuale asimmetrico e diseguale. Per esempio tra il trattamento riservato al personale di polizia coinvolto nelle brutali violenze di Bolzaneto, e quello toccato agli imputati di devastazione e saccheggio. Perché i manifestanti che si trovavano nelle vicinanze di una vetrina rotta hanno dovuto rispondere di “compartecipazione psichica” con le violenze commesse contro le cose, mentre il personale di polizia che ha assistito alle sevizie contro i fermati dentro la caserma di Bolzaneto non si è visto contestare nessuna compartecipazione, nonostante il loro status di pubblici ufficiali imponeva l’obbligo di intervenire per interrompere la consumazione di qualsiasi reato?
Alla fine le violenze e le sevizie fisiche e morali esercitate contro le persone, con l'aggravante del loro stato di fermo, derubricate in assenza del reato di tortura a semplici lesioni e abuso di autorità sono cadute in prescrizione mentre il danneggiamento di vetrine, bancomat ed autovetture rubricati come atti di devastazione e saccheggio restano tuttora passibili di condanne che oscillano tra gli 8 e i 15 anni. La cassazione dovra dirci anche questo: se l'integrità delle merci conta più di quella delle persone.

Powered by Blogger.