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SEMINARIO NAZIONALE A TERNI: LA SCUOLA AI TEMPI DELLA 107

 AULA MAGNA LICEO SCIENTIFICO “R.DONATELLI” via della vittoria – Terni


SEMINARIO NAZIONALE DI FORMAZIONE E  DI AGGIORNAMENTO
PER IL PERSONALE DELLA SCUOLA PUBBLICA STATALE
PRESENTE SU PIATTAFORMA SOFIA
LA SCUOLA AI TEMPI DELLA LEGGE 107/15
           
ore  8.30 – 9.00  Accoglienza e registrazione delle/dei partecipanti
ore  9.00 – 11.30  Interventi:
·        Catia Coppo (docente, CESP nazionale): introduzione ai lavori
·         Franco Coppoli (docente, CESP nazionale): “La scuola liquida e il docente flessibile: effetti della 107 sulla didattica e sulla funzione sociale della scuola pubblica”
·        Elisabetta Grimani (docente, CESP TR): “Alternanza Scuola Lavoro ai tempi del Jobs Act, nuovi obblighi ed esami di stato”;
·         Nino De Cristoforo (docente, CESP Catania): “organi collegiali e democrazia nella scuola”
·        Mario Sanguinetti (insegnante di scuola elementare,CESP Roma):i docenti a tempo determinato nella scuola elementare: quali prospettive?”.
ore 11.30-12,00 pausa
ore 12,00-13.00 Dibattito
ore 13,00-14,00 Pausa pranzo
ore 14,00-16,00 Gruppi di lavoro, sintesi
Al termine dei lavori verrà rilasciato l’idoneo attestato di frequenza ai sensi della normativa vigente.



Il CESP è Ente Accreditato/Qualificato per la formazione del personale della scuola   (D M 25/07/06 prot.869)
ESONERO DAL SERVIZIO PER IL PERSONALE ISPETTIVO, DIRIGENTE, DOCENTE E ATA CON DIRITTO ALLA SOSTITUZIONEin base all’art.64 comma 4-5-6-7 CCNL2006/2009 - CIRC. MIUR PROT. 406 del 21/02/06


il comma 5 dell’art.64 del CCNL qualifica la fruizione di 5 gg per la partecipazione dei docenti come un diritto non subordinato a condizioni ostative da parte dei  Dirigenti Scolastici, salvo l’applicazione di criteri predeterminati di fruizione, previsti nella contrattazione integrativa.
Per la iscrizione: tramite piattaforma SOFIA o inviare la domanda via mail a catiacoppo@yahoo.it.

E’ possibile iscriversi anche la mattina stessa.

SCARICATE 
IL PROGRAMMA DEL SEMINARIO
IL MODULO PER L'ESONERO DAL SERVIZIO DA PRESENTARE AL PROTOCOLLO;
IL MODULO PER L'ISCRIZIONE AL SEMINARIO (EFFETTUABILE ANCHE DALLA PIATTAFORMA SOFIA)

PER UNA SCUOLA PUBBLICA LAICA SENZA SIMBOLI RELIGIOSI NELLE AULE. NO ALLA SCUOLA-PARROCCHIA

PER UNA SCUOLA PUBBLICA LAICA SENZA SIMBOLI RELIGIOSI NELLE AULE. NO ALLA SCUOLA-PARROCCHIA
sospeso per un mese dal servizio e dallo stipendio il prof. Franco Coppoli, per la sua battaglia per la laicità’ della scuola pubblica

Anche se è arrivato il 1 aprile, non si è trattato del classico pesce, ma di un pesante provvedimento di stampo inquisitoriale: il dirigente dell’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, Domenico Peruzzo ha sospeso per un mese, dall’8 aprile al 7 maggio, dall’insegnamento e dallo stipendio il prof. Franco Coppoli per aver tolto i crocefissi dalle aule dell’istituto per geometri Sangallo di Terni in cui insegna, dimostrando che nel nostro paese, nel 2015, è ancora vietato rivendicare la separazione tra stato e chiesa e chiedere spazi educativi inclusivi senza simboli religiosi e che continua la crociata integralista, discriminatoria e diseducativa, di quelli che pretendono di imporre la connotazione religiosa delle aule scolastiche della scuola pubblica, nonostante non esista alcuna legge o regolamento che impongano la presenza del crocefisso nelle aule delle scuole superiori.
Nel provvedimento si riconoscono varie irregolarità commesse dal dirigente scolastico nel far tassellare a oltre tre metri i simboli religiosi “preso atto che nella memoria difensiva sono presenti riferimenti ad atti … che verranno trattati con distinte procedure”, ma la motivazione per un provvedimento disciplinare così grave è superficiale e generica: togliere un crocefisso, che non dovrebbe trovarsi nelle aule, costituisce per l’USR “una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente”. Fine delle motivazioni. Perché? Ma ai sensi di quale legge? Quale violazione sarebbe stata effettuata? Di quali doveri si parla? I pubblici dipendenti non sono servi che obbediscono ai presidi-padroni, ma alle leggi e non esiste alcuna norma che imponga la presenza del crocefisso nelle aule. Tra l’altro a dicembre a Trieste, il prof. Davide Zotti, per lo stesso comportamento, è stato sanzionato con una semplice censura dall’USR del Friuli, con motivazioni molto più articolate e dettagliate. Forse l’USR pensa che l’Umbria sia ancora sotto lo stato pontificio!
E’ stato il fascismo a collocare nelle scuole e nei tribunali  i crocefissi, ma pensavamo che il clericofascismo fosse relegato al passato, mentre il comportamento dell’USR dell’Umbria conferma un grave atteggiamento intimidatorio ed discriminatorio, nonostante la Corte di cassazione abbia ritenuto la presenza dei crocifissi nelle scuole, da un lato, incompatibile con il principio di laicità dello Stato (Cassazione penale, sentenza Montagnana) e, dall'altro, lesiva dei diritti di coscienza del pubblico impiegato, al punto da ritenere giustificata l'autodifesa del lavoratore (Cassazione civile, sezioni unite, sentenza Tosti).
Le aule della scuola pubblica sono piene di colori e di mondo, di ragazze, ragazzi e docenti credenti, atei o agnostici e di tante religioni diverse, ed è inaccettabile che un solo un simbolo abbia il privilegio di essere esposto sulla testa degli insegnanti in una posizione di massima rilevanza simbolica e non saranno le sanzioni disciplinari ad arrestare questa battaglia di civiltà.
L’imposizione del crocefisso ha un carattere discriminatorio ed escludente, serve a marcare un territorio e imporre una visione e una simbologia religiosa di parte, in uno spazio pubblico che deve invece essere libero, includente, laico e aperto a tutti. I diritti tutelano le minoranze e le diversità e non dovrebbero rappresentare la dittatura della maggioranza,(tutta da dimostrare tra l’altro. Per questo è inaccettabile che ancora oggi chi lavora per lo Stato debba subire pesanti sanzioni disciplinari, senza alcuna norma che le legittimi -o attraverso bizantinismi giuridici che arrivano ad affermare la… non religiosità dei simboli religiosi!- per aver contrastato il privilegio, l’arroganza e l’invadenza simbolica di quello che a molti appare un simbolo “naturale” o “neutrale” proprio perché l’obiettivo di questa inaccettabile ingerenza ha ottenuto i suoi risultati.
Mentre il governo sta cercando di far passare una nefasta riforma della scuola che ne attacca alla radice il carattere solidale e collegiale introducendo la figura del preside-podestà, l’USR dell’Umbria decide di sanzionare pesantemente, e a nostro avviso senza alcuna reale motivazione normativa, il prof. Franco Coppoli, per la sua scelta di laicità e rispetto delle differenze. Esprimiamo la nostra piena solidarietà -insieme all’appoggio in ogni sede, a cominciare da quella legale, per contestare l’iniquo provvedimento disciplinare che gli è stato irrogato- con la battaglia civile dei docenti Franco Coppoli e Davide Zotti e del giudice Luigi Tosti, contro la presenza del crocefisso nelle scuole e nei pubblici uffici, affinché si realizzi pienamente quella distinzione tra Stato e chiesa che è alla base della modernità e perché infine gli ambienti formativi siano liberi da qualsiasi simbolo religioso, contro l’arroganza integralista della nuova Inquisizione.

I COBAS DELLA SCUOLA - Terni

PER UNA SCUOLA PUBBLICA LAICA SENZA SIMBOLI RELIGIOSI NELLE AULE SOLIDARIETA' A FRANCO COPPOLI


13 febbraio presidio per la laicità della scuola pubblica
I Cobas della scuola e l’UAAR organizzano un presidio sotto il provveditorato di Terni dalle ore 10 del 13 febbraio per esprimere solidarietà in occasione del contraddittorio per il procedimento disciplinare aperto dall’Ufficio scolastico regionale dell’Umbria contro il prof. Franco Coppoli, a cui si contesta la rimozione del crocefisso dalle aule dell’istituto per geometri dove insegna.
Sembra un paradosso che ancora nel 2015 si rischi il posto di lavoro per lottare contro gli inaccettabili privilegi della chiesa cattolica e contro l’ostentazione di un simbolo di una specifica religione nelle aule della scuola pubblica di uno Stato che dovrebbe essere laico.
Non esiste alcuna tradizione riguardo alla presenza di questi simboli di una religione particolare nelle aule delle scuole pubbliche, perché la presenza dei crocefissi nelle scuole fu imposta dal fascismo, dopo la marcia su Roma, con una circolare del 1922 e due regolamenti del ‘24 e del ’28, per trovare un’alleanza con la chiesa cattolica attraverso i patti Lateranensi del febbraio 1929 che diedero vita a quel sistema chiamato dagli storici clericofascismo.

Ricordiamo che nel nostra paese non esiste alcuna norma che impone il crocefisso nelle aule delle scuole superiori. La Corte di cassazione ha ritenuto la presenza dei crocifissi nelle scuole, da un lato, incompatibile con il principio di laicità dello Stato (Cassazione penale, sentenza Montagnana) e, dall'altro, lesiva dei diritti di coscienza del pubblico impiegato, al punto da ritenere giustificata l'autodifesa del lavoratore (Cassazione civile, sezioni unite, sentenza Tosti).
Le aule della scuola pubblica sono piene di colori e di mondo, di ragazze, ragazzi e docenti credenti, atei o agnostici e di tante religioni diverse, ed è semplicemente inaccettabile che un solo un simbolo abbia il privilegio di essere esposto sulla testa degli insegnanti in una posizione di massima rilevanza simbolica.
L’imposizione del crocefisso ha un carattere discriminatorio ed escludente, serve a marcare un territorio e imporre una visione e una simbologia religiosa di parte, in uno spazio pubblico che deve invece essere libero, includente, laico e aperto a tutti. I diritti non sono una sorta di dittatura della maggioranza (tutta da dimostrare tra l’altro) ma la tutela delle minoranze e delle diversità.
Per questo è inaccettabile che ancora oggi chi lavora per lo Stato debba subire, senza alcuna norma che lo prescrive -o attraverso bizantinismi giuridici che arrivano ad affermare la non religiosità dei simboli religiosi- sanzioni disciplinari, anche molto pesanti, per aver contrastato il privilegio, l’arroganza e l’invadenza simbolica di quello che a molti appare un simbolo “naturale” o “neutrale” proprio perché l’obiettivo di questa inaccettabile ingerenza ha ottenuto i suoi risultati.
Alcune settimane fa milioni di persone sono scese nelle piazze di tutta Europa a dimostrare solidarietà della rivista Charlie Hebdo, il 13 febbraio nel solco laico e libertario della rivista francese -ed in ricordo dell’uccisione sul rogo da parte della Santa Inquisizione del filosofo Giordano Bruno- organizziamo un presidio contro ogni integralismo religioso, in solidarietà con a battaglia civile dei docenti Davide Zotti e Franco Coppoli e del giudice Luigi Tosti, contro la presenza del crocefisso nelle scuole e nei pubblici uffici, affinché si realizzi pienamente quella distinzione tra Stato e chiesa che è alla base della modernità e perché infine gli ambienti formativi siano liberi da qualsiasi simbolo religioso.

I COBAS DELLA SCUOLA - Terni

Solidarietà a Franco Coppoli, per una scuola laica e senza simboli religiosi

mercoledì 28 gennaio 2015 · Posted in , , , ,


Francoppoli su Facebook


L’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria ha convocato, per il 5 Febbraio prossimo, per il contraddittorio in sua difesa, il professor Franco Coppoli, reo di aver rimosso i crocifissi dalle aule in cui insegna presso l’Istituto Tecnico Industriale e Geometri “Allievi-Da Sangallo” di Terni.
L’Ufficio per i procedimenti disciplinari contesta al professor Coppoli, cui l’Uaar presterà assistenza legale, «il fatto che abbia divelto dalle pareti di quattro aule in cui fa lezione i crocefissi fissati con una vite a pressione e con la colla provocando dei danni alle pareti durante le ore di lezione e che successivamente sempre durante le attività didattiche abbia proceduto personalmente a chiudere i fori».
Contestualmente, l’Ufficio «evidenzia che i fatti che si contestano, la rimozione del crocefisso dalle aule, sono stati oggetto di precedente procedimento disciplinare a suo carico e che pertanto rappresentano una recidiva».
Una notizia, comunicatagli il 9 Gennaio, cui fa il paio la sentenza della Corte d’Appello di Perugia che, il 15 Ottobre scorso, ha respinto il ricorso presentato dal docente contro la sentenza con la quale il Tribunale di Terni, nel Marzo del 2013, ha ritenuto insussistente la discriminazione denunciata da Coppoli e legittima la sospensione di trenta giorni inflittagli, per aver rimosso il crocifisso dalle aule dell’Istituto professionale “Alessandro Casagrande” di Terni, dove all’epoca prestava servizio.
I fatti risalgono al 2008, quando Coppoli si rifiutò di ripristinare i crocifissi nell’aula della classe III A — come invece deciso da un’assemblea di classe e intimatogli dal dirigente dell’Istituto — e fu per questo sospeso per un mese dall’insegnamento.
Per la Corte d’Appello di Perugia, contro la cui sentenza Coppoli ha annunciato che presenterà ricorso in Cassazione, non «sembra configurabile una discriminazione» perché le «disposizione del dirigente scolastico, concernenti l’esposizione del crocifisso, erano dirette non al solo professor Coppoli, bensì a tutti i docenti che operavano nella classe III A» e dunque «non comportavano una disparità di trattamento del Coppoli rispetto a quello riservato agli altri insegnanti».
La Corte d’Appello ritieni altresì che Coppoli non abbia alcun titolo per dolersi della «supposta violazione» dei principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione e di laicità dello Stato poiché questi «danno origine non a diritti soggettivi dei singoli, bensì a interessi diffusi, ossia della collettività nel suo complesso».
Richiamandosi, quindi, alla ormai famigerata sentenza del 2011 della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, la Corte sostiene che l’esposizione del crocifisso nei luoghi di lavoro «non possa costituire un fattore tale da condizionare e comprimere la libertà di soggetti adulti, dotati, come nel caso dell’appellante, di un livello di istruzione elevato e dunque, presumibilmente, di uno spirito critico più spiccato rispetto a quello dell’uomo medio, intellettualmente e culturalmente meno attrezzato».
«Ancora oggi — è il commento dell’Uaar — cercare di insegnare o esercitare la propria attività lavorativa in luoghi pubblici non connotati da alcun simbolo religioso è difficile e pesante.
Basti pensare alla vicenda del giudice Luigi Tosti, a quella del prof. Davide Zotti e a quella che vede coinvolto il prof. Franco Coppoli: il cammino per i diritti civili e la laicità dello Stato, nel nostro Paese, è ancora in salita, ma l’Uaar è e sarà uno strumento di tutela e solidarietà concreta in queste importanti battaglie civili».
Comunicato stampa Uaar

L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE SCEGLIE LA SCUOLA-RIFORMATORIO: SOSPESO 12 GIORNI DALL’INSEGNAMENTO E DALLO STIPENDIO IL DOCENTE CHE HA SCELTO DI CONTINUARE AD INSEGNARE OPPONENDOSI AI CONTROLLI ANTIDROGA DURANTE L’ORARIO DI LEZIONE.


Sospendere un insegnante perché si rifiuta di interrompere la lezione sembra un paradosso degno di Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, ma a Terni succede proprio questo: il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, Domenico Petruzzo, irroga il provvedimento disciplinare della sospensione per 12 giorni dal servizio e dallo stipendio a un docente per essersi rifiutato di  interrompere la lezione per controlli con cani antidroga in classe. L’insegnante è Franco Coppoli, referente provinciale della Confederazione Cobas. L’esecutivo nazionale dei Cobas della scuola ha deciso di patrocinare il ricorso davanti al giudice che verrà presentato al Tribunale di Terni al termine del periodo di sospensione. A fine marzo 2014 il docente, all’irruzione dei poliziotti in classe, senza alcun mandato del magistrato, si era rifiutato di interrompere la lezione minacciando gli agenti di denuncia per interruzione di pubblico servizio. L’U.S.R. a luglio ha formalizzato il provvedimento che decorre dall’inizio dell’a.s.. dal 15 al 27 settembre.
Quello di interrompere la normale attività didattica da parte della polizia (senza alcun mandato di magistrati) per controlli con cani antidroga è un atto grave, indice del clima sociale e politico nel nostro paese. Vengono alla mente gli stati di polizia, le irruzioni nelle scuole dopo il colpo di stato in Cile o in Argentina o in quei luoghi dove le forze di polizia si arrogano prassi autoritarie che ledono profondamente i diritti civili, la libertà di insegnamento, le prerogative democratiche, nonché la persona degli studenti. Infatti interrompere le lezioni per imporre umilianti controlli  antidroga non porta risultati quantitativi tali che possano far pensare che l’operazione serva a debellare spaccio o consumi. In realtà queste sono operazioni repressive con connotazioni mediatico-intimidatorie: servono a “insegnare” agli studenti che sono tutti potenziali criminali, controllabili e perquisibili in ogni momento. Educare al controllo ed alla subalternità ecco l’intento, neppure troppo nascosto, di queste operazioni-spettacolo che attaccano profondamente l’essenza stessa del fare scuola: dell’educare in modo critico e non certamente reprimere, sorvegliare e punire. Se infatti ci fossero (e non c’erano in questo caso) comportamenti collegati all’uso di sostanze psicotrope, che fanno parte dei processi comportamentali dell’adolescenza, quale dovrebbe essere la risposta della scuola? Intervenire, anche tramite esperti, cercando di affrontare il problema in un’ottica educativa oppure riempire gli istituti di polizia e cani arrestando o prelevando adolescenti in possesso di qualche spinello? E’ quello che Susanna Ronconi di Forum Droghe chiama un suicidio educativo: la scuola ed i docenti così abdicano al proprio ruolo, alla propria professionalità per passare dall’educazione alla repressione. Che senso ha proporre la scuola-carcere, la scuola- riformatorio (come avviene già negli USA) in un momento in cui
alcuni stati liberalizzano o legalizzano l’uso terapeutico o ricreativo delle droghe leggere, in cui alcune sentenze della Corte costituzionale attaccano la ormai ventennale e fallimentare “lotta alla droga” e hanno smantellato la legge Fini-Giovanardi che ha solo riempito le carceri di tossicodipendenti garantendo ampi profitti alle mafie. I COBAS si mobilitano a fianco di Franco Coppoli, patrocinano il ricorso in tribunale, organizzeranno iniziative di formazione dei docenti, auspicano la solidarietà dei colleghi, operatori del settore e genitori e la mobilitazione degli studenti per il rispetto dei loro diritti.
La scuola è un contesto educativo, non è un riformatorio dove si possono interrompere le attività didattiche per il triste ed inutile spettacolo delle repressione.

COBAS, COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA UMBRIA 

Scuola e controlli antidroga, prevenzione o repressione?




di Marco Barone - In questi mesi, probabilmente perché vi saranno delle ignote
scadenze, ignote alla collettività, non a chi si adopera per rispettarle, nelle scuole di molte città dilagano i controlli antidroga con le unità cinofile. A volte nell'area delle pertinenze scolastiche, a volte dentro le aule scolastiche interrompendo anche l'ordinaria attività didattica.


Non entro nel merito della questione proibizionismo ed antiproibizionismo, mi soffermo sul perché di questi controlli che vengono definiti come attività di prevenzione. A parer mio non si tratta di prevenzione, ma repressione vera e propria e non sempre legittima ed a volte sussistono anche dubbi di legalità. Prevenire significa intervenire tramite i processi cognitivi, formativi, educativi, coinvolgendo l'agenzia educativa scuola famiglia. Prevenire significa dialogo, confronto, informazione, formazione.
Prevenire non significa presentarsi un bel dì in una scuola qualunque, con mezzi delle forze dell'ordine e uomini in divisa e cani antidroga. E' una immagine preoccupante, brutta, che incute timore, che incute dubbi e mille perplessità, ma specialmente è l'immagine che rappresenta il fallimento delle politiche di prevenzione in tema di antidroga;  è il fallimento del processo educativo della e nella scuola. Perché quando lo Stato è costretto a mostrare i muscoli  significa che esiste un deficit enorme, che si cerca di colmare tramite il timore, l'autoritarismo ed all'interno di quel luogo che dovrebbe essere protetto, ed essere protetto non significa terra franca, ma significa semplicemente che la scuola tramite i suoi processi educativi deve essere l'unica soggettività deputata ad intervenire con gli strumenti formativi e preventivi ma non repressivi a sua disposizione. Senza dimenticare che in Italia non esiste alcuna emergenza di  assunzione di droghe tra gli studenti, il Piano nazionale antidroga,per esempio, parla di decremento considerevole rispetto alla media europea, invece risulta essere in aumento  il consumo di alcol. 

Il Piano Nazionale Antidroga 2010/13 in nessuno dei suoi passaggi prevede perquisizioni o controlli nelle scuole, così come oggi vengono effettuati. Si parla, invece, di dialogo, formazione, informazione, ma non di controlli così invadenti come quelli attuati recentemente. D'altronde lo stesso Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze nel 2002 scriveva che “La maggior parte dei programmi di prevenzione dalla droga hanno l’obiettivo di evitare o di ritardare l’assunzione di stupefacenti e la tossicodipendenza, a partire dall’ambito scolastico tradizionale. È necessario distinguere tra programmi di prevenzione specifici al di fuori dei curricula scolastici e attività preventive integrate nei programmi scolastici. La prevenzione nella scuola non dovrebbe focalizzarsi esclusivamente sul problema droga, ma al contrario comprendere aspetti di carattere personale e sociale, anche attraverso il coinvolgimento delle famiglie degli  alunni”.
Anche il protocollo d'intesa stipulato tra il MIUR ed il Dipartimento delle Politiche Antidroga con la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel dicembre 2012 sembra indicare vie diverse da percorrere, rispetto ai controlli con unità cinofile o perquisizioni nelle scuole. Si scrive per esempio che “gli interventi di prevenzione, per essere maggiormente efficaci, devono essere associati a interventi finalizzati alla riduzione della disponibilità di droghe sul territorio attraverso il mantenimento del rispetto della legalità ed in particolare mediante la repressione del traffico, dello spaccio, della coltivazione e della produzione non autorizzata. Oltre a queste azioni dirette alla riduzione dell’offerta, è opportuno anche mantenere fattori e condizioni deterrenti l’uso di droghe mediante regolamentazioni e normative nel rispetto dei diritti umani. Tutto questo all’interno di un approccio bilanciato che deve trovare sempre il giusto  equilibrio tra le azioni di riduzione della domanda e le azioni di riduzione dell’offerta”.
Accade però che vengono stipulati accordi territoriali tra Prefetture, Questure, USP, USR e Comuni, che prevedono modalità operative di interventi specifici e dettagliati e spesso questi protocolli,andando oltre le indicazioni nazionali, prevedono procedure che possono legittimare controlli antidroga effettuati all'interno delle scuole. Ma il punto è il seguente:  le scuole coinvolte, in casi come questi, sono state realmente informate di tutto ciò? Il Consiglio d'Istituto ed il Collegio docenti, i rappresentati degli studenti e dei genitori, sono stati coinvolti nei processi formativi ed informativi che interessano la possibilità o la necessità di dover provvedere a simili azioni di controllo?
Spesso ciò non accade.
Ma accade che mentre svolgi la tua lezione in classe senti all'improvviso bussare la porta, e vedi le forze dell'ordine con le unità cinofile lì pronte ad entrare. Come rimanere indifferenti a ciò? Il problema è culturale, sociale, educativo, formativo.  Altra riflessione andrebbe fatta sulla correttezza, anche dal punto di vista normativo, del comportamento assunto dal Dirigente scolastico che richiede l'intervento delle forze dell'ordine per effettuare simili atti all'interno della scuola. Spesso il tutto senza alcuna prova di uso e consumo o spaccio di sostanze all'interno dell'area scolastica, spesso senza indizi gravi, precisi e concordanti, ma solo per un senso del dubbio. Ciò sembra non essere vietato, ma il fatto che non sia vietato non significa automaticamente che il detto comportamento possa essere considerato liberamente come lecito sia dal punto di vista civile che penale che
amministrativo che etico e morale.

Oltre il cane Pando verso la drug education

Fonte: fuoriluogo.it, di Susanna Ronconi 24/04/2014

Il professor Franco Coppoli si è rifiutato di far entrare i cani antidroga nella sua classe mentre faceva lezione. Si ritrova oggi con un provvedimento disciplinare incombente sulla sua testa. Susanna Ronconi prova a spiegare perchè con i giovani  l'approccio deterrente non funziona e che bisogna ritornare ad educare.
26 marzo, Istituto per geometri Sangallo di Terni. Il cane Pando fa il suo ingresso in classe, è un cane antidroga, lavora per la Questura, e fa i suo mestiere. Ma anche il professor Franco Coppoli sta facendo il suo, di mestiere, insegna, dichiara agli agenti di non voler interrompere il suo “pubblico servizio” e li invita a uscire. Un gesto, quello del professore, che non finisce lì, e che il 29 aprile, all’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, sarà giudicato e sanzionato con un provvedimento disciplinare per non aver interrotto le lezioni (sic!) e aver impedito il controllo in aula della polizia. La contestazione è per un atto “ non conforme alle responsabilità, ai doveri, e alla correttezza inerenti alla funzione o per gravi negligenze in servizio”, il che significa fino a sei mesi di sospensione da insegnamento e stipendio.
Quello di Terni non è un episodio nuovo e tantomeno isolato, si è ripetuto spesso anche in questi mesi di post Fini Giovanardi (una inerzia?) l’assunto che la repressione, meglio se esibita e con forte impatto, come i supplizi del medioevo, serva alla dissuasione fa parte del senso comune, di quello della politica e anche di quello di certi “scienziati” embedded. Ma vale la pena riparlarne per almeno tre motivi.
Primo: Pando oggi non sta più fuori dai cancelli ad annusare, entra nelle aule, l’impatto è forte, il linguaggio non è quello del mero controllo ma quello della deterrenza, e il rapporto che si cerca così con li mondo degli educatori non è una alleanza, è una sudditanza ancillare e muta. Un approccio che rende pedagogicamente ridicola la tesi di un discorso che presume di essere efficace alternando parole educative a parole repressive: Pando non apre uno spazio educativo, Pando lo chiude (del resto sa solo abbaiare). Che il professor Coppoli si sia sentito espropriare di parola e ruolo è il minimo.
Secondo: la sconcertante impermeabilità nel tempo di queste prassi alla “evidenza” della loro inefficacia: la santa alleanza tra “educare e punire” - manifesto della nostra legislazione nazionale -  ha dimostrato nei decenni la sua pochezza (vedere gli andamenti dei consumi per credere). Lo “scared approach”, approccio deterrente, di reganiana memoria (do you remember “Just say no!” e la Zero tollerance?) ha avuto proprio negli States, dove ha drenato milioni di dollari per un semplice bluff, la sua più radicale critica. Da un lungo elenco: gli studi di Rodney Skager, California, sul fatto che, repressione o no, i ragazzi consumano comunque, quello della Università del Michigan, che ha indagato sulla inutilità dei test sui ragazzi, fino al modello educativo “La sicurezza al primo posto: un approccio basato sulla realtà” della pedagogista Marsha Rosenbaum, San Francisco, che così sintetizza il suo pensiero: «La realtà, secondo le ricerche promosse dallo stesso governo degli Stati uniti, è che oltre la metà dei giovani adolescenti americani sperimenta l’uso di droghe illegali nel periodo in cui frequenta le scuole medie superiori. Tuttavia, l’obiettivo principale della gran parte dei programmi è quello di prevenire il consumo. Al contrario, un approccio realistico dovrebbe concentrare le nostre energie sulla prevenzione dei comportamenti d’abuso. Continuiamo a enfatizzare il valore dell’astinenza, a supportare quegli studenti che dicono “no alle droghe”, mentre dovremmo offrire un’informazione onesta e scientificamente corretta a tutti coloro che dicono “forse”, o “qualche volta” o “sì”».
E qui sta il terzo punto: è ora che gli educatori (tutti, dai genitori agli insegnanti al mondo adulto) si riprendano parola e responsabilità. Il gesto di Franco, dei colleghi e dei genitori che hanno solidarizzato con lui, ha senso se si restituisce alla “normalità” delle relazioni quotidiane il discorso sull’uso di sostanze da parte dei ragazzi. Si chiama “drug education”, significa consapevolezza, ascolto, informazione corretta. Significa, con Marsha Rosembaum, prevenire l’abuso e contenere i rischi. Ma “drug ediation” non ha una traduzione in italiano, noi abbiamo preferito, grazie al Dipartimento antidroga, puntare su “early detection” (questa sì, tradotta) che significa individuare – magari invitando i genitori ad effettuare i test sui figli o mandando i cani - i consumi per avviare i ragazzi/e alla patologizzazione e alla repressione. Un suicidio educativo.
Pubblicato da LF il 24/04/2014


LE SCUOLE NON SONO CASERME, NO ALLA POLIZIA A SCUOLA, I COBAS A FIANCO DI FRANCO COPPOLI

Un dirigente scolastico avvia un procedimento disciplinare contro Franco Coppoli, un docente dell’Istituto per Geometri di Terni che la settimana scorsa ha impedito l’irruzione in classe a una squadra di poliziotti con cane antidroga che pretendevano di interrompere le lezioni e controllare gli studenti e l’aula come se si trattasse del Bronx. L’insegnante, dopo aver accertato che non ci fosse alcun mandato della magistratura, alla notizia che la polizia era stata “autorizzata” dal dirigente scolastico ha espresso la sua totale opposizione all’interruzione dell’attività didattica annunciando agli agenti che -in caso di violazione dell’aula e della lezione- li avrebbe denunciati per interruzione di pubblico servizio ed è riuscito ad ottenerne l’allontanamento dalla classe in nome della libertà di insegnamento.
Qualche giorno dopo la dirigente scolastica pro tempore, Cinzia Fabrizi, ha iniziato un procedimento disciplinare contro il prof. Franco Coppoli, trasmettendo gli atti all’Ufficio scolastico provinciale di Terni e alla Direzione dell’Ufficio scolastico Regionale dell’Umbria. Questo significa che la sanzione disciplinare pretesa è superiore ai dieci giorni di sospensione. Siamo in attesa di ricevere le contestazioni di addebito per capire cosa sia contestato al docente, a cui va la solidarietà dei Cobas. (Qui il link con un’intervista al docente)
Il caso non è isolato ma si inquadra all’interno di una operazione mediatico-intimidatoria più vasta a livello nazionale, in quanto la presenza della polizia nelle scuole viene segnalata in molte cìttà, indice di una strategia mediatico, repressiva ed intimidatoria. La scorsa settimana in quattro istituti superiori di Terni le lezioni, le verifiche, la normale attività didattica sono state interrotte da poliziotti accompagnati da un cane antidroga che hanno fatto irruzione nelle aule scolastiche, facendo uscire gli studenti, controllandoli, perquisendoli e fermando qualche ragazzo.
E’ la prima volta si è assistito, dentro le nostre scuole,  a scene che ricordano gli stati di polizia più che le democrazie moderne o uno Stato di diritto. I comunicati stampa della Questura di Terni affermano che durante il controllo sono state sequestrate (sic!) “20 dosi di hascisc e marijuana”, quindi in totale dovrebbe trattarsi di 4 o 5 grammi al massimo su migliaia di adolescenti. La quantità è irrisoria e non comprendiamo questo spiegamento di forze che ci sembra  inopportuno, e gravissimo. Siamo sicuri che un controllo su migliaia amministratori delegati di aziende, banchieri o politici (ricordiamo l’inchiesta delle Iene di qualche anno fa) avrebbe dato ben altri risultati, ma quello che rimane e vogliamo denunciare, è un operazione senza alcun senso educativo, che viola gli spazi che i ragazzi dovrebbero vivere come propri, che tenta di criminalizzare i giovani e che contro gli auspicabili interventi di prevenzione e riduzione del danno propone la sola opzione repressiva.
L’irruzione nelle classi e l’interruzione dell’attività didattica si configura infatti come una pesante violazione degli spazi educativi, come un tentativo di disciplinamento dei giovani, cercando di far passare un messaggio che criminalizza ed intimidisce gli studenti e distrugge o attacca pesantemente la specificità e l’autonomia degli edifici scolastici.
Questo spettacolo della forza e della repressione avviene inoltre a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale che ha sancito la totale incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, quella che ha riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori proprio equiparando le droghe leggere a quelle pesanti. Mentre in Uruguay ed in molti stati USA ormai hascisc e marijuana vengono legalizzati per scopi terapeutici o ricreativi a Terni si scatena un’operazione mediatica di forza e potenza contro le giovani generazioni, cercando di affibbiare agli adolescenti l’etichetta di drogati. Ci chiediamo infatti quale sia la ratio educativa che sta dietro questa operazione chiaramente intimidatoria, se non quella dell’educare alla disciplina ed alla subordinazione prefigurando uno stato di polizia in cui i diritti diventano un optional.
Invitiamo i dirigenti scolastici ad evitare di far entrare, durante l’attività didattica, la polizia a scuola, attivando eventualmente, con operatori professionali, progetti di prevenzione e riflessione sui comportamenti adolescenziali.
Invitiamo i docenti a lottare per difendere la libertà di insegnamento e l’autonomia della scuola (quella vera…) e a rifiutarsi di interrompere le lezioni, visto che l’operazione -a meno che non sia su mandato di un magistrato- si configura come interruzione di pubblico servizio. Invitiamo i colleghi ad intervenire nei casi critici attraverso strumenti educativi e relazionali e non certamente con comportamenti repressivi che potrebbero rovinare il futuro, già nero, dei nostri studenti.
Invitiamo gli studenti a mobilitarsi contro la repressione ed ii tentativo di criminalizzarli ed intimidirli in massa.
Le nostre scuole non sono caserme o discariche sociali, difendiamo la libertà di insegnamento, la libertà degli spazi educativi contro l’intrusione della polizia nelle nostre aule.

Se i cani poliziotto entrano a scuola

Chi commissiona e mette in atto la perquisizione delle scuole con cani poliziotto avrà
le sue leggi di riferimento che dimostreranno che l’azione è legittima. L’ultima, a Terni pochi giorni fa, ha avuto un’eco nazionale perché un professore ha negato la perquisizione all’interno della  classe rifiutandosi di interrompere la lezione. Ora su di lui pende l’ipotesi di un’azione disciplinare. Ma il punto è che se anche la perquisizione fosse legittima, le manca comunque il conforto del buon senso.

Partiamo dal livello più basso. L’ultima operazione - come le altre nel resto della regione - ha dato luogo al rinvenimento di pochi grammi di hashish. Tenuto conto che ad essere perquisite sono state centinaia di persone, non si può certo parlare di un bilancio scintillante. Insomma: se all’interno delle aule perquisite si fosse scovato il nipote di Al Capone dedito a spacciare un carico di cocaina appena arrivato dal Sudamerica, un senso a questa storia lo si sarebbe potuto al limite trovare. Invece, a fronte di un dispiegamento di forze da retata, i risultati sono stati del tutto trascurabili. E per di più hanno riguardato il sequestro di una sostanza che la Corte costituzionale - il massimo organo giurisdizionale - ha di recente nettamente distinto dalle droghe pesanti, che infestano le nostre città in ambienti spesso insospettabili.
Fin qui siamo al livello di base. Ora proviamo a salire un po’. Perché il fallimento di quella perquisizione non è nel bilancio operativo, ma nell’inconsapevole dichiarazione di impotenza di chi l’ha voluta, chiunque esso sia. Nel ricorso all’utilizzo delle forze dell’ordine all’interno di una scuola  per un motivo del genere, c’è la negazione in radice della vocazione stessa di quel luogo. Laddove un docente, un preside o chiunque altro al loro posto avessero la percezione che c’è qualcosa che non va nei ragazzi con i quali lavorano, rientrerebbe nel loro ruolo di educatori parlarne con i singoli, con il gruppo, con i genitori. Al limite, ricorrere a incontri con personale specializzato. Consentire di farli annusare da cani poliziotto in un luogo in cui si va per conoscere il mondo, è abdicare al ruolo stesso di educatori. È negare la complessità, le articolazioni, le fragilità di ragazze e ragazzi che sono materia plastica in cerca di forma. Una forma che dipenderà anche dagli educatori che si hanno. Benché questi a volte non se ne rendano conto. 
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